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mercoledì 26 giugno 2013

Usa: Snowden, intrappolato al Terminal come Tom Hanks

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 26/06/2013

Chissà se Edward Snowden l’ha mai visto The Terminal , un film del 2004 di Steven Spielberg. Tom Hanks vi interpreta un viaggiatore intrappolato in transito in un aeroporto di New York: non ha i documenti in ordine per entrare negli Usa e non può tornare a casa a causa di una rivoluzione. Ci sarebbe da farne un dramma, se tutto non finisse bene. Ispirato alla storia vera di Mehran Karimi Nasseri, che passò 17 anni, dal 1988 al 2006, nel Terminal I del Charles de Gaulle di Parigi,  il film di Spielberg precorre la vicenda della talpa del Datagate.

Perché, da ieri, non c’è più dubbio: Snowden, ex analista dell’intelligence americana, è da domenica nell’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo, a Mosca, dove dispone del comfort di un hotel. E’ stato il presidente russo Vladimir Putin in persona a dissipare l’incertezza: la talpa è lì e la Russia non intende estradarla perché, per quanto la riguarda, non ha compiuto nessun reato; e, fin quando resta lì, non ha bisogno di visto né deve mostrare documenti. La Casa Bianca replica: la richiesta d’estradizione è fondata, i russi lo espellano subito.

Mosca insiste di non avere brigato perché Snowden arrivasse: “Era totalmente inatteso”, sostiene Putin, per quanto sia strano che l’Aeroflot abbia accettato a bordo un cittadino americano privato del passaporto. E  la meta finale attribuita alla talpa, l’Ecuador, appare, ora, molto lontana. Wikileaks ipotizza che Snowden resti dov’è per sempre, proprio come Hanks o Nasseri.

In visita a Turku in Finlandia, Putin pare quasi infastidito dalla vicenda Snowden: l’ex analista “è un uomo libero” dice, ma –aggiunge- “più in fretta sceglierà la sua destinazione finale, meglio sarà per noi e per lui”. Il presidente esclude, però, misure coercitive: la Russia non ha, del resto, accordi d’estradizione con gli Usa, che vorrebbero processare l’ex analista per spionaggio.

L’americano è la fonte d’una cascata di rivelazioni sulle intercettazioni da parte dell’intelligence Usa di telefonate e mail negli Stati Uniti e all’estero. E la tempistica delle fughe di notizie ha inciso sulle relazioni di Washington con la Cina e con la Russia. Lasciate le Hawaii, Snowden compare  il 20 maggio a Hong-Kong: nasconde i cell in frigo e teme che gli portino via il computer. Parte per Mosca domenica 23, in modo quasi precipitoso, dopo una cena di compleanno per i suoi 30 anni a base di pizza, salsicce, pollo e pepsi e dopo che il suo avvocato era stato incoraggiato a farlo andare via dalle autorità locali.

Per la diplomazia americana, è “molto deludente” che l’ex analista abbia viaggiato senza intoppi. Cina e Russia respingono ogni addebito: quelle americane sono “accuse senza fondamento”, afferma il ministero degli esteri cinese. E Putin giudica “i rimproveri contro la Russia deliri e sciocchezze”. I servizi segreti russi non lavorano con Snowden né lo starebbero ora interrogando.

La vicenda alza la tensione tra Usa Russia mentre i due Paesi non trovano l’intesa su una soluzione al conflitto in Siria. Per ora, l’incontro la prossima settimana nel Brunei tra i ministri degli esteri Lavrov e Kerry è confermato. Ma ieri i colloqui preliminari della conferenza di pace internazionale sulla Siria si sono chiusi senza intesa a Ginevra e un prossimo round non è stato fissato.

martedì 25 giugno 2013

Usa: Snowden, la talpa che rischia di fare la fine del topo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/06/2013

Dove vai?, se il passaporto non ce l’hai e servizi segreti di mezzo Mondo ti braccano o a modo loro  ti proteggono. Deve chiederselo Edward Snowden, a Mosca, dove il suo slalom fra i nemici degli Usa verso l’Ecuador pare esserci bruscamente arrestato: niente volo per L’Avana e di lì a Caracas e a Quito. Qualcosa si sarebbe inceppato nella corsa verso l’asilo dell’ex analista della Cia, accusato di spionaggio da Washington e giunto domenica da Hong-Kong nella capitale russa. A meno che…

Le relazioni tra Usa e Russia si riscaldano al calor bianco, come nel pieno della Guerra Fredda: gli americani rimproverano ai russi d’ignorare la domanda d’estradizione della ‘gola profonda’ dietro tutti i recenti vorticosi sviluppi del Datagate e chiedono l’espulsione di Snowden, facendo appello alla “cooperazione” fra i due Paesi e minacciano rappresaglie. E per il presidente Obama la vicenda avrà conseguenze sui rapporti con la Cina.

Fin da domenica, gli Stati Uniti hanno privato Snowden del suo passaporto. Ma l’ex analista ha potuto lo stesso imbarcarsi su un volo dell’Aeroflot munito - pare - di documenti di viaggio speciali rilasciati dall’Ecuador. E’ quanto afferma Julian Assange, il fondatore di Wikileaks, che ha fatto una conferenza stampa via telefono dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dov’è rifugiato da circa un anno per sottrarsi all’estradizione in Svezia, dove vogliono processarlo per violenza sessuale.

Secondo Assange, Snowden è “in buona salute” ed è “al sicuro”. Dove il suo protetto sia, però, il biondino di Wikileaks non l’ha detto: E che l’ex analista si senta sicuro, c’è da dubitarne: gli Usa lo percepiscono come una minaccia per la propria sicurezza nazionale e faranno tutto il possibile per mettergli le mani addosso e tradurlo in giustizia –in un processo, rischia una condanna a trent’anni di reclusione-; e i Paesi che sono stati oggettivamente favoriti dalle sue rivelazioni, Cina e Russia, avvertono il peso della sua presenza.

La Cina s’è già liberata della patata bollente; la Russia non sa bene come farlo. L’avvocato Albert Ho, che ha assistito Snowden a Hong-Kong, è certo che Pechino ne abbia orchestrato la partenza, mentre le autorità dell’ex colonia britannica sostengono di non averla potuta impedire perché Washington non aveva loro fornito gli atti giudiziari necessari. “La caccia è lanciata”, dice alla Cbs Dianne Feinstein, presidente della Commissione intelligence del Senato Usa.

Le informazioni su dove l’ex analista si trovi sono estremamente contraddittorie. Quel che è certo è che il giovane non è partito con il volo per L’Avana su cui era prenotato, regolarmente decollato nel primo pomeriggio. C’è chi dice che Snowden sia tuttora a Mosca, in città; chi che non abbia mai lasciato l’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo, dove c’è un hotel; chi che lo spionaggio russo lo stia interrogando; chi che sia effettivamente partito, alla chetichella e lontano dagli occhi dei giornalisti. L’ambasciata dell’Ecuador a Mosca nega di averne notizie.

In fuga dagli Usa da cinque settimane, Snowden, arrivato il 20 maggio a Hong-Kong dalle Hawaii, ultimo suo luogo di lavoro per un’azienda al servizio dell’intelligence statunitense, ha, da allora, snocciolato rivelazioni sulle intercettazioni di milioni di comunicazioni telefoniche e via sms e mail e ha creato a più riprese imbarazzo agli Stati Uniti.

In visita in India, il segretario di Stato Usa John Kerry avverte Cina e Russia che questa storia avrà conseguenze serie, giudicando “molto deludente” che il fuggitivo abbia viaggiato da Hong-Kong a Mosca su un aereo di linea Aeroflot. Kerry dice: “Snowden ha tradito il suo Paese”. A Mosca, però, c’è chi spiega che la domanda d’estradizione di Washington non può essere presa in considerazione perché Snowden non ha mai varcato la frontiera russa –vero, tecnicamente, se si trova in transito-.

Assange, che assapora una rivincita, s’è intromesso nella disputa tra Washington e Mosca, giudicando “intimidatorio” e controproducente” l’atteggiamento americano.

Pechino e Mosca fanno mostra d’una discreta ipocrisia. Chi, invece, s’assume responsabilità senza paraventi è l’Ecuador, la repubblica ‘bolivariana’ che, con Venezuela e Bolivia, forma il triangolo di sinistra ed alternativo dell’America Latina. Il presidente Rafael Correa avalla l’ipotesi dell’asilo; e il ministro degli esteri Ricardo Patino vede in gioco “la libertà d’espressione e la sicurezza dei cittadini di tutto il Mondo”. Tranquilli!, l’Ecuador le difende.

lunedì 24 giugno 2013

Usa: Snowden, la fuga uno slalom fra i nemici degli Usa

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 24/06/2013

Con gli Eroi dei Due Mondi, che vengono alla ribalta dal nulla d’improvviso, le cronache sono sempre generose d’attenzione, senza lesinare la diffidenza. E, in effetti, Edward Snowden, l’ex consulente Cia che si sottrae alla giustizia degli Usa, dopo avere fatto filtrare notizie devastanti sulle intercettazioni operate dagli Stati Uniti sulle comunicazioni elettroniche di mezzo pianeta, sceglie per la sua fuga un percorso da Guerra Fredda: dalle Hawaii a Hong-Kong e ieri a Mosca, dove sarebbe in transito per Caracas via La Avana.

Destinazione finale, pare certo, Quito, Ecuador, dove la domanda d’asilo sarebbe già stata ricevuta. Dopo avere accolto sotto la propria protezione Julian Assange, il biondino di Wikileaks, rifugiatosi il 9 giugno 2012 nell’ambasciata di Londra, l’Ecuador starebbe per dare accoglienza a Snowden, divenendo porto franco degli auto-proclamati Robin Hood della cyber-intelligence del XXI Secolo. Ma la vicenda è ancora aperta e la sorte di Snowden è lungi dall’essere sicura.

Il volo Aeroflot SU213 proveniente da Hong-Kong è atterrato a Mosca poco dopo le 17.00 locali, le 15.00 italiane. A bordo, erano registrati come passeggeri in economica Snowden e una specialista di Wikileaks, Sarah Harrison. All’arrivo, Snowden –riferiscono cronisti dall’aeroporto- “è evaporato”: non era fra i passeggeri che hanno passato il controllo dei passaporti al terminal F dello scalo russo.

Alcuni viaggiatori hanno riferito che una vettura era ferma accanto all’aereo e che dei bagagli vi sono stati caricati direttamente dalla stiva: se Snowden si fosse allontanato in tal modo, parrebbe certo che l’uomo non gode solo dell’appoggio di Wikileaks, ma conta su complicità internazionali, dopo che le sue rivelazioni hanno indubbiamente indebolito la posizione americana alla vigilia, rispettivamente, di incontri chiave del presidente Obama con leader cinesi e russi.

Altri testimoni riferiscono d’avere visto una vettura diplomatica con bandiera ecuadoriana davanti al terminal, accompagnata da una vettura del tipo in uso ai servizi segreti. La tv pubblica russa Rossia 24 sostiene che Snowden doveva passare la notte in un’ambasciata sud-americana, mentre fonti aeroportuali citate dall’agenzia Interfax dicono che l’ex analista sarebbe nella zona di transito, in attesa del volo a destinazione di Cuba.

Wikileaks ha spiegato, in un comunicato, che il giovane americano, incriminato per spionaggio dalla giustizia Usa, viaggiava “verso uno Stato democratico, seguendo una rotta sicura, per trovarvi asilo”. E ha aggiunto che Snowden è accompagnato da diplomatici, senza dire di quale Paese, e consulenti giuridici. Se fosse necessario, ha già trovato un difensore d’eccezione: l’ex giudice spagnolo anti-corruzione Baltasar Garzon, che già assiste Assange.

Gli Stati Uniti avevano sollecitato, nei giorni scorsi, a Hong-Kong l’estradizione di Snowden, rifugiatosi lì il 20 maggio dopo avere abbandonato il suo domicilio alle Hawaii. Per tutta risposta, ieri mattina le autorità dell’ex colonia britannica, ora territorio autonomo cinese, confermavano l’avvenuta partenza di Snowden “di sua volontà”. Secondo Honk-Kong, le informazioni ricevute dagli Stati Uniti non giustificavano l’arresto del giovane, che negli Usa rischia trent’anni di carcere. Gli inquirenti americani non mollano la presa: intendono braccarlo ovunque trovi rifugio.

E prima di lasciare Hong-Kong Snowden ha fatto sapere alla stampa locale che la Nsa Usa intercetta “milioni di sms” sui cellulari cinesi, dando modo a Pechino di reagire con virulenza, bollando gli Stati Uniti come “i peggiori farabutti del nostro tempo”. Al Guardian, poi, ha offerto l’ennesima chicca anti-britannica.

L’annuncio che il volo dell’ex analista era diretto a Mosca faceva scalpore e suscitava interrogativi: pare che il percorso di Snowden possa toccare tutti Paesi che hanno al momento rapporti conflittuali, o almeno di diffidenza, con gli Stati Uniti. La Russia, le cui relazioni con gli Stati Uniti hanno recentemente ritrovato toni da Guerra Fredda, aveva già detto che avrebbe esaminato una domanda di asilo politico dell’americano, che, dopo avere pensato all’Islanda, ha finalmente scelto come paese d’accoglienza l’Ecuador che ha già dato rifugio ad Assange.

Il Cremlino si dice all’oscuro della destinazione di Snowden, ma il suo nome figura fra i passeggeri del volo Aeroflot SU150 che dovrebbe decollare oggi poco dopo le 14.00 locali, le 12.00 italiane per l’Avana. Lì, l’ex analista dovrebbe prendere una corrispondenza locale per Caracas. Tutte informazioni non confermate ufficialmente.

domenica 23 giugno 2013

Siria: amici dei nemici di Assad, armi ai ribelli di soppiatto

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/06/2013

Gli amici della Siria, che sono poi gli amici dei nemici del regime del presidente Assad, decidono d’intensificare l’aiuto, anche militare, ai ribelli. Ma lo faranno in ordine sparso con accordi segreti. L’obiettivo condiviso è di rovesciare di nuovo a favore degli insorti i rapporti di forza sul terreno, che sono ora favorevoli ai ‘lealisti’. L’elemento di discordia è se fornire pure armi: Italia e Francia non ci stanno, la Gran Bretagna nicchia.

Gli amici dei nemici di Assad vogliono che i ribelli giungano in posizione di forza alla conferenza di pace di Ginevra, cui si continua a lavorare, ma che “non si terrà nelle prossime settimane”, afferma il ministro britannico Hague. Invece, ora, i lealisti, sostenuti dall’Iran e pure dall’Iraq e affiancati dagli Hezbollah, vanno riprendendo quartieri di Damasco e Aleppo sfuggiti loro di mano. Ieri, tiri di mortai nella capitale hanno ucciso tre bambini

Le decisioni della riunione di  Doha nel Qatar irriteranno di sicuro la Russia, contraria a dare armi agli insorti, ma attiva nel migliorare le capacità d’attacco del regime. Gli Usa giocano a carte un po’ coperte, ma il Los Angeles Times rivela che da mesi Cia e commando americani addestrano i ribelli

Il gruppo degli 11 amici della Siria concorda “aiuti urgenti in materiale ed equipaggiamenti” perché l’opposizione possa fronteggiare “gli attacchi brutali” del regime di Damasco. Ma poiché non c’è intesa sulle armi, e l’aiuto militare diretto lascia molti perplessi, ogni Paese fornirà aiuti agli insorti “a modo suo”. Finora, il grosso delle armi arriva ai ribelli dall’Arabia saudita e dal Qatar, una sorta di ‘internazionale sunnita’.

Nel comunicato pubblicato a lavori conclusi, si afferma che “ogni aiuto militare sarà convogliato “ attraverso l’Alto consiglio militare siriano cui fa capo l’Esercito siriano libero, principale forza dell’opposizione armata. La formula nasce dall’intento di evitare che il materiale occidentale cada nelle mani dei gruppi estremisti, integralisti e terroristi presenti sul territorio siriano. E il ministro degli esteri del Qatar, lo sceicco Hamad ben Jassem Al Thani, cita esplicitamente “accordi segreti” e ammette le riserve di alcuni sulla fornitura di armi. Emma Bonino dice che Italia darà “ogni aiuto tranne armi”, che “Ginevra 2 è l’unica via” e che bisogna “incoraggiare l’opposizione ad assumere una leadership politica con una composizione più stabile”.

C’è il rischio che si stiano creando le premesse perché, fra qualche anni, magari proprio qui a Doha, gli Stati Uniti debbano intavolare trattative di pace con siriani rivelatisi loro nemici, ma da loro ora foraggiati e armati. Come avvenuto in Afghanistan, dove Washington negli Anni 80 armò i talebani in funzione antisovietica, salvo poi trovarseli a capo d’uno Stato santuario del terrorismo di al Qaida e nemici in una guerra di 12 anni che potrebbe ora sfociare in una trattativa nel Qatar.

Kerry ammette che ogni Paese farà “a modo suo” e non impegna gli Usa a fornire armi. Washington punta a una soluzione politica al conflitto, che, secondo dati avallati dalle Nazioni Unite, ha fatto più di 93mila vittime in oltre due anni. La formula preferita resta quella d’un governo di transizione, indicato dal regime e dall’opposizione, senza Assad –ma Mosca su questo punto non ci sente-.

giovedì 20 giugno 2013

G8: MO, yen, Africa, le promesse al vento dei Vertici

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/06/2013

Se è vero che la strada dell’inferno è lastricata di buoni propositi (non mantenuti), quella delle peggiori crisi internazionali è lastricata di risoluzioni dei Grandi (non rispettate). Talora, da coloro cui erano indirizzati moniti e raccomandazioni; più spesso dai Grandi stessi, che predicavano bene e razzolavano male.

Nelle sue varie successive formule, G5, G7, G8, il Vertice dei Grandi ha sempre voluto mantenere un carattere informale e non s’è mai dotato di strutture organizzative stabili, capaci di dare un seguito alle conclusioni, una volta l’anno, dei leader. Un problema che limita pure l’impatto del G20, che ha fin qui tradito le ambizioni d’una governance globale.

Anche lo schema del G8 s’è modificato nel tempo: da riunione leggera, le chiacchiere intorno al caminetto degli esordi, a circo mediatico che coagulava nello stesso evento riunioni parallele dei capi di Stato e di governo e dei ministri degli esteri e delle finanze e richiamava migliaia di giornalisti; quindi, dopo l’esito tragico di Genova 2001, un recupero del formato più snello, senza però ridurre la mobilitazione mediatica.

Nato come forum essenzialmente economico, il Vertice dei Grandi ha progressivamente allargato alle crisi politiche internazionali la propria ‘competenza’. E ha parallelamente ampliato i comunicati finali, fino a farne voluminosi breviari su cui, però, poi nessuno diceva messa. Divenuto stabilmente G7 a Tokyo nel 1985 per impuntatura di Craxi e condiscendenza di Reagan, poi G8 con l’ingresso della Russia nel Club - una volta dissoltasi l’Urss -, il Gruppo dei Grandi ha preso coscienza che lunghi comunicati, a fronte di scarsi risultati, erano un’ammissione d’impotenza e s’è sforzato di asciugare i testi, anche derubricandoli al rango di ‘conclusioni della presidenza’ (che ruota ogni anno).

Qualche esempio di frasi al vento? Sulle crisi del Medio Oriente, ricorrenti, il G8 ha versato fiumi di parole senza (quasi) mai ottenere uno straccio d’attenzione. Nel 1982, Israele lanciò l’operazione Pace in Galilea, vera e propria invasione del Sud del Libano, poco prima del Vertice dei Grandi, le cui parole non scalfirono la determinazione israeliana. E, negli Anni Novanta, accadde lo stesso per qualche tempo sui conflitti nella ex Jugoslavia, dove, però, la comunità internazionale assunse poi un atteggiamento più attivo.

Una delle leggende del G7 è la storia della parità dello yen, la moneta giapponese: tra gli Anni Ottanta e Novanta, il Giappone arrivava sempre al Vertice sul banco degli accusati, perché teneva la parità della sua moneta artificialmente bassa rispetto al dollaro, favorendo così le sue esportazioni e rendendo più difficili quelle dei concorrenti.

Bene. Regolarmente, il Giappone riusciva quasi ad eclissarsi durante la riunione –questo gli riesce pure ora-; incassava con un inchino, ma senza colpo ferire, gli inviti dei partner ad apprezzare lo yen; e tirava avanti come se nulla fosse. Il problema s’è risolto da solo, quando il Giappone, avvitatosi in una crisi di più lustri, ha smesso di essere una minaccia economica e commerciale. Però, quando ora vedete la Cina fare orecchie da mercante sullo yuan ad analoghe pressioni, avete capito a quale scuola orientale si stia ispirando.

Nel XXI Secolo, una costante del Vertice è stata la lotta al terrorismo, ma un terreno su cui s’è misurata l’impotenza, e pure la cialtroneria, dei Grandi è stata l’Africa. La storia comincia a Genova, prosegue in Canada l’anno dopo e va avanti a più riprese: al G8 vengono invitati capi di Stato africani, vengono presi impegni di aiuto cifrati e, poi, anno dopo ianno, si scopre che ben pochi li hanno rispettati. La polvere finisce sotto il tappeto del G20: lì, l’Africa c’è e non c’è più motivo di invitarla.

mercoledì 19 giugno 2013

G8: ma chi l’ha detto che ‘casual’ è ‘smart'?

Scritto per il blog de Il Fatto il 19/06/2013

Nelle ultime 48 ore, i tg di tutte le reti ci hanno propinato immagini campestri di combriccole d’amici intenti a passeggiare conversando per campagne verdi o a discutere sorridendo seduti intorno a un tavolo rotondo, a dire il vero piuttosto piccolo: sempre in maniche di camicia, o al più, quando la temperatura calava, con la giacca addosso, ma senza cravatta… La compagnia era un po’ bizzarra: tanti uomini e una sola signora, che pareva quella che si divertiva di meno, la più sussiegosa e la meno sportiva; tutta gente matura, ma non vecchia –anzi, il meno giovane, 60 anni ben portati, era un fusto dallo sguardo magnetico e dai muscoli evidenziati come solo Balotelli, qui da noi, sa fare-…

Solo se si prestava orecchio al commento e si scrutavano i volti, si capiva che quelli erano i Grandi del Mondo, i leader del G8, andatisi a riunire in un posto che per trovarlo sulle cartine vi ci vuole l’ultima versione di Google Maps, stile Echelon o –visto che è di moda- Datagate: Lough Erne, verde, laghetti e tranquillità (prima che ci arrivassero loro), non lontano da Enniskillen –e dov’è?-, due ore d’auto a ovest di Belfast. Arrivati lì, i Grandi sono parsi soprattutto preoccupati di fare pervenire ai loro cittadini cartoline da vacanza: siamo qui, stiamo bene, ci rilassiamo un sacco.

Il tutto all’insegna del binomio “casual”, informale, e “smart”, intelligente. Ma chi mai l’ha detto che quel binomio vale un assioma? E, poi, mica m’è chiaro perché sette miliardi d’individui sulla Terra dovrebbero sentirsi rassicurati dal vedere i leader del G8 trascorrere insieme gradevolmente qualche ora in un posto remoto. Io, personalmente, mi sentirei più rassicurato se li vedessi lavorare sodo, magari con la fronte un po’ aggrottata da preoccupazioni che sono pure le nostre.

Ché, poi, di certe cose, la crescita, il lavoro, l’evasione fiscale, il riciclaggio, il commercio mondiale e via dicendo, o la tragedia della Siria e il futuro della Libia, a parlarne come se stessi in vacanza perdi un po’ di peso, magari pure di credibilità.

E neppure sempre ci riesci, a far vedere che sei tra amici. Quando Obama e Putin –a proposito: è lui, il 60enne palestrato- si sono presentati ai giornalisti dopo il loro bilaterale, avevano l’aria d’essere reduci da una zuffa verbale: guardarsi negli occhi, il meno possibile…  Almeno, Obama non ha avuto la faccia tosta di dire, come fece Bush al primo incontro con il leader russo, di avergli letto in fondo all’anima (se pure fosse, è scritto in cirillico e Bush, che aveva già difficoltà a leggere l’inglese, se le parole erano lunghe, non ci avrebbe capito nulla).

Ma tant’è, i Vertici dei Grandi del XXI Secolo sono così: dopo la tragedia di Genova 2001, paura e prudenza hanno indotto il G8 a cambiare formula e luoghi: non più ‘riunioni jumbo’ fra leader e ministri degli esteri e delle finanze, ma solo i leader; e luoghi difficili da raggiungere, magari isolotti. Lì,  si è al riparo dalle contestazioni; la privacy, invece, resta comunque esposta, perché - s’è appena scoperto - i padroni di casa si prendono la briga di spiare gli ospiti e gli altri lo fanno fra di loro.

Il nuovo corso, lo cominciarono, nel 2002, i canadesi, scegliendo come luogo del Vertice Kananaskis, fra le Montagne Rocciose –due ore e 2000 alci dal centro stampa di Calgary-. E man mano la tendenza è divenuta dominante. Di pari passo, s’è affermato il carattere informale e ‘disteso’ del meeting nuova versione: giacca senza cravatta, o addirittura maglietta… Come s’è così si decidesse meglio, come se ‘casual’ fosse sinonimo di ‘smart’…

Insomma, un ritorno alle origini, alle ‘chiacchiere intorno al caminetto’ del primo appuntamento, nel castello di Rambouillet in Francia, nel 1975, dove i leader degli allora 5 Grandi più uno, l’Italia, si riunirono per migliorare la loro intesa. Ma c’è da scommetterci, che, allora, il presidente francese Valery Giscard d’Estaing e i suoi ospiti erano in giacca e cravatta. Meno ‘casual’, certo. Ma non per questo necessariamente meno ‘smart’.

G8: i Grandi 'smart' e 'casual' contro 'paradisi', evasione e riciclaggio

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 19/06/2013

Un bell'accordo – sulla carta, poi si vedrà – contro l’evasione fiscale e il riciclaggio, con l’impegno allo scambio automatico dei dati fiscali. L’accento messo sulla promozione di crescita e lavoro, riconoscendo che il rigore deve essere accompagnato da politiche di sviluppo e che ci possono essere, nel breve periodo, elementi di flessibilità delle politiche di bilancio dei Paesi in difficoltà.

Scorrendo le conclusioni del G8 di Lough Erne, remota località del Nord Irlanda, pare di ritornare ai fasti dei Vertici dei Grandi, quando le loro indicazioni servivano da breviario per un anno alle organizzazioni finanziarie ed alla comunità internazionale. La globalizzazione e i ‘no global’ prima, con gli incidenti di Genova nel 2001, e la crisi poi, dal 2008, avevano di fatto ridotto il G8 a tappa d’avvicinamento al G20, che pareva dovesse assumere la governance mondiale.

In realtà, così non è stato. Il G20 non ha mostrato grande efficacia; e i leader del G8, abituati ormai ad andare quasi a nascondersi dove la contestazione non li possa disturbare, hanno ritrovato, quest’anno, la capacità d’indicare il cammino che parevano avere perso. E hanno pure ridato vigore al confronto, con quel gelido faccia a faccia tra i presidenti Usa Obama e russo Putin che pareva uno spezzone di Guerra Fredda più che un clip di XXI Secolo. Era forse dai tempi dell’invasione dell’Iraq, con la siderale distanza, sul lago di Evian, tra l’americano Bush e il duo ‘Vecchia Europa’, il francese Chirac e il tedesco Schroeder, che il G8 non vedeva un confronto del genere.

Sulle crisi internazionali, Siria, Libia, Iran, i Grandi del Mondo, come risultati, hanno a malapena meritato una sufficienza risicata. Sul fronte economico, invece, se ne sono ripartiti ieri pomeriggio da Lough Erne con una sufficienza piena: non che abbiamo concretamente fatto granché, ma almeno le parole e gli accenti erano quelli giusti, specie su lavoro e lotta contro l’evasione fiscale (nei cosiddetti 'paradisi', ci sono 21 mila miliardi, secondo l'Fmi) Lì, “abbiamo fatto più questa volta che in tutti i Vertici precedenti”, ha detto una fonte di parte, cioè britannica, visto che la presidenza di turno era appunto britannica. E l’ammissione, più che a vanto di questo G8, va piuttosto a disdoro di tutti altri.

Questo è stato definito un Vertice ‘smart casual’. Lo ‘smart’ resta da verificare, perché le direttive del G8 vanno ora tradotte in pratica da Ocse, Ue, Fmi, Wto e dallo stesso G20. Il ‘casual’, invece, è incontrovertibile: leader in camicia senza giacca; o con la giacca, ma senza cravatta. La meno sensibile al clima informale è stata l’unica donna, la cancelliera Angela Merkel. Ma, nell’insieme, s’è ritrovato lo spirito delle ‘chiacchiere intorno al caminetto’ del primissimo G8, che era un G5, a Rambouillet. I 60 milioni spesi per la sicurezza sono apparsi in gran parte sprecati: poche e sparute le proteste.

L’esordio al G8 è servito al premier Letta per due bilaterali inediti: con Obama e con Putin, con cui ha preparato il G20 di settembre a San Pietroburgo e il prossimo bilaterale d’autunno. Letta colleziona inviti: uno a Mosca, dopo quello a Washington.

Sulla Siria, nonostante le divergenze tra Usa e alleati europei, con distinguo fra di loro, da una parte, e Russia, dall'altra, l’impegno per una Ginevra 2, cioè di una nuova conferenza di pace internazionale, resta, con l’obiettivo di un governo transitorio con pieni poteri. E Obama non pare avere già optato per una ‘no fly zone’, dopo avere denunciato il ricorso alle armi chimiche da parte del regime. All'Iran, i Grandi chiedono di “cogliere l’occasione” rappresentata dal nuovo presidente Rohani.

Generico l’impegno a evitare in futuro “fraintendimenti” sul cyber-spionaggio, dopo che le notizie degli ascolti delle delegazioni straniere compiuti dall'intelligence britannica al G20 di Londra 2009 avevano steso un velo di pubblica diffidenza sull'appuntamento nord-irlandese.

Ieri, i leader hanno discusso delle 3T - trade, trasparency e tax - volute, come priorità del Vertice, dalla presidenza britannica e, in particolare, da David Cameron. La lotta all'evasione è stata il clou della discussione, mentre crescita e lavoro restano al centro dell'agenda dei Grandi che riconoscono prospettive di ripresa ancora “deboli", anche se con meno rischi che in passato.

Prima di parlare di tasse, i leader discutono di lotta al terrorismo. E incontrano il premier libico Zeidan: la sicurezza è precaria nel Paese, quasi due anni dopo l’uccisione di Gheddafi, specie dove agiscono gruppi  jihadisti armati. Letta presenta al collega libico un piano italiano, che aveva già anticipato ad Obama: fra i punti forti, la sicurezza delle frontiere.