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martedì 10 gennaio 2012

Spigoli: Ue, brevetto, l'Italia strabica tra Mr B e il Professore

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 10/01/2012

Soffre di strabismo in Europa –e non solo-, l’Italia del dopo Mr B: un occhio è quello del Caimano, con il suo lascito impegni mancati e di posizioni avventurose; l’altro è quello del Professore, che guarda più lontano della prossima scadenza elettorale, quando che sia. Così, succede che l’Italia, per decisione di Berlusconi e del suo governo, resta fuori, insieme alla Spagna, dal brevetto unico europeo per una malposta questione di orgoglio linguistico, mentre gli altri Paesi vanno avanti con la formula delle cosiddette ‘cooperazioni rafforzate’, un cavallo di battaglia italiano. Ma l’Italia di Monti prova a metterci un piede dentro e, in attesa che la Corte di Giustizia europea di Lussemburgo esamini un ricorso nel merito, cerca di creare le condizioni per ottenere la sede del tribunale del brevetto. E Milano, fra le città italiane, è in pole position. A svelare l’iniziativa, è EurActiv.it, portale d’informazione europea nuovo di zecca: il 30 dicembre il ministro Moavero, che aveva già corretto la posizione sul brevetto, scrive al governo danese chiedendo la riapertura dei termini per la presentazione della candidatura alla sede del tribunale , dopo che un’ipotesi d’intesa è saltata a dicembre: francesi e tedeschi, sempre loro, non si sono messi d’accordo sulla sede dell’ufficio centrale del brevetto europeo, che attualmente sta a Monaco e che i tedeschi vorrebbero ci rimanesse –anche perché un brevetto europeo su tre è tedesco-. Così, profittando delle beghe altrui, l’Italia tenta di tornare in gioco. Attenti, però, a non esporci al dileggio come quelli che non stanno al gioco, ma vogliono arbitrare.

domenica 8 gennaio 2012

Guantanamo: 10 anni d'abusi e una promessa mancata

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 08/01/2012

Una prigione “umana, ma non confortevole”: così il generale Mike Lehnert definiva, il 10 gennaio 2002, dieci anni or sono, la prigione allestita a Guantanamo, base americana all'estremità orientale di Cuba, per accogliere i prigionieri di guerra fatti in Afghanistan –talebani e membri di al Qaida- presi sotto custodia degli Stati Uniti. Citai le parole del generale in un dispaccio per l’ANSA, riferendo dichiarazioni alla Ap: Lehnert comandava una task force di 660 elementi incaricata
della costruzione di Campo Raggi X, circondato da torri di guardia e cinto da filo spinato.

Proprio quel giorno, cominciarono a giungervi dall’Afghanistan i detenuti, caricati su aerei cargo militari C-141 sulla base di Bagram, vicino a Kabul, o a Kandahar: allo sbarco, alcuni, di loro, tute arancioni, scarpe bianche, capelli rasati, incappucciati e con gli occhi bendati, mani legate, catene ai piedi, davano l'impressione di cercare di ribellarsi, ma erano chiaramente disorientati.

Il tono di quello e di altri dispacci, non solo miei e non solo dell’ANSA, fa chiaramente trasparire che i cronisti di quei giorni non capivano di essere testimoni dell’inizio di una delle vicende più contraddittorie e più degradanti della guerra al terrorismo: la detenzione, per anni, sommaria e illegale, di uomini e ragazzi, magari colpevoli d’atroci crimini e portatori di ideologie dell’odio, ma contro la stragrande maggioranza dei quali, individualmente, la giustizia americana e internazionale non sarebbe stata in grado di formulare una sola singola accusa giuridicamente fondata né d’individuare sedi di giudizio adeguate. Tribunali militari, commissioni speciali, corti di giustizia ordinarie: le Amministrazioni americane, quelle Bush prima, quella Obama poi, hanno oscillato di soluzione in soluzione, senza riuscire a trovarne una che soddisfacesse le ragioni della giustizia e del rispetto dei diritti dell’uomo.

Certo, il clima in cui l’idea della prigione di Guantanamo nacque era ancora quello degli attacchi all’America dell’11 Settembre 2011, appena quattro mesi prima: la guerra in Afghanistan era stata lanciata, il regime dei talebani a Kabul era stato rovesciato, sui campi di battaglia venivano catturati a bizzeffe “nemici combattenti” che custodire laggiù sarebbe stato rischioso. A Mazar-i-Sharif, un’insurrezione di prigionieri di guerra a fine novembre fece centinaia di vittime, fra cui l'agente della Cia Mike Spann, il primo americano caduto in Afghanistan. E i portavoce militari vantavano la massima sicurezza di Campo Raggi X, ma assicuravano che i detenuti sarebbero stati trattati nel rispetto della convenzione di Ginevra e che sarebbero stati loro garantiti contatti con la Croce rossa e con altre organizzazioni umanitarie non governative.

La storia della prigione di Guantanamo s’è poi intrecciata a tutte le forzature del diritto compiute nella guerra al terrorismo: la pratica delle ‘renditions’, la tolleranza della tortura, i trattamenti umilianti inflitti ai detenuti da secondini militari statunitensi –le foto del carcere di Abu Ghraib in Iraq fecero più danni alla credibilità dell’America di qualsiasi battaglia perduta-. La popolazione del Campo, che si pensava potesse toccare le 2.200 unità, non ha mai superato qualche centinaio di persone ed è ora scesa intorno alle 150 unità: detenuti liberati, o trasferiti nei Paesi di provenienza – anche l’Italia - o di cattura, o portati in prigioni continentali statunitensi; quelli giudicati si contano sulle dita di una mano.

La chiusura della prigione di Guantanamo era una promessa elettorale del presidente Obama: sarà una promessa mancata nel primo mandato. Tre anni non sono bastati a realizzarla, né l’obiettivo pare vicino: un po’ perché il mostro alimenta se stesso (quegli uomini non si sa perché siano detenuti, ma liberarli senza motivazione equivarrebbe ad ammettere di avere compiuto abusi); ed un po’ perché il partito della sicurezza, o della paura, resta forte negli Usa (del resto, molti degli ex di Guantanamo sono poi ricomparsi con ruoli chiavi nel terrorismo integralista mondiale; e uno, oggi, negozia per i talebani la ‘riconciliazione’ in Afghanistan).

Ma, ogni giorno che passa, la prigione di Guantanamo è una vittoria dei terroristi: mostra come l’Occidente sia pronto a rinunciare al rispetto dei propri principi di giustizia, equità, tolleranza, quando si tratta della propria sicurezza e dei diritti altrui. Presidente Obama, per piacere, chiudi quel carcere!

sabato 7 gennaio 2012

Usa: Navy Seals, eroismo, alienazione, smargiassate

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 07/02/2012

Fra i militari di ritorno dal fronte, i ‘rambo’ super-addestrati delle squadre speciali sono quelli che più soffrono di Ptsd, la sigla che in italiano sta per disturbo post-traumatico da stress: una ‘malattia’ già studiata dopo la Grande Guerra e la WW2, ma cui il Vietnam –a partire dall’intenso ‘Tornando a casa’ di Hal Ashby, con Jon Voight e Jane Fonda- e l’Iraq hanno conferito dignità letteraria e cinematografica. Garry B. Trudeau vi dedica alcune delle strisce più amare del suo Doonesbury.

I Navy Seals sono gli uomini delle squadre speciali della U.S. Navy: sono stati loro, il 1.o maggio 2011, a scovare e uccidere, nel suo covo di Abbottabad, in Pakistan, Osama bin Laden, il fondatore e il capo della rete terroristica al Qaida. Spesso eroi nelle cronache di guerra; e talora disadattati nelle cronache dopo il ritorno a casa: inclini alla violenza, in difficoltà nel ritrovare gli affetti
‘di prima’ e la vita ‘normale’.

Qualche volta, sono tragedie vere: famiglie in frantumi, comportamenti asociali, sparatorie. Altre, sono episodi minori: più smargiassate da capitan Fracassa, che fanno dubitare della qualità dell’addestramento, che drammi, anche se poi lo diventano. E’ il caso del militare di 22 anni rimasto anonimo che lotta contro la morte in un letto d’ospedale nei pressi di San Diego, dopo essersi ‘accidentalmente’ sparato alla testa con la sua pistola per fare colpo (letteralmente, ci è riuscito) su una ragazza appena conosciuta in un bar. I due avevano bevuto, lui decisamente troppo. Portatosi a casa la ragazza, il soldato non ha trovato di meglio che mostrarle le sue armi: lei, più lucida, s’è spaventata e gli ha chiesto di metterle via. E lui, per mostrarle che non c’era pericolo,
s’è puntato alla testa la pistola, che credeva scarica, e ha premuto il grilletto: il colpo era in canna ed è partito.

Pochi giorni or sono, i giornalisti americani avevano scelto l’uccisione di Osama come ‘top story’ del 2011, davanti al terremoto in Giappone, alla Primavera araba e alla crisi del debito in Europa (messa prima delle difficoltà economiche degli Stati Uniti). Ed è nel pieno la polemica su una fuga di notizie –presunta- gestita dalla Casa Bianca per alimentare con un film sul raid di Abbottabad l’immagine vincente del presidente Obama (la pellicola uscirà durante la campagna elettorale).

Gli uomini delle squadre speciali non sono solo protagonisti di storie cruente, come in agosto, quando 22 Navy Seals morirono nello schianto in Afghanistan di un elicottero Chinook, forse abbattuto dai talebani: molti facevano parte del Team 6, quello dell’azione contro Osama, anche se nessuno vi aveva preso parte. A volte sono coinvolti in storie strappalacrime: commosse l’America la foto di Hawkeye, occhio di falco, il cane di uno dei seals deceduti su quel Chinook, immobile e prostrato sulla bara del padrone avvolta nella bandiera a stelle e strisce. “Era lui il suo figliolo”, commentò una cugina del soldato morto, più a suo agio con gli animali che con le persone.

giovedì 5 gennaio 2012

Usa 2012: Iowa, vince Romney su Santorum, anzi no Obama

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 05/01/2012

Ha vinto Romney. Anzi, no, ha vinto Obama. Nelle assemblee dello Iowa che, martedì notte, hanno aperto la stagione delle primarie per scegliere i candidati dei maggiori partiti alla elezioni presidenziali del 6 novembre negli Stati Uniti, Barack Obama, che non ha avversari per la ‘nomination’ democratica, ha mobilitato 75mila elettori e ha arruolato 7500 volontari come militanti per la sua campagna. Una conferma del recupero di popolarità in atto da parte del presidente, cui un sondaggio Gallup attribuisce un indice di gradimento in risalita al 45%, dopo essere sceso nei mesi scorsi sul fondo dei trenta.

Per i repubblicani, dove la corsa alla nomination è aperta e incerta, sono andati a votare poco più di 120 mila elettori, E Mitt Romney, ex governatore del Massachussetts, imprenditore, mormone, s’è imposto per otto voti, 30.015 a 30.007, su Rick Santorum, ex senatore della Pennsylvania, avvocato, cattolico (e integralista). Ma se otto voti (nello Iowa) vi paiono pochi, vi sbagliate: li avesse avuti di vantaggio Santorum su Romney, sarebbero stati (quasi) insignificanti; ma li ha Romney su Santorum e, allora, pesano un sacco, perché significano che l’uomo che fin dall’inizio è stato il battistrada, ma che si porta dietro una patina da perdente, sa vincere anche in trasferta, su un terreno a lui sfavorevole.

Romney, infatti, non solo ha tenuto, ma s’è imposto nel primo test che contava, i caucuses di questo Stato del MidWest rurale e tendenzialmente conservatore, dove religione e ‘valori’, come li intendono gli americani, cioè sì alla vita e no all’aborto, contano. Dietro a lui, l’ex senatore della Pennsylvania, un italo-americano con sette figli, e poi Ron Paul, ex deputato del Texas, un ‘libertario’ che qui sperava di fare meglio, ma che ha la stamina per arrivare fino in fondo, come mostrò già quattro anni or sono, tenendo botta a John McCain e allo stesso Romney fino agli ultimi round.

I suffragi repubblicani si sono un po’ dispersi fra i sette in lizza: Romney il 24,6%, Santorum il 24,5%, Paul il 21,4%. Indietro Newt Gingrich, uno zombie politico degli Anni Novanta, poco più del 13%; Rick Perry, governatore del Texas, poco più del 10%; Michele Bachmann, deputata del Minnesota, icona del Tea Party, che qui aveva vinto un test di prova l’estate scorsa, poco più del 5%. L’altro mormone Jon Huntsman, ex ambasciatore in Cina, che nello Iowa s’è visto poco, ha raccolto 745 voti, manco l’1%. Il miliardario nero Herman Cain s’era fatto da parte dopo le accuse di molestie sessuali di sue ex dipendenti, ma ha preso lo stesso 56 voti.

Perry e la Bachmann stanno già tirando la lezione dalla batosta. Perry va a meditare nel suo Texas, ma manda un tweet di speranza ai suoi sostenitori, annunciando “Eccoci South Carolina” e lasciando quindi intendere che la corsa continua verso le prossime tappe, il New Hampshire, martedì prossimo, 10 gennaio e, appunto, la South Carolina, il 21 gennaio. La Bachmann, invece, sospende la campagna e annulla il viaggio in South Carolina: la sua corsa finisce qui, lacrime e delusione.

Partita a tre, scrive il New York Times e un po’ tutta la stampa americana. E forse partita già vinta per Romney. Ma il personaggio del giorno è Santorum, se non altro perché nessuno, prima di Natale, lo prendeva in considerazione. E, poi, ogni voto dello Iowa è costato a Romney 113 dollari, a Santorum neppure due.

L’ex governatore del Massachussetts, già organizzatore dei Giochi d’Inverno del 2002 a Salt Lake City, non ha finora sbagliato una mossa, ma non ne neppure fatto una vincente –gli è bastato assistere allo ‘squagliarsi’ dei suoi avversari l’uno dopo l’altro-. Santorum, molto vicino all’Amministrazione di George W. Bush, è sostenuto con riluttanza dalla destra religiosa evangelica, che, strada facendo, ha man mano bruciato i paladini suoi e del Tea Party. Paul, dei tre, è quello che ha la storia politica più densa, ma anche più stramba: da presidente, promette d’introdurre la ‘flat tax’, tassa unica con aliquota uguale per tutti, di abolire la Fed, la banca centrale degli Stati Uniti, e di richiamare in patria tutte le truppe Usa nel Mondo.

Le primarie nel New Hampshire proporranno un contesto politico e sociale totalmente diverso: siamo nel New England, la regione più liberal e più europea degli Stati Uniti. Romney, lì, è favorito –e incassa l’appoggio di McCain, che lo battè nel 2008-; Santorum dovrebbe, invece, essere in difficoltà, nonostante gli slogan ‘obamiani ‘tipo ‘We can win’, possiamo vincere; Paul, che ha dalla sua gli ‘under 30’, dovrebbe tenere bene, perché qui le sue idee libertarie attecchiscono –‘Live Free or Die’, vivere libero o morire, è il motto dello Stato-; Gingrich potrebbe tornare a galleggiare; Huntsman misurare il suo (scarso) peso reale.

Intanto, Obama, appena tornato a Washington dalle vacanze alle Hawaii, lancia un messaggio video in cui mostra capelli improvvisamente bianchi: si era già notato il suo ‘sale e pepe’,, ma qui appare quasi un vecchio. Segno che il potere forse non logora, ma incanutisce. Il tono, però, è battagliero e galvanizzante: chiede altri quattro anni per cambiare l’America. Nei primi quattro, a dire il vero, ci ha provato poco.

mercoledì 4 gennaio 2012

Usa 2012: Iowa, se otto voti vi sembrano pochi...

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 04/01/2012

Se otto voti (nello Iowa) vi sembrano pochi, vi sbagliate. Certo, li avesse avuti di vantaggio Rick Santorum su Mitt Romney, sarebbero stati insignificanti. Ma li ha Romney su Santorum e, allora, pesano un sacco: significano che l’ex governatore del Massachussetts, mormone, fin dall’inizio battistrada nella corsa alla nomination repubblicana alla Casa Bianca, sa vincere anche sul terreno a lui più sfavorevole.

Romney, infatti, non solo ha tenuto, ma s’è imposto nel primo test che contava, i caucuses, cioè le assemblee, di questo Stato del MidWest rurale e tendenzialmente conservatore, dove religione e ‘valori’, come li intendono gli americani, contano. Dietro a lui, sia pure di otto voti soltanto, Santorum, ex senatore della Pennsylvania, e poi Ron Paul, un ‘libertario’ che qui sperava di fare meglio (ma che ha la stamina per arrivare fino in fondo).

In tutto, i voti espressi sono stati circa 120mila. Romney ne ha avuti 30015, Santorum 30007 (entrambi, un po’ più del 24,5%); Paul 26.219 (il 21,4%). Santorum, cattolico, conservatore, è sostenuto dalla destra evangelica, che, strada facendo, ha man mano bruciato i paladini suoi e del Tea Party.

Michele Bachman, deputata del Minnesota, ha preso poco più del 5%, Rick Perry, governatore del Texas, poco più del 10%. Newt Gingrich, uno zombie politico degli Anni Novanta, poco più del 13% (e potrebbe comunque sopravvivere). Il miliardario nero pizzaiolo Herman Cain s’era fatto da parte da solo affondato dalle accuse di molestie sessuali di sue ex dipendenti.

Martedì prossimo, il 10, le primarie nel New Hampshire saranno in un contesto politico e sociale totalmente diverso: New England, la regione più liberal e più europea degli Stati Uniti. Romney, lì, è favorito; Santorum dovrebbe, invece, essere in difficoltà. La Bachman e Perry potrebbero anche non arrivarci, così come l’altro mormone Jon Huntsman, che nello Iowa non è arrivato all’1%. Partita a tre, scrive il New York Times e tutta la stampa americana. O, forse, partita già vinta per Romney.

martedì 3 gennaio 2012

Iran: rombi di guerra nel Golfo, i 'buoni' e i 'cattivi'

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/01/2012

IRAN 1 – I ‘guerrafondai’

Un vero e proprio ‘partito della guerra tra l’Iran e l’Occidente’ non esiste; o, almeno, non dovrebbe esistere, fatte salve frange di estremisti integralisti in Iran e, magari, pure in Israele, dove la fazione dell’attacco preventivo non è mai morta –e forse ha già colpito, con i sabotaggi in impianti nucleari iraniani-. Ma un ‘partito del rialzo della tensione’ c’è di sicuro, in Iran, in Israele e negli Stati Uniti.

Ad animarlo, interessi diversi. In Iran, dove il regime è traversato da contrasti interni, fra i fautori della linea dura del presidente Ahmadinejad e i partigiani del dialogo con i moderati, l’innalzamento del livello del confronto consente al potere di compattare il sostegno dell’opinione pubblica, chiamata a parare un attacco che viene dall’esterno.

In Israele, dove la minaccia di un Iran dotato dell’arma nucleare è percepita con più forza, ed è forse esagerata, c’è chi pensa che il manifestarsi d’un potenziale focolaio di tensione e di conflitto ri-concentri l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla pericolosità della regione. In tale ottica i progressi verso la democrazia dei Paesi protagonisti della Primavera araba portano una percezione, falsa e pericolosa, di maggiore sicurezza, mentre, invece, almeno nell’analisi israeliana, ma non solo, le incertezze della situazione in Egitto, il mix di proteste e di repressione in Siria –ormai vicina alla guerra civile- e le ingerenze iraniane in tutta la Regione, oltre alle divisioni palestinesi, accrescono l’instabilità del Medio Oriente e non la diminuiscono di sicuro.

Negli Stati Uniti, infine, in un anno elettorale, la Casa Bianca può avere interesse, per motivi sostanzialmente analoghi a quelli del regime iraniano, a fare crescere la percezione di una minaccia esterna, militare o terroristica, perché ciò suscita sentimenti di solidarietà nazionale e fa scattare il riflesso a stringersi intorno al presidente, aumentandone, quindi, le possibilità di conferma per un secondo mandato. Ma, nonostante le scontate dichiarazioni che ‘tutte le opzioni sono aperte’ e che ‘il ricorso alla forza non è escluso’, Barack Obama e la sua Amministrazione non hanno intenzione di arrivare fino a quel punto.

 
IRAN 2 – I ‘pacifisti’

A parole, tutti vogliono un abbassamento della tensione tra l’Iran e l’Occidente, usando a sostegno concetti nobili come la pace e il dialogo fra i popoli (ma avendo magari in mente libertà degli affari e la sicurezza energetica). Nei fatti, i più interessati a che la situazione resti sotto controllo e, anzi, si raffreddi sono i Paesi europei, specie quelli come la Francia, la Germania e anche l’Italia, che fanno affari con l’Iran e ne comprano energia. E, poi, ci sono Russia e Cina: Mosca è il ‘grande protettore’ dei programmi nucleari civili iraniani, Pechino è ostile ad ogni eco di egemonia internazionale degli Stati Uniti. E il ‘partito della pace’ annovera nelle sue fila i Paesi arabi del Medio Oriente preoccupati dell’impatto d’un conflitto nella Regione.

Gli europei sono, però, tra l’incudine e il martello: da una parte, non vogliono rompere con l’Iran e neppure giungere a un confronto nel Golfo che ne rallenti, se non addirittura interrompa, il flusso energetico e commerciale; dall’altra, non vogliono prendere le distanze dagli Stati Uniti e sono partecipi del rischio d’instabilità che un Iran dotato della ‘bomba’ costituirebbe, non solo per il Medio Oriente. Ecco, allora, Bruxelles percorrere, insieme a Washington, ma in contrasto con Russia e Cina, la via dell’inasprimento delle sanzioni per via europea o bilaterale, visto che all’Onu russi e cinesi hanno il potere di bloccare le misure. Con contraccolpi economici e finanziari immediati, vista la caduta del rial nelle ultime ore.

Infine, al partito della pace s’iscrivono, almeno per il momento, anche i più bellicosi e guerrafondai dei candidati alla nomination repubblicana alla Casa Bianca: la loro non è una scelta di principio, ma di comodo. Tranne i due mormoni Romney, un politico d’esperienza preparato a 360 gradi, e Huntsman, un ex ambasciatore in Cina che sulla politica estera è a suo agio, gli altri sono dilettanti in materia e hanno già dato prova della loro ignoranza negli affari internazionali: c’è chi non sa dove stia la Libia e chi non sa che gli Stati Uniti hanno partecipato al conflitto libico. Meglio che il tema resti fuori dalla campagna elettorale, così da non rischiare gaffes letali. Al momento buono, se ci sarà da menar le mani, loro saranno pronti; o, meglio, sarebbero, perché gli elettori americani alla Casa Bianca non ce li manderanno.

lunedì 2 gennaio 2012

USA 2012: Iowa, da una Rieti d'America alla Casa Bianca

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 02/01/2012

Usa 2012, si comincia a fare sul serio. Beh, insomma, non esageriamo: domani, è come se ci fossero le primarie in provincia di Rieti per scegliere il candidato premier d’un partito italiano alle prossime elezioni politiche. Uno penserebbe: “Rieti?; e chi se ne importa”, un trafiletto nella pagine della politica e può bastare. Perché lo Iowa, lo stato rurale del MidWest che apre, domani, la selezione del candidato repubblicano alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, sta all’Unione un po’ come la provincia di Rieti sta all’Italia: capitale Des Moines, due senatori –come tutti gli Stati USA-, quattro deputati, sei grandi elettori (su 538); e non è neppure al centro del paese, come, invece, Rieti.

Il rito dei ‘caucuses’, assemblee dal nome indiano e dai meccanismi complicati e differenziati, tradizionale avvio della corsa alla ‘nomination’, stavolta solo repubblicana – i democratici il loro candidato l’hanno già, il presidente uscente Barack Obama -, ha, invece, ogni quattro anni, un eccezionale impatto mediatico internazionale. Non perché gli elettori dello Iowa ci azzecchino sovente e scelgano il futuro vincitore –anzi, spesso non accade-, ma perché i più sonoramente bocciati nello Iowa si fanno da parte, evitando di spendere altri soldi in una gara persa: il gruppo si sfoltisce e solo i più forti restano in lizza.

Così, potrà accadere che, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, uno o più degli aspiranti alla nomination repubblicana –sette più uno, Herman Cain, che s’è messo in panchina da solo, prima che ce lo mettesse l’opinione pubblica, per le accuse di violenza sessuale mossegli da sue ex dipendenti- decidano di ritirarsi.

I repubblicani non hanno ancora espresso un chiaro favorito per la nomination 2012. Il candidato più costante nelle posizioni di testa dei sondaggi è Mitt Romney, che però non ha, o non ha ancora, una credibilità presidenziale, mentre gli altri suscitano fiammate d’entusiasmo quando scendono in campo –volta a volta, Michele Bachmann, Richard Perry, lo stesso Cain, da ultimo Newt Gingrich-, ma poi, nel giro di qualche settimana, mostrano crepe e debolezze che li fanno calare nella considerazione degli elettori.

Lo Iowa s’addice all’ex senatore ‘libertario’ Ron Paul e all’integralista cattolico Rick Santorum, che era finora stato sempre in coda al gruppo e che è invece emerso negli ultimi giorni. Non è, invece, adatto a Jon Huntsman, mormone come Romney, ex ambasciatore degli Usa in Cina, e, sulla carta, neppure a Romney, troppo intellettuale per chi vive da quelle parti.

Così come si presentano le cose oggi, il campo repubblicano appare più indebolito che rafforzato dall’emergere del Tea Party e sembra destinato alla sconfitta, se la crisi economica non porterà al disastro l’America e Obama. Il Tea Party non è così forte da imporre un proprio presidente alla Casa Bianca, neppure se alleato con l’informale ma fortissimo ‘partito evangelico’, ma può condizionare la scelta del candidato repubblicano; e un candidato troppo conservatore e troppo qualunquista faticherebbe a motivare l’elettorato di centro, pur deluso da Obama. E proprio l’incertezza dei repubblicani, che, l’uno dopo l’altro, paiono ‘divorare’ i loro potenziali favoriti costituisce un vantaggio per Obama.