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venerdì 4 gennaio 2013

2013: accadde domani; MO, incognita Siria, rebus Iran, voto Israele

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/01/2013

A due anni dalla stagione densa di speranza e di apprensioni delle Primavere arabe, il Medio oriente resta in bilico tra la pace e la guerra: in questo, il 2013 non è diverso da tutti gli anni recenti che l’hanno preceduto e non è neppure latore di speranze specifiche. La diplomazia internazionale non si fa illusioni sulle possibilità che la Regione possa trovare a breve un equilibrio più stabile.

I risultati delle elezioni politiche in Israele, il 22 gennaio, potranno incidere sull’atteggiamento verso i palestinesi della democrazia israeliana e sul rapporto con gli Stati Uniti, che risente
della carenza d’intesa personale tra il presidente Obama e il premier Netanyahu.

Ma l’incognita principale sulla stabilità e la sicurezza dell’intera Regione è rappresentata dalla Siria, dove la sommossa per rovesciare il regime del presidente Bechir al Assad è definitivamente sfociata nel 2012 in una vera e propria guerra civile, con decine di migliaia di vittime. Un piano, condiviso da Mosca e Washington, prevede una transizione del potere progressiva in Siria, consentendo, cioè, al presidente al Assad di condurre a termine il proprio mandato, che scade nel 2014. Non è affatto sicuro, però, che le forze i campo, dove, fra gli oppositori all’attuale regime, si mescolano elementi di estrazione diversa, democratici accanto a integralisti, nazionalisti e veri e propri terroristi, siano disposte ad attendere.

Le elezioni politiche israeliane non sono le uniche nella zona, quest’anno. Il 23 gennaio, ci saranno le politiche in Giordania: e il 23 giugno le presidenziali e le politiche in Tunisia, il paese che è stato culla della Primavere arabe –eventuale ballottaggio, il 7 giugno- e dove la transizione appare meglio riuscita.

E restano da sorvegliare le evoluzioni dei rapporti di forza e di influenza in Egitto e in Libia, così come i giochi di potere interni all’Iran, rimasto relativamente discreto sulla scena internazionale nelle ultime settimane. I negoziati tra Teheran e l’Occidente sui programmi nucleari iraniani, che potrebbero avere finalità militari, riprenderanno in inverno.

2013: accadde domani; elezioni, una svolta a sinistra in Europa?

Scritto per Il Fatto Quotidiano

Il 2013 non è denso di elezioni emozionanti come lo è stato il 2012. Ma ci sono – a dare soprattutto un brivido europeo – quelle politiche italiane a febbraio e tedesche a settembre. Chi dopo Monti?, e dopo la Merkel? Il Professore a Cancelliera faranno ancora coppia ai Vertici dell’Ue?, o ci sarà l’avanzata delle sinistre e, per la prima volta nella storia dell’Unione, Francia, Germania e Italia saranno contemporaneamente ‘rosse’? Interrogativi che solo in autunno avranno completamente risposta.

La prima scadenza elettorale sull’agenda 2013 sono, però, le presidenziali nella Repubblica ceca, l’11 e 12 gennaio. Il 20 gennaio, gli austriaci si pronunceranno con referendum sulla soppressione del servizio militare obbligatorio, il 27 gennaio i bulgari diranno se vogliono andare avanti, o meno, con l’energia nucleare. Fuori dall’Unione, ma sempre in Europa, le politiche in Albania il 23 giugno e le amministrative in Turchia il 27 ottobre.

Altrove, solo alcune date: si vota a Cuba il 3 febbraio – politiche -, in Kenya il 4 marzo - presidenziali -, in Madagascar l’8 maggio – presidenziali -.

Non escono da elezioni, ma da rotazioni, gli avvicendamenti alla presidenza delle organizzazioni internazionali più importanti. La Russia ha la presidenza di turno annuale del G20; la Gran Bretagna quella del G8; l’Ucraina quella dell’Osce; l’Irlanda fino al 30 giugno e la Lituania dal 1.o luglio la presidenza di turno semestrale del Consiglio dei Ministri dell’Ue.

Fra gli appuntamenti principali della diplomazia internazionale, citiamo il 21 gennaio a Washington l’insediamento del presidente degli Stati Uniti Barack Obama ; il 13 giugno a Londra il Vertice del G8; il 5 e 6 settembre a San Pietroburgo il Vertice del G20. Dal 17 settembre, per due settimane, l’Onu vivrà la fase d’apertura dell’assemblea generale. Ad aprile e ottobre, ci saranno a Washington le riunioni della Bm e dell’Fmi.

2013: accadde domani; l'anno senza qualità, sognando la ripresa

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/01/2013 e per il blog de Il Fatto

Come l’uomo di Musil, il 2013 nasce come un anno senza qualità. Specie se confrontato con l’anno che l’ha preceduto e con quello che verrà: nel 2012, un trittico di elezioni presidenziali cruciale, Russia, Francia, Usa, e l’anniversario del Titanic; nel 2014, il rinnovo di tutte le istituzioni europee e il centenario della Grande Guerra.

Il 2013, invece, una sua fisionomia, almeno per ora, non c’è l’ha. Ma, anche se nasce senza fanfare, l’Anno Nuovo dell’Unione è già pieno di novità da spacchettare: ci sarà –è deciso- un altro Stato membro, il 28.o, la Croazia, che aderirà il 1.o luglio –altro che perdere i pezzi, l’Ue cresce sempre-; ci sarà –è quasi sicuro, magari prima di uscire dall’inverno- l’adozione del nuovo quadro finanziario europeo 2014-2020; e ci sarà –è certo- la progressiva attuazione dell’Unione bancaria e la fine del segreto bancario.

Certo, quello che tutti si augurano di trovare nel 2013 è la fine della crisi e il ritorno della crescita. Però, non è affatto scontato che ciò accada. Mario Draghi, presidente della Bce, ha ipotizzato, facendo rapporto al Parlamento europeo, una “ripresa lenta”. Tranne che in Italia, dove i toni sono già elettorali, la prudenza sull’uscita dal tunnel prevale, dopo che le speranze risposte nel 2012 sono andate deluse. Nessuno ci crede fermamente, magari per scaramanzia. Anzi, molti sarebbero già contenti che l’Anno Nuovo non sia peggiore di quelli precedenti, com’è puntualmente successo nella galleria di ‘anni orribili’ post 2008.

E, sull’agenda, restano una successione di appuntamenti standard e di routine: Vertici, riunioni, scadenze del G20, del G8, dell’Ue, delle altre organizzazioni regionali. Si comincia presto: 7 e 8 febbraio, i leader dell’Ue a Bruxelles provano a concludere la trattativa avviata a metà novembre sulle spese comunitarie. E si finisce il 19 e 20 dicembre, con il Vertice europeo di fine anno, sempre a Bruxelles.

giovedì 3 gennaio 2013

Il Punto: dopo la 'licenza', i marò tornano in India

Scritto per l'Indro lo 03/01/2013

Rientrati in Italia prima di Natale per una ‘licenza’ loro concessa dalle autorità indiane, e accolti impropriamente come eroi, i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono ripartiti, com’era giusto facessero, per l’India, a bordo di un aereo militare. Domani mattina, giungeranno all'aeroporto internazionale di Kochi, il capoluogo del Kerala, e si trasferiranno subito a Kollam, dove restituiranno il passaporto alle autorità giudiziarie.

Prima di partire, i due militari, accusati dalle autorità indiane di aver ucciso due pescatori, scambiati per pirati, mentre erano in missione anti-pirateria a bordo di una petroliera italiana, l’Enrica Lexie, sono stati interrogati in procura a Roma, dove s’erano recati per rilasciare dichiarazioni spontanee.

Salendo sull’aereo, Latorre e Gerace hanno detto: "Ritorniamo in India rispettando la parola data, fiduciosi nella giustizia". A Kochi, attenderanno la sentenza della Suprema Corte che deve pronunciarsi sulla giurisdizione del caso: per l’Italia, i due devono essere processati in patria. Ancora una volta, i marò non hanno fatto alcun cenno ai due giovani pescatori indiani rimasti uccisi nell'episodio, che risale al febbraio 2012.

La vicenda dei marò segna, in un’ottica italiana, le cronache internazionali di questo giovedì, quando si sono ormai spente in borsa le fanfare di sollievo per l’accordo a Washington che ha evitato agli Stati Uniti di finire nel ‘baratro fiscale’. Tutti d’accordo, però, che il compromesso costituisce un palliativo: l’entità del deficit del bilancio federale e del debito complessivo americano non sono state intaccate e andranno ‘ridimensionate’ con successive decisioni. Democratici e repubblicani si sono dati altri due mesi per discuterne.

Su altri fronti dell’attualità mondiale, cronache consuete di lutti e stragi: in Siria, 21 mesi d’insurrezione prima e conflitto civile poi hanno fatto 60 mila vittime, secondo i dati dell'Onu. Un bilancio che s’aggrava di giorno in giorno, poiché i combattimenti non conoscono tregua ed il regime ricorre a raid di caccia-bombardieri contro le postazioni degli insorti. E si combatte pure in Africa, in vari Paesi, mentre il terrorismo colpisce in Iraq e in Pakistan.

Persistono le apprensioni per le condizioni di salute del segretario di Stato Usa Hillary Clinton, ricoverata in ospedale a New York per la presenza di un grumo di sangue nel cervello, conseguenza di una caduta in casa. Ieri, Hillary aveva lasciato per qualche tempo l’ospedale presbiteriano, facendo  la sua prima apparizione in pubblico da circa un mese, senza però fugare dubbi e incertezze sui tempi della sua ripresa.

Più grave, di sicuro, la condizione del presidente venezuelano Hugo Chavez, malato di cancro, che, tre settimane dopo un intervento subito a Cuba, resta in uno stato “stabile”, ma “delicato”. Appare improbabile, al momento, che possa essere presente, il 10 gennaio, a Caracas, alla cerimonia d’insediamento per il suo quarto mandato.

Continua, invece, ma è più una commedia che una tragedia, la saga di Gérard Depardieu, l’attore in fuga dal fisco francese: all’Obelix cinematografico, il presidente russo Vladimir Putin ha offerto la cittadinanza russa. Il web ha accolto con ironia l’inattesa notizia: una vignetta ritrae Obelix-Depardieu a fianco di Putin-Asterix, suo nuovo amico. Forse, il ‘piccolo zar’ è curioso di conoscere il segreto della pozione magica degli indomabili galli.

Usa: fiscal cliff, Obama alle Hawaii, il riposo del vincitore

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/01/2013

Che tutto fosse davvero finito, e che ‘sta storia del ‘fiscal cliff’, il baratro fiscale, fosse archiviata, almeno per i prossimi due mesi, lo s’è capito quando il presidente Barack Obama, letta senza tracotanza una ‘dichiarazione della vittoria’, ha preso l’AirForceOne e se n’è tornato dalla famiglia alle Hawaii, a riprendere le vacanze interrotte subito dopo Natale.

La rivolta dei conservatori alla Camera, contro l’accordo avallato al Senato da molti repubblicani, era durata appena qualche ora: una sceneggiata all'italiana, fumo negli occhi degli elettori più che sostanza, perché all'intesa non c’era alternativa. Pena: il finire alla gogna dell’opinione pubblica.

Le reazione delle borse mondiali, nella prima seduta 2013 è euforica, ben al di là, probabilmente, della portata dell’intesa: i mercati asiatici ed europei sono tutti positivi e Wall Street parte bene. Ma gli esperti invitano alla prudenza: l’accordo, dice Pier Carlo Padoan, capo economista Ocse, evita per il momento “il rischio d’un collasso che avrebbe portato l’America in recessione”, ma allontana solo il pericolo senza cancellarlo. Anzi, "un piccolo effetto recessivo ci sarà in ogni caso" e "il ciclo economico americano resterà debole, con ripercussioni globali".

Commentando il compromesso, il presidente Obama ha parlato di “un primo passo”. E ha, forse ironicamente, invitato il Congresso a prendersi anch'esso “una piccola pausa”: in realtà, deputati e senatori sono agli sgoccioli del loro mandato, perché, la prossima settimana, s’insedieranno Camera e Senato usciti dalle elezioni del 6 novembre.

L’intesa che tiene l’America lontana dal baratro fiscale andrà completata, secondo il presidente, “con un approccio bilanciato per ridurre il deficit” e “democratici e repubblicani possono lavorare insieme”. Nell'attesa, Obama rivendica di avere mantenuto le promesse della campagna elettorale per una riforma fiscale che non favorisca i ricchi “a scapito della classe media”. Ma, sullo sfondo, c’è un debito pubblico che ha appena superato il tetto legale dei 16.400 miliardi di dollari, costringendo il Tesoro a varare una serie di misure eccezionali per evitare il default dello Stato.

Il voto del Senato era giunto la notte di San Silvestro con una maggioranza schiacciante: 89 sì e solo 8 no su 100 senatori. Una trentina della quarantina di senatori repubblicani avevano quindi accettato il testo. A quel punto, la responsabilità del ‘fiscal cliff’ pesava sulla Camera, dove i repubblicani più vicini al Tea Party si ribellavano all'idea di avallare un aumento delle tasse per i più ricchi.

Sulle barricate del no all'accordo saliva Eric Cantor, il leader dei repubblicani alla Camera, mentre lo speaker John Boehner, pure repubblicano, manteneva una posizione più neutra. Cantor, un ebreo di origine romena, deputato della Virginia dal 2002, sposato a una democratica liberal, è da sempre schierato su posizioni ultra-conservatrici e assumeva nella circostanza una posizione allineata con i populisti anti-tasse del Tea Party: "Non sostengo –annunciava- un testo" che aumenta le imposte ai più ricchi e non taglia la spesa pubblica.

Ma l’alternativa era un incremento delle tasse generalizzato per tutti i contribuenti americani: l’incubo era un cocktail di misure come l’abbandono degli sgravi decisi sotto George W. Bush e l’adozione di tagli drastici, specie al bilancio della difesa, come stabilito dal Congresso nel 2011.

Così, alla fine, la Camera, dopo avere tenuto per qualche ora l’intesa in ostaggio, varava l’accordo con 257 sì e 167 no. Contro 85 repubblicani, fautori a oltranza d’un emendamento che prevedeva tagli alla spesa per 330 miliardi di dollari, e qualche democratico di sinistra. E Obama intascava una doppia vittoria: fiscale, con più tasse ai più ricchi, e politica, con il campo avverso battuto dopo avere esposto le proprie divisioni.

Se per i tagli alla spesa pubblica tutto è rinviato di due mesi, l’accordo prevede che l’aliquota fiscale salga dal 35 al 39,6% -il livello degli Anni Novanta- per i nuclei familiari che guadagnano oltre 450 mila dollari l’anno e per i single che dichiarano oltre 400 mila. Viene pure innalzata al 23,8% l’imposizione su dividendi e redditi finanziari per i contribuenti più ricchi; e sale dal 35% al 40% la tassa di successione su proprietà di un valore superiore a 10 milioni di dollari.

L’intesa comprende, inoltre, la proroga di un anno di benefici legati all'indennità di disoccupazione, una misura che tocca almeno due milioni di persone; l'estensione dei crediti di imposta per l'infanzia e dei mutui agli studenti per l’Università; e ancora l'estensione di incentivi per ricerca ed energia eolica e rinnovabile.

mercoledì 2 gennaio 2013

Usa: fiscal cliff, un giallo dove l'assassino è il maggiordomo

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/01/2012. Altra versione su l'Indro lo 02/01/2013

Come nei romanzi d’appendice peggiori, quelli di cui s’intuisce la fine dalle prime righe, l’accordo che evita agli Stati Uniti di cadere nel ‘fiscal cliff’, nel baratro fiscale, arriva in extremis, nella notte di San Silvestro, quando la mezzanotte è già passata. Ma la notizia dell’intesa non trova gli americani con il fiato sospeso: li raggiunge mentre festeggiano l’Anno Nuovo, da Times Square a New York alla baia di San Francisco.

Il compromesso raggiunto al Senato tra democratici e repubblicani, e che deve ancora essere avallato dalla Camera, dove l’opposizione repubblicana ha la maggioranza, permette al presidente Barack Obama di segnare punti nell’opinione pubblica, ma si limita a rinviare di due mesi la soluzione duratura dei maggiori problemi, come l’entrata in vigore di tagli secchi ed automatici alle spese pubbliche, specie militari.

L’accordo prevede l’aumento delle tasse per i contribuenti più ricchi: l’aliquota sale dal 35 al 39,6% -il livello degli Anni Novanta- per quanti guadagnano più di 450 mila dollari l’anno se famiglia, 400 mila se single. L’intesa comprende, inoltre, la proroga di un anno di benefici legati all'indennità di disoccupazione, una misura che tocca almeno due milioni di persone.

C'è pure l'estensione per cinque anni dei crediti di imposta per l'infanzia e dei mutui agli studenti per l’Università; l'estensione di incentivi per ricerca ed energia eolica e rinnovabile; un'aliquota al 23,8% delle tasse su dividendi e redditi finanziari per i contribuenti più ricchi; e, ancora, l'innalzamento dal 35% al 40% della tassa di successione su proprietà di un valore superiore a 5 milioni di dollari.

Commentando l’intesa con un comunicato nel cuore della notte, Obama ha detto: “Né i democratici né i repubblicani hanno ottenuto tutto quello che volevano. Ma quest’accordo è una buona cosa per il nostro Paese. Resta del lavoro da fare per ridurre il deficit e sono pronto a farlo”, sempre che i sacrifici per ridurre il tasso d’indebitamento del Paese siano “condivisi”.

Il voto del Senato, epilogo di settimane di dichiarazioni roboanti e di negoziati discreti, è giunto quando a Washington erano le due del mattino, con una maggioranza schiacciante: 89 sì e solo 8 no su 100 senatori, Il che vuol dire che una trentina della quarantina di senatori repubblicani hanno accettato il testo, frutto di negoziati fra il presidente del Senato, il vice-presidente Usa Joe Biden, e i due capigruppo, Harry Reid per i democratici e Mitch McConnell per i repubblicani.

Solo il voto della Camera, atteso a breve, eviterà davvero agli Usa di cadere nel ‘baratro fiscale’, apertosi sotto i piedi degli americani allo scoccare della mezzanotte del 31, anche se con effetti immediati trascurabili visto che il 1° gennaio è giorno festivo e che i mercati sono chiusi. Ma senza il sì della Camera, resta l’incubo di un cocktail di misure che comprendono aumenti delle tasse generalizzati allo scadere degli sgravi decisi sotto la presidenza di George W. Bush e tagli drastici al bilancio della difesa, come stabilito dal Congresso nel 2011.

L’aumento delle imposte per i contribuenti più ricchi è percepito come una vittoria per Obama, che ne aveva fatto un elemento centrale della sua vittoriosa campagna elettorale –la sua proposta era di colpire i redditi superiori ai 250mila dollari-. La soluzione prospettata mantiene –è l’analisi della Casa Bianca- l’imposta sul reddito a un livello modesto per la classe media e fa sì che milionari e miliardari paghino la giusta parte per ridurre il deficit.

Quanto ai tagli sulle spese che dovevano scattare oggi, democratici e repubblicani si sono dati due mesi per elaborare un piano di riduzione non traumatico. La trattativa sui tagli sarà parallela, nelle prossime settimane, a quella, di segno opposto, per l’aumento del tetto legale del debito pubblico, che è stato ufficialmente raggiunto il 31 gennaio.  La fissazione del tetto del debito è una prerogativa del Congresso: nel 2011, aveva innescato una crisi acuta tra Amministrazione ed opposizione. La perdita di credibilità dell’economia statunitense era sfociata nella perdita della tripla A nella valutazione di S&P.

Resta, ora, da vedere come i mercati, ieri chiusi, prenderanno l’intesa. Ma le prime avvisaglie sono positive.

martedì 1 gennaio 2013

Italia/Ue: i compiti a casa non fatti dal Governo più europeo

Scritto per il blog de Il Fatto lo 01/01/2013

Il Governo più ‘europeo’che l’Italia abbia mai avuto va a casa, anzi va al voto -perché alcuni tecnici hanno scelto come casa la politica -, senza avere fatto tutti i compiti europei; e senza avere neppure finito alcuni che il governo precedente aveva già messo in brutta. E’ il caso delle Leggi Comunitarie 2011 e 2012, entrambe accantonate nelle ultime battute dell’attività parlamentare. Quanto al decreto ‘salva-sanzioni’, il Governo può solo prendersela con se stesso: ha atteso il 6 dicembre per adottare un testo che, chiudendo una serie di procedure di infrazione, metteva l'Italia al riparo da una raffica di multe Ue.

Le Leggi Comunitarie, invece, si sono perse tra Camera e Senato: a Palazzo Madama, c’è creato un vero e proprio ingorgo europeo, senza che il Governo potesse sbrogliare la matassa, nonostante l’impegno, in particolare, del ministro Moavero. Il disegno di legge 2011 è stato vittima di due emendamenti che con l’adempimento degli obblighi relativi all’appartenenza all’Unione europea non c’entrano nulla: lo scontro tra Pdl e Pd sulla responsabilità civile diretta dei magistrati, cioè la possibilità di rivalsa sul giudice, anziché sullo Stato, in caso di violazione manifesta del diritto; e una cosiddetta ‘norma anti-vivisezione’.

Il testo sulla responsabilità dei magistrati del deputato leghista Gianluca Pini, adottato alla Camera a febbraio, ha bloccato i lavori delle commissioni di Palazzo Madama per mesi. A nulla è servito un testo di compromesso presentato a giugno dal ministro della Giustizia Paola Severino, che confermava la responsabilità civile, ma solo indiretta, del magistrato, inasprendo però le sanzioni.

La norma anti-vivisezione, varata alla Camera su proposta dell'allora ministro del Turismo Vittoria Brambilla e sostenuta dai movimenti animalisti, è stata osteggiata in Senato da uno schieramento bipartisan secondo cui - vietando l'allevamento di cani, gatti e primati destinati alla sperimentazione sul territorio nazionale – si renderebbe di fatto impossibile fare ricerca in Italia.

Così i due disegni di legge relativi agli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Ue finiscono nel cassetto, come ha spiegato ad Angela Lamboglia di EurActiv la presidente della commissione Politiche dell'Unione europea del Senato Rossana Boldi. Con il rischio di procurare all'Italia nuovi problemi con la Commissione europea, vanificando lo sforzo degli ultimi mesi per scendere sotto la soglia delle cento infrazioni.

Nella sua prima versione, la Comunitaria 2011 conteneva cinque articoli e affidava al Governo la delega legislativa per l'attuazione di 23 direttive e di una rettifica. Dopo il via libera di Montecitorio gli articoli sono diventati 27, compresi gli emendamenti ‘incriminati’ Pini e Brambilla.

Le norme che restano in sospeso –spiega EurActiv- interessano vari settori: la direttiva 2010/18 per l'attuazione dell'accordo quadro sul congedo parentale, per la conciliazione tra vita familiare e lavorativa, il cui termine di recepimento era fissato all'8 marzo di quest'anno; la direttiva 2010/31 sulla prestazione energetica nell'edilizia che aveva come termine di recepimento il 9 luglio (e che tra l'altro riguarda un tema su cui l'Italia è già stata richiamata dalla Commissione europea il 29 settembre 2011, con un parere motivato per la non completa attuazione della precedente direttiva sul rendimento energetico degli edifici). E ancora, restano da recepire la direttiva 2010/40 per la diffusione di sistemi di trasporto intelligenti, quella 2010/41 sulla parità di trattamento dei lavoratori autonomi e la n. 53 del 2010 sulla qualità degli organi destinati al trapianto, che l'Italia avrebbe dovuto attuare, rispettivamente, entro il 27 febbraio, il 5 agosto e il 27 agosto 2012.

Per altre norme comunitarie, invece, c'è ancora un po' di tempo. Tra queste, la direttiva 2010/64 sul diritto all'interpretazione e alla traduzione nei processi penali, che i paesi Ue devono recepire entro il prossimo 27 ottobre, e la n. 36 del 2011 contro la tratta degli esseri umani, che ha per termine il 6 aprile 2013.

Va un po' meglio per la Comunitaria 2012, approvata dalla Camera il 3 ottobre, con quattro articoli in più rispetto al testo adottato dal Consiglio dei Ministri: dal ddl 2012 dipende la delega per l'attuazione di 12 direttive europee, ma la maggior parte sono da recepire entro il 2013. Ma non c’è da stare tranquilli: nei documenti di lavoro del Senato si legge infatti che la Commissione europea tende ormai “ad avviare procedure d'infrazione per mancato recepimento a distanza di 30-45 giorni dalla scadenza del termine di recepimento delle direttive”. E, con l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, lo Stato inadempiente corre il rischio di incorrere in sanzioni già in fase di accertamento.