Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 06/05/2012 (variante del post del 04/05)
Domenica di maggio con mezza Europa che va alle urne: Francia, Grecia, un land della Germania, mille comuni in Italia, la Serbia al bivio tra un futuro nell’Ue le nostalgie slave. Un voto sulla crisi, è la formula di sintesi dei media. E, finora, nessun governo europeo è sopravvissuto alla crisi: con le elezioni, come in Spagna, Portogallo, Irlanda, e pure Finlandia, Danimarca, Olanda, Belgio e altrove, o senza, come in Italia e Grecia. Il che suona campane a morto per il presidente francese Nicolas Sarkozy, anche se gli ultimi sondaggi alimentano l’incertezza.
Quale che ne sia l’esito, le presidenziali in Francia e anche le politiche in Grecia avranno rilevanti ripercussioni nell’Ue. E, per l’Italia, si potrebbe consolidare il nuovo ruolo che s’è andato delineando negli ultimi mesi. Da Merkozy a Merkonti: il gioco di parole sul cambio di cavaliere in Europa della cancelliera tedesca Angela Merkel gira dal Vertice di Bruxelles, a inizio marzo. Troppo preso dalla campagna elettorale, Sarkozy non teneva più bordone alla Merkel sul fronte europeo; e Monti cercava di convincere la Germania a guadare il fiume della crisi, dalla sponda del rigore a quella della crescita.
E la storia va avanti: in settimana, il Wall Street Journal, che non sarà una bibbia sull’Europa, ma che non manca d’autorevolezza, scriveva che Mario sarà il prossimo fidanzato europeo di Angela. Un titolo ammiccante ("Il nuovo spasimante (romano)" della Merkel), ma dentro nulla di pruriginoso. La tesi è che se Sarkozy perdesse le elezioni contro il rivale socialista Francois Hollande, la lunga e proficua intesa franco-tedesca a guida dell'Europa si concluderebbe o, almeno, attraversarebbe una fase di aggiustamento. In tal caso, afferma il WSJ, "Roma è pronta a rimpiazzare Parigi".
In realtà, c’è qualcosa di più che semplici illazioni giornalistiche. Negli ultimi mesi, Monti e il suo governo, dove spiccano le competenze europee del ministro per gli Affari europei –appunto- Enzo Moavero e del ministro per la coesione Fabrizio Barca, hanno saputo costruire un sistema di alleanze a geometria variabile –la definizione è dello stesso Barca- che ha riportato l’Italia nel cuore dei giochi europei (e che ha pure saputo ‘riportare a bordo’ la Gran Bretagna, quando, dopo il no al Patto di Bilancio, Londra poteva essere tentata di ‘prendere il largo’ da sola).
Prima, la ‘lettera dei liberisti e mercantilisti’: l’iniziativa per completare il mercato unico e liberarne le risorse, inizialmente sottoscritta da 12 capi di Stato o di governo –Monti e il britannico David Cameron in primo luogo, ma anche lo spagnolo Rayoj e il polacco Tusk fra gli altri- e inviata alla Commissione e al Consiglio nell’imminenza dell’ultimo Vertice europeo: Germania e Francia non c’erano, ma la Germania s’è poi lasciata convincere, con vari Paesi –oggi, sono una ventina- che quella era una via giusta, mentre la Francia mantiene le sue riserve (Sarkozy o Hollande, qui, fa poca differenza).
Poi, l’alleanza asimmetrica, cucita da Barca sul fronte della coesione, con la Gran Bretagna e la Polonia, unendo tre visioni diverse sui fondi strutturali: l’anglosassone, la centro-orientale e la mediterranea.
Infine, la lettera dei cosiddetti ‘amici dello spendere bene’, cioè tutti i Paesi contribuenti netti al bilancio Ue –tranne uno, la Gran Bretagna-, ben decisi a re-orientare nel senso della crescita il bilancio dell’Ue (ma non ancora pronti a investirvi di più: la battaglia sulle risorse finanziarie 2014-2020 s’annuncia aspra). Anche in questo caso, nei contenuti, Sarkozy o Hollande fa poca differenza: da domani, la Francia metterà di più l’accento sulla crescita.
E c’è pure l’idea che i parlamenti nazionali italiano e tedesco ratifichino insieme, simultaneamente, il Patto di Bilancio, con un gesto simbolico destinato a enfatizzare i legami fra i due Paesi.
Una serie di iniziative che il premier Monti e i suoi ministri non nascondono. Monti dice: “Siamo divenuti più presenti e, mi auguro, più persuasivi nel contesto europeo”. E racconta: “Il presidente Obama mi ha recentemente chiesto come si possono persuadere i tedeschi” a spingere per la crescita; e lui gli ha spiegato che, per i tedeschi, “la crescita è il premio a un comportamento virtuoso". Si tratta di lasciarsi alle spalle il capo del Rigore per puntare, navigando di cabotaggio, alla baia della Crescita: "Quello che stiamo dicendo al Consiglio europeo, alla Commissione europea e alla cancelliera Merkel è che noi stiamo facendo le riforme strutturali con una riduzione del disavanzo forte, ma che è chiaro che il tema della domanda è altrettanto fondamentale". Però, la Germania considera la domanda “un'entità cattiva", soprattutto quella che viene "dal settore pubblico”.
Certo, l’Italia non si propone alla Germania come alternativa alla Francia. Ma quanto accade in Francia oggi influirà, e molto, sui rapporti europei prossimi venturi; e Monti crede che “l’Italia si sia piazzata in una buona posizione per aiutare Francia e Germania a trovare un nuovo equilibrio”, specie se Sarkozy perde e Hollande vince (ma non solo). La Merkel non ha nascosto in campagna elettorale la sua preferenza per Sarkozy, un po’ per solidarietà politica –entrambi stanno nel Partito popolare europeo-, un po’ per consolidata amicizia –o, almeno, frequentazione- e un po’ perché Hollande la irrita e la spaventa, andando in giro a promettere che, se sarà eletto, chiederà di rinegoziare il Patto di Bilancio, nonostante la cancelliera lo consideri ‘blindato’.
Ma il tandem, o l’asse, o il direttorio Parigi-Berlino non sparirà. Pur lontano dall’idea d’un'Unione piena, ma subordinando piuttosto l’integrazione a una visione intergovernativa, Sarkozy ha fatto asse con la Merkel per affrontare la questione del salvataggio di Atene e, soprattutto, per salvare l'euro. Il presidente e la cancelliera , da ultimo con l’aiuto del Professore, hanno trascinato 25 dei 27 – tutti tranne Londra e Praga - alla firma del trattato che serra i bulloni del rigore di bilancio, senza dare respiro alla crescita. Una vittoria di Hollande può spingere l’Unione verso politiche di crescita, ma senza rompere con la Merkel. Stretti collaboratori del candidato socialista non hanno dubbi: se sarà presidente, Hollande andrà in Germania per la sua prima missione estera. L’intesa franco-tedesca è stata forte anche quando è stata asimmetrica: anzi, il socialista Mitterrand ed il popolare Kohl andarono, mano nella mano, alla riunificazione tedesca, al passaggio dalla Comunità all’Unione e alla decisione di creare l’euro.
domenica 6 maggio 2012
sabato 5 maggio 2012
Ue: crisi, voti che cambiano gli equilibri dell'Unione
Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/05/2012
Europa che vai, elezioni che trovi: domani, si vota un po’ dovunque, nell’Ue e sulla soglia dell’Ue, in quella Serbia che è candidata all’adesione. E i risultati incideranno di sicuro sugli equilibri dell’Unione, dando – è forte il rischio - segnali contraddittori: se la Francia spingerà per la crescita, la Grecia potrebbe rimettere in discussione la solidità dell’eurozona; e la consultazione regionale tedesca non pare destinata a rafforzare la posizione della cancelliera Angela Merkel, mentre l’alternanza francese scuoterebbe alleanze consolidate e tradizionali. Per l’Italia, dopo la domenica alle urne dell’Europa allo snodo tra crisi, rigore e crescita, si profila un ruolo di ago della bilancia e di catalizzatore.
Le valenze e i pesi dei voti sono fortemente differenziate Paese per Paese: il ballottaggio delle presidenziali in Francia e, a seguire, le politiche anticipate in Grecia sono le consultazioni con l’impatto europeo più forte. Le regionali dello Schleswig-Holstein sono un termometro relativamente significativo degli umori tedeschi, mentre le amministrative a pioggia italiane avranno un’eco europea molto attutita. Quanto alla Serbia, presidenziali, politiche e municipali sono congiunte: decideranno l’assetto del Paese che vuole divenire il 30o dell’Ue –Croazia e Islanda lo precederanno di sicuro, nel club-.
Francia – L’esito del ballottaggio tra Sarkozy e Hollande condizionerà le scelte dell’Ue per uscire dalla crisi e rilanciare la crescita: l’alternanza tra il presidente uscente e lo sfidante socialista cambierà lo scenario, disallineando politicamente Francia e Germania. Però, se sarà presidente, Hollande farà in Germania la sua prima missione estera. E, in passato, l’intesa franco-tedesca è stata forte anche quando è stata asimmetrica: anzi, il socialista Mitterrand e il popolare Kohl andarono, mano nella mano, alla riunificazione tedesca, al passaggio dalla Comunità all’Unione e alla decisione di creare l’euro. Il socialista è favorito nei sondaggi, il presidente è in rimonta. Hollande chiede di rinegoziare il Patto di Bilancio, sottoscritto da 25 dei 27 –fuori, Gran Bretagna e Repubblica Ceca-; la Merkel, che s’è esposta nella campagna per l’amico Sarkò, non ne vuole sapere.
Grecia – Il voto è un test per l'austerity gestita dal premier ‘tecnico’ Papademos (ma il governo è politico). Per i sondaggi, Nea Democratia, centro-destra, di Samaras, è davanti al Pasok, socialista, di Venizelos, ministro delle finanze della crisi, ma si profila una coalizione che gestisca l’uscita dalla crisi senza rimettere in discussione il rigore. Il voto di protesta potrebbe, però, travolgere quel che resta del bipartitismo greco: in Parlamento, i partiti oltre la soglia del 3% potrebbero passare da 5 a 10i. Euro-scettici di destra e di sinistra, così come i comunisti, tutti contrari all’austerity, sfioreranno la doppia cifra; e ND e Pasok insieme avranno una maggioranza di seggi risicata.
Germania, Schleswig-Holstein – Il land al confine con la Danimarca precede la Nordrhein-Westfalen, alle urne il 13 maggio: un doppio test per la Merkel e la sua politica europea. Cdu e Spd sono testa a testa nei sondaggi, tra il 31 ed il 33%, i Verdi non superano il 13%, i Piraten il 10%, l’Fdp è sopra la soglia del 5%, la Linke no. La Cdu della Merkel, che oggi governa coi Verdi, potrebbe restare al potere, ma le formule possibili sono molte (la più probabile Spd, verdi e ‘danesi’).
Serbia - Il Paese sceglie tra il richiamo dell’Ue e le nostalgie slave. Il presidente Boris Tadic, che punta sull’ingresso nell’Unione e guida il Partito Democratico, e' avanti nei sondaggi allo sfidante conservatore Tomislav Nikolic, che guarda più a Mosca che a Bruxelles.
Europa che vai, elezioni che trovi: domani, si vota un po’ dovunque, nell’Ue e sulla soglia dell’Ue, in quella Serbia che è candidata all’adesione. E i risultati incideranno di sicuro sugli equilibri dell’Unione, dando – è forte il rischio - segnali contraddittori: se la Francia spingerà per la crescita, la Grecia potrebbe rimettere in discussione la solidità dell’eurozona; e la consultazione regionale tedesca non pare destinata a rafforzare la posizione della cancelliera Angela Merkel, mentre l’alternanza francese scuoterebbe alleanze consolidate e tradizionali. Per l’Italia, dopo la domenica alle urne dell’Europa allo snodo tra crisi, rigore e crescita, si profila un ruolo di ago della bilancia e di catalizzatore.
Le valenze e i pesi dei voti sono fortemente differenziate Paese per Paese: il ballottaggio delle presidenziali in Francia e, a seguire, le politiche anticipate in Grecia sono le consultazioni con l’impatto europeo più forte. Le regionali dello Schleswig-Holstein sono un termometro relativamente significativo degli umori tedeschi, mentre le amministrative a pioggia italiane avranno un’eco europea molto attutita. Quanto alla Serbia, presidenziali, politiche e municipali sono congiunte: decideranno l’assetto del Paese che vuole divenire il 30o dell’Ue –Croazia e Islanda lo precederanno di sicuro, nel club-.
Francia – L’esito del ballottaggio tra Sarkozy e Hollande condizionerà le scelte dell’Ue per uscire dalla crisi e rilanciare la crescita: l’alternanza tra il presidente uscente e lo sfidante socialista cambierà lo scenario, disallineando politicamente Francia e Germania. Però, se sarà presidente, Hollande farà in Germania la sua prima missione estera. E, in passato, l’intesa franco-tedesca è stata forte anche quando è stata asimmetrica: anzi, il socialista Mitterrand e il popolare Kohl andarono, mano nella mano, alla riunificazione tedesca, al passaggio dalla Comunità all’Unione e alla decisione di creare l’euro. Il socialista è favorito nei sondaggi, il presidente è in rimonta. Hollande chiede di rinegoziare il Patto di Bilancio, sottoscritto da 25 dei 27 –fuori, Gran Bretagna e Repubblica Ceca-; la Merkel, che s’è esposta nella campagna per l’amico Sarkò, non ne vuole sapere.
Grecia – Il voto è un test per l'austerity gestita dal premier ‘tecnico’ Papademos (ma il governo è politico). Per i sondaggi, Nea Democratia, centro-destra, di Samaras, è davanti al Pasok, socialista, di Venizelos, ministro delle finanze della crisi, ma si profila una coalizione che gestisca l’uscita dalla crisi senza rimettere in discussione il rigore. Il voto di protesta potrebbe, però, travolgere quel che resta del bipartitismo greco: in Parlamento, i partiti oltre la soglia del 3% potrebbero passare da 5 a 10i. Euro-scettici di destra e di sinistra, così come i comunisti, tutti contrari all’austerity, sfioreranno la doppia cifra; e ND e Pasok insieme avranno una maggioranza di seggi risicata.
Germania, Schleswig-Holstein – Il land al confine con la Danimarca precede la Nordrhein-Westfalen, alle urne il 13 maggio: un doppio test per la Merkel e la sua politica europea. Cdu e Spd sono testa a testa nei sondaggi, tra il 31 ed il 33%, i Verdi non superano il 13%, i Piraten il 10%, l’Fdp è sopra la soglia del 5%, la Linke no. La Cdu della Merkel, che oggi governa coi Verdi, potrebbe restare al potere, ma le formule possibili sono molte (la più probabile Spd, verdi e ‘danesi’).
Serbia - Il Paese sceglie tra il richiamo dell’Ue e le nostalgie slave. Il presidente Boris Tadic, che punta sull’ingresso nell’Unione e guida il Partito Democratico, e' avanti nei sondaggi allo sfidante conservatore Tomislav Nikolic, che guarda più a Mosca che a Bruxelles.
Ue: Francia, l'Italia di Monti ago della bilancia dopo elezioni
Scritto per EurActiv.it lo 04/05/2012. Altra versione su L'Indro.it
Da Merkozy a Merkonti: il gioco di parole sul cambio di cavaliere in Europa della cancelliera tedesca Angela Merkel circola dal Vertice di Bruxelles a inizio marzo. Troppo preso, ormai, dalla campagna elettorale, Nicolas Sarkozy non teneva più bordone alla Merkel sul fronte europeo, mentre Monti era ben pronto a sforzarsi di traghettare la Germania, sul fiume della crisi, dalla sponda del rigore a quella della crescita. E la storia va avanti: questa settimana, il Wall Street Journal, che non sarà una bibbia sull’Europa, ma che non manca d’autorevolezza, scriveva che Mario sarà il prossimo fidanzato europeo di Angela. Nulla di pruriginoso, nonostante un titolo ammiccante: "Il nuovo spasimante (romano)" della Merkel. La tesi è che se Sarkozy dovesse perdere le elezioni contro il rivale socialista Francois Hollande, la lunga e proficua intesa franco-tedesca a guida dell'Europa sarebbe destinata a concludersi o, almeno, ad attraversare una fase di aggiustamento. In tal caso, afferma il WSJ, "Roma è pronta a rimpiazzare Parigi".
In realtà, c’è qualcosa di più che semplici illazioni giornalistiche. Negli ultimi mesi, Monti e il suo governo, dove spiccano le competenze europee del ministro per gli Affari europei –appunto- Enzo Moavero e del ministro per la coesione Fabrizio Barca, hanno saputo costruire un sistema di alleanze a geometria variabile –la definizione è dello stesso Barca- che ha riportato l’Italia nel cuore dei giochi europei (e che ha pure saputo ‘tenere a bordo’ la Gran Bretagna, quando, dopo il no al Patto di Bilancio, Londra poteva essere tentata di ‘prendere il largo’ da sola).
Prima, la ‘lettera dei liberisti e mercantilisti’: l’iniziativa per completare il mercato unico e liberarne le risorse, inizialmente sottoscritta da 12 capi di Stato o di governo –Monti e il britannico David Cameron in primo luogo, ma anche lo spagnolo Rayoj e il polacco Tusk fra gli altri- e inviata alla Commissione e al Consiglio nell’imminenza dell’ultimo Vertice europeo: Germania e Francia non c’erano, ma la Germania s’è poi lasciata convincere, con vari Paesi –oggi, sono una ventina- che quella era una via giusta, mentre la Francia mantiene le sue riserve.
Poi, l’alleanza asimmetrica, cucita da Barca sul fronte della coesione, con la Gran Bretagna e la Polonia, unendo tre visioni diverse sui fondi strutturali: l’anglosassone, la centro-orientale e la mediterranea. Infine, la lettera dei cosiddetti ‘amici dello spendere bene’, cioè tutti i Paesi contribuenti netti al bilancio Ue –tranne uno, la Gran Bretagna-, ben decisi a re-orientare nel senso della crescita il bilancio dell’Ue (ma non ancora pronti a investirvi di più: la battaglia sulle risorse finanziarie 2014-2020 s’annuncia aspra). E c’è pure l’idea che i parlamenti nazionali italiano e tedesco ratifichino insieme, simultaneamente, il Patto di Bilancio, con un gesto simbolico destinato a enfatizzare i legami fra i due Paesi.
Lo stesso Monti non si nasconde dietro il dito del Merkonti o del WSJ. Mercoledì, intervenendo a Roma a un dibattito organizzato da Italianieuropei, la fondazione creata da Massimo D’Alema, il premier, a confronto con Joseph Stiglitz, premio nobel dell’economia con trascorsi alla Banca Mondiale, uno dei grandi critici del nuovo (dis)ordine economico mondiale, ha detto: “Siamo divenuti più presenti e, mi auguro, più persuasivi nel contesto europeo”. E Monti ha così affrontato il nodo di come convincere la Germania a lasciarsi alle spalle il capo del Rigore per puntare, magari navigando di cabotaggio, alla baia della Crescita: "Quello che stiamo dicendo al Consiglio europeo, alla Commissione europea e alla cancelliera Merkel è che noi stiamo facendo le riforme strutturali con una riduzione del disavanzo forte: è chiaro che non creiamo domanda, ma è altrettanto chiaro che il tema della domanda è fondamentale". Però, la Germania considera la domanda “un'entità cattiva", soprattutto quella che viene "dal settore pubblico”. E Monti racconta: “Il presidente Obama mi ha recentemente chiesto come si possono persuadere i tedeschi: io ho fatto questo ragionamento, per loro la crescita è il premio a un comportamento virtuoso".
Certo, l’Italia non si propone alla Germania come alternativa alla Francia. Anzi, Monti sa che quanto accadrà in Francia domenica “è un fattore molto importante” per gli equilibri europei prossimi venturi e crede che “l’Italia si sia piazzata in una buona posizione per aiutare Francia e Germania a trovare un nuovo equilibrio” se se ne verifica la necessità, cioè se Sarkozy perde e Hollande vince. La Merkel non ha nascosto in campagna elettorale la sua preferenza per Sarkozy, un po’ per solidarietà politica –entrambi si ritrovano nel Partito popolare europeo-, un po’ per consolidata amicizia –o, almeno, frequentazione- e un po’ perché Hollande la irrita e la spaventa, andando in giro a promettere che, se sarà eletto, chiederà di rinegoziare il Patto di Bilancio per includervi misure per la crescita, nonostante la Merkel abbia detto e ripetuto che il Patto non si tocca.
Nell’Ue, è chiaro a tutti che l'esito delle presidenziali in Francia avrà rilevanti ripercussioni sul quadro europeo e internazionale, anche se la campagna è stata principalmente incentrata su temi di politica interna ed economica: una vittoria di Hollande potrebbe aprire nuovi scenari nell’Unione. Ma stretti collaboratori del candidato socialista non hanno dubbi: se sarà presidente, Hollande farà in Germania la sua prima missione estera. Ed è facile ricordare che l’intesa franco-tedesca è stata forte anche quando è stata asimmetrica: anzi, il socialista Mitterrand e il popolare Kohl andarono, mano nella mano, alla riunificazione tedesca, al passaggio dalla Comunità all’Unione e alla decisione di creare l’euro.
Da Merkozy a Merkonti: il gioco di parole sul cambio di cavaliere in Europa della cancelliera tedesca Angela Merkel circola dal Vertice di Bruxelles a inizio marzo. Troppo preso, ormai, dalla campagna elettorale, Nicolas Sarkozy non teneva più bordone alla Merkel sul fronte europeo, mentre Monti era ben pronto a sforzarsi di traghettare la Germania, sul fiume della crisi, dalla sponda del rigore a quella della crescita. E la storia va avanti: questa settimana, il Wall Street Journal, che non sarà una bibbia sull’Europa, ma che non manca d’autorevolezza, scriveva che Mario sarà il prossimo fidanzato europeo di Angela. Nulla di pruriginoso, nonostante un titolo ammiccante: "Il nuovo spasimante (romano)" della Merkel. La tesi è che se Sarkozy dovesse perdere le elezioni contro il rivale socialista Francois Hollande, la lunga e proficua intesa franco-tedesca a guida dell'Europa sarebbe destinata a concludersi o, almeno, ad attraversare una fase di aggiustamento. In tal caso, afferma il WSJ, "Roma è pronta a rimpiazzare Parigi".
In realtà, c’è qualcosa di più che semplici illazioni giornalistiche. Negli ultimi mesi, Monti e il suo governo, dove spiccano le competenze europee del ministro per gli Affari europei –appunto- Enzo Moavero e del ministro per la coesione Fabrizio Barca, hanno saputo costruire un sistema di alleanze a geometria variabile –la definizione è dello stesso Barca- che ha riportato l’Italia nel cuore dei giochi europei (e che ha pure saputo ‘tenere a bordo’ la Gran Bretagna, quando, dopo il no al Patto di Bilancio, Londra poteva essere tentata di ‘prendere il largo’ da sola).
Prima, la ‘lettera dei liberisti e mercantilisti’: l’iniziativa per completare il mercato unico e liberarne le risorse, inizialmente sottoscritta da 12 capi di Stato o di governo –Monti e il britannico David Cameron in primo luogo, ma anche lo spagnolo Rayoj e il polacco Tusk fra gli altri- e inviata alla Commissione e al Consiglio nell’imminenza dell’ultimo Vertice europeo: Germania e Francia non c’erano, ma la Germania s’è poi lasciata convincere, con vari Paesi –oggi, sono una ventina- che quella era una via giusta, mentre la Francia mantiene le sue riserve.
Poi, l’alleanza asimmetrica, cucita da Barca sul fronte della coesione, con la Gran Bretagna e la Polonia, unendo tre visioni diverse sui fondi strutturali: l’anglosassone, la centro-orientale e la mediterranea. Infine, la lettera dei cosiddetti ‘amici dello spendere bene’, cioè tutti i Paesi contribuenti netti al bilancio Ue –tranne uno, la Gran Bretagna-, ben decisi a re-orientare nel senso della crescita il bilancio dell’Ue (ma non ancora pronti a investirvi di più: la battaglia sulle risorse finanziarie 2014-2020 s’annuncia aspra). E c’è pure l’idea che i parlamenti nazionali italiano e tedesco ratifichino insieme, simultaneamente, il Patto di Bilancio, con un gesto simbolico destinato a enfatizzare i legami fra i due Paesi.
Lo stesso Monti non si nasconde dietro il dito del Merkonti o del WSJ. Mercoledì, intervenendo a Roma a un dibattito organizzato da Italianieuropei, la fondazione creata da Massimo D’Alema, il premier, a confronto con Joseph Stiglitz, premio nobel dell’economia con trascorsi alla Banca Mondiale, uno dei grandi critici del nuovo (dis)ordine economico mondiale, ha detto: “Siamo divenuti più presenti e, mi auguro, più persuasivi nel contesto europeo”. E Monti ha così affrontato il nodo di come convincere la Germania a lasciarsi alle spalle il capo del Rigore per puntare, magari navigando di cabotaggio, alla baia della Crescita: "Quello che stiamo dicendo al Consiglio europeo, alla Commissione europea e alla cancelliera Merkel è che noi stiamo facendo le riforme strutturali con una riduzione del disavanzo forte: è chiaro che non creiamo domanda, ma è altrettanto chiaro che il tema della domanda è fondamentale". Però, la Germania considera la domanda “un'entità cattiva", soprattutto quella che viene "dal settore pubblico”. E Monti racconta: “Il presidente Obama mi ha recentemente chiesto come si possono persuadere i tedeschi: io ho fatto questo ragionamento, per loro la crescita è il premio a un comportamento virtuoso".
Certo, l’Italia non si propone alla Germania come alternativa alla Francia. Anzi, Monti sa che quanto accadrà in Francia domenica “è un fattore molto importante” per gli equilibri europei prossimi venturi e crede che “l’Italia si sia piazzata in una buona posizione per aiutare Francia e Germania a trovare un nuovo equilibrio” se se ne verifica la necessità, cioè se Sarkozy perde e Hollande vince. La Merkel non ha nascosto in campagna elettorale la sua preferenza per Sarkozy, un po’ per solidarietà politica –entrambi si ritrovano nel Partito popolare europeo-, un po’ per consolidata amicizia –o, almeno, frequentazione- e un po’ perché Hollande la irrita e la spaventa, andando in giro a promettere che, se sarà eletto, chiederà di rinegoziare il Patto di Bilancio per includervi misure per la crescita, nonostante la Merkel abbia detto e ripetuto che il Patto non si tocca.
Nell’Ue, è chiaro a tutti che l'esito delle presidenziali in Francia avrà rilevanti ripercussioni sul quadro europeo e internazionale, anche se la campagna è stata principalmente incentrata su temi di politica interna ed economica: una vittoria di Hollande potrebbe aprire nuovi scenari nell’Unione. Ma stretti collaboratori del candidato socialista non hanno dubbi: se sarà presidente, Hollande farà in Germania la sua prima missione estera. Ed è facile ricordare che l’intesa franco-tedesca è stata forte anche quando è stata asimmetrica: anzi, il socialista Mitterrand e il popolare Kohl andarono, mano nella mano, alla riunificazione tedesca, al passaggio dalla Comunità all’Unione e alla decisione di creare l’euro.
giovedì 3 maggio 2012
Usa 2012: Romney silura portavoce gay, Obama 'omofobo'
Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/05/2012
Due settimane. Tanto è durato il lavoro di Richard ‘Ric’ Grenell per Mitt Romney: apertamente gay, Grenell era stato assunto come portavoce dal candidato repubblicano (non ancora ufficiale, ma ormai certissimo) alla Casa Bianca, sui temi esteri e della sicurezza nazionale. Ma l’ostilità manifestatagli senza mezzi termini dall’establishment repubblicano ha indotto Grenell, che era già stato portavoce della missione degli Usa all’Onu, durante la presidenza di George W. Bush, ad andarsene quasi di punto in bianco.
Romney s’è detto dispiaciuto della decisione presa dal suo collaboratore, ma non ha fatto nulla per fargli cambiare idea. Anzi, forse ha pensato che tutta la storia potesse servire a migliorare la sua immagine nell’elettorato potenzialmente repubblicano ultra-conservatore e bacchettone, ‘orfano’ della candidatura di Rick Santorum, l’integralista cattolico tutto chiesa e famiglia, diritto alla vita e no all’aborto, matrimonio tradizionale e niente unioni omosessuali.
Il moderato mormone non è affatto sicuro che gli evangelici della Cintura della Bibbia, come pure i populisti del Tea Party, si mobiliteranno per andare alle urne a votare per lui il 6 novembre. E se loro s’astengono, la Casa Bianca, che già così è un miraggio, diventa un sogno.
Con tutta l’ipocrisia d’un portavoce ufficiale (e certamente etero), Matt Rhoades, uomo stampa di Romney, ha detto all’Afp: “Ci dispiace che Ric abbia deciso di lasciare la campagna per ragioni personali. Volevamo che restasse perché era eccezionalmente qualificato per l’incarico che gli era stato affidato” (il che è vero). Più esplicito e meno ipocrita, Grenell ha affidato al Washington Post una sua dichiarazione: “La mia capacità d’esprimermi in modo chiaro e fermo sui temi in discussione è stata grandemente condizionata da posizioni ultra-partigiane che talora emergono nelle campagne presidenziali”. L’ormai ex portavoce ha però ringraziato Romney per avere considerato, al momento di assumerlo, che il suo orientamento sessuale non costituiva un problema.
Naturalmente, lo staff del presidente democratico Barack Obama è saltato sulla notizia: Teddy Goff, direttore della campagna digitale, ha ‘twittato’ ai suoi ‘followers’ “Abbiamo appreso che nel 2012 un candidato repubblicano alla Casa Bianca non può avere un portavoce gay”. E Bill Burton, un ex portavoce della Casa Bianca, ha rilevato che dietro le dimissioni ci sono “gli estremisti razzisti e anti-gay di cui l’Amministrazione Romney diventerebbe ostaggio”.
Di sicuro, ‘Ric’ non è un personaggio comodo e neppure troppo simpatico: era già stato criticato da sinistra per commenti sessisti sul suo account di twitter, dove sforna post corrosivi con ritmo bulimico: da mordaci commenti sul peso di Newt Gingrich a critiche cattive alla ginnastica alla Casa Bianca di Michelle Obama. Però, nel momento stesso in cui era entrato nello staff di Romney, molti dei suoi tweets più provocatori erano stati cancellati, con tempestivo opportunismo.
Ora, è pure vero, commenta in Italia Franco Grillini, presidente di Gaynet, che ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’, perché “un omosessuale può anche essere masosticamente di destra, ma è per lo più incompatibile coi partiti di destra e con le loro organizzazioni succubi dei clericofascisti”. Grenell era ben noto e attivo come gay repubblicano e sosteneva la compatibilità tra essere conservatori e omosessuali. Invece, è caduto sotto il tiro dell’American Family Association, lobby potente quasi quanto la National Rifle Association: moltissimi militanti repubblicani ultra-conservatori hanno invaso i suoi social network; e lui li ha dovuti chiudere.
L’ ‘affare Grenell’ scuote una campagna che, da giorni, s’è allontanata dai temi caldi dell’economia e dell’occupazione e s’è adagiata sulla politica estera, che poco mobilita oggi la gente. Neanche il 1o Maggio, che negli Usa non è festa, ha dato una scossa: i militanti di Occupy Wall Street hanno invaso più il web che le piazze, nonostante incidenti, arresti e qualche arresto -episodi sporadici-.
Romney attacca Obama su tutto: lo incalza sul dissidente cinese cieco rifugiatosi nell’ambasciata a Pechino e sull’Afghanistan, ma nell’anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden, il ‘nemico pubblico numero 1’, deve mostrare le armi al presidente, “avrei preso le stesse decisioni”, dice, avallando blitz ed eliminazione.
Due settimane. Tanto è durato il lavoro di Richard ‘Ric’ Grenell per Mitt Romney: apertamente gay, Grenell era stato assunto come portavoce dal candidato repubblicano (non ancora ufficiale, ma ormai certissimo) alla Casa Bianca, sui temi esteri e della sicurezza nazionale. Ma l’ostilità manifestatagli senza mezzi termini dall’establishment repubblicano ha indotto Grenell, che era già stato portavoce della missione degli Usa all’Onu, durante la presidenza di George W. Bush, ad andarsene quasi di punto in bianco.
Romney s’è detto dispiaciuto della decisione presa dal suo collaboratore, ma non ha fatto nulla per fargli cambiare idea. Anzi, forse ha pensato che tutta la storia potesse servire a migliorare la sua immagine nell’elettorato potenzialmente repubblicano ultra-conservatore e bacchettone, ‘orfano’ della candidatura di Rick Santorum, l’integralista cattolico tutto chiesa e famiglia, diritto alla vita e no all’aborto, matrimonio tradizionale e niente unioni omosessuali.
Il moderato mormone non è affatto sicuro che gli evangelici della Cintura della Bibbia, come pure i populisti del Tea Party, si mobiliteranno per andare alle urne a votare per lui il 6 novembre. E se loro s’astengono, la Casa Bianca, che già così è un miraggio, diventa un sogno.
Con tutta l’ipocrisia d’un portavoce ufficiale (e certamente etero), Matt Rhoades, uomo stampa di Romney, ha detto all’Afp: “Ci dispiace che Ric abbia deciso di lasciare la campagna per ragioni personali. Volevamo che restasse perché era eccezionalmente qualificato per l’incarico che gli era stato affidato” (il che è vero). Più esplicito e meno ipocrita, Grenell ha affidato al Washington Post una sua dichiarazione: “La mia capacità d’esprimermi in modo chiaro e fermo sui temi in discussione è stata grandemente condizionata da posizioni ultra-partigiane che talora emergono nelle campagne presidenziali”. L’ormai ex portavoce ha però ringraziato Romney per avere considerato, al momento di assumerlo, che il suo orientamento sessuale non costituiva un problema.
Naturalmente, lo staff del presidente democratico Barack Obama è saltato sulla notizia: Teddy Goff, direttore della campagna digitale, ha ‘twittato’ ai suoi ‘followers’ “Abbiamo appreso che nel 2012 un candidato repubblicano alla Casa Bianca non può avere un portavoce gay”. E Bill Burton, un ex portavoce della Casa Bianca, ha rilevato che dietro le dimissioni ci sono “gli estremisti razzisti e anti-gay di cui l’Amministrazione Romney diventerebbe ostaggio”.
Di sicuro, ‘Ric’ non è un personaggio comodo e neppure troppo simpatico: era già stato criticato da sinistra per commenti sessisti sul suo account di twitter, dove sforna post corrosivi con ritmo bulimico: da mordaci commenti sul peso di Newt Gingrich a critiche cattive alla ginnastica alla Casa Bianca di Michelle Obama. Però, nel momento stesso in cui era entrato nello staff di Romney, molti dei suoi tweets più provocatori erano stati cancellati, con tempestivo opportunismo.
Ora, è pure vero, commenta in Italia Franco Grillini, presidente di Gaynet, che ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’, perché “un omosessuale può anche essere masosticamente di destra, ma è per lo più incompatibile coi partiti di destra e con le loro organizzazioni succubi dei clericofascisti”. Grenell era ben noto e attivo come gay repubblicano e sosteneva la compatibilità tra essere conservatori e omosessuali. Invece, è caduto sotto il tiro dell’American Family Association, lobby potente quasi quanto la National Rifle Association: moltissimi militanti repubblicani ultra-conservatori hanno invaso i suoi social network; e lui li ha dovuti chiudere.
L’ ‘affare Grenell’ scuote una campagna che, da giorni, s’è allontanata dai temi caldi dell’economia e dell’occupazione e s’è adagiata sulla politica estera, che poco mobilita oggi la gente. Neanche il 1o Maggio, che negli Usa non è festa, ha dato una scossa: i militanti di Occupy Wall Street hanno invaso più il web che le piazze, nonostante incidenti, arresti e qualche arresto -episodi sporadici-.
Romney attacca Obama su tutto: lo incalza sul dissidente cinese cieco rifugiatosi nell’ambasciata a Pechino e sull’Afghanistan, ma nell’anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden, il ‘nemico pubblico numero 1’, deve mostrare le armi al presidente, “avrei preso le stesse decisioni”, dice, avallando blitz ed eliminazione.
Yulia: quasi 70 anni dopo, Yalta divide ancora l'Europa
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 02/05/2012
Quasi 70 anni dopo, Yalta continua a dividere l’Europa. Questa volta, per una buona causa, o almeno così pare. Un Vertice dei capi di Stato dei Paesi dell’Europa centrale, convocato a Yalta, oggi Ucraina, l’11 e 12 maggio, sarà ‘boicottato’ da diversi leader, fra cui il presidente italiano Giorgio Napolitano. E il pensiero va subito a polemiche e proteste di questi giorni per il trattamento riservato dalle autorità ucraine alla leader dell’opposizione Yulia Timoshenko.
Yalta si ripropone, dunque, come luogo di divisione: lì, sulle rive del Mar Nero, nel febbraio 1945, i leader allora alleati contro il nazismo, Stalin, Churchill e Roosevelt, decisero come spartirsi l’Europa tra l’influenza occidentale e quella sovietica: una decisione che avrebbe poi segnato quasi mezzo secolo di Guerra Fredda.
Questa volta, però, Yalta, che nel frattempo ha cambiato collocazione geo-politica, non più Urss, ma Ucraina, diventa un simbolo della difesa dei diritti dell’uomo da parte, almeno, di alcuni Paesi europei, anche se non è chiaro quante e quali assenze siano direttamente riferibili alla vicenda dell’ex icona bionda della rivoluzione arancione e premier ucraino, condannata e imprigionata al termine di un processo che destò molti dubbi e sottoposta ad angherie in carcere.
Secondo quanto riferisce il portale d’informazione europea EurActiv.com, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovenia ed Estonia, oltre all’Italia, hanno già fatto sapere che i loro capi di Stato non andranno al Vertice, dove non ci saranno neppure né il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso né il commissario all’allargamento e alla politica di vicinato Stefan Fule. Fra i venti Paesi formalmente invitati, il 20 febbraio, quelli che non hanno ancora disdetto sono Albania, Bielorussia, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Ungheria.
Oleg Voloshin, direttore dell’informazione del Ministero degli Esteri di Kiev, conferma l’assenza dei sei capi di Stato, ma sottolinea che le ‘cancellazioni’ sono venute momenti diversi e con motivazioni diverse. Come dire che esse non sarebbero, insomma, riconducibili a Yulia. Giochi politici?, o giustificazioni diplomatiche? Certo, le autorità ucraine non hanno intenzione di annullare, o rinviare, l’appuntamento; e i leader che onoreranno l’invito potranno sempre sostenere di averlo fatto per esprimere di persona al presidente ucraino Viktor Yanukovich le loro preoccupazioni per la sorte dell’ex premier. Le vie dell’ipocrisia sono infinite.
Quasi 70 anni dopo, Yalta continua a dividere l’Europa. Questa volta, per una buona causa, o almeno così pare. Un Vertice dei capi di Stato dei Paesi dell’Europa centrale, convocato a Yalta, oggi Ucraina, l’11 e 12 maggio, sarà ‘boicottato’ da diversi leader, fra cui il presidente italiano Giorgio Napolitano. E il pensiero va subito a polemiche e proteste di questi giorni per il trattamento riservato dalle autorità ucraine alla leader dell’opposizione Yulia Timoshenko.
Yalta si ripropone, dunque, come luogo di divisione: lì, sulle rive del Mar Nero, nel febbraio 1945, i leader allora alleati contro il nazismo, Stalin, Churchill e Roosevelt, decisero come spartirsi l’Europa tra l’influenza occidentale e quella sovietica: una decisione che avrebbe poi segnato quasi mezzo secolo di Guerra Fredda.
Questa volta, però, Yalta, che nel frattempo ha cambiato collocazione geo-politica, non più Urss, ma Ucraina, diventa un simbolo della difesa dei diritti dell’uomo da parte, almeno, di alcuni Paesi europei, anche se non è chiaro quante e quali assenze siano direttamente riferibili alla vicenda dell’ex icona bionda della rivoluzione arancione e premier ucraino, condannata e imprigionata al termine di un processo che destò molti dubbi e sottoposta ad angherie in carcere.
Secondo quanto riferisce il portale d’informazione europea EurActiv.com, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovenia ed Estonia, oltre all’Italia, hanno già fatto sapere che i loro capi di Stato non andranno al Vertice, dove non ci saranno neppure né il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso né il commissario all’allargamento e alla politica di vicinato Stefan Fule. Fra i venti Paesi formalmente invitati, il 20 febbraio, quelli che non hanno ancora disdetto sono Albania, Bielorussia, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia e Ungheria.
Oleg Voloshin, direttore dell’informazione del Ministero degli Esteri di Kiev, conferma l’assenza dei sei capi di Stato, ma sottolinea che le ‘cancellazioni’ sono venute momenti diversi e con motivazioni diverse. Come dire che esse non sarebbero, insomma, riconducibili a Yulia. Giochi politici?, o giustificazioni diplomatiche? Certo, le autorità ucraine non hanno intenzione di annullare, o rinviare, l’appuntamento; e i leader che onoreranno l’invito potranno sempre sostenere di averlo fatto per esprimere di persona al presidente ucraino Viktor Yanukovich le loro preoccupazioni per la sorte dell’ex premier. Le vie dell’ipocrisia sono infinite.
martedì 1 maggio 2012
SPIGOLI: Juncker lascia, troppo direttorio; e valzer Ue comincia
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/05/2012
Che stesse per andarsene, lo si sapeva. Ma la motivazione non l’aveva mai data con tanta chiarezza. Jean-Claude Juncker, premier e ministro delle finanze lussemburghese, uno dei saggi d’Europa, lascerà la presidenza dell’Eurogruppo, il club dei ministri delle finanze dei Paesi dell’euro, perché –dice, parlando ad Amburgo - è “stanco” delle ingerenze franco-tedesche. E, aggiunge, tanto vale che al suo posto vada il ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schauble, che agisce già da padrone del vapore. La decisione sarà presa a giugno dal Consiglio europeo. Molti, anche la Merkel, pensavano a Monti, ma è difficile un tandem italiano (e per di più di Mario) tra Eurogruppo e Bce. Certo, il puzzle delle nomine europee è complicato, ma, Eurogruppo a parte, i tempi sono lunghi: orizzonte 2014. Su EurActiv.com, circolano ipotesi per il presidente della Commissione europea, quando il portoghese Ppe José Manuel Durao Barroso concluderà il secondo (e ultimo) mandato. Criteri non scritti d’alternanza indicano che il successore non sarà un Ppe e che potrebbe non venire da un piccolo Paese: il socialista tedesco Martin Schulz, da poco presidente del Parlamento europeo, andrebbe bene –i tedeschi non hanno il posto dai tempi di Walter Hallstein, addirittura 1958/’69-. Quotata pure Viviane Reding, lussemburghese, liberale, una tosta: sarebbe la prima donna. E citato Monti, che, però, allora, avrà forse già assunto un incarico settennale in Italia. La scelta del ‘dopo Barroso’ s’intreccerà con quelle dei nuovo presidenti del Consiglio europeo - Herman van Rompuy, belga, è stato appena rinnovato fino a metà 2014- e dell’Assemblea di Strasburgo.
Che stesse per andarsene, lo si sapeva. Ma la motivazione non l’aveva mai data con tanta chiarezza. Jean-Claude Juncker, premier e ministro delle finanze lussemburghese, uno dei saggi d’Europa, lascerà la presidenza dell’Eurogruppo, il club dei ministri delle finanze dei Paesi dell’euro, perché –dice, parlando ad Amburgo - è “stanco” delle ingerenze franco-tedesche. E, aggiunge, tanto vale che al suo posto vada il ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schauble, che agisce già da padrone del vapore. La decisione sarà presa a giugno dal Consiglio europeo. Molti, anche la Merkel, pensavano a Monti, ma è difficile un tandem italiano (e per di più di Mario) tra Eurogruppo e Bce. Certo, il puzzle delle nomine europee è complicato, ma, Eurogruppo a parte, i tempi sono lunghi: orizzonte 2014. Su EurActiv.com, circolano ipotesi per il presidente della Commissione europea, quando il portoghese Ppe José Manuel Durao Barroso concluderà il secondo (e ultimo) mandato. Criteri non scritti d’alternanza indicano che il successore non sarà un Ppe e che potrebbe non venire da un piccolo Paese: il socialista tedesco Martin Schulz, da poco presidente del Parlamento europeo, andrebbe bene –i tedeschi non hanno il posto dai tempi di Walter Hallstein, addirittura 1958/’69-. Quotata pure Viviane Reding, lussemburghese, liberale, una tosta: sarebbe la prima donna. E citato Monti, che, però, allora, avrà forse già assunto un incarico settennale in Italia. La scelta del ‘dopo Barroso’ s’intreccerà con quelle dei nuovo presidenti del Consiglio europeo - Herman van Rompuy, belga, è stato appena rinnovato fino a metà 2014- e dell’Assemblea di Strasburgo.
Euro2012 dopo F1: Yulia e Angela, l'ipocrisia tra sport e politica
Stto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 30/04/2012
Ipocrisia e sport vanno spesso bene insieme. Come ipocrisia e politica. E quando la politica e sport s’intrecciano , l’ipocrisia va a nozze. Aggiungere un pizzico d’informazione compiacente e il cocktail è servito. E tutto il mondo è paese: mica l’Italia del povero Morosini fa caso a sé, che poi si ricomincia e ci sono subito gli ultras di Genova e le sceneggiate di Udine, dove gli ultras stanno in tribuna d’onore.
Dieci giorni fa, la Formula 1, che è ben più affari che sport, veniva universalmente deprecata dai soliti ben pensanti perché lo show non s’era fermato in Bahrain, nonostante nelle manifestazioni di protesta intorno a un circuito spettralmente deserto –ma chi se n’importa, c‘è la tv in Mondovisione- ci fosse stato anche un morto. Oggi, ecco l’appello al boicottaggio degli Europei di calcio in Ucraina, in nome e per conto dei diritti –umani e politici-brutalmente violati di Yulia Timoshenko, l’icona bionda della rivoluzione arancione, poi premier e ora leader dell’opposizione condannata e maltrattata.
Giustissimo, a mio avviso, essere solidali con il popolo del Bahrain, che cerca libertà e democrazia. E giustissimo essere vicini a Yulia, che subisce angherie in carcere, dopo averne subite nel processo. E, allora, dove sta l’ipocrisia? Nel gridare allo scandalo, e nel mostrare stupore, quando le cose vanno esattamente come dovevano andare e si sapeva benissimo che sarebbero andate.
Quando la Formula 1 sceglie di andare a correre in Bahrain lo fa per i soldi dell’emiro e dei suoi sodali, ben sapendo qual è la situazione politica e sociale nell’isola Stato del Golfo. Ma i padroni del circo non fanno una piega, anzi al massimo dicono di sperare che la loro presenza lì sarà un’occasione di democratizzazione. E i media tengono loro bordone.
Ed è ovvio che chi protesta contro il regime lo faccia quando c’è il circo, per sfruttarne l’eco mediatico, perché altrimenti, con tutto quello che succede nel mondo, chi volete che badi al Bahrain, che lì avranno poca libertà, ma non sono l’Arabia Saudita e neppure muoiono di fame, anzi stanno bene. E, infatti, subito dopo il gran premio, sapete quanto spazio hanno avuto gli scontri tra manifestanti e polizia, con feriti, molotov e lacrimogeni, al momento del funerale della vittima degli incidenti di sabato? Quattro righe d’agenzia e manco una riga di quotidiano o una citazione nei tg e gr.
E l’Ucraina? Mica è il Bahrain: è più vicina e la gente, come qualità della vita media, ci sta peggio. E non ditemi che l’Uefa non lo sapeva che Kiev non è proprio equivalente a Stoccolma, come democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo, quando le ha assegnato l’Euro 2012, in compartecipazione con la Polonia perché da sola l’Ucraina non ce l’avrebbe fatta. Certo, ora la storia di Yulia catalizza l’attenzione, commuove la Merkel e tocca altri leader. I campionati si faranno, ma senza Angela in tribuna nè Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, che, forse, nessuno se ne sarebbe accorto se ci fosse andato. L’Italia, come fa spesso, esita, prima di schierarsi, mentre da Kiev viene un refrain già sentito (l’Euro 2012 non sia ostaggio della politica, lo sport è un’altra cosa –già, ma quale?-) cui fa eco un altro refrain (lo sport non si giri da un’altra parte, non faccia finta di non vedere).
E pure qui l’ipocrisia è sovrana. Perché le assenze della Merkel e di Barroso non significano boicottare Euro 2012: quello si boicotta, volendo, non mandando le squadre, o escludendo l’Ucraina dal torneo, o rinviando la manifestazione –l’Uefa adesso non esclude di farlo-. Ci arriveremo? Ne dubito. Ma, magari, mi sbaglio. Oppure, forse, la situazione di Yulia migliorerà. E saremo tutti più sereni e liberi di tifare senza problemi di coscienza.
Ipocrisia e sport vanno spesso bene insieme. Come ipocrisia e politica. E quando la politica e sport s’intrecciano , l’ipocrisia va a nozze. Aggiungere un pizzico d’informazione compiacente e il cocktail è servito. E tutto il mondo è paese: mica l’Italia del povero Morosini fa caso a sé, che poi si ricomincia e ci sono subito gli ultras di Genova e le sceneggiate di Udine, dove gli ultras stanno in tribuna d’onore.
Dieci giorni fa, la Formula 1, che è ben più affari che sport, veniva universalmente deprecata dai soliti ben pensanti perché lo show non s’era fermato in Bahrain, nonostante nelle manifestazioni di protesta intorno a un circuito spettralmente deserto –ma chi se n’importa, c‘è la tv in Mondovisione- ci fosse stato anche un morto. Oggi, ecco l’appello al boicottaggio degli Europei di calcio in Ucraina, in nome e per conto dei diritti –umani e politici-brutalmente violati di Yulia Timoshenko, l’icona bionda della rivoluzione arancione, poi premier e ora leader dell’opposizione condannata e maltrattata.
Giustissimo, a mio avviso, essere solidali con il popolo del Bahrain, che cerca libertà e democrazia. E giustissimo essere vicini a Yulia, che subisce angherie in carcere, dopo averne subite nel processo. E, allora, dove sta l’ipocrisia? Nel gridare allo scandalo, e nel mostrare stupore, quando le cose vanno esattamente come dovevano andare e si sapeva benissimo che sarebbero andate.
Quando la Formula 1 sceglie di andare a correre in Bahrain lo fa per i soldi dell’emiro e dei suoi sodali, ben sapendo qual è la situazione politica e sociale nell’isola Stato del Golfo. Ma i padroni del circo non fanno una piega, anzi al massimo dicono di sperare che la loro presenza lì sarà un’occasione di democratizzazione. E i media tengono loro bordone.
Ed è ovvio che chi protesta contro il regime lo faccia quando c’è il circo, per sfruttarne l’eco mediatico, perché altrimenti, con tutto quello che succede nel mondo, chi volete che badi al Bahrain, che lì avranno poca libertà, ma non sono l’Arabia Saudita e neppure muoiono di fame, anzi stanno bene. E, infatti, subito dopo il gran premio, sapete quanto spazio hanno avuto gli scontri tra manifestanti e polizia, con feriti, molotov e lacrimogeni, al momento del funerale della vittima degli incidenti di sabato? Quattro righe d’agenzia e manco una riga di quotidiano o una citazione nei tg e gr.
E l’Ucraina? Mica è il Bahrain: è più vicina e la gente, come qualità della vita media, ci sta peggio. E non ditemi che l’Uefa non lo sapeva che Kiev non è proprio equivalente a Stoccolma, come democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo, quando le ha assegnato l’Euro 2012, in compartecipazione con la Polonia perché da sola l’Ucraina non ce l’avrebbe fatta. Certo, ora la storia di Yulia catalizza l’attenzione, commuove la Merkel e tocca altri leader. I campionati si faranno, ma senza Angela in tribuna nè Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, che, forse, nessuno se ne sarebbe accorto se ci fosse andato. L’Italia, come fa spesso, esita, prima di schierarsi, mentre da Kiev viene un refrain già sentito (l’Euro 2012 non sia ostaggio della politica, lo sport è un’altra cosa –già, ma quale?-) cui fa eco un altro refrain (lo sport non si giri da un’altra parte, non faccia finta di non vedere).
E pure qui l’ipocrisia è sovrana. Perché le assenze della Merkel e di Barroso non significano boicottare Euro 2012: quello si boicotta, volendo, non mandando le squadre, o escludendo l’Ucraina dal torneo, o rinviando la manifestazione –l’Uefa adesso non esclude di farlo-. Ci arriveremo? Ne dubito. Ma, magari, mi sbaglio. Oppure, forse, la situazione di Yulia migliorerà. E saremo tutti più sereni e liberi di tifare senza problemi di coscienza.
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