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martedì 6 novembre 2012

Usa 2012: Obama-Romney, lo spoglio comincia con un pareggio

Scritto per L'Indro lo 06/11/2012

Questa volta, ed è la prima volta, neppure gli elettori di Dixville Notch hanno saputo scegliere: dieci voti, cinque a Obama, cinque a Romney. Dixville Notch è un villaggio del New Hampshire, arrampicato sugli Appalacchi, a una trentina di chilometri dal confine con il Canada, dove – è tradizione - i cittadini elettori si ritrovano al seggio a mezzanotte e un minuto dell’Election Day e depongono tutti le loro schede, che vengono subito scrutinate. Mai era finita così, pari e patta. Tanner Tillotson, un marinaio di 24 anni, il primo dei circa 200 milioni di cittadini americani chiamati oggi al voto a deporre la scheda nell’urna, ne deduce: “Siamo una Nazione molto divisa”; e fa sapere a tutti di avere scelto, lui, Obama.

Di sicuro, è diviso Dixville Notch, che, dal 1960, coltiva il suo primato: seggio elettorale in un hotel per gente che se la passa bene, numero di elettori oscillante – mai pochi come stavolta -, il paesino aveva sempre attribuito la vittoria al candidato repubblicano, tranne nel 2008, quando vi aveva vinto Obama. Il voto di mezzanotte si pratica pure in un altro paesino più a sud, Hart’s Location, dove Obama l’ha spuntata nettamente: 23 voti per lui, 9 per Romney.

Nell’Election Day, si stima che ben oltre cento milioni di americani vadano ai seggi per eleggere sì il presidente, ma anche per rinnovare tutta la Camera e un terzo del Senato, per scegliere decine di governatori e assemblee statali e locali, per pronunciarsi su almeno 170 referendum statali e locali. Questa volta, i seggi si sono riempiti nonostante il freddo in Virginia e le tracce del passaggio dell’uragano Sandy nel New Jersey e a New York. A Dalton, nei pressi di Chicago, nell’Illinois, una giovane di 21 anni, Galicia Malone, è andata a votare per la prima volta poco prima di partorire il suo primo bebé, una bambina. E molti, dopo avere deposto la scheda nell’urna, ripartivano dopo avere apposto sulla loro vettura bene in vista l’adesivo rotondo, “Io ho votato”.

La scelta tra il presidente uscente, il democratico Barack Obama, il primo nero alla Casa Bianca, e lo sfidante, il repubblicano Mitt Romney, il primo mormone in lizza per la Casa Bianca, è serrata, stando ai sondaggi sui suffragi espressi. Ma negli Stati Uniti i cittadini non eleggono il presidente direttamente: determinano a quale dei candidati vadano i voti dei Grandi Elettori del loro Stato. E l’aritmetica dei Grandi Elettori è, nelle previsioni generali, favorevole a Obama.

La campagna è costata centinaia di milioni di dollari ed è durata più di un anno: decine di migliaia di chilometri percorsi e di mani strette, centinaia di discorsi, tre duelli in diretta tv hanno diviso l’America in due campi. Romney ha votato con la moglie Ann a Belmont, nel Massachusetts; poi è ripartito per l’ultimo blitz della sua campagna, a Cleveland nell’Ohio e Pittsburgh in Pennsylvania, due degli Stati in bilico.

Obama, che aveva già votato a Chicago il 25 ottobre –milioni di americani, in realtà, hanno votato in anticipo-, ha chiuso la sua campagna lunedì sera nello Iowa, presentato sul podio dalla moglie Michelle. Commosso, al punto da asciugarsi una lacrima, il presidente ha avuto nell’ultimo discorso gli accenti messianici del candidato 2008: “Non possiamo abbandonare il cambiamento ora”. Cambiamento, una parola che era sua e che Romney gli ha scippato con lo slogan “Real change”. Oggi, Obama, a Chicago, è andato a trovare i volontari della sua campagna: sorridente, ma stanco, s’è tolto la giacca e s’è seduto in mezzo a loro.

Obama e Romney sono l’immagine di due Americhe diverse. Il presidente, 51 anni, è un paladino della classe media, ancora colpita dagli effetti della crisi. Romney, 65 anni, imprenditore milionario, ex governatore del Massachusetts, punta sui tagli della spesa pubblica e sugli sgravi fiscali (concessi ai più ricchi).

A decidere chi sarà il presidente 2013-2016 non saranno gli indecisi di centro –molto pochi-, ma piuttosto elettori degli Stati chiave di questa campagna, l’Ohio in particolare –nessun repubblicano è mai andato alla Casa Bianca senza avervi vinto e lì Obama è avanti-, ma anche Virginia, Florida, Pennsylvania. I risultati cominceranno ad affluire dopo la chiusura dei primi seggi sulla Costa Est, all’una del mattino: se l’aritmetica dei Grandi Elettori sarà netta, il vincitore sarà noto prima che chiudano i seggi in California, all’alba italiana; se la gara sarà serrata, bisognerà invece attendere giorno fatto. A meno che non si ripeta l’incubo 2000, quando conte e riconte dei voti in Florida tennero l’esito in bilico per cinque settimane. Schiere di avvocati dei due campi, in Florida e in Ohio, sono già pronte alla bisogna.  

Usa 2012: Romney ha la cabala dei pellerossa, Obama i numeri

Scritto per L'Indro lo 05/11/2012 e, in altra versione, per Il Fatto Quotidiano dello 06/11/2012

Se Mitt Romney, mormone laico, s’affida alla cabala , vuol dire che è messo male. Però, per dargli la forza di crederci fino all’ultimo, anche la cabala, la vigilia dell’Election Day, può servire. Domenica, i Redskins, letteralmente ‘i pellerossa’, la squadra di football americano di Washington, hanno perso  -succede abbastanza spesso, a dire il vero-. Ora, ricorda il Washington Post, il giornale del Watergate, mica l’Eco di RoccaCannuccia, quando i Redskins perdono la partita prima del voto, il candidato del partito che ha vinto la volta precedente perde: 18 presidenziali da quando i Redskins si sono installati a Washington; 17 volte è andata così. Unica eccezione, il 2004: secondo la cabala dei pellerossa, avrebbe dovuto vincere il democratico John Kerry e, invece, rivinse il repubblicano George W. Bush. Ma c’era una spiegazione: Bush, in realtà, aveva perso il voto popolare. Stavolta, magari, sarà il contrario: Barack Obama perderà il voto popolare, mantenendo valida la cabala, ma andrà alla Casa Bianca.

Perché questo è quel che dicono i sondaggi: fra il presidente democratico e il rivale repubblicano sarà un testa a testa, a livello di suffragi popolari. Ma, fra i Grandi Elettori, che sono quelli che contano, Obama è avanti e, nelle ultime ore, avrebbe pure ampliato il suo vantaggio: potrebbe contare su 303 Grandi Elettori, 33 in più della soglia magica di 270, 68 in più di Romney, che non andrebbe oltre 235.

I calcoli sono di RealClearPolitics.com che si basa sulla media di tutti i sondaggi finora elaborati. Gli Stati in bilico sono una decina, secondo il prudentissimo 270towin.com, un altro sito che tiene la conta. Ma, in realtà, quelli davvero incerti sono tre, al massimo quattro: la Florida (29), ‘fatale’ ad Al Gore nel 2000; l’Ohio (18), senza vincere il quale nessun repubblicano è mai diventato presidente; la Pennsylvania (20), dove, però, Obama sembra destinato a farcela; e la Virginia (13), quello più serrato di tutti.

Gli altri Stati considerati ‘in bilico’ paiono ormai ‘andati –ne è una prova il fatto che i candidati hanno praticamente smesso di farvi campagna-: il Nevada (6) e il Colorado (9) a Obama, uniche macchie blu, con il New Mexico, nel mare rosso della ‘cintura della Bibbia’, le Grandi Pianure e le Montagne Rocciose; e pure a Obama il Wisconsin (10), il Michigan (16) e il New Hampshire (4), a confermare il dominio democratico nella Regione dei Grandi Laghi e nel New England. Romney si prende, invece, la North Carolina (15), e così il Sud è quasi tutto suo –c’è l’incognita Virginia-, mentre nel MidWest qualcuno gli attribuisce lo Iowa (6) –ma io fatico a crederci-.

Che la situazione resti fluida, lo dice la media dei sondaggi nei quattro Stati chiave: in Florida, Obama 47,7,  Romney 49,5; in Ohio, Obama 49,4, Romney 46,5; in Pennsylvania, Obama 49,3, Romney 45,5; in Virginia, Obama 48,0,  Romney 47,7. Ma anche a volere prendere come base 270towin, che lascia Obama a 201 e Romney a 191 Grandi Elettori sicuri, e attribuendo a Obama solo Nevada, Colorado, Wisconsin, Michigan e New Hampshire si arriva a 246. A questo punto, gliene bastano 24 per arrivare a 270 e vincere: uno dei quattro ‘super-contesi’ più, magari, lo Iowa. Mentre Romney, per batterlo, deve praticamente fare bottino pieno.

Fra le tante combinazioni possibili, c’è naturalmente pure il pareggio dei Grandi Elettori. Ma, se è già successo quattro volte che andasse alla Casa Bianca chi aveva perso le elezioni al voto popolare, il pari non c’è mai stato. Dovesse succedere, il presidente lo eleggerà la Camera e il vice il Senato. E così avremmo Romney presidente e Joe Biden suo vice. Ma è come lanciare la monetina e ritrovarsela di taglio: accade solo al cinema, in ‘Mr Smith va a Washington’ di Frank Capra. Appunto.

lunedì 5 novembre 2012

USA 2012: Europa e Mondo votano Obama, America è divisa

Scritto per EurActiv e, in versione diversa, per l'Indro lo 05/11/2012

Un voto per l’America, ma anche un voto per l’Europa e per il Mondo: l’elezione del presidente degli Stati Uniti conserva una portata planetaria di gran lunga superiore a qualsiasi altra elezione nazionale. La scelta tra il presidente democratico Barack Obama, il primo nero alla Casa Bianca, e lo sfidante repubblicano Mitt Romney non determinerà solo la direzione politica ed economica Usa nei prossimi quattro anni, ma condizionerà tutti gli equilibri internazionali e, in ultima analisi, anche le prospettive di pace e guerra.

Logico, quindi, che l’Unione europea, in particolare, guardi con attenzione e pure apprensione all’esito della consultazione. Obama è percepito come più vicino alla sensibilità e alle priorità dell’Europa tradizionale partner ed alleato dell’America. Romney ha assunto posizioni più critiche e ha avuto accenti sprezzanti, almeno nei confronti di alcuni Paesi Ue, Grecia, Spagna, Italia. Ma c’è sempre uno iato tra il candidato e il presidente: con Obama, lo si è già misurato; con Romney andrebbe esplorato.

Negli Stati Uniti, questi sono gli ultimi scampoli della campagna elettorale: domani si va alle urne per scegliere il presidente e, inoltre, per rinnovare la Camera e un terzo del Senato, rinnovare i governatori di diversi Stati e numerose assemblee statali e locali, pronunciarsi su una miriade di referendum a vario livello.

I sondaggi indicano che l'esito della corsa alla Casa Bianca è incerto: c’è sostanziale equilibrio, almeno nelle intenzioni di voto a livello nazionale, ma il presidente appare in vantaggio nella conta dei Grandi Elettori, cioè nel computo dei voti elettorali dei singoli Stati, che sono quelli che contano. Il collegio elettorale è composto da 538 Grandi Elettori: ce ne vogliono 270 per vincere.

Negli ultimi giorni, la risposta dell’Amministrazione ai lutti e alle devastazioni dell’uragano Sandy ha dato una scossa positiva alla credibilità e al prestigio di Obama presidente, ma il sostegno a Romney è comunque alto negli Stati cruciali che decideranno il risultato del confronto: i due che, più degli altri, hanno le chiavi della Casa Bianca sono l’Ohio, dove Obama è avanti, e la Florida, dove l’equilibrio è massimo. Al presidente, può bastarne uno dei due; lo sfidante deve invece farvi l’en plein.

La conferma di Obama o la vittoria di Romney è nelle schede degli indecisi –appena un ventesimo degli elettori, a questo punto-, che prenderanno una decisione all'ultimo minuto (e molti, alla fine, decidono di non decidere, cioè di non votare). Una caratterista peculiare di questa campagna è, secondo i ricercatori dell’Ispi, l’Istituto di studi politici internazionali, che gli indecisi 2012 non sono elettori di centro: sui temi nodali, non sembrano cioè avere posizioni moderate tanto che appare stavolta “parzialmente fuorviante la vecchia idea secondo cui la Casa Bianca si vince spostandosi verso il centro”.

Più importante, invece, sembra essere oggiAggiungi un appuntamento per oggi la capacità di mobilitare appieno il proprio elettorato, anche a costo di radicalizzare toni e contenuti della proposta politica, come ha fatto, almeno durante le primarie, con una certa efficacia Romney. Dopo avere ancora compiaciuto gli ultra-conservatori, scegliendo come proprio vice Paul Ryan, l’ex governatore del Massachusetts s’è però ‘ricentrato’, almeno nei dibattiti televisivi.

Temi chiave della campagna elettorale sono stati soprattutto quelli di politica interna, l'economia, l'occupazione, la sanità e i tagli al deficit pubblico, mentre i temi di politica estera sono stati secondari e concentrati principalmente attorno alla Cina, al nucleare iraniano, alle delicate relazioni con Israele e alla questione terrorismo internazionale.

Per gli esperti dell’Ispi, la retorica dei due possibili presidenti potrebbe rivelarsi, in futuro, diversa da quella della campagna, condizionata dalla polarizzazione dell'elettorato. Ma un dato appare incontrovertibile: quello di un'America divisa, come poche altre volte in passato, che potrà attraversare una fase di "introversione politica" data da diversi fattori, dalle difficoltà economiche, alle trasformazioni sociali, al relativo declino internazionale.

domenica 4 novembre 2012

Usa 2012: Obama, il candidato del resto del Mondo

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/11/2012

Barack Hussein Obama, 4 agosto 1961, 44° presidente Stati Uniti – Se vincerà Obama, all’alba del 7 novembre il Mondo non sarà un posto peggiore, anche se il primo nero alla Casa Bianca non è stato, come presidente, alla pari con le attese messianiche che la sua campagna 2008 e il suo slogan, ‘Yes, we can’, avevano suscitato in tutto il Pianeta. E pure l’Obama candidato 2012 non è stato così visionario e così coinvolgente come quello di quattro anni or sono. Rapidamente incanutito dal peso della responsabilità, Obama pare avvertire la delusione sua e dei suoi sostenitori per non essere riuscito a realizzare tutto quello che aveva promesso e che sperava di fare e sembra misurare le difficoltà di realizzare i suoi progetti, specie quando il Congresso gli è a metà contro.

L’uomo che voleva restituire agli Stati Uniti un rispetto internazionale non affidato solo alle torrette dei carri-armati e che voleva dare a tutti gli americani la sicurezza di un’assistenza sanitaria ha centrato questi obiettivi, aprendo al dialogo con il Mondo arabo e con l’Islam moderato, ritirando le truppe da combattimento dall’Iraq e programmando il ritiro dall’Afghanistan. Sono risultati che gli sono valsi, a priori, il Nobel per la Pace, assegnatogli ‘sulla fiducia’ nel 2009, «per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli; e che, ancora oggi, gli confermano un ampio sostegno internazionale. E vero che le diplomazie antepongono l’usato sicuro al nuovo incerto, ma le percentuali con cui gli europei e il mondo arabo lo preferiscono al suo rivale Mitt Romney in altri tempi si sarebbero dette bulgare. Solo Israele gli resta freddo: si sente più protetto da Romney, che non mette paletti all’alleato mediorientale.

Ma la presidenza di Obama, e il giudizio che ne daranno gli elettori, sono stati totalmente segnati dalla crisi economica, che l’Amministrazione repubblicana gli consegnò in eredità: quando Obama s’insediò alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009, il tasso di disoccupazione negli Usa era del 7,8% e salì subito sopra l’8%, rimanendovi per 43 mesi consecutivi, tre anni e mezzo abbondanti, il periodo più lungo da quando, nel 1948, i dati vengono raccolti e classificati. Adesso, sono 25 mesi consecutivi, oltre due anni, che l’occupazione aumenta mese dopo mese: in estate il tasso è sceso sotto l’8%, a settembre era al 7,8%, ora è tornato d’un decimo su rispetto all’inizio della presidenza. E resta il fatto che nessun presidente americano è mai stato rieletto con una disoccupazione così elevata, ad eccezione di Franklyn Delano Rossevelt, il democratico che si trovò a rimettere in piedi l’economia dopo il crollo del 1929.

Nato alle Hawaii, padre di origine kenyana, Obama ha una storia politica breve: durante gli studi alla Columbia University e alla Harvard Law School, fu organizzatore e attivista politico nella sua Chicago, nella scia di quel Saul Alinski che ebbe uno stretto rapporto con Jacques Maritain. Lavorò come avvocato nella difesa dei diritti civili e fu docente universitario di diritto costituzionale dal 1992 al 2004.

Senatore dello Stato dell’Illinois a tre riprese dal 1997 al 2004, Obama provò nel 2000 ad approdare a Washington, alla Camera, ma fallì. Divenne invece senatore dell’Illinois al Senato di Washington nel 2004: quell’anno, John Kerry, candidato democratico alla Casa Bianca, gli affidò il discorso più importante alla convention democratica. Al Senato, Obama non fece neppure in tempo a concludere un mandato: si dimise dopo l’elezione a presidente il 4 novembre 2008.

Per arrivare alla Casa Bianca, gli fu più difficile avere la meglio, nelle primarie, di Hillary Rodham Clinton, ex first lady, poi punto di forza della sua Amministrazione al Dipartimento di Stato, che battere il rivale repubblicano John McCain. La crisi, allora, gli diede una mano: nonostante McCain fosse il meno ‘bushiano’ dei repubblicani, l’avvicendamento apparve, a quel punto, inevitabile. Oggi, la stessa crisi potrebbe condannarlo. Ma, ancora una volta, i repubblicani gli danno una mano: la promessa di Romney di creare 12 milioni di posti di lavoro appare una spacconata e le ricette economiche ultra-reaganiane del suo vice Paul Ryan spaventano la classe media e lusingano solo l’un per cento degli americani più ricchi.

Una mano gliela dà pure la famiglia: Michelle Robinson, avvocato anch’essa, è una first lady molto popolare –due le figlie: Malia, 14 anni, e Sasha, 11-. A sposarli, nel 1992, fu il reverendo Jeremiah Wright, un personaggio controverso, la cui influenza su Barack, cresciuto in un ambiente non religioso, è molto discussa.

Usa 2012: Romney, troppo molle per piacere ai suoi falchi

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/11/2012

Willard Mitt Romney, 12 marzo 1947 – Imprenditore di successo, governatore del Massachusetts, mormone, il candidato repubblicano alla Casa Bianca è, per molti repubblicani, “l’uomo giusto”, un presidente predestinato. Molti altri, però, lo vedono all’opposto come un perdente predestinato: man mano che la campagna andava avanti, lui si è affinato, meno le gaffes (ma pesanti), buoni i dibattiti, ma senza mai cancellare l’impressione che gli mancasse qualcosa per vincere –gli basteranno le 48 ore che restano di qui al voto per trovarlo?-.

Sposato con Ann, cinque figli, Romney è stato organizzatore dei Giochi d’Inverno a Salt Lake City nel 2002, governatore del Massachussetts dal 2003 al 2007, candidato alla nomination repubblicana già nel 2008 – fu l’ultimo a cedere le armi a John McCain –. Figlio d’arte (il padre, George W., fu governatore del Michigan, la madre Lenore provò a diventarne senatore); esperienze da missionario in Francia (i mormoni mandano i figli a cercare di fare proseliti nella miscredente Europa); laureato alla Brigham Young University (l’ateneo mormone di Salt Lake City) e poi ad Harvard, dopo gli studi si mise in affari con risultati brillanti.

La fortuna accumulata e l’abilità a proteggerla dal fisco –un punto debole nella sua campagna- gli permisero di finanziarsi gli esordi in politica. Si candidò a senatore nel 1994, ma scelse Stato e collegio sbagliati: il suo avversario era Ted Kennedy, destinato a tenere il seggio fino alla morte, uno praticamente imbattibile. Poi si dedicò alla candidatura di Salt Lake City ai Giochi invernali e, quindi, alla preparazione delle Olimpiadi come presidente del comitato organizzatore: pareva dovesse essere un disastro finanziario; invece, divenne un affare. Nel novembre 2002, fu eletto governatore del Massachussetts: un’impresa, perché lo Stato di Boston ha una grossa tradizione democratica.

Nei quattro anni del suo mandato realizzò, da buon repubblicano, tagli della spesa pubblica e aumenti delle tariffe, azzerando un deficit ipotizzato di tre miliardi di dollari. Il suo risultato di maggiore spicco, che ora gli causa imbarazzo, fu la riforma dell’assistenza sanitaria statale: Romney garantì una copertura a quasi a tutti i cittadini per la prima volta in tutta l’Unione. Proprio a quella esperienza s’ispirò in parte il presidente Barack Obama, nel varare la sua riforma sanitaria nazionale, l’Obamacare, che adesso Mitt promette di abolire appena sarà in carica, se mai lo sarà.

Nel 2006, Romney non cercò un secondo mandato. Pensava già alla nomination 2008 e, intanto, spostava la sua retorica su posizioni più conservatrici, così da non essere percepito come un corpo (troppo) estraneo all’anima più profonda (populista, sudista, evangelica) del partito repubblicano. Conclusa l’avventura delle primarie 2008 e perse poi dai repubblicani le presidenziali, Mitt continuò a prepararsi alla Casa Bianca.

Nella campagna 2012, il miliardario mormone ha dimostrato tenuta e costanza: è praticamente sempre rimasto in testa ai sondaggi e alla conta dei delegati. E i repubblicani dell’establishment, quelli che hanno posto di lavoro a Washington e casa a Georgetown, oppure nei sobborghi eleganti della Nord Virginia intorno al District of Columbia, preferivano, sotto sotto, il rischio di perdere con Romney che quello di vincere con qualche ingombrante e ingestibile alfiere del Tea Party.

Famiglia con pedigree, le stimmate dell’uomo di successo conservatore (moglie a casa –Ann gli è sempre stata un valido supporto- e figli in carriera), Romney ha abbastanza esperienza per evitare, da presidente ai primi passi, errori o ingenuità. Contro di lui ci sono, però, il grigiore, l’uniformità, la monotonia: Mitt è spesso percepito come una persona noiosa, che manca di brillantezza, anche se nei duelli televisivi con il rivale democratico se l’è cavata molto meglio del previsto. E quando esce dal seminato sbaglia: fra le ‘frasi celebri’ del suo percorso, il “mi piace licenziare” e le espressioni di disprezzo per il 47% di cittadini americani poveri e ‘latinos’ che vivrebbero di aiuti pubblici (e, soprattutto, votano per Obama).

Dalla sua, c’è la debolezza dell’economia, che non è ancora uscita dalla crisi lasciata in eredità all’America dalla presidenza repubblicana di George W. Bush . Contro di lui, c’è – e potrebbe rivelarsi decisivo – il fatto che non eccita né il TeaParty né gli evangelici della fascia della Bibbia: senza l’appoggio di queste due constituencies conservatrici è davvero difficile che un repubblicano entri alla Casa Bianca. La sua buona educazione, il sorriso stampato, i capelli sempre in ordine, sono punti di forza ed elementi di debolezza: Romney non scalda le folle; non predica, e quindi non seduce gli evangelici; e non alza la voce, e quindi non attrae i populisti anti-tasse del Tea Party. Piace alla finanza e alle grandi imprese, che lo hanno foraggiato, ma hanno più soldi che voti.

venerdì 2 novembre 2012

Usa 2012: i dati sull'occupazione non decidono il match

Scritto per L'Indro lo 02/11/2012

Escono, attesissimi, i dati sulla disoccupazione ad ottobre negli Stati Uniti: sono un colpo al cerchio e uno alla botte, non decidono in anticipo la corsa alla Casa Bianca tra il presidente Barack Obama, democratico, e lo sfidante Mitt Romney, repubblicano. L'economia americana ha creato nel mese 171.000 posti di lavoro, più del previsto –vantaggio a Obama-, ma il tasso di disoccupazione è ugualmente salito dal 7,8 al 7,9% -vantaggio a Romney-, a causa dell'afflusso sul mercato di gente alla ricerca d’un impiego.

Gli analisti prevedevano ‘solo’ 125.000 nuovi posti: ce ne sono stati quasi il 50% in più della stima. E, inoltre, i dati di settembre sono stati rivisti al rialzo: 148.000 i posti creati, più dei 114.000 precedentemente calcolati. Il settore privato ha ‘prodotto’ in ottobre 184.000 posti di lavoro, la cifra più elevata da febbraio.

Da luglio, l'economia americana ha creato in media 173.000 posti di lavoro al mese, più del doppio rispetto alla media di 67.000 posti al mese nel secondo trimestre 2012. Sono 25 mesi consecutivi, oltre due anni, che l’occupazione aumenta mese dopo mese. Dopo che il tasso di disoccupazione era stato superiore all’8% per 43 mesi consecutivi, tre anni e mezzo abbondanti, il periodo più lungo da quando, nel 1948, i dati vengono raccolti e classificati, in estate è finalmente sceso sotto la soglia. Quando Obama divenne presidente, il 20 gennaio 2009, il tasso di disoccupazione era il 7,8%, oggi è tornata su quei livelli. Però, resta il fatto che nessun presidente americano è mai stato rieletto con un tasso di disoccupazione così elevato.

Opposti, ovviamente, i commenti ai dati dei due rivali. Obama nota “reali progressi” dell’economia e definisce Romney “solo un venditore di talento”. Il repubblicano sostiene, invece, che l’economia è a un punto morto e che il presidente conduce l’Unione verso una nuova recessione. Obama gioca sulla messa bugia di Romney sull’industria automobilistica, che gli è valso risposte piccate di GM e Chrysler: il presidente deplora che l’avversario abbia allarmato i colletti blu dell’Ohio per un pugno di voti e ‘arruola’ in uno spot l’ad di Chrysler Sergio Marchionne. Ma, nonostante le frizioni sull’auto, l’industria americana è con Romney: a lui sono andate il 60% delle donazioni delle imprese.

Nella giornata dei dati sull’occupazione, i sondaggi non creano sussulti e non danno certezze. Obama riceve conforti dall’estero, che, però, in vista del 6 Novembre, contano il 2 di picche: l’Europa è massicciamente dalla sua parte, l’Italia pure (anche se al di sotto della media europea); e i palestinesi lo preferiscono a Romney. Che, del resto, non appare molto preoccupato di tenersi buoni i partner internazionali: accusa la Cina di manipolare i tassi di cambio; se la prende con la Russia; e va ripetendo che le politiche di Obama precipiteranno l’America in una crisi come quella che in Europa c’è in Grecia –aveva detto il 22 ottobre- e anche in Italia e Spagna –ha aggiunto giovedì, parlando in Virginia-. ...

giovedì 1 novembre 2012

Usa 2012: Romney, con Obama finiamo come l’Italia

Scritto per EurActiv lo 01/11/2012 e per il blog de Il Fatto.

Lo aveva già detto nell’ultimo dibattito televisivo con il presidente Barack Obama, quello riservato alla politica estera. E l’ha ripetuto oggi, a cinque giorni dall’Election Day del 6 novembre, rincarando pure la dose: per Mitt Romney, il candidato repubblicano alla Casa Bianca, le politiche di Obama precipiteranno l’America in una crisi come quella che in Europa c’è in Grecia –aveva detto il 22 ottobre- e anche in Italia e Spagna –ha aggiunto oggi, parlando in Virginia.

"Se siete un imprenditore e state pensando di avviare un'attività - ha detto Romney – dovete chiedervi: l'America è sulla strada della Grecia?, siamo sulla via di una crisi economica come quelle cui stiamo assistendo in Europa, in Italia e in Spagna? Se continuiamo a spendere 1.000 miliardi di dollari in più di quanto entra, l'America di fatto si troverà su questa strada".

Nella campagna elettorale di Usa 2012, l’Europa è stata quasi totalmente assente: nel duello in tv da Boca Raton, in Florida, Obama e Romney non hanno mai pronunciato la parola Europa –Romney, allora, citò solo la Grecia-. E il tema dei rapporti con l’Europa non è mai venuto a galla. Assenza di problemi fra partner e alleati di qua e di là dell’Atlantico?, o carenza d’attenzione e di considerazione?, è stato recentemente chiesto al premier Mario Monti, durante un incontro con lo IAI, l’Istituto Affari Internazionali. “Non penso che ci sia scarsa attenzione verso l’Unione europea, ma c’è un’attenzione selettiva, se ne parla soprattutto in relazione ad alcuni problemi”, ha risposto Monti. Che ha aggiunto: “Ma non vorrei che si avesse l’impressione che alla base della crisi ci sia soltanto l’Europa”.

Perché, in effetti, almeno fino all’estate, l’atteggiamento della Casa Bianca nei confronti dell’Unione, le pressioni perché alla politica del rigore si affiancasse una strategia della ripresa, nascevano dal timore, neppure celato, di un contagio del ‘mal di crescita’ europeo. Dimenticando che l’Europa nel 2008 importò la crisi proprio dall’America.

A riprova dell’attenzione, sia pure selettiva, della politica americana per l’Unione europea, Monti poteva citare i suoi contatti, frequenti, con il presidente Obama, ma anche un colloquio telefonico con Romney, rimasto fino a quel momento segreto: una conversazione diplomaticamente insolita, avvenuta intorno al 10 agosto, quando il miliardario mormone era già certo della nomination, ma non l’aveva ancora formalmente avuta: “Da parte di Romney –nota Monti- c’era attenzione grande ai temi europei, naturalmente anche perché parlava con un europeo”.

Nella campagna elettorale, invece, forse perché si rivolgevano agli americani, di Europa né Obama né Romney hanno quasi mai parlato. E, quando ha parlato di Cina, il candidato repubblicano s’è messo contro Pechino, dichiarando che i cinesi “manipolano” i tassi di cambio, e pure l’industria dell’auto americana, accusandola di trasferire in Cina produzioni e posti di lavoro statunitensi –GM e Chrysler hanno reagito negando sdegnate-.

L’America di Obama finirà davvero come la Grecia, o l’Italia? Mi sa che avremo modo d’accorgercene: l’uragano Sandy –il comandante in capo Obama è piaciuto a 8 americani su 10- tiene a galla il presidente e affonda il rivale.