Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 06/02/2012
Ci sono (piccole) soddisfazioni che ti ricompensano di (grandi) fatiche. Lunedì mattina, dopo il week-end della “grande neve a Roma”: incontri sul portone il vicino del piano di sopra, un sorriso e il complimento, “Ha spalato lei la neve ieri, vero? Si vede: il nostro e’ il marciapiede meglio pulito della strada”. E tu ti senti beato, senza neppure stare a chiederti perché a spalare non ci sia messo pure lui.
In fondo, già domenica non t’era dispiaciuto quell’esercizio, naturale per chi ha abitato a lungo in posti dove la neve cade abbondante ogni inverno. A Washington, e ovunque negli Usa, i cittadini sanno che, finita la nevicata, devono liberare il marciapiede davanti alla loro abitazione: se non lo fai, ti becchi la multa e resti bollato con un marchio d’infamia nel quartiere, oltre a rischiare cause per risarcimento da chi scivola e cade sul ghiaccio del tuo marciapiede.
E, così, dopo la neve, tutti a spalare, in un clima di solidarietà fra vicini: ci si presta gli attrezzi, si chiacchiera di sport nelle pause (purtroppo, ti tocca parlare del Super-Bowl, invece che del rigore solare –l’aggettivo è climatico- negato alla Juventus). Spalare è un esercizio che stimola la partecipazione, anche a Roma: domenica, passanti che incoraggiano e padroni di cani che sospingono in là i loro quadrupedi perché rispettino il marciapiede appena liberato.
Certo, qui mancano gli attrezzi adatti e ci s’arrangia un po’: scope come badili e niente carriole. Del resto, una nevicata così arriva una volta ogni generazione: logico che uno non abbia in casa nel centro pale e carriole; così come è logico che il Comune sia meno attrezzato di Ottawa contro l’ ‘emergenza inverno’. Credo che tutti siano disposti ad accettarlo e a convenirne: giudicheremmo uno spreco se Roma disponesse d’una flotta di mezzi anti-neve, da tenere in efficienza per usarli del tutto saltuariamente. E, almeno in città, i disagi sono stati, in fondo, limitati e comunque contenibili con comportamenti personali appropriati e prudenti.
Ma allora perché trasformare un’occasione di solidarietà in un momento di rissa? La neve, qui, viene troppo di rado perché ci si possa contare per un corso annuo di educazione civica. Ma non si perde un pretesto, quali che siano i livelli di responsabilità, per esercitare la mancanza d’educazione, non solo civica, di chi gioca sempre e solo allo scarica barile. C’è sempre un altro da additare; e “il dottore è sempre fuori stanza” (e state tranquilli che non è mai a spalare).
lunedì 6 febbraio 2012
domenica 5 febbraio 2012
Usa 2012: Nevada, la tripletta di Romney vale oro
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 05/02/2012
E tre: dopo il New Hampshire e la Florida, Mitt Romney vince pure le primarie in Nevada e continua a incamerare delegati –ne ha ancora pochi, però, in assoluto- e finanziatori ‘eccellenti’, cioè ricchissimi. Come in Florida, anche in Nevada l’ex governatore del Massachussetts stacca nettamente il suo maggiore rivale, Newt Gingrich, 44% contro 25% -i dati non sono definitivi-. Questa volta, Gingrich gli resta ben dietro pure sommando i suoi voti a quelli dell’altro candidato religioso e conservatore, Rick Santorum, che gli contende i favori di evangelici e Tea Party.
Il risultato del Nevada, quasi scontato, non cambia molto nella corsa alla nomination repubblicana, che avrà altre tre tappe martedì 7, nel Missouri, in Colorado, dove sta facendo campagna Santorum, che non parla –per ora- di ritiro, e in Minnesota, dove è già arrivato il terzo incomodo Ron Paul, portavoce libertario che, ovunque va, annuncia la sua ‘rivoluzione’: neo-isolazionismo, abolizione della Fed e drastica riduzione dell’intervento pubblico nel sociale e nell’economia-. In Nevada, Paul è stato terzo, al 18%, meglio di Santorum.
Romney vinse in Nevada anche nel 2008, il che non gli impedì, però, di perdere la nomination, finendo dietro John McCain, poi battuto nelle presidenziali da Barack Obama. Da Reno, la capitale dello Stato del gioco d’azzardo e dei matrimoni facili, l’ex governatore del Massachussetts parla già da candidato repubblicano alla presidenza: “Mi avete ridato il vostro voto. Questa volta, lo porterò alla Casa Bianca”; e attacca solo il presidente Obama, non i suoi rivali: “Obama aprì il suo mandato chiedendo scusa per l’America. Ora, deve chiedere scusa all’America”.
Gingrich, invece, evita il bagno di folla fra i suoi fans delusi, si limita a una conferenza stampa, smentisce tutte le voci d’un suo abbandono e se la prende con Romney, “Non ho mai visto accanto a me in un dibattito un candidato così apertamente falso. Se lo è ora (falso, ndr), come sarebbe se fosse presidente?”.
Sarà falso, Romney, ma è ricco, del suo e dei suoi finanziatori. Nei giorni scorsi, ne è uscita la lista, che ha rivelato come il potere finanziario ed economico americano sostenga il candidato mormone: ieri, s’è saputo che i fratelli Kock, magnati del carbone ultra-conservatori, si sono aggiunti alla lista dei paperoni d’America che vogliono cacciare dalla Casa Bianca il presidente Obama. Il quale punta sempre sulla colletta via internet fra milioni di cittadini. Gingrich, invece, ha dalla sua soltanto il re dei casino di Las Vegas: in Nevada, avrebbe dovuto giocare in casa ed ha perso.
E tutto il mese di febbraio rischia di essere un calvario per l’ex speaker della Camera, Penna Bianca della politica americana: Romney, nel 2008, vinse in Colorado e in Minnesota, dove si vota martedì; l’11, poi, si conteranno i suffragi nel Maine, dove le assemblee sono in corso; e,quindi sarà la volta del Michigan, dove Romney è cresciuto e dove suo padre è stato governatore.
Per trovare terreni a lui favorevoli, Gingrich deve arrivare al 6 marzo, il ‘Super-Martedì’, quando si voterà in una dozzina di Stati, molti del Sud e ci saranno in palio oltre 400 candidati. Per ottenere la nomination, ne occorrono 1.444 (e finora non ne sono stati assegnati neppure 150).
E tre: dopo il New Hampshire e la Florida, Mitt Romney vince pure le primarie in Nevada e continua a incamerare delegati –ne ha ancora pochi, però, in assoluto- e finanziatori ‘eccellenti’, cioè ricchissimi. Come in Florida, anche in Nevada l’ex governatore del Massachussetts stacca nettamente il suo maggiore rivale, Newt Gingrich, 44% contro 25% -i dati non sono definitivi-. Questa volta, Gingrich gli resta ben dietro pure sommando i suoi voti a quelli dell’altro candidato religioso e conservatore, Rick Santorum, che gli contende i favori di evangelici e Tea Party.
Il risultato del Nevada, quasi scontato, non cambia molto nella corsa alla nomination repubblicana, che avrà altre tre tappe martedì 7, nel Missouri, in Colorado, dove sta facendo campagna Santorum, che non parla –per ora- di ritiro, e in Minnesota, dove è già arrivato il terzo incomodo Ron Paul, portavoce libertario che, ovunque va, annuncia la sua ‘rivoluzione’: neo-isolazionismo, abolizione della Fed e drastica riduzione dell’intervento pubblico nel sociale e nell’economia-. In Nevada, Paul è stato terzo, al 18%, meglio di Santorum.
Romney vinse in Nevada anche nel 2008, il che non gli impedì, però, di perdere la nomination, finendo dietro John McCain, poi battuto nelle presidenziali da Barack Obama. Da Reno, la capitale dello Stato del gioco d’azzardo e dei matrimoni facili, l’ex governatore del Massachussetts parla già da candidato repubblicano alla presidenza: “Mi avete ridato il vostro voto. Questa volta, lo porterò alla Casa Bianca”; e attacca solo il presidente Obama, non i suoi rivali: “Obama aprì il suo mandato chiedendo scusa per l’America. Ora, deve chiedere scusa all’America”.
Gingrich, invece, evita il bagno di folla fra i suoi fans delusi, si limita a una conferenza stampa, smentisce tutte le voci d’un suo abbandono e se la prende con Romney, “Non ho mai visto accanto a me in un dibattito un candidato così apertamente falso. Se lo è ora (falso, ndr), come sarebbe se fosse presidente?”.
Sarà falso, Romney, ma è ricco, del suo e dei suoi finanziatori. Nei giorni scorsi, ne è uscita la lista, che ha rivelato come il potere finanziario ed economico americano sostenga il candidato mormone: ieri, s’è saputo che i fratelli Kock, magnati del carbone ultra-conservatori, si sono aggiunti alla lista dei paperoni d’America che vogliono cacciare dalla Casa Bianca il presidente Obama. Il quale punta sempre sulla colletta via internet fra milioni di cittadini. Gingrich, invece, ha dalla sua soltanto il re dei casino di Las Vegas: in Nevada, avrebbe dovuto giocare in casa ed ha perso.
E tutto il mese di febbraio rischia di essere un calvario per l’ex speaker della Camera, Penna Bianca della politica americana: Romney, nel 2008, vinse in Colorado e in Minnesota, dove si vota martedì; l’11, poi, si conteranno i suffragi nel Maine, dove le assemblee sono in corso; e,quindi sarà la volta del Michigan, dove Romney è cresciuto e dove suo padre è stato governatore.
Per trovare terreni a lui favorevoli, Gingrich deve arrivare al 6 marzo, il ‘Super-Martedì’, quando si voterà in una dozzina di Stati, molti del Sud e ci saranno in palio oltre 400 candidati. Per ottenere la nomination, ne occorrono 1.444 (e finora non ne sono stati assegnati neppure 150).
sabato 4 febbraio 2012
Stragi naziste in Italia: Corte l'Aja, la Germania vince ancora
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 04/02/2012
Non ci sarà indennizzo per le vittime civili delle stragi naziste in Italia, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Boves, tutti i circa 400 eccidi di quella guerra sporca (15mila i morti). La Corte di giustizia internazionale dell'Aja ha accolto il ricorso della Germania contro l'Italia per ottenere il blocco dei risarcimenti per i crimini compiuti dal Terzo Reich. Per i giudici, il diritto internazionale riconosce a Berlino l'immunità per quei reati.
La sentenza è definitiva: giustizia è fatta, la giustizia degli uomini, perché quella assoluta, se ve n’è una, e quella della storia non concedono prescrizioni e tanto meno immunità per simili crimini. In politica estera, spesso si parla di ‘realpolitik’, una parola tedesca. Questa volta, si potrebbe parlare di ‘realjustiz’: la sentenza blocca sul nascere una spirale di rivendicazioni, tiene chiuso il vaso di Pandora dei ‘revanchismi’ di un secolo di decisioni controverse, dal Trattato di Versailles del ’19 (la ‘pugnalata alla schiena’ per i tedeschi, la ‘vittoria mutilata’ per gli italiani).
Nella lunga sentenza -80 minuti la lettura-, la Corte accoglie tutti i punti del ricorso tedesco. E i giudici avallano la richiesta di Berlino di "ordinare all'Italia” di fare quanto necessario perché le decisioni contestate siano nulle e perché i suoi tribunali non pronuncino più sentenze del genere.
Il verdetto non desta sorpresa; e trova reazioni misurate. Il ministro degli esteri tedesco Westerwelle dice: "E' positivo ed è negli interessi di tutti avere una certezza legale"; e ricorda che "il ricorso non era contro le vittime del nazionalsocialismo”, né “vuole mettere in dubbio la responsabilità tedesca per i crimini della seconda guerra mondiale”. Il ministro italiano Terzi dichiara “rispetto” per la sentenza e prospetta “un dialogo” tra Roma e Berlino. Altri hanno parole più amare.
Il contenzioso Italia / Germania presso il più alto organo giudiziario Onu risale al dicembre 2008, quando Berlino fece ricorso contro la sentenza della Cassazione del 21 ottobre 2008 che riconosceva la Germania 'mandante' dei militari nazisti che il 29 giugno 1944 uccisero 203 abitanti di Civitella, Cornia e San Pancrazio (Arezzo), sparando a bambini, donne, uomini e vecchi.
Non ci sarà indennizzo per le vittime civili delle stragi naziste in Italia, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Boves, tutti i circa 400 eccidi di quella guerra sporca (15mila i morti). La Corte di giustizia internazionale dell'Aja ha accolto il ricorso della Germania contro l'Italia per ottenere il blocco dei risarcimenti per i crimini compiuti dal Terzo Reich. Per i giudici, il diritto internazionale riconosce a Berlino l'immunità per quei reati.
La sentenza è definitiva: giustizia è fatta, la giustizia degli uomini, perché quella assoluta, se ve n’è una, e quella della storia non concedono prescrizioni e tanto meno immunità per simili crimini. In politica estera, spesso si parla di ‘realpolitik’, una parola tedesca. Questa volta, si potrebbe parlare di ‘realjustiz’: la sentenza blocca sul nascere una spirale di rivendicazioni, tiene chiuso il vaso di Pandora dei ‘revanchismi’ di un secolo di decisioni controverse, dal Trattato di Versailles del ’19 (la ‘pugnalata alla schiena’ per i tedeschi, la ‘vittoria mutilata’ per gli italiani).
Nella lunga sentenza -80 minuti la lettura-, la Corte accoglie tutti i punti del ricorso tedesco. E i giudici avallano la richiesta di Berlino di "ordinare all'Italia” di fare quanto necessario perché le decisioni contestate siano nulle e perché i suoi tribunali non pronuncino più sentenze del genere.
Il verdetto non desta sorpresa; e trova reazioni misurate. Il ministro degli esteri tedesco Westerwelle dice: "E' positivo ed è negli interessi di tutti avere una certezza legale"; e ricorda che "il ricorso non era contro le vittime del nazionalsocialismo”, né “vuole mettere in dubbio la responsabilità tedesca per i crimini della seconda guerra mondiale”. Il ministro italiano Terzi dichiara “rispetto” per la sentenza e prospetta “un dialogo” tra Roma e Berlino. Altri hanno parole più amare.
Il contenzioso Italia / Germania presso il più alto organo giudiziario Onu risale al dicembre 2008, quando Berlino fece ricorso contro la sentenza della Cassazione del 21 ottobre 2008 che riconosceva la Germania 'mandante' dei militari nazisti che il 29 giugno 1944 uccisero 203 abitanti di Civitella, Cornia e San Pancrazio (Arezzo), sparando a bambini, donne, uomini e vecchi.
venerdì 3 febbraio 2012
Privacy: proposte Ue, riserve garante, contrasti Reding-Kroes
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/02/2012
I toni sono cortesi, ma la sostanza è dura: le Autorità per la protezione dei dati e la tutela della privacy di molti Paesi dell’Unione europea hanno riserve sulle proposte presentate la scorsa settimana dalla Commissione di Bruxelles, un regolamento e una bozza di direttiva, il primo intervento normativo europeo in materia dal 1995 -17 anni fa, quando la rete era molto meno diffusa e invasiva-. Francesco Pizzetti, il garante italiano, anima il fronte della critica nei contenuti all’iniziativa dell’Esecutivo dell’Ue, pur nel contesto “di un generale apprezzamento positivo”.
Per la rete, è un momento di allarmi, in Italia, in Europa, negli Usa, globali. Da noi, il dibattito sulle proposte di Bruxelles s’intreccia con le polemiche sul ‘bavaglio al web’, che un emendamento leghista voleva inserire nella Legge Comunitaria 2011: alla fine, l'ipotesi che gli hosting provider dovessero eliminare o rendere inaccessibile qualunque contenuto ospitato sui loro server su richiesta di un qualunque soggetto interessato è stata cancellata.
Negli Stati Uniti, Camera e Senato, sommersi da proteste e critiche, hanno frenato l’esame di provvedimenti dalle buffe sigle (Sopa e Pipa) che sanno di censura in rete. E, a livello globale, suscita reazioni contrastanti l'accordo multilaterale contro la contraffazione e la pirateria (in inglese Acta, acronimo di Anti-counterfeiting trade agreement), in discussione da molti anni, ma ora giunto al punto d’arrivo.
Delle proposte europee, il garante Pizzetti aveva subito rilevato che "rispondono ai cambiamenti già avvenuti, ma rischiano di non essere sufficientemente flessibili per intervenire sui processi di cambiamento futuri". E’ "una normativa molto dettagliata che fa tesoro dell’esperienza accumulata. Attualmente –osserva però Pizzetti-, conta molto il contesto internazionale: da questo punto di vista una normativa così minuziosa può rappresentare un potenziale ostacolo a forme di accordo internazionali".
Da un incontro fra la Commissione e il comitato delle Autorità nazionali, è emerso che le riserve di Pizzetti trovano larga eco: Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo e altri Paesi le condividono.“Non mettiamo la polvere sotto il tappeto”, è stato l’invito di Pizzetti, ieri, a un incontro confronto organizzato dalla rappresentanza in Italia dell’Esecutivo.
Di varia natura rilievi e obiezioni: da una parte, le Autorità non sono inclini a cedere poteri alla Commissione, anche sulla base di motivate considerazioni giuridiche (e sospettano Bruxelles di mirare a una gestione autocratica); dall'altra, osservano che fare regole europee, e farle per di più rigide, dove la materia è globale, e cangiante, può risultare alla meglio inutile e alla peggio controproducente. C’è, cioè, il rischio di costruire una ‘fortezza Europa’, per di più sapendola fin dall’inizio destinata a cadere (o, comunque, a non servire).
I negoziati nel Consiglio dei Ministri dell’Ue e nel Parlamento europeo andranno avanti a lungo. E, all’interno dell’Esecutivo, vi sono posizioni dialettiche: Neelie Kroes, olandese, responsabile dell’agenda informatica, è più sensibile all’internazionalizzazione della materia di Viviane Reding, lussemburghese, responsabile della Giustizia, titolare del dossier. E le nuove regole, se va bene, scatteranno fra due anni, quando l'evoluzione della tecnologia potrebbe già averle rese obsolete.
I toni sono cortesi, ma la sostanza è dura: le Autorità per la protezione dei dati e la tutela della privacy di molti Paesi dell’Unione europea hanno riserve sulle proposte presentate la scorsa settimana dalla Commissione di Bruxelles, un regolamento e una bozza di direttiva, il primo intervento normativo europeo in materia dal 1995 -17 anni fa, quando la rete era molto meno diffusa e invasiva-. Francesco Pizzetti, il garante italiano, anima il fronte della critica nei contenuti all’iniziativa dell’Esecutivo dell’Ue, pur nel contesto “di un generale apprezzamento positivo”.
Per la rete, è un momento di allarmi, in Italia, in Europa, negli Usa, globali. Da noi, il dibattito sulle proposte di Bruxelles s’intreccia con le polemiche sul ‘bavaglio al web’, che un emendamento leghista voleva inserire nella Legge Comunitaria 2011: alla fine, l'ipotesi che gli hosting provider dovessero eliminare o rendere inaccessibile qualunque contenuto ospitato sui loro server su richiesta di un qualunque soggetto interessato è stata cancellata.
Negli Stati Uniti, Camera e Senato, sommersi da proteste e critiche, hanno frenato l’esame di provvedimenti dalle buffe sigle (Sopa e Pipa) che sanno di censura in rete. E, a livello globale, suscita reazioni contrastanti l'accordo multilaterale contro la contraffazione e la pirateria (in inglese Acta, acronimo di Anti-counterfeiting trade agreement), in discussione da molti anni, ma ora giunto al punto d’arrivo.
Delle proposte europee, il garante Pizzetti aveva subito rilevato che "rispondono ai cambiamenti già avvenuti, ma rischiano di non essere sufficientemente flessibili per intervenire sui processi di cambiamento futuri". E’ "una normativa molto dettagliata che fa tesoro dell’esperienza accumulata. Attualmente –osserva però Pizzetti-, conta molto il contesto internazionale: da questo punto di vista una normativa così minuziosa può rappresentare un potenziale ostacolo a forme di accordo internazionali".
Da un incontro fra la Commissione e il comitato delle Autorità nazionali, è emerso che le riserve di Pizzetti trovano larga eco: Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo e altri Paesi le condividono.“Non mettiamo la polvere sotto il tappeto”, è stato l’invito di Pizzetti, ieri, a un incontro confronto organizzato dalla rappresentanza in Italia dell’Esecutivo.
Di varia natura rilievi e obiezioni: da una parte, le Autorità non sono inclini a cedere poteri alla Commissione, anche sulla base di motivate considerazioni giuridiche (e sospettano Bruxelles di mirare a una gestione autocratica); dall'altra, osservano che fare regole europee, e farle per di più rigide, dove la materia è globale, e cangiante, può risultare alla meglio inutile e alla peggio controproducente. C’è, cioè, il rischio di costruire una ‘fortezza Europa’, per di più sapendola fin dall’inizio destinata a cadere (o, comunque, a non servire).
I negoziati nel Consiglio dei Ministri dell’Ue e nel Parlamento europeo andranno avanti a lungo. E, all’interno dell’Esecutivo, vi sono posizioni dialettiche: Neelie Kroes, olandese, responsabile dell’agenda informatica, è più sensibile all’internazionalizzazione della materia di Viviane Reding, lussemburghese, responsabile della Giustizia, titolare del dossier. E le nuove regole, se va bene, scatteranno fra due anni, quando l'evoluzione della tecnologia potrebbe già averle rese obsolete.
giovedì 2 febbraio 2012
Usa 2012: Romney vince e ci ricasca, ma ora è protetto
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 02/02/2012
Mitt Romney vince e ci ricasca. Il battistrada repubblicano non è più preciso come un metronomo e, soprattutto, non è più a tenuta di gaffe: aveva già ‘sbarellato’ una volta, dicendo che a lui “piace licenziare” –e gli elettori repubblicani, almeno quelli della Florida, gliel’hanno perdonata-; e, ora, dopo avere incamerato successo e delegati alla convention, 50 tutti in una volta, dichiara alla Cnn
di “non essere preoccupato per i poveri” d’America, perché “loro hanno una rete di protezione”, e neppure per i ricchi –bontà sua-, ma di volersi concentrare “su come aiutare il ceto medio”.
Ora, è vero che negli Usa i più poveri spesso non vanno a votare (e che, se ci vanno, rarissimamente votano repubblicano). Ma Romney quella dichiarazione a rischio boomerang poteva evitarsela: avrà anche un nuovo allenatore per i dibattiti, Brett O’Donnell, di cui si dicono meraviglie, ma gli serve pure un allenatore per le interviste. E non è stato un lapsus: l’ha detto e l’ha ripetuto, i poveri sono poveri, crisi o non crisi, mentre la recessione è sentita soprattutto dalla classe media. Ecco un brano delle sue dichiarazioni: “Sono preoccupato per il cuore dell’America, quel 90-95% di cittadini che in questo momento stanno lottando”; mentre “sono fiducioso che buoni pasto, buoni alloggio, programmi Medicaid e altre forme di assistenza siano in grado di tenere a galla i più poveri”. Insomma, a loro basta la carità, sia pure di Stato.
E’ vero che anche il presidente Barack Obama imposta la sua campagna sulla classe media, puntando ad esempio su una riforma fiscale che non la penalizzi rispetto ai più ricchi e a chi guadagna non lavorando ma speculando. Però, resta l’impressione che Romney sia di nuovo inciampato nelle sue parole, proprio nel giorno in cui i risultati delle primarie in Florida lo rilanciano in testa, dopo la battuta d’arresto nella South Carolina, anche se non gli consegnano ancora la nomination.
Il mormone milionario vince a mani basse (il 46% dei suffragi), ma la partita non è ancora vinta: ‘penna bianca’ Newt Gingrich finisce staccato di 14 punti, ma, se si sommano ai suoi voti quelli dell’integralista cattolico Rick Santorum (13%), fa praticamente match pari. L’operazione non è cervellotica: Santorum, ex senatore, ultra-conservatore, vincitore a sorpresa nello Iowa il 3 gennaio, può essere al passo dell’addio, dopo avere infilato da allora solo risultati deludenti. Dal Nevada, dove si vota sabato, commenta: “L’America vuole vedere la sconfitta di Obama”; un messaggio d’unione repubblicana che può preludere all’uscita di scena. E i suoi voti, e i suoi delegati, andranno a Gingrich, cui ha finora conteso le aree ultra-conservatrice religiosa e populista-qualunquista del Tea Party.
Il duello tra Romney e Gingrich andrà di sicuro avanti almeno fino al Super-Martedì del 6 marzo, quando si voterà in una dozzina di Stati, fra cui il Texas –di qui ad allora, ci sono Nevada, Maine, Colorado, Minnesota, Arizona e Michigan-. Ron Paul, il campione libertario, resterà probabilmente in gara fino in fondo: una testimonianza, la sua, senza speranze di successo.
L’elettorato repubblicano appare volatile. South Carolina e Florida hanno dato risultati rovesciati: là, Gingrich avanti a valanga; qui Romney. Ma, avanti in voti e delegati –ancora pochi, sui 1144 necessari per avere l’investitura dalla convention di Tampa a fine agosto-, l’ex governatore ha pure pieni i forzieri: finora, ha incassato quasi 48 milioni di dollari e non ha debiti. Gingrich ha accumulato molto meno e ha un unico ‘mecenate’, il re dei casinò di Las Vegas Sheldon Adelson. Solo Obama è più ricco di fondi: non per nulla è di buon umore e, rivela la moglie Michelle, “adora cantare”, mentre lui assicura di “essere più determinato che mai, più che nel 2008”.
L’ultimo segnale di giornata lo manda il Secret Service. Il servizio di sicurezza che protegge il presidente Usa tutela, da oggi, Romney: l’ha chiesto lui stesso, ma l’ha ottenuto. Gingrich e gli altri devono badarsi da soli. Un atto di prudenza, ma anche l’indice che il Secret Service un po’ ci punta, su Romney candidato; e che, magari, qualche esaltato lo sta puntando.
Mitt Romney vince e ci ricasca. Il battistrada repubblicano non è più preciso come un metronomo e, soprattutto, non è più a tenuta di gaffe: aveva già ‘sbarellato’ una volta, dicendo che a lui “piace licenziare” –e gli elettori repubblicani, almeno quelli della Florida, gliel’hanno perdonata-; e, ora, dopo avere incamerato successo e delegati alla convention, 50 tutti in una volta, dichiara alla Cnn
di “non essere preoccupato per i poveri” d’America, perché “loro hanno una rete di protezione”, e neppure per i ricchi –bontà sua-, ma di volersi concentrare “su come aiutare il ceto medio”.
Ora, è vero che negli Usa i più poveri spesso non vanno a votare (e che, se ci vanno, rarissimamente votano repubblicano). Ma Romney quella dichiarazione a rischio boomerang poteva evitarsela: avrà anche un nuovo allenatore per i dibattiti, Brett O’Donnell, di cui si dicono meraviglie, ma gli serve pure un allenatore per le interviste. E non è stato un lapsus: l’ha detto e l’ha ripetuto, i poveri sono poveri, crisi o non crisi, mentre la recessione è sentita soprattutto dalla classe media. Ecco un brano delle sue dichiarazioni: “Sono preoccupato per il cuore dell’America, quel 90-95% di cittadini che in questo momento stanno lottando”; mentre “sono fiducioso che buoni pasto, buoni alloggio, programmi Medicaid e altre forme di assistenza siano in grado di tenere a galla i più poveri”. Insomma, a loro basta la carità, sia pure di Stato.
E’ vero che anche il presidente Barack Obama imposta la sua campagna sulla classe media, puntando ad esempio su una riforma fiscale che non la penalizzi rispetto ai più ricchi e a chi guadagna non lavorando ma speculando. Però, resta l’impressione che Romney sia di nuovo inciampato nelle sue parole, proprio nel giorno in cui i risultati delle primarie in Florida lo rilanciano in testa, dopo la battuta d’arresto nella South Carolina, anche se non gli consegnano ancora la nomination.
Il mormone milionario vince a mani basse (il 46% dei suffragi), ma la partita non è ancora vinta: ‘penna bianca’ Newt Gingrich finisce staccato di 14 punti, ma, se si sommano ai suoi voti quelli dell’integralista cattolico Rick Santorum (13%), fa praticamente match pari. L’operazione non è cervellotica: Santorum, ex senatore, ultra-conservatore, vincitore a sorpresa nello Iowa il 3 gennaio, può essere al passo dell’addio, dopo avere infilato da allora solo risultati deludenti. Dal Nevada, dove si vota sabato, commenta: “L’America vuole vedere la sconfitta di Obama”; un messaggio d’unione repubblicana che può preludere all’uscita di scena. E i suoi voti, e i suoi delegati, andranno a Gingrich, cui ha finora conteso le aree ultra-conservatrice religiosa e populista-qualunquista del Tea Party.
Il duello tra Romney e Gingrich andrà di sicuro avanti almeno fino al Super-Martedì del 6 marzo, quando si voterà in una dozzina di Stati, fra cui il Texas –di qui ad allora, ci sono Nevada, Maine, Colorado, Minnesota, Arizona e Michigan-. Ron Paul, il campione libertario, resterà probabilmente in gara fino in fondo: una testimonianza, la sua, senza speranze di successo.
L’elettorato repubblicano appare volatile. South Carolina e Florida hanno dato risultati rovesciati: là, Gingrich avanti a valanga; qui Romney. Ma, avanti in voti e delegati –ancora pochi, sui 1144 necessari per avere l’investitura dalla convention di Tampa a fine agosto-, l’ex governatore ha pure pieni i forzieri: finora, ha incassato quasi 48 milioni di dollari e non ha debiti. Gingrich ha accumulato molto meno e ha un unico ‘mecenate’, il re dei casinò di Las Vegas Sheldon Adelson. Solo Obama è più ricco di fondi: non per nulla è di buon umore e, rivela la moglie Michelle, “adora cantare”, mentre lui assicura di “essere più determinato che mai, più che nel 2008”.
L’ultimo segnale di giornata lo manda il Secret Service. Il servizio di sicurezza che protegge il presidente Usa tutela, da oggi, Romney: l’ha chiesto lui stesso, ma l’ha ottenuto. Gingrich e gli altri devono badarsi da soli. Un atto di prudenza, ma anche l’indice che il Secret Service un po’ ci punta, su Romney candidato; e che, magari, qualche esaltato lo sta puntando.
mercoledì 1 febbraio 2012
Usa 2012: Florida, Romney vince ma non è finita
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 01/02/2012
Mitt Romney vince in Florida a mani basse (quasi il 50% dei suffragi) e incamera tutti e 50 i delegati dello Stato alla convention. Ma la corsa alla nomination non è finita: ‘penna bianca’ Newt Gingrich è staccato di 14 punti (32%, contro il 46% del rivale mormone), ma se somma ai suoi voti quelli dell’integralista cattolico Rick Santorum (13%) fa match pari.
L’operazione non è cervellotica: Santorum, ex senatore, ultra-conservatore, vincitore a sorpresa nello Iowa il 3 gennaio, può essere al passo dell’addio, dopo avere infilato risultati deludenti nel New Hampshire, in South Carolina e
in Florida. Ora, sta già facendo campagna nel Nevada, la prossima tappa. E di lì commenta: “L’America vuole vedere la sconfitta di Barack Obama” (però, non
la sua vittoria. Un messaggio di coesione repubblicana, che può preludere all’uscita di scena. E i suoi voti, e i suoi delegati, andranno a Gingrich, cui ha finora conteso le aree ultra-conservatrice religiosa e populista-qualunquista
del Tea Party.
La Florida, dunque, non consegna la nomination a Romney, anche se ne rilancia la corsa in testa, dopo la battuta d’arresto nella South Carolina; e sancisce
il duello con Gingrich, che di sicuro andrà avanti almeno fino al ‘Super-Martedì del 6 marzo, quando si voterà in una decina di Stati –di qui ad allora, ci sono solo Nevada e Maine-. Ron Paul, il campione libertario, resterà probabilmente in gara fino in fondo: una testimonianza, la sua, senza speranze di successo.
Nel giro di dieci giorni, South Carolina e Florida hanno dato risultati rovesciati: là, Gingrich avanti a valanga, qui Romney. Ma i due Stati non sono confrontabili per composizione demografica e tendenza politica; e là Romney aveva perso il dibattito televisivo, che qui ha vinto. Merito, si dice, del suo nuovo ‘allenatore’ Brett O’Donnell, un guro dei dibattiti, che in 48 ore avrebbe trasformato Mitt l’indeciso in un oratore aggressivo e convincente. Anche in America, dunque, la squadra che cambia l’allenatore vince la prima partita, anche se non è detto che poi vinca il campionato (o si salvi).
Mitt Romney vince in Florida a mani basse (quasi il 50% dei suffragi) e incamera tutti e 50 i delegati dello Stato alla convention. Ma la corsa alla nomination non è finita: ‘penna bianca’ Newt Gingrich è staccato di 14 punti (32%, contro il 46% del rivale mormone), ma se somma ai suoi voti quelli dell’integralista cattolico Rick Santorum (13%) fa match pari.
L’operazione non è cervellotica: Santorum, ex senatore, ultra-conservatore, vincitore a sorpresa nello Iowa il 3 gennaio, può essere al passo dell’addio, dopo avere infilato risultati deludenti nel New Hampshire, in South Carolina e
in Florida. Ora, sta già facendo campagna nel Nevada, la prossima tappa. E di lì commenta: “L’America vuole vedere la sconfitta di Barack Obama” (però, non
la sua vittoria. Un messaggio di coesione repubblicana, che può preludere all’uscita di scena. E i suoi voti, e i suoi delegati, andranno a Gingrich, cui ha finora conteso le aree ultra-conservatrice religiosa e populista-qualunquista
del Tea Party.
La Florida, dunque, non consegna la nomination a Romney, anche se ne rilancia la corsa in testa, dopo la battuta d’arresto nella South Carolina; e sancisce
il duello con Gingrich, che di sicuro andrà avanti almeno fino al ‘Super-Martedì del 6 marzo, quando si voterà in una decina di Stati –di qui ad allora, ci sono solo Nevada e Maine-. Ron Paul, il campione libertario, resterà probabilmente in gara fino in fondo: una testimonianza, la sua, senza speranze di successo.
Nel giro di dieci giorni, South Carolina e Florida hanno dato risultati rovesciati: là, Gingrich avanti a valanga, qui Romney. Ma i due Stati non sono confrontabili per composizione demografica e tendenza politica; e là Romney aveva perso il dibattito televisivo, che qui ha vinto. Merito, si dice, del suo nuovo ‘allenatore’ Brett O’Donnell, un guro dei dibattiti, che in 48 ore avrebbe trasformato Mitt l’indeciso in un oratore aggressivo e convincente. Anche in America, dunque, la squadra che cambia l’allenatore vince la prima partita, anche se non è detto che poi vinca il campionato (o si salvi).
Usa 2012: frecciate liberal a Obama da disegnatori e 'cartoonist'
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/02/2012
Un asino esilarato assiste ai goffi –e infruttuosi- tentativi di Mitt Romney di montare sulla groppa d’un elefante: l’asino è il simbolo del partito democratico, l’elefante quello del partito repubblicano. La scenetta di un video della serie American Democracy indica le difficoltà di Romney ad assumere il controllo del Great Old Party. Ma a un certo punto l’asino ammutolisce, perplesso: s’è accorto che Barack Obama è salito a cavalcioni sulla sua groppa. Solo che il presidente è voltato al contrario e agita una carota in cima a un bastone non davanti al muso del somaro, per farlo avanzare, ma verso il suo deretano.
Come dire che, se i repubblicani non hanno un leader, i democratici ne hanno uno che conclude poco. Il video è molto cliccato, e vivacemente commentato, nel giorno in cui le primarie fanno tappa in Florida. Romney, reduce dalla batosta nella South Carolina, sembra, stando ai sondaggi, potersi prendere la rivincita su Newt Gingrich: sarebbe avanti addirittura di 15 punti, resterebbe primo anche se Gingrich incamerasse tutti i voti di Rick Santorum, che potrebbe essere al capolinea.
Nell’America delle elezioni, anche i disegnatori di fumetti fanno i loro ‘endorsements’, cioè schierano se stessi e i loro personaggi per l’uno o per l’altro candidato. Ma, essendo la satira e l’ironia il loro mestiere, non risparmiamo frecciate neppure al loro beniamino. Così, è innegabile che Obama sia il favorito di tutti i disegnatori progressisti d’America, quelli, tanto per intenderci, che siamo abituati a trovare sulle pagine di Linus, dal principe dei liberal Garry B. Trudeau (Doonesbury) a Darby Conley (Get Fuzzy), fino ai meno inclini a includere frammenti d’attualità nelle loro strisce Scott Adams di Dilbert, Jim Meddick di Monty, Stephan Pastis di Perle ai Porci e Richard Thompson di Cul de Sac.
Trudeau e –meno- Conley non hanno risparmiato al presidente critiche e frecciare, per la mancanza di leadership, specie sul fronte interno. Ma, adesso che la partita si fa dura, Trudeau è meno pungente. Del resto, mica tutti i fumetti e i cartoonssono liberal e pro Obama. Esempio: la famiglia dei Simpson ha ben poco di progressista e di democratico nei suoi comportamenti. Buon per Obama che Homer, al 90%, sarà troppo pigro per andare a votare e che Bart non ha l’età. Ma se Homer si trascinasse, tra una birra e un rutto, alle urne, rischierebbe di votare quello zombi di Newt Gingrich. E quanto a Bart, bastian contrari com’è, se non altro per fare dispetto alla sorellina Lisa, l’illuminata di famiglia, voterebbe Ron Paul il libertario.
Ora, i Simpson si mettono in combutta con uno che all’Amministrazione Obama ha dichiarato guerra (e viceversa): Julian Assange, il discusso fondatore e animatore di Wikileaks, l’uomo di tutte le fughe, tranne la sua dall’Inghilterra, dove si batte per non essere estradato in Svezia - Stoccolma lo vuole processare per stupro. Assange sarà protagonista (e darà la sua voce al suo personaggio) di una puntata dei Simpson: non una qualsiasi, il 500.o episodio, in onda negli Usa il 19 febbraio (troppo lontano dall’Election Day del 6novembre, comunque, per contare qualcosa). Le creature di Matt Groening sono abituate a ospiti d’eccezione e leader politici, da Tony Blair a Nicolas Sarkozy. Ma Julian è uno scomodo: per Casa Simpson e per la Casa Bianca.
Un asino esilarato assiste ai goffi –e infruttuosi- tentativi di Mitt Romney di montare sulla groppa d’un elefante: l’asino è il simbolo del partito democratico, l’elefante quello del partito repubblicano. La scenetta di un video della serie American Democracy indica le difficoltà di Romney ad assumere il controllo del Great Old Party. Ma a un certo punto l’asino ammutolisce, perplesso: s’è accorto che Barack Obama è salito a cavalcioni sulla sua groppa. Solo che il presidente è voltato al contrario e agita una carota in cima a un bastone non davanti al muso del somaro, per farlo avanzare, ma verso il suo deretano.
Come dire che, se i repubblicani non hanno un leader, i democratici ne hanno uno che conclude poco. Il video è molto cliccato, e vivacemente commentato, nel giorno in cui le primarie fanno tappa in Florida. Romney, reduce dalla batosta nella South Carolina, sembra, stando ai sondaggi, potersi prendere la rivincita su Newt Gingrich: sarebbe avanti addirittura di 15 punti, resterebbe primo anche se Gingrich incamerasse tutti i voti di Rick Santorum, che potrebbe essere al capolinea.
Nell’America delle elezioni, anche i disegnatori di fumetti fanno i loro ‘endorsements’, cioè schierano se stessi e i loro personaggi per l’uno o per l’altro candidato. Ma, essendo la satira e l’ironia il loro mestiere, non risparmiamo frecciate neppure al loro beniamino. Così, è innegabile che Obama sia il favorito di tutti i disegnatori progressisti d’America, quelli, tanto per intenderci, che siamo abituati a trovare sulle pagine di Linus, dal principe dei liberal Garry B. Trudeau (Doonesbury) a Darby Conley (Get Fuzzy), fino ai meno inclini a includere frammenti d’attualità nelle loro strisce Scott Adams di Dilbert, Jim Meddick di Monty, Stephan Pastis di Perle ai Porci e Richard Thompson di Cul de Sac.
Trudeau e –meno- Conley non hanno risparmiato al presidente critiche e frecciare, per la mancanza di leadership, specie sul fronte interno. Ma, adesso che la partita si fa dura, Trudeau è meno pungente. Del resto, mica tutti i fumetti e i cartoonssono liberal e pro Obama. Esempio: la famiglia dei Simpson ha ben poco di progressista e di democratico nei suoi comportamenti. Buon per Obama che Homer, al 90%, sarà troppo pigro per andare a votare e che Bart non ha l’età. Ma se Homer si trascinasse, tra una birra e un rutto, alle urne, rischierebbe di votare quello zombi di Newt Gingrich. E quanto a Bart, bastian contrari com’è, se non altro per fare dispetto alla sorellina Lisa, l’illuminata di famiglia, voterebbe Ron Paul il libertario.
Ora, i Simpson si mettono in combutta con uno che all’Amministrazione Obama ha dichiarato guerra (e viceversa): Julian Assange, il discusso fondatore e animatore di Wikileaks, l’uomo di tutte le fughe, tranne la sua dall’Inghilterra, dove si batte per non essere estradato in Svezia - Stoccolma lo vuole processare per stupro. Assange sarà protagonista (e darà la sua voce al suo personaggio) di una puntata dei Simpson: non una qualsiasi, il 500.o episodio, in onda negli Usa il 19 febbraio (troppo lontano dall’Election Day del 6novembre, comunque, per contare qualcosa). Le creature di Matt Groening sono abituate a ospiti d’eccezione e leader politici, da Tony Blair a Nicolas Sarkozy. Ma Julian è uno scomodo: per Casa Simpson e per la Casa Bianca.
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