Scritto per Il Fatto Quotidiano del 12/10/2011
Iulia Timoshenko, l’icona bionda della rivoluzione arancione, è stata condannata a sette anni di prigione per abuso di potere da un tribunale di Kiev. Il verdetto allontana ulteriormente l’Ucraina dall’Europa: Bruxelles minaccia “conseguenze”; a Mosca, il premier Putin “non capisce”; e il presidente Ianukovitch fa intendere che la sentenza in appello potrebbe essere più clemente: una conferma della politicizzazione del giudizio.
Iulia annuncia appello, anche alla giustizia europea: l’Ucraina fa parte del Consiglio d’Europa e risponde alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Nella sua sentenza, il giudice Rodion Kireev dichiara la Timoshenko “colpevole” di avere abusato dei propri poteri “a fini criminali”. Agli anni di carcere comminati, si sommano tre anni d’interdizione dai pubblici uffici. Iulia dovrà inoltre versare circa 140 milioni di euro d’indennizzo all’impresa pubblica di idrocarburi Naftogaz, che sarebbe stata danneggiata dalla firma di contratti con la Russia nel 2009.
L’allora premier, il cui arresto in agosto aveva già suscitato molte proteste, avrebbe firmato quei contratti senza l’autorizzazione del suo governo. Colpisce che la Timoshenko, più filo-europea che filo-russa, si veda contestare un atto pro-Russia, mentre l’attuale presidente filo-russo è apertamente criticato dal Cremlino. Mosca e Kiev, dopo ripetute crisi, stanno negoziando nuove condizioni per le forniture energetiche.
L’Ue è “profondamente delusa” dal processo, che non ha rispettato le norme internazionali. Lady Ashton, ‘ministro degli esteri’ europeo, chiede un appello equo. La Polonia, presidente di turno del Consiglio dell’Ue e co-organizzatrice degli Europei di Calcio 2012, dice che il verdetto “indebolisce l’immagine” dell’Ucraina che guarda all’Ue. Amnesty parla di giudizio “politicamente motivato”. La Russia depreca “il carattere anti-russo di tutta la vicenda”, che rimette in discussione la validità degli accordi energetici russo-ucraini, “conclusi nel pieno rispetto delle legalità russa, ucraina e internazionale”
Ianukovitch, che si dice estraneo ai guai giudiziari della sua antagonista, afferma di “capire” le inquietudini dell’Ue per questo caso “spiacevole” che impedisce “l’integrazione europea dell’Ucraina”, un’integrazione, in realtà, frenata da quando lui è al potere. L’attrito emerge proprio quando la vicina Serbia sta per vedersi riconosciuto lo statuto di Paese candidato all’adesione, dopo la consegna al Tribunale penale internazionale gli ultimi criminali di guerra latitanti. L’annuncio è atteso oggi, in coincidenza con la presenza a Belgrado del ministro degli esteri italiano Franco Frattini.
Iulia è stata energica e combattiva, alla lettura della sentenza, fedele alle sue immagini di ‘dama di ferro’ o ‘giovanna d’arco ucraina’: ha confrontato il suo processo alle purghe del 1937 nella Russia di Stalin. Davanti al tribunale, manifestazioni pro e contro l’ex premier, sotto gli occhi di centinaia di poliziotti.
La rivoluzione arancione del 2004, pacifica e pro-occidentale, aveva portato all’annullamento della vittoria nelle presidenziali di Ianukovitch. Divenuta premier dopo nuove elezioni, la Timoshenko aveva presto rotto con il nuovo presidente, Iuvshenko. Nel febbraio 2010, la Timoshenko perse la presidenziali con Ianukovich.
mercoledì 12 ottobre 2011
martedì 11 ottobre 2011
Polonia: anti-clericali con trans in Dieta, non c'è più religione
Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/10/2011
Vincono il premier uscente Donald Tusk e la linea europeista del partito liberale. Perdono l’ex premier gemello (del presidente morto lo scorso anno in un incidente aereo a Smolensk, in Russia, Lech Kaczynski) e la linea euroscettica. Ed entra nella Dieta, come terza forza, destando sensazione, il Movimento di Palikot, un partito di sinistra anticlericale, creato un anno fa da un imprenditore ricco ed eccentrico, Janusz Palikot: prende il 10 % giusto giusto dei voti e 40 deputati, in un Paese in cui il 90% dei cittadini si dichiarano cattolici –i numeri lasciano credere che lo hanno votato tutti gli altri-. L’eccezionale risultato del Movimento di Palikot è anche frutto della debolezza della sinistra tradizionale post-comunista: il partito socialdemocratico ottiene, infatti, il peggior risultato della sua storia, con poco più dell’8% dei suffragi e 27 deputati.
Il premier Tusk, 54 anni, può dunque prepararsi a un secondo mandato alla guida della stessa coalizione: il suo partito, la Piattaforma civica, ha superato il 39% dei voti e i suoi alleati del Psl, il Partito dei Contadini, hanno avuto più dell’8%. Insieme, le due formazioni dispongono di 234 dei 460 seggi della Camera bassa. L’opposizione conservatrice Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski sfiora il 30% dei voti e ha158 seggi. Solo cinque partiti superano la soglia del 5% ed entrano nella Dieta.
E’ la prima volta, dalla caduta del comunismo nel 1989, che un partito al potere rivince le legislative in Polonia, al termine di una consultazione che ha visto un tasso di partecipazione ‘americano’, bassissimo: meno d’un elettore su due è andato alle urne, in un Paese di 38 milioni di abitanti, il sesto per popolazione dell’Unione europea. In una dichiarazione alla Reuter, il presidente della Repubblica Bronislaw Komorowski giudica l’esito delle elezioni “positivo” per l’Ue: la Polonia esercita attualmente la presidenza di turno semestrale del Consiglio dei Ministri dei 27 e punta a entrare presto nell’euro.
Nel nuovo governo, Tusk vuole rimpiazzare la maggior parte degli attuali ministri. Ma i cardini delle politiche estera ed economica, marcatamente europeiste, dovrebbero restare al loro posto: Radoslaw Sikorski e Jacek Rostowski, dovrebbero restare al loro posto. Segnali di continuità rassicurante per i partner dell’Ue, in un momento in cui l’euroscetticismo avanza in molti Paesi.
Il Movimento di Palikot, non contento di sfatare il tabù anti-clericale nella cattolicissima Polonia, ha anche fatto entrare nella Dieta per la prima volta un transessuale: Anna Grodzka, capolista a Cracovia, 57 anni, psicologa e produttore cinematografico, ha cambiato sesso da non molto, dopo aver vissuto per anni come uomo con il nome di Ryszard –ma da quando aveva 12 anni si considerava una donna e s’era già scelta il nome Anna-. Attualmente presiede la Fondazione Trans-Fuzja impegnata a ottenere la parità dei diritti dei transessuali.
Vincono il premier uscente Donald Tusk e la linea europeista del partito liberale. Perdono l’ex premier gemello (del presidente morto lo scorso anno in un incidente aereo a Smolensk, in Russia, Lech Kaczynski) e la linea euroscettica. Ed entra nella Dieta, come terza forza, destando sensazione, il Movimento di Palikot, un partito di sinistra anticlericale, creato un anno fa da un imprenditore ricco ed eccentrico, Janusz Palikot: prende il 10 % giusto giusto dei voti e 40 deputati, in un Paese in cui il 90% dei cittadini si dichiarano cattolici –i numeri lasciano credere che lo hanno votato tutti gli altri-. L’eccezionale risultato del Movimento di Palikot è anche frutto della debolezza della sinistra tradizionale post-comunista: il partito socialdemocratico ottiene, infatti, il peggior risultato della sua storia, con poco più dell’8% dei suffragi e 27 deputati.
Il premier Tusk, 54 anni, può dunque prepararsi a un secondo mandato alla guida della stessa coalizione: il suo partito, la Piattaforma civica, ha superato il 39% dei voti e i suoi alleati del Psl, il Partito dei Contadini, hanno avuto più dell’8%. Insieme, le due formazioni dispongono di 234 dei 460 seggi della Camera bassa. L’opposizione conservatrice Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski sfiora il 30% dei voti e ha158 seggi. Solo cinque partiti superano la soglia del 5% ed entrano nella Dieta.
E’ la prima volta, dalla caduta del comunismo nel 1989, che un partito al potere rivince le legislative in Polonia, al termine di una consultazione che ha visto un tasso di partecipazione ‘americano’, bassissimo: meno d’un elettore su due è andato alle urne, in un Paese di 38 milioni di abitanti, il sesto per popolazione dell’Unione europea. In una dichiarazione alla Reuter, il presidente della Repubblica Bronislaw Komorowski giudica l’esito delle elezioni “positivo” per l’Ue: la Polonia esercita attualmente la presidenza di turno semestrale del Consiglio dei Ministri dei 27 e punta a entrare presto nell’euro.
Nel nuovo governo, Tusk vuole rimpiazzare la maggior parte degli attuali ministri. Ma i cardini delle politiche estera ed economica, marcatamente europeiste, dovrebbero restare al loro posto: Radoslaw Sikorski e Jacek Rostowski, dovrebbero restare al loro posto. Segnali di continuità rassicurante per i partner dell’Ue, in un momento in cui l’euroscetticismo avanza in molti Paesi.
Il Movimento di Palikot, non contento di sfatare il tabù anti-clericale nella cattolicissima Polonia, ha anche fatto entrare nella Dieta per la prima volta un transessuale: Anna Grodzka, capolista a Cracovia, 57 anni, psicologa e produttore cinematografico, ha cambiato sesso da non molto, dopo aver vissuto per anni come uomo con il nome di Ryszard –ma da quando aveva 12 anni si considerava una donna e s’era già scelta il nome Anna-. Attualmente presiede la Fondazione Trans-Fuzja impegnata a ottenere la parità dei diritti dei transessuali.
domenica 9 ottobre 2011
Vladi/Silvio: tanti dubbi intorno a un'amicizia eccessiva
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 09/10/2011
Giorni fa, l'ambasciatrice di Serbia a Roma Ana Hrustanovic, una fascinosa signora -si vede che pure a Belgrado sanno che qui non guasta-, diceva che il suo Paese può essere la porta dell'Italia verso un mercato di 800 milioni di consumatori che, al di là dei Balcani, s’estende dalla Bielorussia al Kazakhstan, lungo i confini dell’ex Unione Sovietica. La bell’ambasciatrice faceva un po' l'imbonitrice, nell'imminenza della visita a Belgrado del ministro degli esteri italiano Franco Frattini, mercoledì prossimo, il 12 ottobre. E, in cambio, chiedeva che l’Italia fosse la porta della Serbia verso l’Ue.
Ma, in realtà, l'Italia la chiave di quei mercati promessi dalla Hrustanovic l'ha già in tasca, perché Mr B. con gli autarchi della Regione, da Lukashenko a Nazarbayev, è tutto pappa e ciccia. Energia e feste, la diplomazia degli affari, fra amici, è uno spasso.
Però, a forza di farti amici sbagliati, va a finire che gli amici veri non ti prendono più sul serio o, almeno, diffidano di te. In questo senso, alcuni dei documenti pubblicati da Wikileaks sono significativi e allarmanti. Al Dipartimento di Stato Usa come all'Ue, alla Commissione europea, ci s'interroga sull'affidabilità come interlocutore del Cavaliere, che pare un portavoce di Putin o almeno un tutore in ambito internazionale degli interessi russi. Al punto che Hillary Clinton, segretario di Stato a Washington, s'aspetta dai suoi diplomatici di capire che cosa sta dietro, se ci sta dietro qualcosa, al legame tra Silvio e Vladi, uno che gli americani trattano con distacco e anche con diffidenza.
Meno ‘oro colato’ dei cablo diplomatici di Wikileaks, su cui pure bisogna ‘fare la tara’, anche alcune intercettazioni di ‘pussypoli’ getterebbero uno squarcio sull’inaffidabilità diplomatica dell’Italia ‘stile Mr B’: ad esempio, il premier turco Erdogan non ne vorrebbe più sapere del Cavaliere, immemore del fatto che, per fargli una telefonata, Berlusconi una volta fece attendere e inquietare il cancelliere tedesco Angela Merkel , padrona di casa a un Vertice internazionale.
Stando a un’intercettazione, Paolo Pozzessere, direttore commerciale di Finmeccanica, colosso pubblico dell’apparato industriale-militare, per cui ‘lavorava’ anche Walter Lavitola, parlando al telefono il 14 giugno di quest’anno con Debbie Castaneda, dice, con tono affranto –ma noi sospettiamo non gliene potesse fregare di meno-: “Proprio ieri ho saputo una cosa bruttissima. Questa storia delle escort sta rovinando il premier. Ero in Turchia e ho saputo che Erdogan non vuole più incontrarlo e avere rapporti con lui proprio per questo”.
Chiacchiere? Forse. Smargiassate? Probabilmente. Ma le testimonianze di slalom di leader per evitare, anche negli appuntamenti multilaterali, incontri ravvicinati con il Silvio nostro si moltiplicano. E di mezzo non ci vanno gli affari di Mr B, che' quelli glieli tutelano gli amici suoi, ma gli interessi e la reputazione dell'Italia, cioè nostri. Per fortuna che la Serbia è pronta ad aprirci una porta: ambasciatrice Hrustanovic, ci pensi lei, grazie.
Giorni fa, l'ambasciatrice di Serbia a Roma Ana Hrustanovic, una fascinosa signora -si vede che pure a Belgrado sanno che qui non guasta-, diceva che il suo Paese può essere la porta dell'Italia verso un mercato di 800 milioni di consumatori che, al di là dei Balcani, s’estende dalla Bielorussia al Kazakhstan, lungo i confini dell’ex Unione Sovietica. La bell’ambasciatrice faceva un po' l'imbonitrice, nell'imminenza della visita a Belgrado del ministro degli esteri italiano Franco Frattini, mercoledì prossimo, il 12 ottobre. E, in cambio, chiedeva che l’Italia fosse la porta della Serbia verso l’Ue.
Ma, in realtà, l'Italia la chiave di quei mercati promessi dalla Hrustanovic l'ha già in tasca, perché Mr B. con gli autarchi della Regione, da Lukashenko a Nazarbayev, è tutto pappa e ciccia. Energia e feste, la diplomazia degli affari, fra amici, è uno spasso.
Però, a forza di farti amici sbagliati, va a finire che gli amici veri non ti prendono più sul serio o, almeno, diffidano di te. In questo senso, alcuni dei documenti pubblicati da Wikileaks sono significativi e allarmanti. Al Dipartimento di Stato Usa come all'Ue, alla Commissione europea, ci s'interroga sull'affidabilità come interlocutore del Cavaliere, che pare un portavoce di Putin o almeno un tutore in ambito internazionale degli interessi russi. Al punto che Hillary Clinton, segretario di Stato a Washington, s'aspetta dai suoi diplomatici di capire che cosa sta dietro, se ci sta dietro qualcosa, al legame tra Silvio e Vladi, uno che gli americani trattano con distacco e anche con diffidenza.
Meno ‘oro colato’ dei cablo diplomatici di Wikileaks, su cui pure bisogna ‘fare la tara’, anche alcune intercettazioni di ‘pussypoli’ getterebbero uno squarcio sull’inaffidabilità diplomatica dell’Italia ‘stile Mr B’: ad esempio, il premier turco Erdogan non ne vorrebbe più sapere del Cavaliere, immemore del fatto che, per fargli una telefonata, Berlusconi una volta fece attendere e inquietare il cancelliere tedesco Angela Merkel , padrona di casa a un Vertice internazionale.
Stando a un’intercettazione, Paolo Pozzessere, direttore commerciale di Finmeccanica, colosso pubblico dell’apparato industriale-militare, per cui ‘lavorava’ anche Walter Lavitola, parlando al telefono il 14 giugno di quest’anno con Debbie Castaneda, dice, con tono affranto –ma noi sospettiamo non gliene potesse fregare di meno-: “Proprio ieri ho saputo una cosa bruttissima. Questa storia delle escort sta rovinando il premier. Ero in Turchia e ho saputo che Erdogan non vuole più incontrarlo e avere rapporti con lui proprio per questo”.
Chiacchiere? Forse. Smargiassate? Probabilmente. Ma le testimonianze di slalom di leader per evitare, anche negli appuntamenti multilaterali, incontri ravvicinati con il Silvio nostro si moltiplicano. E di mezzo non ci vanno gli affari di Mr B, che' quelli glieli tutelano gli amici suoi, ma gli interessi e la reputazione dell'Italia, cioè nostri. Per fortuna che la Serbia è pronta ad aprirci una porta: ambasciatrice Hrustanovic, ci pensi lei, grazie.
Vladi/Silvio: feste parallele dei due amici, doveri e piaceri
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 09/10/2011
Queste ciambelle delle feste di compleanno di Vladimir Putin, cui Mr B si sente quasi in dovere di non mancare, da quando è tornato premier, non sempre riescono col buco: a volte, ci si mette il cattivo tempo, che ritarda le partenze degli ospiti; e a volte, cadono in un momento così, che ad andarci sembra proprio di volere fuggire dai problemi dell’Italia. Ma Berlusconi non ne manca una, ufficialmente perché, come dicevano nell’Ottocento le spose timorate, “non lo fo per piacer mio, ma lo fo per l’amor di Dio”. Dovere d’ufficio, insomma.
Un dovere che pochi leader di questo Mondo sentono in modo così compellente. I portavoce russi non ci aiutano proprio, a scoprire che cosa succede in queste feste, ma l’unico altro ospite eccellente che citano è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uno che, quando ha lasciato il potere, è diventato un lobbista di lusso dell’energia russa e s’è meritato, per questo, un sacco di critiche.
All'agenzia russa Interfax il portavoce di Putin Dmitri Peskov non dice altro, perché –spiega- ''si tratta di impegni assolutamente privati''. Neppure si sa quanto la festa duri, poteva finire ieri sera o andare ancora avanti una notte: Peskov insiste, “sono impegni assolutamente orivati”. E dove il premier russo celebra con i suoi invitati, in dacia, o altrove?, a Mosca o a San Pietroburgo? Avete già indovinato che cosa ribadisce Peskov, che pure si lascia scappare “in una residenza fuori città” :“sono impegni assolutamente privati, non posso dire di più”.
Il risultato è che i due leader di due Paesi degli Otto Grandi, mica il Bhutan e il Malawi, con tutto il rispetto, spariscono dai radar dell’opinione pubblica per 48 ore o giù di lì e nessuno sa dove siano e che cosa combinino: fatti loro, si potrebbe dire, se non ci fosse l’impressione che siano anche, e forse soprattutto, affari loro e fatti nostri. Più del portavoce di Putin, chiacchiera il ministro dell’agricoltura Saverio Romano, che, in visita in Russia al momento giusto, vuole apparire informato: Berlusconi “m’ha detto che sarebbe venuto a San Pietroburgo con un aereo privato”.
Dove che sia, il Cavaliere, al riparo dalle intercettazioni, deve sentircisi bene, al sicuro, protetto. E magari già pregusta la festa 2012, che sarà qualcosa di speciale, perché Vladi di anni ne farà 60: un fratello minore, cui Silvio, che ne ha appena compiuti 75, ha da insegnare ancora un sacco di cose, sul senso, e sui piaceri, pardon doveri, della vita e dello Stato. E poi c’è tutto un mondo di affari che lega i due amici: pubblici, certo, ma pure privati, molto privati. E questa volta non facciamocelo ripetere dal portavoce.
Il FT ipotizza che la ‘trilaterale’ Putin-Berlusconi-Schroeder sia l’occasione per parlare dei nuovi gasdotti che la Russia intende realizzare, il North Stream, del cui consorzio è a capo appunto Schroeder, e il South Stream. Il solito Peskov non abbocca: “Non sono previsti incontri ufficiali”. Una festa è una festa: mica vogliamo turbarla con scartoffie e discorsi noiosi.
E, poi, quelli si vedono di continuo: ancora un po’, Mr B passa più tempo con Vladi –siamo al quarto appuntamento bilaterale in un anno o giù di lì, se contiamo bene- che con Tremonti (e certo si diverte di più con il russo che con il valtellinese). Quell’inopportuno di PierFerdinando Casini vorrebbe “un presidente del Consiglio che avesse la dignità di porre al premier russo il problema delle minacce alla Georgia, come ha fatto il presidente francese Nicolas Sarkozy”. Ma questo è un compleanno: c’è un’amicizia da celebrare; e le signorine attendono.
Quest’anno, i due premier sono accomunati dalle polemiche politiche interne. Poco prima di partire per la Russia, Berlusconi ha ribadito che non intente mollare, nonostante l’imbarazzo, nelle fila del centrodestra, dopo la proposta di cambiare in "Forza Gnocca" il nome del Pdl, mentre l'opposizione insiste per “un passo indietro".
Anche Putin non intende mollare. Anzi, nel 2012 tornerà a fare il presidente, per altri sei e forse 12 anni. Silvio, un po’ d’invidia, deve avercela: Vladi non ha opposizione, né media, né magistratura e neppure un Tremonti a fargli ombra, perché quel Dmitri Medvedev che gli ha fatto da controfigura al Cremlino per quattro anni è tanto un bravo ragazzo.
Se Putin resta, però, ci sarà ancora da divertirsi un sacco: altre feste e altri affari. In fondo, i due di cose insieme ne hanno fatte: nuotate nel mare della Sardegna e bevute di vodka con caviale a Mosca e San Pietroburgo. E qualche volta hanno sorpreso tutti trasformando incontri privati in occasioni di lavoro: nell'ottobre del 2009 quello che doveva essere un viaggio informale di Berlusconi a San Pietroburgo divenne un vertice bilaterale, con colloqui con amministratori locali, dirigenti di azienda, dossier delicati e persino una teleconferenza con il premier turco Erdogan sul progetto del gasdotto 'South Stream'.
Chi l’ha detto che Vladi e Silvio non sanno farsigli affari loro (e i fatti nostri)?
Queste ciambelle delle feste di compleanno di Vladimir Putin, cui Mr B si sente quasi in dovere di non mancare, da quando è tornato premier, non sempre riescono col buco: a volte, ci si mette il cattivo tempo, che ritarda le partenze degli ospiti; e a volte, cadono in un momento così, che ad andarci sembra proprio di volere fuggire dai problemi dell’Italia. Ma Berlusconi non ne manca una, ufficialmente perché, come dicevano nell’Ottocento le spose timorate, “non lo fo per piacer mio, ma lo fo per l’amor di Dio”. Dovere d’ufficio, insomma.
Un dovere che pochi leader di questo Mondo sentono in modo così compellente. I portavoce russi non ci aiutano proprio, a scoprire che cosa succede in queste feste, ma l’unico altro ospite eccellente che citano è l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, uno che, quando ha lasciato il potere, è diventato un lobbista di lusso dell’energia russa e s’è meritato, per questo, un sacco di critiche.
All'agenzia russa Interfax il portavoce di Putin Dmitri Peskov non dice altro, perché –spiega- ''si tratta di impegni assolutamente privati''. Neppure si sa quanto la festa duri, poteva finire ieri sera o andare ancora avanti una notte: Peskov insiste, “sono impegni assolutamente orivati”. E dove il premier russo celebra con i suoi invitati, in dacia, o altrove?, a Mosca o a San Pietroburgo? Avete già indovinato che cosa ribadisce Peskov, che pure si lascia scappare “in una residenza fuori città” :“sono impegni assolutamente privati, non posso dire di più”.
Il risultato è che i due leader di due Paesi degli Otto Grandi, mica il Bhutan e il Malawi, con tutto il rispetto, spariscono dai radar dell’opinione pubblica per 48 ore o giù di lì e nessuno sa dove siano e che cosa combinino: fatti loro, si potrebbe dire, se non ci fosse l’impressione che siano anche, e forse soprattutto, affari loro e fatti nostri. Più del portavoce di Putin, chiacchiera il ministro dell’agricoltura Saverio Romano, che, in visita in Russia al momento giusto, vuole apparire informato: Berlusconi “m’ha detto che sarebbe venuto a San Pietroburgo con un aereo privato”.
Dove che sia, il Cavaliere, al riparo dalle intercettazioni, deve sentircisi bene, al sicuro, protetto. E magari già pregusta la festa 2012, che sarà qualcosa di speciale, perché Vladi di anni ne farà 60: un fratello minore, cui Silvio, che ne ha appena compiuti 75, ha da insegnare ancora un sacco di cose, sul senso, e sui piaceri, pardon doveri, della vita e dello Stato. E poi c’è tutto un mondo di affari che lega i due amici: pubblici, certo, ma pure privati, molto privati. E questa volta non facciamocelo ripetere dal portavoce.
Il FT ipotizza che la ‘trilaterale’ Putin-Berlusconi-Schroeder sia l’occasione per parlare dei nuovi gasdotti che la Russia intende realizzare, il North Stream, del cui consorzio è a capo appunto Schroeder, e il South Stream. Il solito Peskov non abbocca: “Non sono previsti incontri ufficiali”. Una festa è una festa: mica vogliamo turbarla con scartoffie e discorsi noiosi.
E, poi, quelli si vedono di continuo: ancora un po’, Mr B passa più tempo con Vladi –siamo al quarto appuntamento bilaterale in un anno o giù di lì, se contiamo bene- che con Tremonti (e certo si diverte di più con il russo che con il valtellinese). Quell’inopportuno di PierFerdinando Casini vorrebbe “un presidente del Consiglio che avesse la dignità di porre al premier russo il problema delle minacce alla Georgia, come ha fatto il presidente francese Nicolas Sarkozy”. Ma questo è un compleanno: c’è un’amicizia da celebrare; e le signorine attendono.
Quest’anno, i due premier sono accomunati dalle polemiche politiche interne. Poco prima di partire per la Russia, Berlusconi ha ribadito che non intente mollare, nonostante l’imbarazzo, nelle fila del centrodestra, dopo la proposta di cambiare in "Forza Gnocca" il nome del Pdl, mentre l'opposizione insiste per “un passo indietro".
Anche Putin non intende mollare. Anzi, nel 2012 tornerà a fare il presidente, per altri sei e forse 12 anni. Silvio, un po’ d’invidia, deve avercela: Vladi non ha opposizione, né media, né magistratura e neppure un Tremonti a fargli ombra, perché quel Dmitri Medvedev che gli ha fatto da controfigura al Cremlino per quattro anni è tanto un bravo ragazzo.
Se Putin resta, però, ci sarà ancora da divertirsi un sacco: altre feste e altri affari. In fondo, i due di cose insieme ne hanno fatte: nuotate nel mare della Sardegna e bevute di vodka con caviale a Mosca e San Pietroburgo. E qualche volta hanno sorpreso tutti trasformando incontri privati in occasioni di lavoro: nell'ottobre del 2009 quello che doveva essere un viaggio informale di Berlusconi a San Pietroburgo divenne un vertice bilaterale, con colloqui con amministratori locali, dirigenti di azienda, dossier delicati e persino una teleconferenza con il premier turco Erdogan sul progetto del gasdotto 'South Stream'.
Chi l’ha detto che Vladi e Silvio non sanno farsigli affari loro (e i fatti nostri)?
sabato 8 ottobre 2011
Clima: Hedegaard, Europa non è problema, Italia non è ambiziosa
Scritto su Il Fatto Quotidiano dello 08/10/2011
Sul clima, l’Europa “non è il problema” del Pianeta; e l’Italia non è il Paese più ambizioso fra i 27 dell’Ue: Connie Hedegaard, commissaria europea, danese, ha le idee chiare, alla vigilia della riunione, lunedì, a Lussemburgo, dei ministri dell’ambiente europei; e la visita in Italia, giovedì, non sembra avergliele confuse.
I ministri dei 27 preparano la conferenza sul clima in programma a Durban, in Sud Africa, dal 28/11 all’8/12, terza tappa (ancora interlocutoria) di un trittico partito a Copanghen nel 2009 e proseguito a Cancun nel 2010. “Dobbiamo definire la posizione europea –dice la Hedeegard- , che è già molto chiara… Dobbiamo mantenere la spinta verso decisioni che a Durban non potranno ancora essere prese, sapendo che l’Europa rappresenta l’11% delle emissioni mondiali di CO2 e che ha già adottato degli impegni per ridurle, mentre il resto del Mondo, gli Stati Uniti, la Cina, gli altri Paesi, rappresentano l’89% delle emissioni “ e non hanno assunto impegni altrettanto precisi. “E’ chiaro che il problema non è l’Europa, anche se l’Europa deve mantenere la leadership” su come affrontare il cambiamento climatico. Gli obiettivi comunitari indicati dalla strategia Europa 2020 -riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto al livello del 1990 - e dal percorso verso un’economia a basso tenore di carbone – taglio delle emissioni compreso tra l'80 e il 95% entro il 2050 - non sono in discussione.
Quali sono le sue aspettative, per la riunione di Durban, che è la conferenza mondiale sull’ambiente dell’Onu? “Durban si prospetta molto difficile, soprattutto per i ritardi nell’esame della questione da parte del Congresso statunitense e perché altri trincereranno dietro gli Stati Uniti la reticenza ad accettare ulteriori impegnii. Sappiamo che non ne uscirà un accordo vincolante, , ma dobbiamo concordare su un percorso preciso e dettagliato e mantenere lo slancio e l’intensità: non ci basta confermare le decisioni già prese”. La ‘road map’ deve guardare, in particolare, alla scadenza nel 2012 del protocollo di Kyoto.
Un rinvio a quando, per decisioni concrete? “Gli impegni vincolanti verranno quando Usa, Cina e altri Paesi saranno pronti ad accettare vincoli analoghi a quelli che l’Europa s’è già data”, sull’andamento delle emissioni di CO2. “Ma, intanto, facciamo progressi settoriali, come nell’aviazione civile, nella navigazione commerciale, nell’agricoltura”.
A Roma, la Hedegaard ha visto il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, le commissioni ambiente di camera e Senato e le associazioni ambientaliste. Che voto dà, alla politica dell’Italia in materia di clima?
“Come commissaria europea, non do voti all’Italia né agli altri Paesi Ue”. Certo, “il governo italiano non è tradizionalmente fra quelli più ansiosi di definire obiettivi più ambiziosi per la lotta al cambiamento climatico”, ma, in particolare sull’efficienza energetica, “ho trovato orecchie molto attente”: “Quando vado in Cina, o altrove, vedo ricercatori italiani, imprese italiane in prima linea e vedo le regioni e le amministrazioni locali impegnate, anche perché l’Ue mette a disposizione fondi per incoraggiare gli investimenti e i progetti”, fondi che vanno meglio utilizzati. E il governo? La Hedegaard non lo cita.
Con l’efficienza energetica e la green economy, “la lotta contro il cambiamento climatico può anche essere un’opportunità di crescita e di creazione di posti di lavoro”. La commissaria fa l’esempio del settore delle auto: “Quando l’Ue anticipò al 2015 gli obiettivi di ‘vetture pulite’ pensati per il 2020 l’industria protestò che non ce l’avrebbe fatta e che le sarebbe costato troppo. Bene, nel 2012, l’anno prossimo l’80% della produzione automobilistica europea sarà già conforme agli obiettivi 2015 e anche la Fiat si sta adeguando”.
La rinuncia al nucleare da parte di alcuni Stati europei dopo quanto accaduto in Giappone a marzo segna un passo indietro sulla via della lotta al cambiamento climatico, con un ritorno al carbone? “Per l’Europa, non cambia nulla, perché Paesi che non hanno il nucleare hanno deciso che continueranno a non averlo e la Germania ha soltanto anticipato l’attuazione di una decisione che era già stata presa, la dismissione di tutte le centrali nucleari. Dunque, chi vede nella rinuncia al nucleare un colpo alla lotta contro le emissioni di CO2 sbaglia”.
Sul clima, l’Europa “non è il problema” del Pianeta; e l’Italia non è il Paese più ambizioso fra i 27 dell’Ue: Connie Hedegaard, commissaria europea, danese, ha le idee chiare, alla vigilia della riunione, lunedì, a Lussemburgo, dei ministri dell’ambiente europei; e la visita in Italia, giovedì, non sembra avergliele confuse.
I ministri dei 27 preparano la conferenza sul clima in programma a Durban, in Sud Africa, dal 28/11 all’8/12, terza tappa (ancora interlocutoria) di un trittico partito a Copanghen nel 2009 e proseguito a Cancun nel 2010. “Dobbiamo definire la posizione europea –dice la Hedeegard- , che è già molto chiara… Dobbiamo mantenere la spinta verso decisioni che a Durban non potranno ancora essere prese, sapendo che l’Europa rappresenta l’11% delle emissioni mondiali di CO2 e che ha già adottato degli impegni per ridurle, mentre il resto del Mondo, gli Stati Uniti, la Cina, gli altri Paesi, rappresentano l’89% delle emissioni “ e non hanno assunto impegni altrettanto precisi. “E’ chiaro che il problema non è l’Europa, anche se l’Europa deve mantenere la leadership” su come affrontare il cambiamento climatico. Gli obiettivi comunitari indicati dalla strategia Europa 2020 -riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto al livello del 1990 - e dal percorso verso un’economia a basso tenore di carbone – taglio delle emissioni compreso tra l'80 e il 95% entro il 2050 - non sono in discussione.
Quali sono le sue aspettative, per la riunione di Durban, che è la conferenza mondiale sull’ambiente dell’Onu? “Durban si prospetta molto difficile, soprattutto per i ritardi nell’esame della questione da parte del Congresso statunitense e perché altri trincereranno dietro gli Stati Uniti la reticenza ad accettare ulteriori impegnii. Sappiamo che non ne uscirà un accordo vincolante, , ma dobbiamo concordare su un percorso preciso e dettagliato e mantenere lo slancio e l’intensità: non ci basta confermare le decisioni già prese”. La ‘road map’ deve guardare, in particolare, alla scadenza nel 2012 del protocollo di Kyoto.
Un rinvio a quando, per decisioni concrete? “Gli impegni vincolanti verranno quando Usa, Cina e altri Paesi saranno pronti ad accettare vincoli analoghi a quelli che l’Europa s’è già data”, sull’andamento delle emissioni di CO2. “Ma, intanto, facciamo progressi settoriali, come nell’aviazione civile, nella navigazione commerciale, nell’agricoltura”.
A Roma, la Hedegaard ha visto il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, le commissioni ambiente di camera e Senato e le associazioni ambientaliste. Che voto dà, alla politica dell’Italia in materia di clima?
“Come commissaria europea, non do voti all’Italia né agli altri Paesi Ue”. Certo, “il governo italiano non è tradizionalmente fra quelli più ansiosi di definire obiettivi più ambiziosi per la lotta al cambiamento climatico”, ma, in particolare sull’efficienza energetica, “ho trovato orecchie molto attente”: “Quando vado in Cina, o altrove, vedo ricercatori italiani, imprese italiane in prima linea e vedo le regioni e le amministrazioni locali impegnate, anche perché l’Ue mette a disposizione fondi per incoraggiare gli investimenti e i progetti”, fondi che vanno meglio utilizzati. E il governo? La Hedegaard non lo cita.
Con l’efficienza energetica e la green economy, “la lotta contro il cambiamento climatico può anche essere un’opportunità di crescita e di creazione di posti di lavoro”. La commissaria fa l’esempio del settore delle auto: “Quando l’Ue anticipò al 2015 gli obiettivi di ‘vetture pulite’ pensati per il 2020 l’industria protestò che non ce l’avrebbe fatta e che le sarebbe costato troppo. Bene, nel 2012, l’anno prossimo l’80% della produzione automobilistica europea sarà già conforme agli obiettivi 2015 e anche la Fiat si sta adeguando”.
La rinuncia al nucleare da parte di alcuni Stati europei dopo quanto accaduto in Giappone a marzo segna un passo indietro sulla via della lotta al cambiamento climatico, con un ritorno al carbone? “Per l’Europa, non cambia nulla, perché Paesi che non hanno il nucleare hanno deciso che continueranno a non averlo e la Germania ha soltanto anticipato l’attuazione di una decisione che era già stata presa, la dismissione di tutte le centrali nucleari. Dunque, chi vede nella rinuncia al nucleare un colpo alla lotta contro le emissioni di CO2 sbaglia”.
venerdì 7 ottobre 2011
SPIGOLI: George, Silvio, l'Ape Regina, notte stupefacente
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 07/10/2011
La foto è impietosa: lui, George, sfoggia il suo fascino maturo, ma neppure l’esperienza d’attore gli evita un velo d’imbarazzo; l’altro, Silvio, ha gli occhi socchiusi e il voto sfatto –prima della notte di festa, una giornata da statista, non dimentichiamolo- e mostra tutto il peso degli (allora non ancora) 75 anni, malgrado la camicia blu aperta fin (quasi) sul petto stile play boy Anni Settanta; in mezzo, lei, Sabine Began, che sarà pure l’Ape Regina, ma che qui è una maschera di sudore e fondotinta, sorriso tirato e sguardo che inclina a George, ma appoggio su Silvio. La “stupefacente serata” di George Cloney a Palazzo Grazioli è nella video-intervista del divo a Time: 10 domande in esclusiva al direttore Rick Stengel. Una notte “senza bunga bunga”: una sola e “per discutere di Darfur”, assicura George. La cena è probabilmente quella del 5 ottobre 2008: il fatto che Clooney fosse stato ospite del premier era noto, ma l'attore narra dettagli inediti. Cominciò a parlare con Berlusconi di Darfur: George era in Italia per una raccolta di fondi. Ma poi venne fuori "un genere di serata molto diversa da quella che chiunque possa immaginare … una delle più sorprendenti della mia vita” (che noiosa certo non è stata). All’ospite, Mr B mostrò pure il "lettone di Putin", senza invitarlo ad usarlo: “Troppe barzellette e troppo poco tempo” per raccontarle. Andrà a testimoniare al processo al Cavaliere sul ‘caso Ruby’, dov’è citato tra i testi a difesa? “Ho detto che sarei andato a deporre se me l’avessero chiesto, perché non ero alla festa dove si dice sarei stato, non ero al suo 'bunga bunga'”.
La foto è impietosa: lui, George, sfoggia il suo fascino maturo, ma neppure l’esperienza d’attore gli evita un velo d’imbarazzo; l’altro, Silvio, ha gli occhi socchiusi e il voto sfatto –prima della notte di festa, una giornata da statista, non dimentichiamolo- e mostra tutto il peso degli (allora non ancora) 75 anni, malgrado la camicia blu aperta fin (quasi) sul petto stile play boy Anni Settanta; in mezzo, lei, Sabine Began, che sarà pure l’Ape Regina, ma che qui è una maschera di sudore e fondotinta, sorriso tirato e sguardo che inclina a George, ma appoggio su Silvio. La “stupefacente serata” di George Cloney a Palazzo Grazioli è nella video-intervista del divo a Time: 10 domande in esclusiva al direttore Rick Stengel. Una notte “senza bunga bunga”: una sola e “per discutere di Darfur”, assicura George. La cena è probabilmente quella del 5 ottobre 2008: il fatto che Clooney fosse stato ospite del premier era noto, ma l'attore narra dettagli inediti. Cominciò a parlare con Berlusconi di Darfur: George era in Italia per una raccolta di fondi. Ma poi venne fuori "un genere di serata molto diversa da quella che chiunque possa immaginare … una delle più sorprendenti della mia vita” (che noiosa certo non è stata). All’ospite, Mr B mostrò pure il "lettone di Putin", senza invitarlo ad usarlo: “Troppe barzellette e troppo poco tempo” per raccontarle. Andrà a testimoniare al processo al Cavaliere sul ‘caso Ruby’, dov’è citato tra i testi a difesa? “Ho detto che sarei andato a deporre se me l’avessero chiesto, perché non ero alla festa dove si dice sarei stato, non ero al suo 'bunga bunga'”.
giovedì 6 ottobre 2011
Le donne dei dittatori, l'altra metà del male del XX Secolo
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 06/10/2011
Ritratti di donne a fianco dei peggiori dittatori del XX Secolo: alcune ‘anime nere’ del loro uomo, pervase come lui dal demone del potere e istigatrici di violenze e ingiustizie; altre assoggettate dal suo magnetismo, capaci di essergli accanto anche nei finali tragici; altre ancora semplicemente innamorate, spose, amanti, compagne, talora ammiratrici, talora ispiratrici. Il tema del rapporto tra gli uomini di potere e le loro donne (e, viceversa, tra le donne e il potere) non è originale: persino un campione dello stereotipo come Bruno Vespa l’ha recentemente affrontato, ovviamente da un punto di partenza attuale, italiano, berlusconiano, Silvio e Veronica, nel suo libro ‘Donne di Cuori’.
La giovane giornalista, storica, filosofa francese Diane Ducret, all’esordio come autrice di un volume, concentra il suo sguardo su alcuni satana del secolo scorso, che tanti ne ha conosciuti. L’ordine non è né alfabetico, né cronologico, né ideologico, né geografico; anzi, pare proprio un disordine: Benito Mussolini, Lenin, Stalin, Antonio Salazar, l’imperatore Bokassa, Mao Tse-dong, Nicolae Ceausescu, Adolf Hitler. I capitoli su Mussolini e Hitler sono i più lunghi, con titoli che sono giochi di parole un po’ azzardati (la duce vita, oppure un fuhrer chiamato desiderio).
Il libro, edito ora in Italia da Garzanti con il titolo ‘Le donne dei dittatori’ (405 pagg, 22,60 euro), va al di là dell’ammiccante fascetta “il rapporto segreto tra sesso e potere”, perché non di solo sesso si tratta, anche se spesso, e anzi quasi sempre, il sesso c’entra e parecchio. La Ducret ha conquistato, e tenuto per mesi, la vetta della classifica dei saggi più venduti in Francia un po’ perché il suo lavoro “si legge come un romanzo” –il complimento è di Daringtodo, un quotidiano online di arte, informazione culturale e spettacolo- e soprattutto perché quei personaggi continuano ad esercitare un fascino malsano sul grande pubblico del XXI Secolo.
Prima che una scrittrice, la Ducret, che ha studiato storia e filosofia all’Ecole Normale Supérieure , è una ricercatrice e un’autrice di programmi televisivi per History Channel e per altre reti televisive francesi. L’introduzione del libro presenta e commenta una sequela di lettere d’amore ai due dittatori feticcio delle tenebre europee fra le due guerre, il Fuehrer e il Duce: un fenomeno di adorazione e di soggezione che le cronache perpetuano nelle lettere d’amore che ricevono in carcere serial killer e criminali autori delle peggiori violenze, anche e specie sulle donne.
La stampa francese è stata prodiga di elogi per la Ducret, il cui libro l’edizione transalpina di Grazia ha giudicato «abbastanza scandaloso da farci molto divertire e abbastanza serio per non farci sentire in colpa» divertendoci, o almeno non rivoltandoci, di fronte ad alcuni episodi raccontati. E se L’Express esalta “i brillanti ritratti delle compagne di strada dei megalomani del XX secolo”, Le Point osserva che “il potere seduce ma fa impazzire” (chi lo esercita e chi gli sta accanto). Una morale non c’è: il detto ‘dimmi che donna hai e ti dirò che dittatore sei’ non vale. C’è la moglie che fa politica come Jang Qing e quella che se ne disinteressa come Claretta, c’è chi induce alla moderazione e chi alla crudeltà.
Certo, il libro non approfondisce tutte le donne dei dittatori raccontati, che più di una ne hanno avute, ma ne sceglie una per ciascuno: Claretta, Nadia, Mira, Felismina, Catherine, Jang Qing, Elena, Magda (che non di Hitler era la moglie, ma di Goebbels): “Si sono innamorate di un uomo crudele, violento e tirannico, l'hanno convinto che era bello, affascinante, onnipotente. A volte l'hanno dominato, a volte sono state tradite e ingannate. Alcune di loro sono state quasi più feroci del loro compagno. Spesso l'hanno seguito fino alla morte. Hanno tutte contribuito a plasmare le personalità più potenti e terribili del XX secolo”.
La Ducret ricostruisce gli incontri, le strategie di seduzione, gli amori, e successivamente il peso e l’influenza sulle politiche e sulle scelte e il destino delle donne che hanno intrecciato le loro vite con quelle di potenti crudeli, dal momento in cui sono entrate nel loro letto fino a quando –è il caso di Claretta, Elena e anche di Magda Goebbels come di Eva Braun- lo hanno accompagnato nel momento supremo. Il libro, ne dice l’editore italiano, “esplora i meccanismi più profondi e segreti del rapporto che lega sesso e potere. E, raccontandoci la storia da un'angolatura inedita, ci aiuta a capire l'attualità”. Uno degli ingredienti fondamentali del successo politico dei grandi leader, che non sempre sono dittatori, è proprio il fascino esercitato sulle donne. Hitler l’aveva capito: “L'importante è conquistare le donne, il resto arriva dopo” (e, spesso, è più facile).
Ritratti di donne a fianco dei peggiori dittatori del XX Secolo: alcune ‘anime nere’ del loro uomo, pervase come lui dal demone del potere e istigatrici di violenze e ingiustizie; altre assoggettate dal suo magnetismo, capaci di essergli accanto anche nei finali tragici; altre ancora semplicemente innamorate, spose, amanti, compagne, talora ammiratrici, talora ispiratrici. Il tema del rapporto tra gli uomini di potere e le loro donne (e, viceversa, tra le donne e il potere) non è originale: persino un campione dello stereotipo come Bruno Vespa l’ha recentemente affrontato, ovviamente da un punto di partenza attuale, italiano, berlusconiano, Silvio e Veronica, nel suo libro ‘Donne di Cuori’.
La giovane giornalista, storica, filosofa francese Diane Ducret, all’esordio come autrice di un volume, concentra il suo sguardo su alcuni satana del secolo scorso, che tanti ne ha conosciuti. L’ordine non è né alfabetico, né cronologico, né ideologico, né geografico; anzi, pare proprio un disordine: Benito Mussolini, Lenin, Stalin, Antonio Salazar, l’imperatore Bokassa, Mao Tse-dong, Nicolae Ceausescu, Adolf Hitler. I capitoli su Mussolini e Hitler sono i più lunghi, con titoli che sono giochi di parole un po’ azzardati (la duce vita, oppure un fuhrer chiamato desiderio).
Il libro, edito ora in Italia da Garzanti con il titolo ‘Le donne dei dittatori’ (405 pagg, 22,60 euro), va al di là dell’ammiccante fascetta “il rapporto segreto tra sesso e potere”, perché non di solo sesso si tratta, anche se spesso, e anzi quasi sempre, il sesso c’entra e parecchio. La Ducret ha conquistato, e tenuto per mesi, la vetta della classifica dei saggi più venduti in Francia un po’ perché il suo lavoro “si legge come un romanzo” –il complimento è di Daringtodo, un quotidiano online di arte, informazione culturale e spettacolo- e soprattutto perché quei personaggi continuano ad esercitare un fascino malsano sul grande pubblico del XXI Secolo.
Prima che una scrittrice, la Ducret, che ha studiato storia e filosofia all’Ecole Normale Supérieure , è una ricercatrice e un’autrice di programmi televisivi per History Channel e per altre reti televisive francesi. L’introduzione del libro presenta e commenta una sequela di lettere d’amore ai due dittatori feticcio delle tenebre europee fra le due guerre, il Fuehrer e il Duce: un fenomeno di adorazione e di soggezione che le cronache perpetuano nelle lettere d’amore che ricevono in carcere serial killer e criminali autori delle peggiori violenze, anche e specie sulle donne.
La stampa francese è stata prodiga di elogi per la Ducret, il cui libro l’edizione transalpina di Grazia ha giudicato «abbastanza scandaloso da farci molto divertire e abbastanza serio per non farci sentire in colpa» divertendoci, o almeno non rivoltandoci, di fronte ad alcuni episodi raccontati. E se L’Express esalta “i brillanti ritratti delle compagne di strada dei megalomani del XX secolo”, Le Point osserva che “il potere seduce ma fa impazzire” (chi lo esercita e chi gli sta accanto). Una morale non c’è: il detto ‘dimmi che donna hai e ti dirò che dittatore sei’ non vale. C’è la moglie che fa politica come Jang Qing e quella che se ne disinteressa come Claretta, c’è chi induce alla moderazione e chi alla crudeltà.
Certo, il libro non approfondisce tutte le donne dei dittatori raccontati, che più di una ne hanno avute, ma ne sceglie una per ciascuno: Claretta, Nadia, Mira, Felismina, Catherine, Jang Qing, Elena, Magda (che non di Hitler era la moglie, ma di Goebbels): “Si sono innamorate di un uomo crudele, violento e tirannico, l'hanno convinto che era bello, affascinante, onnipotente. A volte l'hanno dominato, a volte sono state tradite e ingannate. Alcune di loro sono state quasi più feroci del loro compagno. Spesso l'hanno seguito fino alla morte. Hanno tutte contribuito a plasmare le personalità più potenti e terribili del XX secolo”.
La Ducret ricostruisce gli incontri, le strategie di seduzione, gli amori, e successivamente il peso e l’influenza sulle politiche e sulle scelte e il destino delle donne che hanno intrecciato le loro vite con quelle di potenti crudeli, dal momento in cui sono entrate nel loro letto fino a quando –è il caso di Claretta, Elena e anche di Magda Goebbels come di Eva Braun- lo hanno accompagnato nel momento supremo. Il libro, ne dice l’editore italiano, “esplora i meccanismi più profondi e segreti del rapporto che lega sesso e potere. E, raccontandoci la storia da un'angolatura inedita, ci aiuta a capire l'attualità”. Uno degli ingredienti fondamentali del successo politico dei grandi leader, che non sempre sono dittatori, è proprio il fascino esercitato sulle donne. Hitler l’aveva capito: “L'importante è conquistare le donne, il resto arriva dopo” (e, spesso, è più facile).
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