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domenica 7 aprile 2013

Siria: quattro giornalisti italiani fermati attendono d'essere liberati

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 07/04/2013

Stanno bene, anzi “vengono trattati con i guanti bianchi”, i quattro reporter italiani fermati venerdì in Siria. Ma sono ancora nelle mani di chi giovedì li ha fermati. Qualcosa avrebbe bloccato la loro liberazione, che pareva imminente, dopo che i ribelli che li tengono sotto controllo avevano potuto accertare, grazie a documenti loro forniti, che i quattro sono proprio giornalisti (e non spie, come gli insorti avevano sospettato in un primo momento).

Una fonte che segue da vicino gli sviluppi della vicenda afferma che i quattro, il giornalista Rai Amedeo Ricucci, il fotografo Elio Colavolpe, il documentarista Andrea Vignali e la freelance Susan Dabbous, sono stati “fermati e non sequestrati” –è il linguaggio utilizzato da chi starebbe mediando la liberazione, una personalità “nota e rispettata”-: si trovano nel Nord della Siria, nel villaggio di Yaqubiya, nella regione di Idlib, al confine con quella turca di Hatay, dove saranno accompagnati. Una voce non confermata, forse solo un’ipotesi, suggerisce che i quattro sarebbero stati divisi, come talora accade in questi casi: la liberazione potrebbe quindi avvenire in due tempi.

Il gruppo che li ha fermati "appartiene alla galassia dell'opposizione e non all'Esercito siriano libero (Esl)": i loro accompagnatori siriani sono già stati lasciati andare. La fonte precisa che i ribelli che trattengono i giornalisti italiani “non sono tagliatori di teste”, estremisti che uccidono gli Occidentali e gli ‘infedeli’ in quanto tali: gli insorti sono stati insospettiti dal materiale che i quattro avevano con sé e da alcune riprese effettuate. “Forse non si sono nemmeno resi conto di avere filmato” installazioni che era meglio non riprendere –considerate “postazioni militari sensibili”-.

Tutto ciò, però, non significa che, fin quando la situazione non sarà risolta, si possa stare tranquilli. L’area in cui i quattro sono stati presi e sono trattenuti è una zona di guerra, dove il pericolo è costante: ci possono essere bombardamenti o tiri di missili da parte delle forze del regime o scontri e il rischio di trovarsi nel mezzo di un’azione di guerra sussiste. Inoltre, nel processo di liberazione, che pareva imminente ieri mattina, è chiaramente sopravvenuto qualche intoppo, forse la tentazione da parte di qualcuno di trarre un vantaggio dalla situazione, se non materiale –un riscatto- magari sul piano dell’immagine.

La Farnesina, che segue la vicenda, in contatto con la Rai e con i familiari, sottolinea la necessità del "massimo riserbo”: la "priorità è l'incolumità" dei giornalisti. I quattro costituiscono una troupe, guidata da Ricucci, del programma Rai 'La Storia siamo noi': sono impegnati in Siria da giorni e realizzano un reportage sperimentale dal titolo "Silenzio, si muore".

La loro vicenda è l’ennesima conferma della pericolosità e dell’aleatorietà della situazione in Siria, dove le cronache di giornata riferivano, ieri, di una pioggia di tiri di mortai su Piazza Omayyadi, centro moderno della capitale Damasco, di bombe su Aleppo e dell’asserito abbattimento da parte dei ribelli di un caccia nella regione di Hama. Nel 66° anniversario del partito Baath, è tornato a farsi sentire il presidente al Assad, mentre il segretario di Stato americano John Kerry avviava in Turchia una nuova missione in Medio Oriente e l’opposizione lanciava consultazioni per un governo ad interim. Il WSJ da Washington riferisce che la Casa Bianca, in queste ore, starebbe riesaminando l’opzione militare.

Quello della troupe di Ricucci è un primo esperimento Rai di giornalismo partecipativo. Ricucci aveva annunciato sul suo blog, alla vigilia della partenza, che con i suoi collaboratori sarebbe stato in Siria dal 1o al 15 aprile, collegandosi ogni giorno via Skype con un gruppo di studenti di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna. Ricucci e Colavolpe erano già stati assieme in Siria mesi fa per un reportage ad Aleppo, sempre prodotto dal canale di approfondimento della Rai.

Da Antiochia, i giornalisti italiani sono entrati nella Siria controllata dai ribelli il 2 aprile, nell'area di Guvecci facendo tappa, tra l'altro, all'ospedale da campo di Yamadiye, di fronte alla località turca di Yayladagi. Il programma era di rientrare ogni sera in territorio turco e, quindi, di mantenersi sempre lungo la striscia di frontiera tra i due Paesi. Le loro tracce s’erano però perse il 4 aprile, quando nel pomeriggio, il collegamento con San Lazzaro non c’era stato: cellulari e satellitare della troupe da quel momento sono risultati irraggiungibili.

sabato 6 aprile 2013

Corea: Mash e quel conflitto 'caldo' della Guerra Fredda mai finito

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/04/2013
E’ pure colpa di Mash e di Robert Altman, se molti non hanno la percezione che la Guerra di Corea (1950/’53) fu un’immane tragedia. Di quel conflitto, che fece quasi tre milioni di vittime e non coinvolse l’Italia, esistono relativamente poche immagini in bianco e nero, mentre quel film a colori del 1970, destinato a vincere la Palma d’Oro a Cannes e un Oscar, è nella memoria collettiva della generazione del ’68 e della guerra in Vietnam.
Mash è l’acronimo di Mobile Army Surgical Hospital, Ospedale Militare Chirurgico da Campo, un'unità medica dell'esercito Usa creata nel 1945 e disattivata nel 2006, dopo essere stata impiegata in tutti gli scenari bellici americani.
La pellicola, tratta dal romanzo omonimo di Richard Hooker, fece da battistrada a una serie tv che ebbe grande successo dal 1972 al 1983. La guerra è narrata dal punto di osservazione di un Mash, dove tre ufficiali medici, bravi a ricucire ferite ed a salvare vite, sono “insofferenti alla disciplina, insolenti verso i superiori, pronti a burlarsi dei colleghi ed a corteggiare le infermiere”. Loro vittime preferite sono il comandante e la capo infermiera, ottusamente ligi, invece, alla disciplina militare.
Con un cast che, a leggerlo ora, è da storia del cinema - bastano Donald Sutherland, Elliot Gould e Robert Duval -, Altman mette alla berlina il militarismo, senza nascondere le atrocità del conflitto e, anzi, denunciandone le assurdità. Ma regista, attori, spettatori, avevano in mente più il Vietnam che la Corea, un conflitto combattuto vent’anni prima, primo tributo di sangue alla Guerra Fredda.
Che aveva fatto, per la precisione,  2.800.000 vittime, tra morti, feriti e dispersi, per metà civili. Gli Usa vi persero 36.516 uomini (e oltre 92 mila furono feriti), i due terzi dei caduti in Vietnam; le due Coree pagarono lo scontro con oltre due milioni di vittime –più numerose al Nord- e la Cina vi lasciò 400 mila uomini –stima Usa-, o 114 mila –stima loro-. Tutto per non cambiare di un metro la linea di demarcazione tracciata al termine della Seconda Guerra Mondiale.
La guerra scoppiò il 25 giugno 1950, lungo il confine più fragile della Guerra Fredda, quello del 38° parallelo tra le due Coree: una, a nord, comunista; l’altra, a sud, unico brandello di terra filo-americana nell’Estremo Oriente continentale. L’esercito nord-coreano invase il Sud, l’Onu avallò una risposta militare –complice un clamoroso autogol diplomatico dell’Urss, che aveva potere di veto nel Consiglio di Sicurezza, ma non partecipava ai lavori, per protestare perché la rappresentanza della Cina era allora affidata a Taiwan-.
Con l’obiettivo di riunificare il Paese, e senza una formale preliminare dichiarazione di guerra, Kim Il-sung, leader nordcoreano, nonno dell’attuale leader Kim Jong-un, ordinò alle sue divisioni d’invadere il sud. Il presidente Usa Harry Truman, quello che nell'agosto 1945 aveva autorizzato l’uso dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki, chiese alle forze armate degli Stati Uniti d’intervenire. Con il mandato dell’Onu, si creò una forza internazionale, comprendente, con Usa e Corea del Sud, altri 16 Paesi: Gran Bretagna, Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Grecia, Turchia, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Tailandia, Filippine, Etiopia, SudAfrica, Colombia e, come supporto navale, Giappone.
Al comando del generale MacArthur, il vincitore della Guerra nel Pacifico, le truppe dell’Onu lanciarono una controffensiva in profondità nel territorio del Nord. Se l’Urss si limitava ad appoggiare il governo comunista, la Cina inviò allora in Corea propri soldati, il cui intervento rovesciò di nuovo le sorti del conflitto. Nel marzo del ’51, s’era tornati al punto di partenza. Truman sostituì il rigido MacArthur con il più duttile Ridgway e avviò, su input dell'Urss, negoziati.

Nord e Sud erano esausti, ma le trattative si conclusero solo nel luglio del 1953 con la firma di un armistizio che ristabiliva la situazione preesistente e creava una zona demilitarizzata. La Corea rimase divisa in due: un trattato di pace vero e proprio non è mai stato ratificato e l’armistizio è già stato denunciato da Pyongyang almeno due volte, nel 2009 e pochi giorni or sono, ricreando di fatto una situazione di guerra con Seul.

venerdì 5 aprile 2013

Corea: il Nord come una casa senza finestra e senza tetto

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/04/2013

In questa crisi nell’Estremo Oriente, la Corea del Nord è come una casa senza finestre e senza tetto: non sa praticamente nulla di quello che succede fuori dai suoi confini, tranne quello che le dicono i suoi ‘nemici’; e, invece, i suoi antagonisti possono sapere tutto o quasi quello che succede sul suo territorio: movimenti di truppe, spostamenti di mezzi, installazione di missili sulle rampe.

Oltre al disequilibrio d’efficacia degli arsenali in campo, c’è pure questo dato a rendere impari e improbabile la sfida di Pyongyang al resto del Mondo, tanto più che persino la Cina ha preso le distanze dalla retorica bellicista del vicino fino a poco tempo fa protetto.

Il segretario alla difesa Usa Chuck Hagel, un repubblicano ‘convertito’ a Barack Obama, ha detto che è pericoloso sbagliarsi sulla serietà delle minacce: “Basta un solo sbaglio. E io non voglio essere il segretario alla Difesa che si sbagliò una volta”. Per non commettere errori, Hagel ha molti strumenti a sua disposizione: satelliti spia, ricognitori con o senza equipaggio (i droni), la buona vecchia intelligence e i sismografi per ‘vedere’ che cosa accade sotto terra (ad esempio, proprio gli esperimenti nucleari).

Queste sono alcune delle valutazioni che avrebbero indotto l’Amministrazione americana a non applicare alla lettera il copione delle risposte alle provocazioni: c’è il rischio che, mancando d’informazioni precise, il regime di Pyongyang sopravvaluti le mosse difensive di Washington e di Seul e finisca per agire in preda al panico.

L’errore cui Hagel fa riferimento può infatti avere segni opposti: o una sottovalutazione della minaccia, per evitare la quale gli Stati Uniti stanno, ad esempio, spiegando, avanzando e rafforzando i sistemi antimissile di cui dispongono; o una sopravvalutazione della stessa, mettendo nell’angolo il ‘nemico’ e inducendolo a mosse disperate.

Cero, alcune delle minacce nordcoreane inducono all’ironia, più che alla preoccupazione, gli stessi cittadini americani: impazzano, su twitter, i messaggi ‘perché Austin?’, dopo che Pyongyang ha incluso fra gli obiettivi primari di un suo attacco la capitale del Texas, che non pare costituire un centro strategico significativo.

A parte l’assoluta improbabilità di raggiungere un obiettivo così lontano: la Corea del Nord dispone d’un tipo di missile della portata presunta di 10 mila chilometri e di altri sistemi della portata presunta di 3/4mila chilometri –potrebbero raggiungere Guam, nel Pacifico-, ma o non sono stati testati o, se lo sono stati, non hanno dato risultati positivi. E non è neppure certo che la tecnologia nordcoreana consenta di miniaturizzare le ogive nucleari per montarle sui vettori.

Sulla carta, nei numeri, gli arsenali militari del Nord e del Sud sono confrontabili. Anzi, il Nord possiede quasi il doppio degli uomini in armi del Sud e ha 5000 tonnellate di armi chimiche. Ma, senza volere contare i rinforzi americani a disposizione del Sud, gli esperti generalmente ritengono che gli armamenti nord-coreani siano in larga parte antiquati, obsoleti e inefficienti per mancanza di pezzi di ricambio.

La maggior parte degli analisti americani e sud-coreani o giapponesi escludono, dunque, l’ipotesi di un olocausto nucleare. Ma resta la possibilità di un incidente di frontiera, come avvenne nel 2010, quando il Nord bombardò l’isola di Yeonpyeong, facendo quattro morti. Allora, la reazione del Sud fu morbida. Oggi, Seul assicura una “risposta severa”; e, inoltre, un trattato firmato il mese scorso prevede, in tal caso, una reazione congiunta Usa – Corea del Sud.

giovedì 4 aprile 2013

Corea: Nord minaccia attacco nucleare "spietato", Usa mandano anti-missili

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/04/2013

La Corea del Nord ha "formalmente" notificato alla Casa Bianca e al Pentagono l’eventualità d’un’azione nucleare “chirurgica e senza pietà”. Lo riporta l’agenzia ufficiale nordcoreana Kcna, precisando, però, che "nessuno può dire se una guerra esploderà o no in Corea e se esploderà oggi o domani".

Secondo fonti di stampa americane, l’esercito di Pyongyang avrebbe ricevuto il via libero definitivo a condurre un attacco nucleare contro gli Stati Uniti. Ma non è chiaro che cosa questo significhi, rispetto almeno alle notizie già diffuse in tal senso nei giorni scorsi. Anche i toni minacciosi della bellicosa retorica propagandistica nordcoreana sono stati ricorrenti nell’ultima settimana.

Di certo, il nuovo ultimativo passo nordcoreano segue di poche ore le dichiarazioni del segretario alla difesa americano Chuck Hagel, secondo cui Pyongyang rappresenta “una chiaro ed attuale minaccia”. La spirale di provocazioni e reazioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti e i loro alleati in Estremo Oriente, la Corea del Sud e il Giappone, continua, dunque, a svilupparsi, anche se finora resta confinata sul piano verbale.

Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno adottando “tutte le necessarie precauzioni” nei confronti della Corea del Nord. E il Pentagono conferma l'invio a Guam di una batteria di missili anti-missile di nuova concezione, per proteggere la base del Pacifico dall'eventuale lancio di missili nordcoreani.

Mentre Hagel fa dichiarazioni preoccupate, il segretario di Stato John Kerry conferma, però, che andrà come previsto in missione in Medio Oriente, dando un segnale di relativa normalità.

Il dispiegamento della batteria a Guam, a titolo "precauzionale", avverrà nelle "prossime settimane".  Il primo sistema anti-missile Thaad avrebbe dovuto essere dispiegato nel 2015, ma il sussulto di tensioni nella penisola coreana induce a modificare i piani. Secondo indiscrezioni, il Pentagono progettava l’impiego dei Thaad in Medio Oriente per difendere Israele e altri alleati americani nella Regione da potenziali attacchi di missili iraniani.

La decisione – argomenta il Wall Street Journal – indica che il Pentagono ritiene la Corea del Nord attualmente la minaccia più grande e potenzialmente più duratura per gli Stati Uniti e i loro alleati. Gli Usa hanno due sistemi Thaaad a Fort Bliss, in Texas, pronti a essere usati e considerano essenziale  lasciarne uno di riserva per le emergenze.

Questo l'epilogo di una giornata turbolenta all'altezza del 38/mo parallelo, in cui sono stati evocati venti di guerra sempre più forti. Una giornata cominciata con un'altra provocazione di Pyongyang: la chiusura ai lavoratori del Sud del distretto industriale "a sviluppo congiunto" di Kaesong. Un gesto riportato dai media di Seul con stupore, perché mai finora il più riuscito esempio della cooperazione tra i due Paesi.

L'impennata della tensione, che arriva dopo  giorni di minacce crescenti nordcoreani all'indirizzo di Seul e Washington che non hanno risparmiato il tabù nucleare: il ministro della Difesa di Seul, Kim Kwan-jin, ha assicurato l’'esame di tutte le opzioni possibili, anche di quella militare nel caso di scenario peggiore, qualora la sicurezza dei propri lavoratori nell' enclave nordcoreano dovesse risultare a rischio.

Dure anche le critiche da Cina e Russia. Pechino ha espresso "seria preoccupazione" e condannato tutte le "azioni e le parole provocatorie" che minacciano "la pace e la stabilità nella penisola coreana e nella regione". Mosca ha definito "esplosiva" la situazione. E la Francia ha chiesto una riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu. I margini d'azione della Cina, tra la necessità di frenare l'imprevedibile alleato e di evitare il collasso del regime del 'giovane generale' Kim Jong-un, sembrano sempre stretti.

Ungheria: in fuga da Orban come dai carri Urss, nuovo esodo magiaro

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/04/2013

Viktor Orban, presidente ungherese, ama più il calcio –è tifoso del Milan- che la democrazia: lui, che a 50 anni presto suonati scende ancora in campo, dribbla gli strali della Commissione europea alle sue riforme costituzionali liberticide (non gli sta molto a cuore, ad esempio, il pluralismo dell’informazione). Ma i cittadini ungheresi dribblano lui, euro-scettico se ce n’è uno e nazional-populista, profittando della libertà di circolazione che l’appartenenza all’Ue dal 2004 garantisce loro.

Héti Vilàggazdasàg, giornale economico ungherese, stima a 500 mila gli ungheresi che, da quando Orban è al potere per la seconda volta, hanno lasciato il proprio Paese: il 5% della popolazione (gli ungheresi non sono neppure 10 milioni, su una superficie che è un terzo dell’Italia), il 12% della forza lavoro. Se ne vanno i giovani e quelli che hanno una qualificazione professionale.

Mezzo milione: più del doppio rispetto ai circa 200 mila ungheresi che fuggirono dal Paese dopo che, nell’autunno del 1956, i carri sovietici schiacciarono l’insurrezione popolare anti-comunista. Certo, allora, la scelta degli esuli fu molto più drammatica: fra di loro, c’erano alcuni campioni della nazionale magiara che solo due anni prima, in Svizzera, aveva sfiorato il titolo mondiale, sconfitta in finale dalla Germania allora Ovest. Puskas, Kubala, Szabo furono le vedettes di quella ‘fuga verso la libertà’.

Oggi, e da molto tempo ormai, l’Ungheria non produce più giocatori di classe. E questa non è solo  un’emigrazione politica, ma è anche una scelta economica. Le autorità di Budapest, che non hanno il mito della trasparenza, ridimensionano il fenomeno: non mezzo milione, ‘appena’ 170mila, il che vorrebbe comunque dire tanti quanti nel 1956.

In questo contesto, fa sorridere che, proprio oggi, il ministro degli esteri Janos Martonyi abbia detto che “è interesse condiviso di tutte le nazioni che le minoranze etniche si sentano a casa loro dove vivono”. Orban e i suoi coltivano il mito della Grande Ungheria e irritano i Paesi vicini, specie Slovacchia e Romania, facilitando l’accesso alla nazionalità ungherese agli ungheresi che vivono fuori dai confini nazionali; però, a conti fatti, il regime attrae meno ungheresi dall’estero di quanti non ne induca a lasciare la madre patria.

Orban, premier giovanissimo dal 1998 al 2002, poi rieletto nel 2010, non è solo nel mirino dell’Ue: l’Onu gli rimprovera l’inasprimento della legge contro i senzatetto, nonostante le misure siano state bocciate dalla Corte Suprema; e l’Fmi contesta l’ingerenza “accresciuta” del governo nelle scelte degli imprenditori, col risultato che gli investimenti non sono mai stati così bassi da 10 anni in qua e che la recessione non è agli sgoccioli, mentre la disoccupazione è nella media europea. E persino gli intellettuali prendono le distanze dalla cultura ‘pro Orban’: due rappresentazioni  d’un regista vicino al premier, Attila Vidnyanszky, sono state annullate a Strasburgo, dopo vivaci polemiche.

Eppure, i sondaggi indicano che gli ungheresi che restano in patria potrebbero rieleggere Orban l’anno prossimo, anche a causa delle divisioni nell’opposizione di sinistra che non riesce a trarre consensi dalla profonda insoddisfazione in un Paese colpito dalla recessione e il cui governo non rispetta gli standard democratici europei.

mercoledì 3 aprile 2013

Visti dagli Altri - La saggezza di non credere ai Saggi

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 03/04/2013

Ai Saggi come Salvatori della Patria, non ci crede nessuno. In Italia. Figuriamoci all’Estero. Dove cronache e analisi della situazione politica italiana post-voto hanno fin qui avuto un solo filo conduttore: “Si fa il Governo?, e chi lo fa?, e per che fare?”. In attesa che s’accantoni il Governo e ci s’appassioni alla corsa al Quirinale. Tutto il resto appare fuffa: ci capiamo poco noi, figuriamoci chi ci segue da lontano.

Per cui, anche i media più attenti si affidano ai luoghi comuni. Come il Financial Times, che ripropone l’immagine della politica come bomba ad orologeria che rischia di fare saltare l’Italia (e, magari, non solo). O Die Zeit, che interpreta la nomina dei Saggi come un’ennesima riproposizione del Gattopardo (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, allora bisogna che tutto cambi”), salvo poi sentenziare che “non salveranno l’Italia” perché sanno di vecchio. Che è poi la conclusione cui giunge pure la cNbc, mentre Die Welt si ferma un passo prima, alla constatazione che i dieci Saggi raccolgono solo “rabbia e sfiducia”: a Napolitano, “invece degli elogi arrivano le critiche”.

Certo, quell’entità impersonale che definiamo “i mercati” mostrano, per ora, indifferenza all’Italia: lo spread sarà pure al punto più alto da dicembre –si allarma oggi Les Echos-, ma resta lì dal voto, punto più, punto meno. Le istituzioni internazionali fanno melina e, a volte, fanno pure confusione, come nella vicenda del peso sul deficit dei pagamenti della P.A. E i media esteri si rifugiano spesso nel corner della banalità: lo spagnolo Abc ci ricorda –bontà sua- che “la crisi politica è un’occasione d’oro per riformare a fondo le istituzioni” (sai quante ne abbiamo avute d’occasioni del genere, nella nostra storia repubblicana) .

Eppure, c’è chi ci prende prima degli altri (e, magari, anche prima di molti media nostrani, al netto, naturalmente, della buona fede). A Pasqua, mentre la stampa italiana era ancora divisa tra l’ipocrita  “Ma che bella trovata!, Signor Presidente” e lo schietto “Ma a che serve?”, lo Spiegel già commentava: la nomina dei Saggi è "un'ammissione di incapacità per la classe politica". E il Washington Post, imbeccato da un dispaccio dell’Ap, dubitava che “dieci Saggi possano fare quello che i politici non sono riusciti a fare, trovare in fretta una formula per formare il governo”.

Il prossimo passo è che i media esteri capiscano che il governo non lo stiamo più cercando di fare: finito il giochino, adesso si cerca un nuovo presidente. Il lavoro dei Saggi addobba l’attesa: riempie il presente, se non rischiara il futuro.

martedì 2 aprile 2013

Corea: leader contro, parole ostili, ma i fatti stanno a zero

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/04/2013

Hai voglia gli appelli di pace del Papa. Sarà che da quelle parti la Pasqua manco sanno cos'è, tra domenica e lunedì l’escalation di minacce e provocazioni tra le due Coree è ancora andata su di tono. Il Parlamento nord-coreano, che si riunisce un giorno l'anno e che è solo una cassa di risonanza alle decisioni del Partito, approva la linea dura del giovane leader Kim Yong-un: ratifica il possesso dell’atomica da parte del regime e avalla l’ampliamento dei programmi nucleari militari, mentre finiscono a parole sotto tiro anche le basi degli Usa in Giappone.

Risponde la presidente sudcoreana Park Geun-Hye. Seul aveva fin qui tenuto bassi i toni; ma ora la Park si ricorda di essere una donna di destra, figlia dell'ultimo dittatore sudcoreano e leader dei falchi nazionalisti: dopo avere riunito i responsabili della difesa, promette “una severa risposta” in caso di “provocazione” della Corea del Nord: reazioni militari –precisa- “forti e rapide”, senza remore d’ordine politica o diplomatico.
Del resto, la Sud Corea può contare sulla vicinanza e l’alleanza degli Stati Uniti, che non fanno davvero nulla per ridurre la tensione: vanno avanti con una nuova fase delle manovre congiunte e inviano nella regione, dove hanno già utilizzato per esercitazioni i bombardieri ‘invisibili’ B-2, anche i caccia ’invisibili’ F-22.

Fonti dell’Amministrazione americana confidano al Washington Post il timore che l’ultimo ordigno nucleare testato il 12 febbraio dalla Corea del Nord fosse all'uranio (e non al plutonio, come i primi due): lo fanno supporre le precauzioni adottate per impedire agli strumenti di rilevare nell'atmosfera tracce di radiazioni significative connesse all'esperimento sotterraneo. Se Pyongyang ha ordigni all'uranio, il Pentagono teme che possa fornire assistenza a Teheran che vorrebbe dotarsene.

L’escalation della tensione va avanti da circa un mese, ma, nell'ultima settimana, l’accelerazione è stata drammatica. La Corea di Kim ha progressivamente alzato il tiro, prima in risposta alla stretta sulle sanzioni decisa dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu dopo il test atomico e poi come reazione alla trafila di manovre militari congiunte Usa-SudCorea iniziate a marzo e destinate a protrarsi fino alla fine di aprile.

La crisi mette a confronto due leader giovani e poco esperti. Kim, il ‘nordista’, è il più giovane capo di Stato al Mondo ed è al potere da meno di un anno e mezzo. Park, la ‘sudista’, s’è insediata appena il mese scorso e ha un rapporto con Washington migliore dei suoi predecessori.

Ieri, l’Assemblea suprema del Popolo nordcoreano ha affidato a Pak Pong-Ju le funzioni di premier, al posto di Choe Yong-rim. Pak, 74 anni, era già stato premier dal 2003 al 2007 e aveva portato avanti qualche riforma per dare maggiore autonomia alle imprese statali e cercare di ridurre gradualmente il razionamento dei prodotti alimentari e di altri beni di prima necessità. Le sue mosse avevano però suscitato la reazione del Partito e delle forze armate: sospeso dalle funzioni nel 2006, venne sostituito l’anno dopo. Il suo ritorno, secondo alcuni analisti, potrebbe preludere a una ripresa di quelle riforme: con una lettura ottimista, la propaganda nazionalista di questi giorni potrebbe fare schermo a un principio d’ammodernamento del regime. Suona pure tranquillizzante il fatto che tutto appare normale nel distretto di cooperazione economica di Kaesong, sul confine del 38o parallelo.