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lunedì 22 aprile 2013

Dopo Napolitano: per un ‘nativo digitale’, ci tocca attendere vent’anni

Scritto per gli Appunti di Media Duemila online del 22/04/2013

A termini di Costituzione, per salutare il primo presidente della Repubblica italiana ‘nativo digitale’ dovremo attendere ancora una ventina d’anni, poiché bisogna avere compiuto 50 anni per insediarsi al Quirinale. Ma, se va avanti così, altro che 2030 o giù di lì: dovremo –anzi, dovrete- attendere forse il 2050 e magari il 2060. I presidenti, infatti, ce li andiamo a prendere sempre più vecchi, quasi dovessimo compensare con la loro saggezza l’improvvisazione e l’approssimazione dei leader meno sperimentati.

Con la sua rielezione, Giorgio Napolitano, che già al primo colpo, nel 2006, non era un ragazzino, con i suoi 80 anni, batte il record di Sandro Pertini, che finora era il più anziano presidente eletto: era vicino agli 82 anni nel giugno 1978.

Fino a sabato 20, l’età media di elezione di un presidente italiano era 71 anni, con quel giovanotto di Francesco Cossiga, salito al Quirinale a soli 57 anni, ad abbassare la cifra. Dopo Cossiga, però, negli ultimi vent’anni e nelle ultime quattro elezioni, l’età media è stata nettamente più alta: Oscar Luigi Scalfaro 74 anni, Carlo Azeglio Ciampi 77, Napolitano 80 e 87, abbiamo una media che sfiora gli 80 anni.

Invece, fino a Pertini, avevamo avuto De Nicola 69, Einaudi 74, Gronchi 68, Segni 71, Saragat 66, Leone 63, con una media di appena 67 anni e mezzo.

E, allora, se si andasse avanti con il trend attuale, un ‘nativo digitale’ non entrerebbe al Quirinale prima del 2060. E, nel frattempo, chissà quali e quante diavolerie saranno state escogitate, per fare sentire pure loro, i ‘nativi digitali’, dei ‘matusa’ –termine che, di per sé, mi colloca fra quelli che erano giovani nell’arco di tempo compreso tra Mary Quant e gli ‘indiani metropolitani’-.

E’ un handicap?, quello di attendere a lungo un presidente più a suo agio su twitter che al telefono? Fino a un certo punto, perché, a ben vedere –e lo abbiamo appena visto, in questi ultimi concitati giorni-, tecnologie dell’informazione e social media ci azzeccano abbastanza poco con l’elezione del capo dello Stato: tutto avviene all’interno di un gruppo ristretto, quello dei Grandi Elettori, dove la comunicazione diretta viene ancora meglio di quella online.

I social media possono piuttosto servire a dare la temperatura delle reazioni dell’opinione pubblica, almeno quella tecnologicamente evoluta, alle decisioni in fieri. Sempre con un margine di errore: se il flop della candidatura di Franco Marini appariva quasi scontato dal traffico che scorreva sui mio account twitter tra giovedì sera e venerdì mattina, quello della candidatura di Romano Prodi lo era molto di meno 24 ore più tardi.

Certo, però, che ciascuno dovrebbe tarare la propria comunità di followers, per farne uno strumento di previsione affidabile. Se no, s’intrecciano e si confondono preferenze e previsioni. E, alla fine, ci s’incarta: proprio come avvenuto alla leadership del Pd. Ma, per carità, non diamo la colpa a twitter.

domenica 21 aprile 2013

Visti dagli Altri: Napolitano dopo Napolitano, palla in corner

Scritto per il blog de Il Fatto il 21/04/2013

Non ci hanno capito quasi nulla, proprio come la maggior parte di noi italiani. I media esteri hanno faticosamente seguito, nelle cronache e nei commenti, i colpi di scena dell’elezione del presidente della Repubblica italiana, dopo essersi già interrogati perplessi sulla scelta di ‘fermare gli orologi’ nella ricerca del nuovo governo in attesa del nuovo presidente. Che poi finisce per essere il vecchio, con in più il potere di sciogliere le Camere.

L’essere usciti con la trovata Napolitano da tra giorni d’errori e d’orrori (politici e partitici) appare, agli occhi di molti, un sospiro di sollievo più che un colpo di genio, una palla in corner piuttosto che un salvataggio definitivo –e su corner capita di prendere gol-.

Perché resta il problema del governo e d’un quadro politico complessivo traballante, dove spiccano, come vincitori, Grillo e Berlusconi: due che non tranquillizzano gli interlocutori internazionali. Quanto agli sconfitti, Bersani e il Pd fanno l’unanimità. Ma, quello, l’abbiamo ben capito pure noi.

E’ il “naufragio della politica”: Le Monde legge così la rielezione di Napolitano, al di là dei giudizi, in genere positivi, sul capo dello Stato uscente e subentrante. “Nel campo di rovine che è diventata la politica italiana, Napolitano è il solo a essere rimasto più o meno in piedi, affidabile, rassicurante, professionale”. “Si sono rivolti a lui –racconta il giornale francese- per uscire dall’impasse politica che minacciava di diventare un abisso che li avrebbe inghiottiti. Bersani, Berlusconi, Monti l’hanno supplicato di rimanere altri sette anni”.

La Bbc fa un racconto analogo: “Nella crescente disperazione, si sono rivolti all’uomo che avrebbe dovuto andare in pensione”. Poiché la maggior parte dei quotidiani europei la domenica non escono, corrispondenti e commentatori hanno modo di riordinare le idee, dopo avere sparato a caldo titoli e commenti sui siti: protagonisti, Napolitano, con la sua conferma, e Grillo, con la sua denuncia dell’avvenuta rielezione come “un colpo di Stato”.

La stampa americana guarda al sodo e al dopo, cioè al prossimo governo. Il Wall Street Journal prevede la formazione di un esecutivo “bipartisan”, che è un modo di tradurre “di larghe intese”: e giudica la rielezione di Napolitano un tentativo “disperato” da parte di Pd e Pdl di evitare il ritorno alle urne, ma anche una “notevole sconfitta per la politica italiana” e in particolare per il Pd.

Il New York Times vede come “una speranza” una grande coalizione tra destra e sinistra, di fronte al  “crescente caos politico” italiano; segnala la “drammatica sconfitta” di Bersani e del Pd; e tocca pure un aspetto poco esplorato dai media esteri perché poco comprensibile alloro pubblico (accenna cioè all’ipotesi che l’immunità di Berlusconi sia stata un fattore della rielezione di Napolitano, che potrebbe fare il leader del Pdl senatore a vita).

Ovviamente meno dialettici, ma un po’ scontati, i messaggi ufficiali a Napolitano di felicitazioni e d’auguri, dove conta solo il risultato e non il come vi si sia giunti. Valga per tutti, ché molti sono simili, quello di José Barroso, presidente della Commissione europea: “Il rinnovo del suo mandato conferma … il successo del suo primo settennato, nel corso del quale lei è stato punto di riferimento istituzionale e garante riconosciuto dell'unità nazionale e del prestigio internazionale” dell’Italia.

La rielezione giunge “in un momento cruciale del processo d'integrazione”: governi nazionali e istituzioni europee “sono chiamati a dar prova di grande equilibrio, coraggio e lungimiranza”, perché “i cittadini europei chiedono un rinnovato impegno democratico che porti al superamento della crisi con il rilancio della crescita e dell'occupazione”. E Barroso è certo che “l'Italia, nel solco della sua tradizione europeista, continuerà a dare un decisivo contributo al comune ideale europeo”.

sabato 20 aprile 2013

Dopo Napolitano: ancora Napolitano, vecchia bussola europea

Scritto per EurActiv il 20/04/2013

Dopo Napolitano, ancora Napolitano: la politica italiana ricorre alla sua ‘vecchia’ bussola europea, per uscire dal marasma in cui l’hanno precipitata i risultati delle elezioni politiche dello scorso febbraio e l’incapacità dei partiti e dei leader di soddisfare sia l’esigenza di formare un governo che l’imperativo di scegliere un presidente.

Sulla conferma del presidente uscente, un inedito nella storia dell’Italia repubblicana, il consenso è largo e rapido: più un sospiro di sollievo che una trovata di genio. Così, almeno una è fatta: c’è un presidente che, alla bisogna, può sciogliere le Camere e indire nuove elezioni, perché ne ha il potere.

Che, poi, forse non ce ne sarà neppure bisogno, se –come si dice- la convergenza sul nome di Napolitano prefigura già un’intesa per un governo delle larghe intese, che avrebbe la maggioranza e un programma di riforme magari essenziale su cui andare avanti per un po’. Almeno fin quando non sia passata –potrebbe essere il disegno- l’ondata d’insofferenza popolare per questi leader politici che la vicenda presidenziale non ha certo attenuato, ma ha anzi accresciuto.

Giorgio Napolitano, 87 anni, viene rieletto al sesto scrutinio, con una quantità di voti, 738, nettamente superiore alla maggioranza assoluta dei Grandi Elettori necessaria (504 su 1007). Non l’hanno dichiaratamente votato i ‘grillini’ e Sel, che hanno ancora puntato su Stefano Rodotà, e, nell’area di centro-destra, Fratelli d’Italia, oltre a franchi tiratori sparuti, non certo efficaci come lo erano stati giovedì per fare saltare la candidatura dell’inciucio di Franco Marini, scelto da Silvio Berlusconi in una rosa propostagli da Pierluigi Bersani, e venerdì per fare saltare quella che doveva essere la candidatura dell’ ‘orgoglio Pd’ di Romano Prodi.

Se uno cercasse di costruire un grafico di queste giornate, specie dell’atteggiamento del Pd, gli verrebbe fuori una linea a zig-zag: prima, alla ricerca d’un’intesa con i ‘grillini’, nei giorni del tentativo di formare un governo, chiudendo la porta a un’intesa con il Pdl; poi, alla ricerca di un accordo con Berlusconi sul presidente, sbattendo la porta in faccia ai ‘grillini’ che pure candidavano l’ex presidente del partito precursore del Pd, il Pds, Rodotà; poi alla ricerca del colpo di forza su un candidato di bandiera; infine, a ricucire la grande coalizione per sconfessare la quale s’è andati alla fine precipitata del governo Monti e al voto.

Tutto questo nulla toglie alla valenza, europea e pure internazionale, della conferma di Napolitano, cui, fra i primi, sono giunte le congratulazioni del presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso e di altri leader dell’Unione. Napolitano è uomo dalle sicure e forti convinzioni europeiste –prima di diventare presidente, guidava il comitato italiano del Movimento europeo- ed è divenuto, nei momenti più difficili dell’ultimo governo Berlusconi, un punto di riferimento per i leader europei e pure americani, che hanno visto in lui un elemento di continuità dell’affidabilità dell’Italia come paese europeista ed atlantico. Elemento di continuità che viene ora esaltato dalla rielezione, anche se essa avviene sulle macerie di un sistema politico mostratosi incapace, dopo le elezioni, di azzeccarne una.

Dopo Napolitano: bruciato pure Prodi, candidato dal 'profumo europeo'

Scritto per EurActiv il 19/04/2013

Il ‘profumo d’Europa’ non basta a sostenere la candidatura di Romani Prodi alla presidenza della Repubblica. Anzi, l’esito del quarto scrutinio potrebbe avere azzoppato in modo definitivo le possibilità dell’ex premier ed ex presidente della Commissione europea, che, mentre il Parlamento italiano vota, partecipa, a nome dell'Onu, a Bamako, a una riunione sul futuro del Mali e del Sahel. Prodi ottiene meno di 400 voti: gliene mancano un centinaio di quelli della coalizione Pd-Sel. Stefano Rodotà, il candidato dei ‘grillini’, ottiene, invece, più voti di quelli che gli venivano attribuiti: ne riceve 214. Anna Maria Cancellieri conta sull'ottantina di voti dei centristi di Mario Monti. C’è qualche decina di suffragi dispersi, Pdl e Lega non partecipano alla votazione.

Affondata venerdì la candidatura di larga intesa di Franco Marini al Quirinale, il Pd puntava oggi su Prodi, un profilo decisamente europeo e internazionale. Al mattino, la terza votazione, che richiedeva ancora la maggioranza dei due terzi, 672 voti sui 1007 Grandi Elettori, passava quasi inosservata, con una valanga di scada bianca. Ma la quarta votazione, quando bastava la maggioranza assoluta, 504 suffragi, poteva essere quella della fumata bianca, o almeno poteva dare un segnale decisivo, se il Pd e i suoi alleati fossero stati compatti sull'indicazione Prodi con tutti i loro 495 voti o quasi. Invece, uno su quattro ha fatto una scelta diversa.

La stampa estera continua ad apparire un po’ frastornata, in questa vicenda del nostro nuovo presidente. Ma –ammettiamolo!- non è che noi abbiamo proprio tutto chiaro: Bersani che passa settimane a non volere fare il governo con Berlusconi e poi gli affida la scelta di un candidato comune in una rosa per lui tutta senza spine, di amici suoi; Grillo che passa settimane a non volere fare accordi con Bersani e poi gli consegna su un vassoio un candidato che è stato presidente e più volte deputato del suo partito (di Bersani); la coalizione di Bersani che implode davanti al candidato scelto da Berlusconi -Marini- e al rifiuto di quello offerto da Grillo –Rodotà-. I Grandi Elettori affossano l’inciucio e bollano l’insipienza dei leader, ma alimentano pure la confusione e, anzi, la ingigantiscono, con la sinistra che, dopo essersi ‘squagliata’ su Marini, si disperde pure su Prodi.

Ammettiamolo: se succedesse altrove, penseremmo che sono tutti fuori di testa. E, così, chi ci guarda da lontano si rifugia in predicozzi, come faceva ieri il Financial Times, che, in un editoriale dal titolo Voto chiave a Roma, auspicava un presidente della Repubblica “forte e credibile, in Italia e all'estero”.

E, ancora, il Financial Times si aspettava un presidente che abbia la "credibilità internazionale" di cui gode quello attuale: "Gli alleati dell'Italia devono sapere che a Roma c'è qualcuno di cui ci si può fidare". Un presidente –interpretiamo noi- che sappia d’Europa. In tutti i sensi. Con “un profumo d’Europa”: che conosca l’Unione, le sue regole e i suoi meccanismi; che abbia la visione dell’integrazione, meglio se in una prospettiva federale; che sia stimato dai partner europei -oltre che transatlantici- per quello che ha fatto e per come l’ha fatto.

Sono elementi di un identikit tracciato con la convinzione, che è un dato di fatto, della centralità della questione europea per il prossimo governo e per la prossima legislatura –questa, se poi avrà vita propria, o la prossima, se questa si ridurrà solo ad una falsa partenza-. Essere stato, come Marini, deputato europeo può volere dire avere in mano un ori, ma non certo un sette bello. E, a questo punto, si direbbe che non basta neppure essere stati presidente della Commissione europea.

L’inciucio fallito ha probabilmente bruciato, con Marini, gli altri petali della rosa offerta da Bersani a Berlusconi, Amato, D’Alema, Mattarella; ma, sembra, non ha danneggiato Rodotà. Ora, pure la candidatura di Prodi appare compromessa. Resta, sotto traccia, con le caratteristiche giuste, Emma Bonino, che ha esperienze europee –è stata commissaria-, che non ha mai abiurato la scelta dell’integrazione -ha una radicata visione federalista-, gode di rispetto e di stima in Europa e nel Mondo. Di lei, però, non si parla: forse è meglio così, fin quando la confusione è così alta.

giovedì 18 aprile 2013

Visti dagli Altri: dopo Napolitano, a monte l’inciucio, ora Prodi o Bonino

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 18/04/2013

Adesso, magari, succederà qualcosa di buono. Che, di peggio di quanto è già accaduto, è pure difficile. La stampa estera continua ad apparire un po’ frastornata, in questa vicenda del nostro nuovo presidente. Ma –ammettiamolo!- non è che noi abbiamo proprio tutto chiaro: Bersani che passa settimane a non volere fare il governo con Berlusconi e poi gli affida la scelta di un candidato comune in una rosa per lui tutta senza spine, di amici suoi; Grillo che passa settimane a non volere fare accordi con Bersani e poi gli consegna su un vassoio un candidato che è stato presidente e più volte deputato del suo partito (di Bersani); la coalizione di Bersani che implode davanti al candidato scelto da Berlusconi –Marini- e al rifiuto di quello offerto da Grillo –Rodotà-. I Grandi Elettori affossano l’inciucio e bollano l’insipienza dei leader, ma alimentano pure la confusione.

Ammettiamolo: se succedesse altrove, penseremmo che sono tutti fuori di testa. E, così, chi ci guarda da lontano si rifugia in predicozzi, come faceva oggi il Financial Times, che, in un editoriale dal titolo Voto chiave a Roma, auspicava un presidente della Repubblica “forte e credibile, in Italia e all'estero”. Il giornale della City non faceva nomi, ma non pareva avere in mente una figura come Marini, quando avvertiva che la scelta del nuovo presidente "definirà il futuro politico dell'Italia": se a vincere sarà una figura autorevole, ma "vecchio stile", l’attesa di cambiamento testimoniata dall'esito delle elezioni di febbraio non troverà riscontro.

All’FT, come a tutti i media stranieri, tocca spiegare ai lettori che il presidente, in Italia, conta magari poco, sulla carta, cioè a termini di Costituzione, ma che il settennato di Giorgio Napolitano ha modificato la situazione: durante il suo mandato, si legge, "il presidente è diventato un attore chiave della politica", perché ha spesso dovuto "riempire il pericoloso vuoto di potere derivante dalla debolezza dei partiti" e sopperire alla mancanza di credibilità della leadership (quando questa era affidata a Berlusconi).

E, allora, il Financial Times si aspetta un presidente che abbia la "credibilità internazionale" di cui gode quello attuale: "Gli alleati dell'Italia devono sapere che a Roma c'è qualcuno di cui ci si può fidare". Un presidente –interpreto io- che sappia d’Europa. In tutti i sensi. Che abbia “un profumo d’Europa”: che conosca l’Unione, le sue regole e i suoi meccanismi; che abbia la visione dell’integrazione, meglio se in una prospettiva federale; che sia stimato dai partner europei -oltre che transatlantici- per quello che ha fatto e per come l’ha fatto.
Sono elementi dell’identikit del nuovo presidente della Repubblica italiana, partendo dalla convinzione, che è un dato di fatto, della centralità della questione europea per il prossimo governo e per la prossima legislatura –questa, se avrà vita propria, o la prossima, se questa si ridurrà solo ad una falsa partenza-. Essere stato, come Marini, deputato europeo può essere un ori, ma non è certo un sette bello.
L’inciucio fallito ha probabilmente bruciato, con Marini, gli altri petali della rosa offerta a Mr B; e, forse, ha pure danneggiato Rodotà. Ma non ha toccato Romano Prodi ed Emma Bonino, che hanno esperienze europee -sono stati l’uno presidente della Commissione e l’altra commissaria-, che non hanno mai abiurato la scelta dell’integrazione -Prodi portò l’Italia nell’euro, la Bonino ha una radicata visione federalista- , che godono di rispetto e di stima in Europa (e si sono fatti pure rispettare e stimare in America).
E pazienza se, su di loro, non ci sarà una larga intesa. Chi mai l’ha scritto?, ‘sto elogio tutto italico del compromesso ad ogni costo. Scegliere è meglio che impapocchiare. E capita pure di scegliere bene.

mercoledì 17 aprile 2013

Boston: sangue sulla maratona, la striscia di morte del nemico interno

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 17/04/2013

“Un atto di terrorismo”, perché “colpire con ordigni esplosivi civili innocenti è sempre terrorismo”. Ma s’ignora ancora se opera di un singolo o di un gruppo, di stranieri o di americani. A un giorno dall'attacco alla maratona di Boston, le parole del presidente Obama testimoniano che tutte le piste restano aperte. In attesa di indizi precisi e di riscontri concreti, alcuni elementi inducono a pensare ad un’azione endogena o al gesto di un ‘lupo solitario’ più che all'opera d’un gruppo organizzato e strutturato: l’America ha già vissuto episodi di questa matrice, prima e dopo l’attacco integralista coordinato dell’11 Settembre contro le Torri Gemelle a New York e il Pentagono a Washington. E c’è qualcosa, nelle tecniche impiegate, che evoca Anders Behring Breivik, il templare norvegese, fondamentalista cristiano, che nel luglio 2011 compì  due stragi nel contro di Oslo e sull’isola d’Utoja (77 i morti).

Se, invece, la matrice dovesse risultare quella del terrorismo integralista, allora potrebbe trattarsi dell’opera di qualche cellula isolata e capace di condurre solo azioni d’impatto limitato, come farebbero supporre l’entità relativamente modesta dell’esplosione e l’obiettivo non politicamente significativo, e quindi non particolarmente protetto, prescelto.

A complicare le valutazioni, una ridda di coincidenze. L’attacco alla maratona avviene nel Patriot’s Day, che a Boston celebra le prime vittorie dei ‘coloniali’ contro le truppe britanniche nella Guerra d’Indipendenza, e in una data prossima agli anniversari di altri capitoli Usa di drammatica violenza: la strage di Waco in Texas il 19 aprile 1993, quella di Oklahoma City il 19 aprile 1995, pure quella di Columbine il 20 aprile 1999. Senza contare che il 15 aprile è, negli Stati Uniti, il giorno entro cui bisogna pagare le tasse: probabilmente, non c’entra nulla, ma nella città culla del Tea Party qualunquista ed anti-tasse la circostanza può apparire inquietante.

Non sarebbe neppure la prima volta che un attentatore ‘anomalo’ prende di mira un evento sportivo: il 27 luglio 1996, la sera, un individuo senza complici, Eric Robert Rudolph, fece detonare una bomba artigianale nel Parco olimpico del Centenario, ad Atlanta, dove erano in corso i Giochi. Una donna fu uccisa , oltre cento persone rimasero ferite. Un cameramen turco fu stroncato da un infarto mentre riprendeva la scena. Arrestato, Rudolph dichiarò di avere voluto protestare contro l’aborto. Lo si sospetta di altri attentati compiuti ad Atlanta e mai chiariti,  contro una discoteca frequentata da omosessuali, contro un edificio di uffici e contro una clinica.

Gli agguati, anche mortali, contro i medici che praticano l’aborto sono un altro filone di violenza americana, come le sparatorie nelle scuole (Columbine e Newtown nel dicembre 2012 le più tragiche) e sui luoghi di lavoro.

A parte gli attentati integralisti contro il World Trade Center (quello dell’11 settembre 2001 ebbe un precedente il 26 febbraio 1993, sei morti e un migliaio di feriti), e una serie di azioni dagli Anni 70 fino al 1981, rivendicati da movimenti armati portoricani, la storia del terrorismo americano nel Secondo Dopoguerra è tutta autoctona.

L’episodio più sanguinoso del filone ‘supremazista’ e ‘anti-governativo’ avviene il 19 aprile 1995: salta in aria un edificio federale a Oklahoma City; ci sono 168 morti, fra cui 19 bambini ospiti d’un asilo allestito nell'immobile, e oltre 500 feriti. Timothy McVeigh, un reduce della Guerra del Golfo, vicino alle milizie di estrema destra, viene arrestato e giudicato colpevole di avere collocato sotto il palazzo un camion imbottito d’esplosivo. L’11 giugno 2001, la sua condanna a morte venne eseguita nel carcere federale di Terre Haute nell'Indiana. Un suo complice sconta l’ergastolo.

L’attacco di Oklahoma City, come, pochi mesi dopo, il 9 ottobre 1995, il deragliamento in Arizona di un treno che collegava Miami a Los Angeles (un morto e un’ottantina di feriti), rivendicato da sedicenti ‘figli della Gestapo’, erano probabilmente collegato in qualche modo alla strage di Waco, in Texas, 80 morti il 19 aprile 1993, quando la polizia diede l’assalto a una fattoria dei seguaci d’una setta ‘davidiana’.

Nella serie dei ‘lupi solitari’ del terrorismo americano, spicca l’Unabomber Tedd Kaczynski, quasi il prototipo dello scienziato pazzo, condannato per aver inviato pacchi postali esplosivi a numerose persone, durante un periodo di quasi 18 anni, provocando tre morti e 23 feriti. Spiegò i suoi atti come tentativi di combattere “i pericoli del progresso tecnologico”.

Un capitolo misterioso resta quello degli attacchi all'antrace del 2001, subito dopo l’11 Settembre: una serie di pacchi con spore di antrace furono inviati a diversi media e a due senatori democratici causando la morte di cinque persone. La vicenda contribuì a destabilizzare ulteriormente un Paese che s’era appena scoperto vulnerabile. Dopo anni, i sospetti dell’Fbi ricaddero su Bruce Edwards Ivins, uno scienziato federale, che non fu però mai incriminato.

martedì 16 aprile 2013

Boston: sangue sulla maratona; l'attacco è locale, l'allarme è globale

Scritto per il blog de Il Fatto il 16/04/2013

L’attacco è locale, l’allarme è globale. Le esplosioni all'arrivo della Maratona di Boston - la più antica al Mondo: si corre da 117 anni - deflagrano nelle case d’Europa come in quelle d’America. Anzi, a causa dell’ora, forse più qui che lì: due ore dopo, telefono a parenti, ad amici, negli Usa e alcuni, in Texas o sulla Costa del Pacifico, manco lo sanno, perché per loro è tempo di lavoro, sono in giro, non davanti alla tv, come noi di sera.

Gli eventi americani, le tragedie americane, diventano subito globali, le sentiamo subito nostre: ci sono a correre lì quasi 300 italiani –e uno di noi la vinse pure, Gelindo Bordin-; arrivano subito le immagini; e quei posti ci sono familiari –magari solo per i film e le serie tv -. La stessa violenza fosse esplosa, in circostanze analoghe, altrove, in Africa, o in Asia, ci avrebbe lasciato quasi indifferenti.

Naturalmente, come sempre in questi casi, il fumo delle esplosioni crea confusione nelle notizie e ne slabbra i contorni: sul numero delle vittime –tre morti, fra cui una ventenne e un bambino di 8 anni, con circa 150 feriti, alcuni dei quali gravi, amputati- e sulle circostanze della ‘macchinazione’ –si parla di molte più deceduti, di altre esplosioni, di altri ordigni non esplosi disattivati, di un islamico arrestato, tutti elementi poi smentiti-.

C’è più equilibrio nelle parole del presidente Barack Obama, tre ore dopo, che in molti commenti giornalistici ‘a caldo’: il presidente non pronuncia la parola terrorismo, dice che “non ci sono ancora risposte” su chi e perché, esprime la solidarietà della Nazione alle vittime, promette inevitabilmente che i responsabili saranno individuati, trovati, presi, puniti.

L’America sotto attacco e l’eco dell’11 Settembre invadono notiziari e commenti. Ma, piuttosto che all’11 Settembre 2001, gli attacchi alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono a Washington, l’azione di Boston evoca, nelle dimensioni e nelle circostanze, la bomba di Atlanta sulle Olimpiadi del 1996 –vittime fra la folla di un concerto in un parco- o altre azioni di terrorismo ‘autoctono’. Non per questo meno criminale, meno sanguinario, meno deprecabile.

Certo, le misure di sicurezza che vengono adottate, la chiusura dello spazio aereo, o l’interdizione dei cellulari per impedire l’attivazione di ordigni a distanza, sono lezioni imparate dagli Stati Uniti, e dal Mondo intero, con l’11 Settembre. Ma c’e’ pure, in questo attentato atroce, un’eco di violenza tutta americana: la maratona di Boston era dedicata, quest’anno, alle vittime della strage di Newtown la cittadina del Connecticut in cui, a dicembre, un giovane esaltato uccise 27 persone, fra cui oltre venti scolari, in una scuola elementare. E, fra le vittime delle esplosioni di Boston, vi sono molti bambini, in vacanza per la maratona, che è una festa cittadina, con le scuole chiuse.