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martedì 18 giugno 2013

G8: Siria, Usa e Russia divisi; sul resto, più parole che fatti

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/06/2013

La Siria, la Libia, il nuovo Iran, il lavoro e la crisi: in una remota località dell’Ulster, i leader degli Otto Grandi affrontano le emergenze del Mondo. Ma i dissensi, specie sulla Siria, prevalgono sulle intese, anche se il clima informale e la consapevolezza delle differenze riducono le attese e stemperano il clima del Vertice.

Per il premier italiano Enrico Letta, è l’esordio al G8 e la prima volta con il presidente Usa Barack Obama, che, in mezz’ora di colloquio, gli esprime forti preoccupazioni sul ricorso alle armi chimiche da parte del regime siriano, gli chiede aiuto sulla Libia –“Ho un piano”, gli assicura Letta- e condivide l’accento italiano sulla disoccupazione giovanile. E Obama invita il premier a Washington.

Un debutto (quasi) perfetto, non fosse che gli organizzatori mettono la foto di zio Gianni, invece di quella del nipote Enrico, sul sito ufficiale. Ma non è l’unica gaffe: il presidente russo Vladimir Putin deve passare la notte della vigilia a Londra perché il complesso del Vertice non era pronto ad accoglierlo.

Un irritato Putin deve così rivedere i suoi programmi: prima di confrontarsi con Obama sulla Siria, aveva previsto un tuffo nelle acque calme, ma fredde, di uno dei laghi che punteggiano il ‘resort’ di Lough Erne, dove i leader sono riuniti. L’americano, invece, va, come da copione, in palestra.

Protetto da un dispositivo di sorveglianza senza precedenti -8000 i poliziotti mobilitati-, anche nell’Ulster teatro di drammatiche tensioni in passato tra protestanti e cattolici, il G8 s’è ufficialmente aperto a metà pomeriggio, dopo una prima raffica d’incontri bilaterali.

Prima dell’inizio dei lavori in plenaria, Usa e Ue avevano dato un calcio d’avvio metaforico ai negoziati per un accordo commerciale “di portata storica”, per creare la più vasta zona di libero scambio al Mondo. Avviata la trattativa, resta da trovare l’intesa: i più ottimisti prevedono che l’esercizio possa concludersi fra un anno. Ed è pure esplosa una polemica tutta europea sulla cosiddetta “eccezione culturale”: La Francia è stata capace di imporre l’esclusione degli audiovisivi dal negoziato, ma s’è sentita dare della “reazionaria” dal presidente della Commissione europea Manuel Barroso.

Di Siria, s’è parlato nei bilaterali e nella cena di lavoro, andata avanti a lungo. Centrale l’incontro tra Obama e Putin: l’americano è orientato a fornire aiuto militare ai ribelli; il russo, che arma le forze leali al presidente Assad, mette in guardia i suoi interlocutori, “niente armi alla rivolta”. Per molti versi, Gran Bretagna, Francia, anche Italia condividono l’approccio americano. E Hollande dice apertamente di non nutrire “illusioni” su progressi.

Il G8 si chiuderà oggi con un giro di tavola su crisi e lavoro e sulle 3T che stanno a cuore alla presidenza britannica: tasse, trasparenza e commercio (‘trade’, in inglese). L’obiettivo è di rafforzare la lotta contro l’evasione, anche se nessuna conclusione del G8 avrà valore operativo.

Per quanto si siano andati a nascondere vicino a Enniskillen, due ore di strada da Belfast, i leader dei Grandi non hanno evitato del tutto le contestazioni: una piccola manifestazione della galassia ‘no global’, iper-sorvegliata dalla polizia, ha sfiorato in serata il G8.

lunedì 17 giugno 2013

Iran: Rohani, il mullah dal volto umano in cui l'Occidente spera

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 17/06/2013

L’Occidente lo conosce, perché, per oltre due anni, quando il presidente era Mohammad Khatami, fu un negoziatore dai toni concilianti sul dossier nucleare. E conta di trovare in lui un interlocutore più morbido del suo predecessore, Mahmud Ahmadinejad, che, dopo otto anni, lascia un Paese preda della crisi economica e isolato internazionalmente.

Se Israele mostra prudenza e diffidenza, gli Stati Uniti, l’Ue, l’Onu concedono una linea di credito ad Hassan Rohani, il nuovo presidente dell’Iran, un religioso moderato di 64 anni, già considerato “il mullah dal volto umano”: tutti pronti a testarne l’apertura e la volontà di dialogo. Emma Bonino, ministro degli esteri italiano, propone d’invitarlo alla conferenza di pace internazionale sulla Siria, se mai si farà.

I banchi di prova della capacità di manovra di Rohani, all’esterno, ma anche all’interno del Paese, saranno proprio il dossier nucleare e la questione siriana. Molto dipenderà dal rapporto che saprà instaurare con la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, cui spettano le decisioni finali sui programmi atomici, che l’Occidente sospetta abbiano finalità militari:Khamenei, che da tempo non andava più d’accordo con Ahmadinejad, non ha mai dato segnali di malleabilità nella trattativa con i cosiddetti ‘5 + 1’ –i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania-.

Nelle elezioni di venerdì, Rohani era l’unico religioso e l’unico moderato in lizza: su di lui, si concentravano le speranze dei riformisti, marginalizzati in Iran dopo le proteste dell’Onda Verde seguite nel 2009 alla rielezione di Ahmadinejad, mentre i conservatori erano divisi fra più candidati. Ma che vincesse al primo turno, pochi lo immaginavano; e, se fosse andato al ballottaggio, si sarebbe trovato di fronte lo schieramento conservatore compattato e rinsaldato.

Invece, il mullah ha saputo in qualche modo galvanizzare l'elettorato riformista e liberale, storicamente maggioritario rispetto al bacino conservatore –può potenzialmente contare 20 milioni di voti, contro 15/16 milioni-, ma venato di sfiducia e d’astensionismo dopo le confitte nel 2005 e 2009, senza nel contempo creare allarmi e quindi particolari mobilitazioni nel campo avversario.

Rohani gode dell’avallo del leader del movimento, l'ex presidente Mohammad Khatami, cui è vicino e che l’aveva voluto negoziatore sul nucleare tra il 2003 e il 2005. Con Gran Bretagna, Francia e Germania, concordò una moratoria dell'arricchimento dell'uranio, l'aspetto più controverso del programma nucleare iraniano, e l’applicazione del protocollo addizionale al Trattato di non proliferazione, che aprì la strada alle ispezioni internazionali dei siti iraniani; in cambio, ottenne un certo allentamento della pressione internazionale sull’Iran. Una svolta provvisoria, perché l'arricchimento fu poi ripreso nel 2005 da Ahmadinejad.

Fino all’elezione, e per 16 anni, Rohani è stato capo del centro di ricerca del Consiglio per i pareri di conformità, una specie di corte costituzionale presieduta da Akbar Hashemi Rafsanjani, altro ex presidente moderato, che pure l’appoggia: pur anziano, Rafsanjani avrebbe potuto essere di nuovo eletto, se non fosse stato escluso dai Guardiani della Rivoluzione formalmente per questioni d'età.


In linea con Rafsanjani e Khatami, Rohani potrebbe formare un esecutivo trasversale e pluralista, raccogliendo consensi anche in aree tradizionalmente conservatrici. Il desiderio che gli viene attribuito è di migliorare le relazioni internazionali e arrivare a un allentamento delle sanzioni, appoggiandosi su quanti in Iran vogliono maggiori libertà sociali: una sfida ai conservatori, giocata sul nucleare, ma anche sulla ‘carta dei diritti civili’, che dovrebbe garantire pluralismo politico e libertà sociali, e su mosse per le donne e le minoranze etniche.

sabato 15 giugno 2013

Siria: un film già visto, Usa, guerra, armi di distruzione di massa

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/06/2013

Sembra un film dell’orrore già visto: uno di quelli che ti hanno così sconvolto che non vorresti rivederlo mai più. La svolta arriva dopo oltre due anni di guerra civile in Siria; dopo che era parso che gli insorti avessero partita vinta, mentre ora il regime è all’offensiva e riprende le città perdute; dopo tiramolla diplomatici tra tentazioni d’intervento e timori di cadere dalla padella nella brace, con tutti quei gruppi terroristici infiltrati fra i ribelli.

Per la Casa Bianca, Bachar al Assad ha superato la ‘linea rossa’ spesso evocata da Barack Obama: ha usato armi chimiche. Le prove sono “numerose e riguardano diversi episodi”, dice Ben Rhodes, numero due a Washington per la sicurezza nazionale.  Il gas sarin avrebbe fatto tra 100 e 150 morti, in un conflitto che conta almeno 93 mila vittime. Le agenzie d’intelligence americana ed europee concorderebbero in merito, secondo il NYT.

Vuol dire guerra al regime per cacciare al Assad, come in Libia per cacciare Gheddafi? In realtà, l’ambiguità continua, appesa al filo della riluttanza russa su un intervento militare in Siria. Obama annuncia un non meglio precisato “sostegno militare” agli insorti, ma non ha ancora deciso se istituire o meno, su aree di confine della Siria, una ‘no fly zone’, a tutela dei rifugiati. Per attuarla senza rischi, ci vorrebbe prima una serie di azioni ostili contro le difese anti-aeree siriane.

E viene in mente Colin Powell all’Onu il 7 marzo 2003: doveva fornire al Consiglio di Sicurezza e al mondo intero, in diretta tv, le prove che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa e costituiva una minaccia. Quel giorno, Powell seppellì per sempre ogni sua credibilità politica: convinse solo quelli che volevano farsi convincere, mentre un applauso corale accolse l’interrogativo del ministro degli esteri francese Dominique de Villepin, “Perché una guerra ora?”. Nemmeno tre settimane dopo, la notte tra il 19 e il 20, l’infermo di fuoco si scatenava su Baghdad.

Non avverrà lo stesso su Damasco. Pur se, negli ultimi giorni , i comportamenti di Barack Obama gli hanno meritato sull’Huffington Post la definizione velenosa “George W. Obama”: la rinuncia alla chiusura del carcere di Guantanamo, accettando di combattere il terrorismo violando in diritti dell’uomo; l’avallo alle operazioni di ascolto e intercettazione delle comunicazioni d’ogni tipo, affermando che la garanzia della sicurezza presuppone la rinuncia a una fetta di privacy; e, adesso, il passo sulla Siria.

Già, perché adesso?, perché davvero al Assad ha usato le armi chimiche?, o perché Obama deve scrollarsi di dosso la patina dell’inazione? Bill Clinton, l’ex presidente, considera la linea dell’immobilismo fin qui tenuta “una follia”. E il Congresso è inquieto.

La diplomazia internazionale si schiera lungo crinali che sono quelli del 2003: la Germania vuole una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; la Francia dice “non senza l’Onu”;  l’Onu è scettica; la Gran Bretagna sta con gli Usa; la Russia è contro. Obama consulta gli alleati, anche Letta; e la Bonino domani andrà a Mosca. Il momento della verità? Forse lunedì al G8 nell’Ulster, quando Putin e Obama ne parleranno insieme.

venerdì 14 giugno 2013

Germania: 100 giorni al voto: Merkel III, l'Europa in sala d'attesa

Scritto per EurActiv il 14/06/2013

Cento giorni alle elezioni politiche tedesche, il 22 settembre. Ma solo i primi 20 saranno davvero duri, per i leader dell’Ue, che dovranno fare mandare giù all'opinione pubblica la loro inazione contro la crisi, tante parole e pochi fatti –e meno soldi-  per la crescita e l’occupazione. Dopo, la strada spiana, perché a luglio, e a maggior ragione ad agosto, nessuno s’aspetta che l’Unione, che già di solito batte in testa, giri a mille. Poi, quando l’estate finirà, a settembre, saremo ormai nella fase finale della campagna elettorale e nessuno avrà nulla da ridire: ovvio stare fermi, “Mica vuoi creare allarme in Germania adesso?”.

Così, in questi giorni, è tutto un ‘fare ammuina’: la stagione dei Vertici che sta per aprirsi consente ai leader di dare l’impressione di agire senza fare (quasi) nulla. E la cancelliera Angela Merkel, candidata a succedere a se stessa per un terzo mandato, ricambia la comprensione dei partner lasciando in qualche modo sperare che ‘dopo’ qualcosa cambierà.

Per intanto, scende in campo a difesa della Bce e in polemica con la Bundesbank, in concomitanza con il procedimento della Corte costituzionale di Karlsruhe sulla legittimità dello scudo antispread. La sentenza, sia chiaro, non ci sarà prima dell’autunno, cioè non prima del voto. ”Noi crediamo – dice la Merkel - che la Bce assicuri la stabilità dei prezzi nell'eurozona” e difende la legittimità degli strumenti di salvataggio dell’euro, ricordando, soprattutto, che ”anche la Germania avverte gli effetti della crisi: se in Europa le cose non vanno bene, neanche in Germania possono andare bene”.

Ma dopo le elezioni tedesche, cambierà davvero qualcosa? Certo, molto dipende dall'esito del voto. Gli interlocutori della Merkel sembrano, al momento, scommettere, o credere, in una sua conferma. E puntano, o sperano, in un cambio di coalizione a Berlino: infatti, se i socialdemocratici dovessero sostituire i liberali nell'alleanza con Cdu/Csu, il vino del rigore dei conservatori verrebbe allungato dall'acqua della crescita dei progressisti. E Francia, Italia, Spagna troverebbero, nella loro questua per una maggiore flessibilità europea, sponde interne alla coalizione tedesca.

Magari, è ancora presto per fare calcoli. Ma tutti i leader dell’Ue paiono preoccupati di non irritare, oggi, la Merkel, a rischio di inimicarsela per i prossimi quattro anni. Tutti, tranne Silvio Berlusconi, che invita il premier italiano Enrico Letta a fare a braccio di ferro con la cancelliera. Ma Silvio, con Angela, non ha nulla da perdere: peggio di così, le cose, fra loro due, non potrebbero andare.

Comunque sarà, fatto sta che, ogni volta che si parla ora di piani per l’occupazione, e si aggiunge “specie quella dei giovani”, salta fuori ben strombazzato un vertice, proprio o improprio che sia: c’era in origine il Consiglio europeo di fine giugno, il 27 e 28 a Bruxelles, che è davvero un Vertice, almeno ai sensi dell’eurocratese;  poi, s’è aggiunto il vertice di Berlino del 3 luglio, che non lo è, ma è solo un confronto fra i ministri del lavoro dei 27 sulle migliori pratiche per il lavoro giovanile; e, ultimo in ordine d’iniziativa, ma primo sul calendario, ecco il vertice dei 4 Grandi Ue, il 14 giugno a Roma, che non è manco questo un vero vertice, bensì un incontro dei ministri delle finanze e del lavoro di Italia, Germania, Francia, Spagna (che, poi, a volere essere pignoli, non sono neppure i 4 Grandi Ue, perché c’è pur sempre la Gran Bretagna, fin quando non leva il disturbo).

Ad infittire l’agenda dei Vertici c’è poi il G8 nell’Ulster, sotto presidenza di turno britannica, il 17 e 18 giugno, il cui ordine del giorno è all’insegna di “crescita e prosperità” con la trovata mediatica delle “3 T”, “taxes, transparency, trade”. Il G8 conferirà poi gran parte delle sue conclusioni al G20, che è in programma il 5 e 6 settembre a San Pietroburgo, sotto presidenza di turno russa.

Ora, nessuno vuole meritarsi la medaglia del pedante, solo perché i Vertici, nell’Ue, sono le riunioni dei capi di Stato e/o di governo. Ma nessuno vuole neppure farsi prendere in giro: indire le riunioni, e chiamarle pure tutte vertici, va benissimo, se si producono risultati; ma se ci si limita a chiacchiere, allora potremmo pure risparmiarci gli incontri e l’inchiostro. ...

... L’attivismo diplomatico non va però scambiato, né gabellato, per concretezza di risultati, che ancora non c’è. Il New York Times titolava giorni fa sulla “guerra debole” dell’Ue alla disoccupazione e scriveva: “Gli schemi presentati in Italia e Spagna per combattere il problema somigliano tristemente al ‘programma di crescita’ di Hollande, che non è mai stato davvero di crescita”.  E il Financial Times denunciava, in un editoriale, “la letargia” del governo Letta. ...

... Il ministro del lavoro Enrico Giovannini vede “un cambiamento culturale” nell'approccio alla lotta contro la disoccupazione: “Se pensiamo che il mercato del lavoro segua sempre e soltanto il ciclo economico, dovremmo aspettarci prima una ripresa economica e poi un effetto sull'occupazione. Il fatto che si riconosca che la disoccupazione condiziona le scelte di famiglie, e quindi la ripresa economica, significa che bisogna far sì che anche nella fase iniziale della ripresa, nella seconda metà dell’anno, ci sia un’alta intensità di occupazione, cioè che la stessa riduzione della disoccupazione giovanile stimoli la crescita”.
Intellettualmente, è stimolante. Praticamente, significa aspettare, se va bene, perché accada qualcosa di concreto, “la seconda metà dell’anno”, che vuol dire da settembre in poi. Il che ci riconduce –sarà un caso- ad attendere per iniziative europee significative ed incisive le elezioni politiche tedesche del 22 settembre. E allora diciamolo: non c’è mica da vergognarsene, se non si può fare altrimenti.

Gheddafi: tutti lo preferivano morto, piuttosto che vivo alla sbarra

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/06/2013

Meglio nella tomba che alla sbarra: lo scrivemmo su Il Fatto, sintetizzando il pensiero di molti, e il sollievo di alcuni, quel 20 ottobre 2011, quando arrivò, improvvisa, ma non inattesa, la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi. Un’esecuzione barbara, nelle immagini e nell’improvvisato rituale, intorno a cui – c’era da scommetterci già allora - sarebbero cresciute e ancora cresceranno verità e leggende tutte accomunate da un filo rosso: non potere essere provate o smentite in modo incontrovertibile.

Accanto ad espressioni di pietas convenzionali, l’eliminazione di Gheddafi, fu accolta con commenti che esprimevano la convinzione che la fine della guerra era più vicina – un conflitto che doveva durare settimane e che si trascinava da mesi- e la sensazione d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il colonnello dittatore era stato prima nemico bandito e poi amico accettato e persino blandito di un Occidente distratto, in Libia come altrove, nella difesa dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. E il sollievo di alcuni nasceva dalla convinzione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici, ma anche e forse soprattutto per i suoi nemici degli ultimi sei mesi.

Tutti, prima, erano stati suoi amici, almeno dopo lo sdoganamento, deciso nel 2003 dal duo Bush/Blair, dall’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e l’ingresso nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino – la pagina peggiore - al bacio dell’anello d’un Berlusconi genuflesso.

Un Gheddafi preso vivo, da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime, sarebbe stato un bell’imbarazzo. Ci sarebbe stato da litigare fra nuovi libici e loro alleati: i primi volevano processarlo in patria; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, per crimini contro l’umanità.

E quali che fossero i giudici, il Colonnello avrebbe potuto denunciare la combutta con il suo regime di molti capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, come Berlusconi e Sarkozy, senza contare signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, tweettò quel giorno: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo internazionale sarebbe stato troppo imbarazzante”.

Ma che l’esecuzione abbia avuto complicità e/o orchestrazioni extra-libiche non è mai stato provato e, probabilmente, mai lo sarà. Il 20 ottobre, Berlusconi, allora premier, se la cavò con uno sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi era stato un grande amico, scambi di visite, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais a Roma. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione.

Impaniata in un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia molto impegnativo, la cui responsabilità politica ricadeva su tutti i partiti che lo ratificarono nel 2009 –maggioranza e Pd a favore, IdV, Udc e radicali contro-, l’Italia non riuscì, nel febbraio 2011, a esercitare un ruolo attivo nella prima confusa e drammatica fase di proteste e fermenti, violenze e repressione. E l’amicizia tra Cavaliere e Colonnello quasi la paralizzò, invece di renderla protagonista.

La Francia e la Gran Bretagna, invece, si mostrarono subito amici dell’insurrezione, mentre gli Stati Uniti, come avrebbero fatto per tutto il conflitto, si tenevano un po’ fuori, sporcandosi davvero le mani, militarmente, solo nelle fasi iniziali, con raffiche di incursioni aeree e gragnole di cruise dalle loro navi. A marzo, l’Italia mollò Gheddafi e riuscì a sottrarre alla Francia la leadership diplomatico-militare, consegnandola alla Nato. Ma, durante la guerra, l’Italia nicchiò sulla partecipazione ad azioni offensive, anche se, a conti fatti, delle 15.952 missioni da combattimento aeree condotte dalla Nato l’aeronautica italiana ne compì 1947, il 12%.

mercoledì 12 giugno 2013

Visti dagli Altri: la letargia di Letta e l’arte di (non) scegliere

Scritto per il blog de Il Fatto il 13/06/2013

Se ne sono accorti pure loro, gli osservatori stranieri più attenti e più critici della politica italiana. Aspettando The Economist, si fa avanti il Financial Times. Non che fosse difficile rendersene conto:  il premier Letta e il suo governo sono effetti da “letargia” ed hanno fatto ben poco, finora, per rimettere in moto l'economia. Per agire, il premier –sostiene l’FT- dovrebbe rinnegare la sua “trilogia impossibile”: tagliare le tasse, aumentare le spese, rispettare i limiti di deficit fissati dall’Ue.

Per governare, ammonisce il quotidiano della City, bisogna talvolta fare scelte difficili: accontentare tutti, facendo tutto e il contrario di tutto, non è possibile, è la morale dell’editoriale dell’FT, conscio che l'esperienza Monti mostra come "le riforme non sempre paghino in termini di consenso".

Invece, la scuola di Letta appare piuttosto quella dorotea di accontentare tutti non facendo (quasi) nulla. Eppure, i risultati delle Amministrative dello scorso weekend potrebbero indurlo a passare all'azione, perché –osserva l’FT- "l'ondata di delirante populismo giunta in Italia con le elezioni politiche sembra essere diminuita".

Nell'analisi del voto, la stampa estera, tra ieri e oggi, è piuttosto monocorde, allineata sui commenti politici italiani: Mr B e Grillo i grandi sconfitti –“gli incantatori vittime delle elezioni locali”, scrive la Reuters-; il Pd vince, ma “resta convalescente” (Le Monde); e il cappotto di sindaci subito dal Pdl nei capoluoghi di provincia rende meno probabile che il Cavaliere decida ora di staccare la spina alla coalizione.

La stampa americana, che talora non coglie le alchimie italiane, calca i toni rispetto a quella europea: la vittoria del centrosinistra alle comunali è, per il Wall Street Journal, "una dimostrazione di forza che promette bene per la stabilità del governo nazionale"; e Letta, scrive il Washington Post, si gode la spinta di cui aveva bisogno per portare avanti la sua "fragile coalizione".

Con maggiore distacco, l’FT sostiene che gli italiani s’aspettano risposte alla crisi economica e paiono per ora disposti a "dare a Letta e al governo il beneficio del dubbio". Eppure, l'economia non solo non si riprende, ma ha addirittura subito una flessione nel primo trimestre 2013 e le previsioni di miglioramento nella seconda metà di quest'anno "sembrano sempre più improbabili". Bisognerebbe fare qualcosa, uscire dalla “letargia”. Qualcuno svegli il premier e il governo.

martedì 11 giugno 2013

Ue-Usa: eccezione culturale, l'Italia si barcamena tra Parigi e Londra

Scritto per EurActiv l'11/06/2013

Ma chi stiamo menando per il naso?, i francesi, sicuri di averci dalla loro parte?, o i britannici, che, invece, non ci sentono ostili? L’impressione è che, come spesso ci capita, ci stiamo barcamenando, cercando di non dispiacere a nessuno invece d’avere la priorità dell’interesse nazionale. Il problema è il mandato negoziale per la trattativa sulla zona di libero scambio fra Unione europea e Stati Uniti.

Il Parlamento europeo ha approvato un proprio testo in plenaria a maggio, ponendo, fra le altre, la condizione che dal negoziato siano esclusi i servizi culturali e audiovisivi: un punto cui tengono molto i francesi e cui, invece, non tengono affatto i britannici, con i campioni del mercantilismo, che, nella circostanza, sono quelli che per ragioni linguistiche o per tradizione culturale meno temono l’invasione dei prodotti americani.

Ora, il Consiglio dei Ministri dell’Ue dovrà mettere a punto il mandato nelle prossime settimane, prima di avviare la trattativa vera e propria. In linea con il Parlamento, 15 dei 27, fra cui l’Italia, sembrano favorevoli all'esclusione dei servizi culturali e audiovisivi dal negoziato, che potrebbe aprirsi a luglio e che si spera possa concludersi l’anno prossimo.

La trattativa Usa-Ue potrebbe essere evocato, la prossima settimana, in margine al vertice del G8 nell’Ulster, sotto presidenza di turno britannica. E i britannici leggono la posizione italiana in modo più dialettico: non diremmo no alla trattativa sui servizi culturali e audiovisivi, ma vorremmo che la Commissione europea, cui spetterà negoziare, gestisca il negoziato su questo punto senza cedimenti in modo durissimo. I britannici spiegano –non senza fondamento- che escludere del tutto il settore dalla trattativa avrebbe come conseguenza che gli Stati Uniti escluderebbero, a loro volta, un settore per loro delicato. E, perdendo i pezzi, l’accordo perderebbe di significato.

Resta il fatto che il governo italiano, attento a non dispiacere né a Parigi né a Londra, dovrà pure tenere conto della lettera appello al premier Enrico Letta firmata da quattro registi premi Oscar, Roberto Benigni, Bernando Bertolucci, Giuseppe Tornatore, Gabriele Salvatores, che gli chiedono di "escludere la cultura e l'audiovisivo dai trattati commerciali tra Unione europea e Stati Uniti".

La lettera al premier, che ha visto l'adesione di associazioni, sindacati, attori, ma anche di Rai, Mediaset e Confindustria, e una petizione ad essa collegata saranno presentate nei prossimi giorni  alla commissione competente del Parlamento europeo.

Il settore rientra nella cosiddetta ''eccezione culturale'', che - si legge ancora nella lettera a Letta - ''vent'anni fa ha consentito la nascita dell’industria di produzione culturale europea di oggi. Adesso è il momento di adeguare quella definizione alle tecnologie e ai tempi nuovi''.

A preoccupare artisti e operatori del settore europei sono i ‘colleghi’ americani: il rischio è culturale, ma è pure economico: ''La previsione di un rapidissimo processo di concentrazione delle funzioni di produzione e distribuzione fuori dall’Europa è coerente con quanto già accaduto fino ai primi anni del Duemila nell’industria statunitense dell’intrattenimento, che diventerebbe naturale interlocutore privilegiato dei nuovi giganti della distribuzione, con trasferimento oltre Atlantico anche della funzione editoriale''.