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martedì 13 novembre 2012

Ue: Grecia, un Eurogruppo tira l'altro e nessuno decide

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 13/11/2012. Altra versione su EurActiv.
Sono come le ciliegie, le riunioni dell’Eurogruppo: una ne tira un’altra; e non si finisce mai. Anzi, le ciliegie prima o poi finiscono, perché in tavola non ne restano più. Mentre, di riunioni, l’Ue ne ha una riserva zeppa. E, se non ce n’è una pronta, la si crea, ché tanto non costa –quasi- niente. Adesso che si possono fare virtuali, in video-conferenza, costa pure di meno. Certo, chi aspetta le decisioni continua ad aspettarle… Ma tant’è: c’è sempre un Bundestag da consultare prima di confermare una decisione che si credeva già presa dai leader dei 27.
E’ successo di nuovo la scorsa notte a Bruxelles, al termine di un Eurogruppo: Jean-Claude Juncker, il presidente, fa sapere che sarà necessario un nuovo incontro straordinario il 20 novembre per finalizzare l'accordo sugli aiuti ad Atene. Un’intesa di massima c’è, ma né la cancelliera Merkel né il ministro Schaeuble se la sentono di fare concessioni senza l’avallo del Parlamento. E Olanda, Finlandia, pure Austria, hanno preoccupazioni analoghe.
Così, ancora una volta, l’Unione europea arruffa il gomitolo dei negoziati economici e finanziari: decisioni che erano già state tratteggiate al Consiglio europeo di metà ottobre e che parevano ormai acquisite finiscono per intersecarsi con decisioni in calendario al prossimo Vertice del 22 e 23 novembre: da una parte, lo sblocco di una ‘tranche’ di aiuti alla Grecia per oltre 31 miliardi di euro e la dilazione di due anni -dal 2014 al 2016- del termine entro cui Atene deve risanare i conti; dall’altra, gli stanziamenti del bilancio Ue 2012/’13 e le prospettive finanziarie 2014-2020. E non manca la complicazione d’un litigio apparentemente gretto sugli aiuti alle regioni italiane colpite dal terremoto.
E quando la trattativa si gonfia di temi, i nodi si moltiplicano e gli intoppi pure. In conferenza stampa, Juncker e Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, si prendono il lusso di un battibecco: "L’obiettivo resta quello di ridurre il debito greco al 120% del Pil entro il 2020, ma é probabile che sposteremo il termine al 2022", dice Juncker ; ma la Lagarde replica che l'obiettivo resta il 120% al 2020, perché "abbiamo punti di vista differenti".
Secondo fonti diplomatiche, l'Eurogruppo di ieri ha fatto passi avanti verso un accordo sugli aiuti alla Grecia, ma resta da capire come finanziare il tempo in più che si vuole concedere ad Atene - un costo stimato in oltre 30 miliardi - e come trovare un'intesa con l'Fmi sulla sostenibilità del debito.
Il rinvio vanifica lo sforzo del Parlamento di Atene, che, nella notte tra domenica e lunedì aveva varato, come chiedeva la troika delle istituzioni finanziarie internazionali, Ue, Bce e Fmi, il bilancio greco 2013,  con una ulteriore ‘manovra’ da 13,5 miliardi di euro di tagli, per ridurre il debito, ora al 180% del pil, agendo sulla leva dell’avanzo primario (cioè della differenza tra spesa pubblica ed entrate dell’erario al netto degli interessi).
Gli impegni greci sono, però, accolti con molta diffidenza dai partner europei. Di qui, esitazioni, burocraticamente motivate –l’incompletezza della documentazione, o la mancanza del rapporto della troika-, ma politicamente fondate sulla volontà dei campioni del rigore di coinvolgere i parlamenti nazionali su qualsiasi ulteriore concessione –sia pure solo temporale e non finanziaria- al governo Samaras.
La Grecia non può più attendere a lungo: a metà mese, cioè entro la fine della settimana, le casse saranno vuote. Ma Juncker spiega che Atene eviterà il default grazie a una onerosa operazione di rollover sui titoli di Stato a breve: soldi che si potevano risparmiare decidendo subito,  senza rinviare al 20, quando Juncker assicura che  "tutti i problemi troveranno risposta". I ministro delle Finanze dei 17 - si legge nella nota diffusa al termine della riunione – sono già d'accordo sull'opportunità di concedere due anni supplementari (dal 2014 al 2016) ad Atene per la riduzione del deficit sotto il 3%.
L’Eurogruppo del 20 sarà l’ultima ciliegia di questo cesto? C’è da sperarlo, ma non proprio da scommetterci.

lunedì 12 novembre 2012

Ue: Grecia, bilancio, sisma, s'arruffa il gomitolo dei negoziati

Scritto per l'Indro il 112/11/2012
Ancora una volta, l’Unione europea arruffa il gomitolo dei negoziati economici e finanziari: decisioni che parevano già prese al Consiglio europeo di metà ottobre, come lo sblocco di una fetta di aiuti alla Grecia per oltre 31 miliardi di euro e la dilazione di due anni -dal 2014 al 2016- del termine entro cui Atene deve risanare i conti, sono ancora in alto mare, tre settimane abbondanti dopo. Così, le decisioni sul bilancio Ue 2012/’13 e sulle prospettive finanziarie 2014-2020, all’ordine del giorno del Vertice straordinario del 22 e 23 novembre, finiscono con intersecarsi alle prime. E c’è pure la complicazione d’un litigio apparentemente gretto sugli aiuti alle regioni italiane colpite dal terremoto del marzo scorso.
Oggi, s’è riunito a Bruxelles l’Eurogruppo, con i ministri delle finanze dei Paesi dell’Eurozona. E, domani, toccherà all’Ecofin, con i ministri delle finanze di tutti i 27, Ma già si profilano nuovi appuntamenti, un altro Eurogruppo straordinario forse mercoledì: per la Germania, l’intesa sulla Grecia passa attraverso una consultazione del Bundestag, dice ai colleghi, prima dell’avvio dei lavori, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, mentre la Francia auspica almeno un accordo politico “subito”.
Di che vanificare, e frustrare, lo sforzo del Parlamento di Atene, che, nella notte tra domenica e lunedì ha varato, come chiedeva la troika delle istituzioni finanziarie internazionali, Ue, Bce e Fmi, il bilancio greco 2013,  con una ‘manovra’ da 13,5 miliardi di euro di tagli. L’obiettivo principale è ridurre il debito, attualmente al 180% del pil, agendo sulla leva dell’avanzo primario (la differenza tra spesa pubblica ed entrate dell’erario al netto degli interessi).
Gli impegni greci sono, però, accolti con molta diffidenza dai partner europei. Di qui, esitazioni, burocraticamente motivate –l’incompletezza della documentazione, o la mancanza del rapporto della troika-, ma politicamente fondate sulla volontà di alcuni Paesi –oltre la Germania, anche Olanda e Finlandia- di coinvolgere i parlamenti nazionali su qualsiasi ulteriore concessione –sia pure solo temporale e non finanziaria- al governo Samaras. La Grecia non può più attendere a lungo: a metà mese, cioè entro la fine della settimana, le casse saranno vuote.
I cordoni della borsa
E domani deve pure riprendere il negoziato sul bilancio Ue 2013 e sui correttivi da apportare al bilancio Ue 2012, dopo che una trattative fiume venerdì scorso s’è conclusa con una fumata nera. Per il prossimo anno la Commissione europea chiede un bilancio da 137,92 miliardi di euro, con un incremento del 6,85% rispetto al 2012, il Parlamento europeo vuole invece un bilancio da 137,9 miliardi, per un incremento di poco inferiore a quello richiesto dalla Commissione (6,82%).  Insomma, le istituzioni comunitarie battono cassa, ma i Paesi membri non sono d’accordo. Il Consiglio, infatti, s’orienta verso un budget da 132,7 miliardi, con un incremento di circa il 2,8%, rispetto all’esercizio finanziario dell'anno precedente. Praticamente, il recupero dell’inflazione e poco altro.
Il tiramolla sulle cifre è un rito annuale e le differenze sono modeste. Ma, sul problema 2013, s’innesta quello 2012: qui, alcuni Paesi propongono più soldi per politiche di crescita e occupazione (+6,71%), con una manovra correttiva da 9 miliardi. E proprio qui si gioca la partita dei 670 milioni di aiuti per l’Emilia Romagna: Gran Bretagna, Germania, Olanda, Svezia e Finlandia vogliono infatti un voto unico su entrambi i pacchetti, la manovra e gli aiuti. Una soluzione potrebbe essere di mettere gli aiuti sul bilancio 2013.
La trattativa 2012/’13 riproduce la spaccatura già profilatasi sulle prospettive finanziarie 2014-2020. Le due questioni, infatti, sono intimamente connesse: “Un fallimento rischia di avvelenare le trattative sul bilancio pluriennale”, verso il Vertice straordinario del 22 e 23 novembre, nota il viceministro cipriota per gli Affari europei, Andreas Mavroyannis, presidente di turno del Consiglio.
Da un lato ci sono i ‘campioni del rigore’, come Gran Bretagna, Germania, Olanda, che puntano su una compressione del bilancio europeo. Dall’altra ci sono gli ultimi venuti, più inclini a un’espansione del potenziale d’investimento Ue. Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze olandese, spiega: “Non aspettatevi alcuna flessibilità da parte mia: noi abbiamo preso delle misure drastiche e non possiamo accettare che il bilancio europeo aumenti. La Commissione deve decidere le sue priorità e tagliare laddove è necessario”.
Non è servita nemmeno la proposta di incaricare la presidenza di turno cipriota di redigere un documento di sintesi. Così, alla fine, sì è preferito concedere una pausa di riflessione di qualche giorno e aggiornare la riunione a domani. "Così, pensiamo di dare a tutte le parti coinvolte più tempo per lavorare a un compromesso", ha spiegato il commissario Janusz Lewandowski. Ma, in genere, le pause nella trattativa servono solo a tornare alla casella di partenza, rimangiandosi le concessioni già fatte.

domenica 11 novembre 2012

Ue: Grecia, la troika vuole i nomi dei licenziati, in cambio degli aiuti

Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/11/2012

Fateci caso: ogni volta che s’avvicina una riunione Ue cruciale sulla Grecia, Der Spiegel salta fuori con anticipazioni che complicano il negoziato: ieri, mentre Atene era attraversata da manifestazioni ormai rituali e Bruxelles si preparava all’Eurogruppo di domani, il settimanale tedesco scriveva che la troika delle istituzioni finanziarie internazionali (Ue, Bce ed Fmi) sbloccherà gli aiuti alla Grecia solo se il governo Samaras presenterà la lista con i nomi dei 2.000 dipendenti pubblici da licenziare entro la fine dell'anno.

E’ una richiesta come minimo irrituale. Se davvero formulata, testimonia la sfiducia della troika nelle promesse e negli impegni del governo greco, che ha spesso disatteso patti e intese. Lo Spiegel sostiene che la troika non è soddisfatta dei numeri finora fornitile e vuole che il governo greco garantisca un piano molto dettagliato di tagli occupazionali nel settore pubblico. L’ultima volta che la troika s’era fidata, l’occupazione, a conti fatti, era cresciuta, invece di diminuire.

Quel che è chiaro è che la riunione dell'Eurogruppo, domani, sarà solo un’altra tappa del negoziato senza fine tra la troika ed Atene: i ministri delle finanze dei 17 Paesi euro non sbloccheranno aiuti alla Grecia, perché l'accordo sulla sostenibilità del debito ancora non c'è. C’è, invece, un consenso ormai largo sulla concessione ad Atene di due anni in più, fino al 2016, per ricondurre il debito nei limiti previsti.

Il via libera in settimana del Parlamento greco alle nuove misure di rigore del governo Samaras non è dunque bastato. Anzi, quel che pareva chiaro al Vertice europeo di metà ottobre torna a essere nebuloso, nonostante la Grecia s’affanni a produrre dati economici positivi, o almeno incoraggianti: il deficit di bilancio s’è ridotto del 42% nei primi 10 mesi 2012 rispetto all’analogo periodo 2011, 12,3 miliardi di euro contro 21,1; le entrate sono cresciute dell'1,4%, la spesa è diminuita dell'8,5%.

A Bruxelles come ad Atene, e pure a Berlino, si tende a dare per scontato che la partita si chiuderà con la permanenza della Grecia nell’euro, con la concessione degli aiuti promessi e con la dilazione dei tempi di rientro, cui guarda con favore la Bce. L’esponente tedesco del direttivo della Banca centrale europea Joerg Asmussen sottolinea, in dichiarazioni alla stampa belga, che è "preferibile" che la Grecia resti nella zona euro: anche se ci sarà bisogno di un "aiuto supplementare per uno o due anni”, “il costo sarà significativamente meno elevato" di un default. La posizione del presidente della Bundesbank Jens Weidmann è analoga, ma con dei distinguo: no ad altri aiuti e no all’abbuono di quote di debito.

In piazza ad Atene ieri c’erano i dipendenti delle Amministrazioni locali, fra i più falcidiati. La crisi ha triplicato i casi di depressione e visto aumentare del 17% i suicidi.

venerdì 9 novembre 2012

Usa 2012: democratici e repubblicani, candidati 2016 cercansi

Scritto per l'Indro lo 09/11/2012

Usa 2012 non è ancora archiviata. Eppure è già Usa 2016. Formalmente, il presidente 2013-2016 degli Stati Uniti sarà eletto il 6 gennaio, quando il Congresso, convocato in seduta congiunta, verificherà i voti espressi dai Grandi Elettori, che, il 17 dicembre, si riuniranno in ogni Stato. Ma nessuna sorpresa è possibile: il mandato affidato ai Grandi Elettori nell’Election Day è pressoché vincolante e, dunque, il risultato delineatosi il 6 novembre non è in discussione. Il secondo mandato di Barack Obama inizierà il 20 gennaio, con giuramento e discorso d’insediamento sulla scalinata del Campidoglio di Washington.

Mentre Obama prepara “il meglio” dell’America che –assicura- “deve ancora venire”, c’è già chi s’interroga sulla corsa 2016: dopo il primo nero, la prima donna?, o il primo ‘latino’?, oppure, ci sarà una pausa con il ritorno a un bianco? Molti pensano che fra quattro anni il match presidenziale sarà fra due volti nuovi, magari due figure oggi ancora poco note. Ma c’è pure chi ipotizza un testa a testa fra due ‘super-veterani’: Hillary Clinton per i democratici e Mitt Romney per i repubblicani.
Fra i due grandi partiti, quello repubblicano esce peggio dal voto 2012, nonostante abbia conservato la maggioranza alla Camera. E Romney non può essere il futuro, anche se, a un certo punto, complice l’appannamento di Obama, aveva dato l’impressione di potercela fare, malgrado le gaffes e la fama da ‘flip-flop’, noi diremmo ‘girella’, e il paradosso dell’ostracismo alla riforma sanitaria nazionale democratica ricalcata su quella da lui attuata in Massachusetts.

A tradirlo, negli ultimi giorni, è stata la voglia dell’America di andare avanti, forward, come diceva lo slogan elettorale di Obama, 51 anni. Lui, 65 anni, puntava sul cambiamento, quello vero, diceva, real, giocando su un tema cavalcato nel 2008 dal suo rivale. Gli elettori hanno però deciso di dare altri quattro anni al presidente nero per realizzare il ‘suo’ cambiamento, anche perché hanno capito che il nuovo di Romney era un andare indietro, alle vecchie ricette del liberismo reaganiano, aggravato dai toni esasperati del populismo Tea Party corteggiato dal suo vice Paul Ryan. E c’era pure il rischio di ripiombare nella melassa finanziaria dell’era Bush, finita con lo scoppio della crisi.

Per Romney, pare proprio la fine della corsa. Verso le presidenziali 2016, il partito repubblicano deve porsi degli interrogativi: migliorare il proprio rapporto con le minoranza americane, specie neri e latini, ed allargare la propria base demografica, che va restringendosi agli uomini bianchi sopra i 65 anni; ed evitare di identificarsi con il Tea Party, la cui presa sull’elettorato s’è attenuata.

La linea del confronto duro Amministrazione–opposizione, praticata negli ultimi due anni, potrebbe essere rivista: Obama non è più il nemico da abbattere, perché nel 2016 sarà fuori gioco; e cercare di costruire rende più credibili che limitarsi a distruggere. Dietro Romney, già spuntano gli aspiranti alla nomination 2016: personaggi che erano potenziali protagonisti questa volta, ma che si sono tirati indietro, come gli ex governatori Mike Huckabee e Sarah Palin; o giovani rimasti alla finestra, come il senatore Marco Rubio o il governatore Chris Christie; o, infine, astri nascenti, come il vice di Romney Ryan, se la sconfitta del capo non l’avrà bruciato.

Fra i democratici, meno problemi di partito, perché Clinton prima e Obama poi ne hanno fatto l’interprete della multi-etnicità americana; ma più incognite su chi dopo l’attuale presidente, che sarà fuori gioco al prossimo giro. L’incognita maggiore è Hillary Clinton, che aveva annunciato l’abbandono del posto di segretario di Stato, ma che, nei giorni scorsi, in un’intervista al WSJ, non ha escluso un nuovo incarico nell’ ‘Obama due’: "Me l'hanno chiesto in molti, ma è improbabile".

A chi gli chiedeva chiarimenti, il portavoce di Hillary ha risposto in modo sibillino: "Improbabile: aggettivo: 1, difficile che accada, in dubbio; 2, con poche prospettive di successo". Era stato più chiaro Bill Clinton, ma un mese fa, dicendo della moglie: "Non so che cosa farà, ma ha bisogno di riposarsi: è stata first lady, senatore, candidata alle primarie e poi segretario di Stato".

Una pausa prima di cosa, di ricandidarsi? Lei non lo dice, e non ne ha bisogno. Ma molti pensano che non abbia digerito la sconfitta alle primarie 2008 e che voglia riprovarci, prendendo le distanze dall ‘Obama due’. Lo stesso WSJ ricordava una battuta del consigliere di Stato cinese Dai Bingguo: "Sarai ancora giovane, quando diventerai presidente".

Hillary o non Hillary, a Washington è già cominciato un nuovo gioco: cercare il volto democratico 2016. Giochiamolo con l’aiuto di Stefano Citati, responsabile Esteri de Il Fatto Quotidiano. Un nome ricorrente è Julian Castro, sindaco di San Antonio, ‘latino’ che ha fatto il discorso principale alla Convention di Charlotte (come Obama lo fece alla convention del 2004). Ma Castro dovrebbe prima candidarsi al Senato: gli Stati Uniti sono troppo grandi perché un sindaco, che non sia quello di New York, salga alla ribalta nazionale senza passare da un incarico come senatore o governatore. Di lui, magari, si parlerà nel 2020.

Il vero astro nascente sembra essere una docente di Harvard: Elizabeth Warren, che ha riconquistato ai democratici il seggio al Senato del Massachussetts che fu di Ted Kennedy. Cero, la maggior parte degli americani non ne hanno mai sentito parlare; ma tutti hanno sentito senza saperlo le sue parole. Lo slogan "you didn't built that" - non l'hai fatto da solo, con cui Obama trasmette il messaggio che, senza un governo che investa nelle infrastrutture, nemmeno le più grandi aziende crescerebbero - è in realtà della Warren: "Non c'è nessuno in questo paese che sia diventato ricco da solo, le strade su cui viaggiano i prodotti per raggiungere i mercati sono state costruite con i soldi di tutti".

Il New Yorker, che ha l'occhio lungo - nel 2004, dedicò un profilo a Obama definito Il Candidato-, le ha dedicato otto pagine, con un aneddoto malizioso. Nel febbraio 2011, Barney Frank, quello della riforma di Wall Street, la Dodd-Frank Bill, incontrando Obama, gli fece il nome della Warren per un'agenzia governativa, aggiungendo che la professoressa intendeva però candidarsi al Senato. "Davvero punta al Senato?" chiese Obama. E Frank: "Mr. President, penso che punti al lavoro che fa lei adesso, ma deve pur cominciare da qualche parte".

giovedì 8 novembre 2012

Usa 2012: Obama rieletto; Romney, soldi tanti, carisma zero

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 08/11/2012

Troppo moderato per piacere davvero ai conservatori; e troppo conservatore per sedurre gli indecisi
di centro; troppo algido e ‘predestinato’ per comunicare con l’America profonda; troppo mormone
e, nel contempo, troppo laico per scaldare l’animo degli evangelici ultra-religiosi. Aveva un sacco
di handicap in partenza, la campagna presidenziale di Mitt Romney, 65 anni, figlio d’arte –il padre
fu governatore del Michigan e tentò anch’egli la corsa alla Casa Bianca, la madre provò a diventare
senatore, uomo d’affari di successo e finanziere abbastanza spregiudicato, almeno verso il fisco,
organizzatore delle Olimpiadi d’Inverno a Salt Lake City, governatore del Massachusetts.

Eppure, Romney, a un certo punto, dava l’impressione di potercela fare: nonostante le gaffes -
alcune devastanti - e la fama da ‘flip-flop’, noi diremmo ‘girella’, ed il paradosso dell’ostracismo
alla riforma sanitaria nazionale di Barack Obama ricalcata su quella da lui attuata in Massachusetts.

A tradirlo, negli ultimi giorni, è stata la voglia dell’America di andare avanti, forward, come diceva
lo slogan elettorale di Barack Obama, 51 anni. Lui puntava sul cambiamento, quello vero -diceva-, real,
giocando su un tema cavalcato nel 2008 dal suo rivale. Gli elettori hanno deciso di dare altri 4 anni
al presidente nero per realizzare il suo cambiamento, perché hanno capito che il nuovo di Romney
era un andare indietro, alle vecchie ricette del liberismo reaganiano, per di più con i toni esasperati
del populismo Tea Party corteggiato dal suo vice Paul Ryan. E c’era pure il rischio di ripiombare
nelle melassa finanziaria dell’era Bush, finita come tutti ricordano con lo scoppio di questa crisi.

Il giorno dopo la sconfitta, ci sono, fra i repubblicani, quelli che sentenziano d’avere saputo “fin
dall’inizio che un candidato mediocre non sarebbe bastato”, contro un presidente magari appannato
ma sempre carismatico. E, di carisma, Romney proprio non ne ha: anche il discorso di ammissione
della sconfitta, sarà pure stato fatto di mala voglia, comprensibilmente, ma non andava oltre il 6
meno. E c’è chi se la prende con l’altra metà dell’America, quella che vive la normalità della crisi e
accetta, quindi, le ricette di Obama.

Carl Cameron, un analista di Fox News, la tv ‘all news’ del gruppo Murdoch che ha fiancheggiato
tutta la campagna del ticket Romney–Ryan, denuncia “carenze di conservatorismo” nel programma
del duo; e segnala come un errore l’avere puntato tutto e solo sull’economia, senza sfidare Obama
né sui valori –l’aborto o i matrimoni omosessuali- né sulla politica estera –ma a che cosa poteva
aggrapparsi lì Romney, che, per altro, non ne sa nulla?-.

Sta di fatto che il milionario mormone ha perso in tutte le sue roccaforti personali: nel Michigan,
dove la famiglia era una potenza, e nel New Hampshire, dove ha lanciato la sua campagna, e pure
nel Massachusetts, dove è stato governatore. Ha vinto solo nello Utah, lo stato mormone, una botte
di ferro da sempre per i repubblicani: perdere lì, sarebbe stato davvero il colmo.

C’è ancora un futuro in politica per Romney? Dopo la sconfitta nelle primarie del 2008, la moglie,
Ann, aveva detto che quella era l’ultima volta. Due anni dopo, lo incitava a riprovarci. Ma, adesso,
pare proprio la fine della corsa. Anche perché, in vista delle presidenziali 2016, il partito deve porsi
degli interrogativi: migliorare il proprio rapporto con le minoranza americane, specie neri e latini,
ed allargare la propria base demografica, che va restringendosi agli uomini bianchi sopra i 65 anni;
evitare di identificarsi con il Tea Party, la cui presa sull’elettorato s’è attenuata (un senatore è stato
sconfitto nell’Indiana, mentre Michelle Bachmann, deputata simbolo del movimento populista,
faticava nel Minnesota a mantenere il seggio alla Camera).

La linea del confronto duro Amministrazione–opposizione, praticata negli ultimi due anni, potrebbe
essere rivista: Obama non è più il nemico da abbattere, perché nel 2016 sarà fuori gioco; e cercare di costruire può rendere più credibili che limitarsi a distruggere. Lo si vedrà dai negoziati su debito
e bilancio che vanno conclusi entro fine anno.

Romney prova a darsi un ruolo, offrendosi come interlocutore del presidente che accetta. Ma dietro
di lui già spuntano gli aspiranti alla nomination 2016: personaggi che erano potenziali protagonisti
questa volta, ma che si sono tirati indietro, come gli ex governatori Mike Huckabee e Sarah Palin; o
giovani rimasti alla finestra, come il senatore Marco Rubio o il governatore Chris Christie; o, infine,
astri nascenti, come il vice di Romney Ryan, se la sconfitta del capo non l’avrà bruciato.

Usa 2012; Obama rieletto, vittoria netta, manbassa di Stati in bilico

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 08/11/2012

Con una raffica di tweet ed una foto stile ‘bacio a Times Square’ dell’abbraccio liberatorio tra lui e la moglie Michelle, Barack Obama ha annunciato la sua rielezione a presidente degli Stati Uniti: “Quattro anni ancora”, “Quattro anni ancora insieme”. L’Unione europea si congratula e in fondo tira un sospiro di sollievo; e il Mondo fa lo stesso: meglio avere ancora a che fare con il ‘vecchio’ Obama, 51 anni, che con il ‘nuovo’ Mitt Romney, 65. L’America la pensa allo stesso modo: dà un secondo mandato al primo nero alla Casa Bianca, con un verdetto più netto del previsto, in termini di Grandi Elettori (303 a 206, quando restano da collocare i 29 ormai ininfluenti della Florida), e anche con la maggioranza, neppure risicata, del voto popolare.

Nella decina di Stati in bilico alla vigilia, Obama ha fatto quasi manbassa, lasciando al suo rivale solo la North Carolina, con l’incognita della Florida: s’è imposto in New Hampshire e Pennsylvania, in Michigan e Wisconsin, in Nevada e Colorado; ed ha fatto pure suoi lo Iowa, l’Ohio contesissimo e la Virginia dall’equilibrio esasperato.

Al candidato repubblicano, resta la consolazione d’una larga affermazione nella fascia della Bibbia e nel Sud, nelle Grandi Pianure e lungo le Montagne Rocciose. E, rispetto alla vittoria di Obama quasi a valanga nel 2008 su John McCain, Romney recupera la North Carolina e l’Indiana: non gran che come bottino, comunque non abbastanza per rovesciare il verdetto. Il distacco è così netto che Obama avrebbe vinto anche perdendo nei tre Stati considerati chiave, Ohio, Virginia e Florida: sottraendo ai suoi 303 Grandi Elettori acquisiti i 18 dell’Ohio e i 13 della Virginia, ne restano 272, più della maggioranza necessaria di 270 sui 538 del Collegio Elettorale.

A livello nazionale, Obama, alla fine, l’ha spuntata, dopo essere stato sotto nei conteggi fino a notte (il fatto è che arrivano prima i risultati degli scrutini delle zone di campagna meno densamente abitate, dove i repubblicani sono più forti): i dati per ora disponibili parlano del 50,2% dei suffragi a Obama, che ottiene, quindi, la maggioranza assoluta dei voti espressi, contro il 48,3% a Romney, con uno scarto di 2,5 milioni di schede. Secondo il Washington Post 61,7 milioni di suffragi contro 59,3, per oltre 120 milioni di votanti: un’affluenza buona, ma inferiore a quella del 2008, quando la capacità di mobilitazione della campagna di Obama era stata superiore.

Tutti i dati sono ancora provvisori: lo spoglio, ad esempio, dei voti per posta non è ancora ultimato; e gli stuoli di avvocati messi in campo dalle due campagne hanno prodotte contestazioni puntuali, ma nulla che metta in discussione il risultato delle elezioni.

Le analisi dei prossimi giorni diranno in che misura i giovani e le donne sono stati ‘obamiami’, oppure gli anziani e gli uomini ‘romnyani’; e in che misura i neri e i latini hanno sostenuto Obama. Un fattore importante della vittoria del presidente è stata l’affluenza alle urne, che s’era delineata piuttosto alta per i canoni americani, specie negli Stati in bilico e anche là dove l’uragano Sandy aveva colpito a fine ottobre: Obama ha saputo superare, in una campagna durata quasi un anno e mezzo, il momento di crisi, all’inizio d’ottobre, dopo il primo duello in diretta tv con Romney, dal quale era uscito nettamente sconfitto. Mentre la risposta offerta dall’Amministrazione democratica alle minacce e alle devastazioni dell’uragano Sandy, a fine ottobre, ha ravvivato in molti americani le doti di comandante in capo dell’inquilino della Casa Bianca, l’uomo che ha eliminato Osama bin Laden, il ‘nemico pubblico numero 1’, anche se non ha ancora sconfitto la crisi.

L’immagine dell’America che esce dal voto è quella di un Paese diviso, dove la Camera, totalmente rinnovata, ricalca la precedente nella composizione, con una netta maggioranza repubblicana, mentre il Senato, rinnovato per un terzo, resta sotto il controllo dei democratici, che recuperano pure il seggio feticcio del Massachusetts occupato per oltre trent’anni da Ted Kennedy e strappato loro dai repubblicani alla sua morte, ma che non ottengono la maggioranza di blocco dell’ostruzionismo dell’opposizione.
Anche i risultati di alcuni degli oltre 170 referendum locali danno l’immagine d’un’America a tratti schizofrenica tra diritto alla vita e pena di morte, difesa dei valori tradizionali e lassismo. Così, la democraticissima California decide di mantenere la pena di morte e la Florida incerta avalla il finanziamento pubblico per l’aborto, mentre Stato di Washington e Colorado legalizzano il consumo di marijuana e New Hampshire e Maine legalizzano le coppie omosessuali.

mercoledì 7 novembre 2012

Usa 2012: Obama rieletto: un'America “migliore”, un’Europa rassicurata

Scritto per EurActiv e L'Indro lo 07/11/2012

L’Unione europea si congratula e, in fondo, tira un sospiro di sollievo. E il Mondo fa lo stesso. Meglio avere ancora a che fare con il ‘vecchio’ Barack, 51 anni, che con il ‘nuovo’ Romney, 65. Del resto, pure l’America la pensa così: dà un secondo mandato al primo nero alla Casa Bianca, con un verdetto più netto del previsto, in termini di Grandi Elettori (303 a 206, quando restano da collocare i 29 ormai ininfluenti della Florida), e anche con la maggioranza, sia pure risicata, del voto popolare.

I presidenti europei del Consiglio e della Commissione, Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso, esprimono in una nota congiunta le loro "vive congratulazioni" e si impegnano a "portare avanti la stretta collaborazione già stabilita con il presidente Obama in questi anni per rafforzare ulteriormente i nostri legami bilaterali e affrontare insieme le sfide globali, in particolare nei settori della sicurezza e dell'economia".

Il presidente italiano Giorgio Napolitano parla di un mandato ad Obama “per superare la crisi” ed esprime “ammirazione” per il senso di responsabilità dei candidati (magari, c’è pure un pizzico d’invidia, pensando ai comportamenti italiani). Il premier Mario Monti è felice di potere ancora lavorare insieme ad Obama, con cui ha allacciato un rapporto fruttuoso. Il ministro degli Esteri Giulio Terzi commenta che la permanenza di Obama alla Casa Bianca "rappresenta un'ulteriore grande opportunità per l'Unione europea e per l'Italia". E messaggi analoghi arrivano da Parigi come da Berlino, da Madrid e persino da Londra, dove pure David Cameron parla in economia più la lingua di Romney che quella di Obama.

C’è sempre una patina di ipocrisia diplomatica in queste reazioni. E c’è da scommettere che tutte le cancellerie avevano bell’e pronta un’analoga versione di messaggi di congratulazione  a risultato elettorale capovolto. Ma non è difficile credere che i messaggi per Obama siano più sinceri e più spontanei di quanto non sarebbero stati quelli per Romney.  Il presidente nero è il primo, e finora unico, leader di un Grande Paese occidentale a sopravvivere, in un voto, alla crisi: Gran Bretagna, Spagna e Francia decisero per l’alternanza; l’Italia non ha nepopure avuto bisogno di votare; quanto alla Germania, la prova del nove sarà nelle politiche 2013.

 “Quattro anni ancora”, “Quattro anni ancora insieme: con una raffica di tweet, e la foto stile ‘bacio a Times Square’ d’un abbraccio tra lui e la moglie Michelle, Barack Obama ha annunciato, all’alba di oggi, la notte in America, la sua rielezione a presidente degli Stati Uniti. Negli Stati in bilico alla vigilia, Obama ha fatto quasi man bassa, lasciando al suo rivale solo la North Carolina, con l’incognita della Florida, e la consolazione di una larga affermazione nella ’fascia della Bibbia’ nel Sud, nelle Grandi Pianure e lungo le Montagne Rocciose. E, rispetto alla vittoria quasi a valanga su John McCain nel 2008, s’è perso in un quadriennio solo la North Carolina e l’Indiana.

Nel discorso per la vittoria, Obama, dopo i ringraziamenti di rito a Michelle e alla famiglia, e ancora al suo vice Joe Biden e a tutti i suoi sostenitori, prospetta un’America “generosa, misericordiosa, tollerante e aperta, un’America immagine di quel sogno di cui lui presidente è testimonianza e un’America esempio al mondo intero.

Per Obama, si prospetta, però, adesso – lo dice lui stesso - il “momento dell’azione”: il candidato visionario e messianico della campagna 2008, si è poi rivelato un Presidente pragmatico, alle prese con le difficoltà della crisi e con un Congresso a metà in mano all’opposizione. Adesso, il candidato a tratti spento e a tratti abulico della campagna 2012 vuole mantenere le promesse 2008. Anche se la situazione politica resta difficile, perché i repubblicani hanno di nuovo conquistato la Camera, mentre i democratici mantengono la maggioranza al Senato, ma non sono al riparo dall’ostruzionismo dell’opposizione.

Nell’accettare la sconfitta, Romney s’è messo a disposizione del presidente per “lavorare insieme”. Un’offerta che Obama ha subito raccolto prospettando un incontro per raccogliere dall’ormai ex rivale  suggerimenti e proposte per la gestione dell’economia, la creazione di posti di lavoro e il superamento della crisi. 

La conferma del presidente si era delineata, nell’Election Say del 6 novembre, con un’affluenza alle urne molto alta per i canoni americani, soprattutto negli Stati in bilico. Obama ha saputo superare, in una campagna elettorale protrattasi per quasi un anno e mezzo, il momento di crisi, all’inizio d’ottobre, dopo il primo duello in diretta tv con Romney, dal quale era uscito nettamente sconfitto. E la risposta data dall’Amministrazione democratica alle minacce e alle devastazioni dell’uragano Sandy, a fine ottobre, ha ricordato a molti americani le doti di comandante in capo dell’inquilino della Casa Bianca, l’uomo che ha eliminato Osama bin Laden, il ‘nemico pubblico numero 1’, se non ha ancora sconfitto la crisi.