Scritto per Il Fatto Quotidiano del 02/10/2010
Mentre nuovi brividi di insidie terroristiche inquietano l’Occidente, Osama bin Laden torna e parla da operatore umanitario ed ecologista globale. Altroché minacce di attentati: il fondatore di al Qaida ‘posta’ su un sito islamico un messaggio audio che critica i ritardi nei soccorsi agli alluvionati del Pakistan e sollecita azioni contro il cambiamento climatico. Un discorso socio-verde ecumenico, se non fosse che l’ideologo dell’integralismo si rivolge alla “nazione islamica”.
Il messaggio audio, 11 minuti circa, è corredato da immagini fisse di bin Laden e da foto di vittime della catastrofe in Pakistan mentre ricevono soccorsi. Naturalmente, i servizi d’intelligence stanno verificando se la voce che lancia un appello ai musulmani perché soccorrano gli alluvionati sia davvero quella del capo di al Qaida.
Se il nastro fosse autentico, sarebbe la seconda volta in meno di un anno che bin Laden evita di fare dell’attacco all’Occidente il perno di un suo intervento, privilegiando temi come il riscaldamento della Terra o la crisi economica. “Il numero delle vittime provocate dai cambiamenti climatici – dice - è grandissimo, superiore a quelle delle vittime delle guerre”.
La sortita umanitaria del capo terrorista è in controtendenza (e forse in risposta)rispetto alle voci, diffuse con insistenza negli ultimi giorni -e ribadite ieri dall'intelligence Usa-, della preparazione, sventata, di attentati simultanei in Gran Bretagna, Francia, Germania, e magari pure Spagna e Italia, con azioni del tipo di quella di Mumbai nel 2008. Notizie, sulla scorta di rivelazioni di ‘pentiti’, che andavano di pari passo con una serie di falsi allarmi, specie in Francia, a Parigi, dove la Torre Eiffel è stata evacuata due volte. Martedì scorso, s’era pure saputo dell’uccisione d’un capo operativo di al Qaida tra Afghanistan e Pakistan, Shaikh Fateh, uno yemenita raggiunto da un missile lanciato da un drone Usa mentre si spostava in auto nel Waziristan settentrionale.
La registrazione ora diffusa è la prima di bin Laden dal 25 marzo, quando aveva preconizzato l’uccisione di cittadini americani se Khalid Sheikh Mohammed, la ‘mente’ dell’11 Settembre, attualmente a giudizio negli Stati Uniti dopo la detenzione a Guantanamo, sarà condannato a morte. La data del nastro non è chiara: è comunque successiva alle inondazioni e alla fine del Ramadan, il 9 settembre, perché contiene espressioni d’augurio ai musulmani di tutto il mondo dopo il mese del digiuno.
Nel suo messaggio, bin Laden descrive la sorte di milioni di pakistani, “di bambini”, in particolare, dopo le disastrose alluvioni: “Non basta mantenere gli sforzi di aiuto sui livelli precedenti, bisogna consegnare tende, viveri e medicine”. E aggiunge: “Il cambiamento climatico colpisce la nazione islamica e causa grandi catastrofi nel mondo islamico”.
E’ evidente che al Qaida ‘cura’ il suo ‘collegio’, cioè l’area etnico tribale pashtun tra Afghanistan e Pakistan. Delle vittime delle inondazioni, la rete terroristica s’era già occupata in messaggi del suo numero due Ayman al-Zawahiri e del suo portavoce Adam Gadahn.
Le organizzazioni non governative islamiche furono più pronte del governo pachistano e anche degli organismi internazionali a reagire alla catastrofe. E c’è il timore che la tragedia incoraggi giovani pachistani ad ‘arruolarsi’ con i talebani e al Qaida.
Gli esperti danno della registrazione di bin Laden letture diverse: Noman Benotman, un ex affiliato di al Qaida che ora lavora per un think-tank anti-terrorismo, vi vede “un segno di disperazione” della Rete, che sarebbe alla ricerca di sostegno popolare. Leah Farral, un’esperta australiana, definisce il testo “ipocrita”: al Qaida non avrebbe mai fatto nulla per assistere le vittime di sciagure.
Nonostante le ripetute operazioni militari lanciate contro di lui dopo l’11 Settembre, bin Laden non è mai stato catturato: dato talora per malato e talora per morto, continuerebbe a nascondersi fra le montagne tra Afghanistan e Pakistan, conservando la capacità di ‘pubblicare’ messaggi video e audio, a partire dal primo, il 7 ottobre 2001, la vigilia del lancio dell’offensiva Usa in Afghanistan.
sabato 2 ottobre 2010
Il regalo del Time a Mr B: apre la lista dei leader vecchi
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 01/10/2010
Time fa un regalo di compleanno a Silvio Berlusconi, che ha compiuto 74 anni il 29 settembre, mercoledì scorso, proprio il giorno in cui la Camera gli concedeva una fiducia che potrebbe valere altri tre anni al potere. Il settimanale americano, che si diverte a compilare classifiche talora demenziali e spesso arbitrarie, mette Berlusconi in testa alla sua ‘top ten’ dei Grandi Vecchi, cioè -non esageriamo!- dei leader attempati, basata più sull’età anagrafica che sulla longevità al potere.
Il pezzettino di presentazione del ‘Silvio nazionale’ è poco più di una didascalia, senza rivelazioni di sorta: “Berlusconi è uno dei capi di Stato (erroraccio: Time poteva evitarselo!) europei più controversi. L’ex uomo d’affari e magnate dei media è stato premier per tre diversi periodi a partire dal 1994 ed è al 51.0 posto nella lista 2010 dei più ricchi di Forbes, con una fortuna stimata a 11.8 miliardi di dollari. E’ attualmente il leader con maggiore anzianità di servizio dei Paesi del G8 e la sua carriera politica raramente non è stata segnata da scandali. Le accuse rivoltegli vanno da collusioni con la mafia a ‘islamofobia’ a rapporti con minorenni. Eppure, il nocciolo duro dell’opinione pubblica italiana è ancora dalla sua parte”.
Il regalo è velenosetto: sia perché mette in rilievo che Mr B non è più un ragazzino, anche se è il più giovane della ‘hit parade’; sia perché la compagnia non è proprio di prima scelta, almeno dal punto di vista della democrazia. Dopo Berlusconi, infatti, c’è Than Shwe, 77 anni, da 18 anni ‘padrone’ della Birmania, quello che da 11 anni tiene agli arresti Aung San Suu Kyi; e vengono poi numi sacri del gotha mondiale della vetustà autocratico/dittatoriale, Raul Castro (Cuba, 79) , Hosni Mubarak (Egitto, 82 anni), Robert Mugabe (Zimbabwe, 86 anni), Abdullah bin Abd al-Aziz al-Saud (il re saudita, il più vecchio di tutti, oltre gli 86 anni) e altri personaggi meno noti, ma non per questo meno vecchi e meno tosti, come Mwai Kibaki, 78 anni, presidente del Kenia da 7 anni, e Abdoulaye Wade, 84 anni, presidente del Senegal da 10 anni.
Tutti da prendere con le molle, nella gerontocrazia mondiale? No, per carità: al terzo posto, c’è Manmohan Singh, 78 anni, premier indiano da sei anni, un brav’uomo. E c’è pure una donna, una signora per bene, nella ‘top ten’ di Time: Elizabeth Alexandra Mary Windsor, che altri non è che la regina Elisabetta II d’Inghilterra, 84anni e 58 di potere.
Non pensiate, però, che il nostro Mr B ai senta in soggezione, o a disagio, fra cotanti leader. Lui quel che ha da dire lo dice: e se, come s’è vantato in Senato, ha davvero convinto quel ragazzino del presidente degli Stati Uniti ad occuparsi di economia, chè altrimenti Barack Obama manco ci pensava, figuriamoci se farà mancare un grano della sua saggezza ai suoi coevi. Sempre che ne abbia il tempo, impegnato com’è a rendere partecipi della sua esperienza leader più giovani, come Muhammar Gheddafi, 68 anni, e i due giovanotti non ancora pensionabili di scuola sovietica, Vladimir Putin, 58 anni, e Aleksandr Lukashenko, 56 anni.
Time fa un regalo di compleanno a Silvio Berlusconi, che ha compiuto 74 anni il 29 settembre, mercoledì scorso, proprio il giorno in cui la Camera gli concedeva una fiducia che potrebbe valere altri tre anni al potere. Il settimanale americano, che si diverte a compilare classifiche talora demenziali e spesso arbitrarie, mette Berlusconi in testa alla sua ‘top ten’ dei Grandi Vecchi, cioè -non esageriamo!- dei leader attempati, basata più sull’età anagrafica che sulla longevità al potere.
Il pezzettino di presentazione del ‘Silvio nazionale’ è poco più di una didascalia, senza rivelazioni di sorta: “Berlusconi è uno dei capi di Stato (erroraccio: Time poteva evitarselo!) europei più controversi. L’ex uomo d’affari e magnate dei media è stato premier per tre diversi periodi a partire dal 1994 ed è al 51.0 posto nella lista 2010 dei più ricchi di Forbes, con una fortuna stimata a 11.8 miliardi di dollari. E’ attualmente il leader con maggiore anzianità di servizio dei Paesi del G8 e la sua carriera politica raramente non è stata segnata da scandali. Le accuse rivoltegli vanno da collusioni con la mafia a ‘islamofobia’ a rapporti con minorenni. Eppure, il nocciolo duro dell’opinione pubblica italiana è ancora dalla sua parte”.
Il regalo è velenosetto: sia perché mette in rilievo che Mr B non è più un ragazzino, anche se è il più giovane della ‘hit parade’; sia perché la compagnia non è proprio di prima scelta, almeno dal punto di vista della democrazia. Dopo Berlusconi, infatti, c’è Than Shwe, 77 anni, da 18 anni ‘padrone’ della Birmania, quello che da 11 anni tiene agli arresti Aung San Suu Kyi; e vengono poi numi sacri del gotha mondiale della vetustà autocratico/dittatoriale, Raul Castro (Cuba, 79) , Hosni Mubarak (Egitto, 82 anni), Robert Mugabe (Zimbabwe, 86 anni), Abdullah bin Abd al-Aziz al-Saud (il re saudita, il più vecchio di tutti, oltre gli 86 anni) e altri personaggi meno noti, ma non per questo meno vecchi e meno tosti, come Mwai Kibaki, 78 anni, presidente del Kenia da 7 anni, e Abdoulaye Wade, 84 anni, presidente del Senegal da 10 anni.
Tutti da prendere con le molle, nella gerontocrazia mondiale? No, per carità: al terzo posto, c’è Manmohan Singh, 78 anni, premier indiano da sei anni, un brav’uomo. E c’è pure una donna, una signora per bene, nella ‘top ten’ di Time: Elizabeth Alexandra Mary Windsor, che altri non è che la regina Elisabetta II d’Inghilterra, 84anni e 58 di potere.
Non pensiate, però, che il nostro Mr B ai senta in soggezione, o a disagio, fra cotanti leader. Lui quel che ha da dire lo dice: e se, come s’è vantato in Senato, ha davvero convinto quel ragazzino del presidente degli Stati Uniti ad occuparsi di economia, chè altrimenti Barack Obama manco ci pensava, figuriamoci se farà mancare un grano della sua saggezza ai suoi coevi. Sempre che ne abbia il tempo, impegnato com’è a rendere partecipi della sua esperienza leader più giovani, come Muhammar Gheddafi, 68 anni, e i due giovanotti non ancora pensionabili di scuola sovietica, Vladimir Putin, 58 anni, e Aleksandr Lukashenko, 56 anni.
venerdì 1 ottobre 2010
Olanda: centro-destra accetta appoggio xenofobi
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/10/2010
Dentro il nocciolo duro dell’integrazione europea, il Benelux; proprio in quell’Olanda che esplorò l’integrazione nel calcio con antillesi e molucchesi nella nazionale oranje; lì, nasce un governo di minoranza di centro-destra con l’appoggio esterno, determinante, di un partito xenofobo anti-Islam, il Pvv. Geert Wilders, il suo leader, detta le condizioni, accettate, per sostenere la coalizione senza farne parte: il divieto di indossare il burqa e restrizioni al'utilizzo del velo da parte di alcuni settori del pubblico impiegoi.
Ci sono voluti quasi quattro mesi, 112 giorni esatti, per concordare, dopo le elezioni di giugno, composizione e programma del nuovo governo olandese. Mark Rutte, leader dei liberali del Vvd, il maggiore partito, 31 seggi (su 150), e Maxime Verhagen, negoziatore dei cristiano-democratici del Cda, il partito sconfitto, 21 seggi, hanno concordato con Wilders il sostegno esterno del Pvv,
23 seggi.
Per la prima volta nella storia olandese, un partito d’estrema destra è parte di un’intesa di governo; e, per la prima volta da oltre 70 anni, dal lugubre 1939 pre-bellico, c’è una coalizione di minoranza di destra al potere. L’Olanda si scopre laboratorio di compromessi in un’Europa battuta dal vento della xenofobia e del razzismo. La buona notizia è che liberali, cristiano-democratici e anti-Islam, insieme, hanno una maggioranza risicata, un solo seggio: il governo nasce instabile e molti pensano che, nella primavera prossima, o al massimo fra un anno, si tornerà a votare.
Fuori dall’inciucio xenofobo-conservatore, restano i socialisti, la seconda forza politica olandese, con 30 seggi: l’accordo con loro avrebbe reso superfluo l’appoggio dell’estrema destra e più robusta la coalizione, ma la distanza tra il rigore dei liberale e la politica della spesa socialista era troppo grande per essere colmata. Wilders gongola (“E’ un grande giorno per il nostro Paese, ci saranno grandi cambiamenti: faremo sentire il nostro peso perché abbiamo molto da dire”); Rutte prevede “un’Olanda più forte”; i cristiano-democratici sono perplessi: domani, un congresso valuterà l’intesa (e potrebbero esserci sviluppi a sorpresa).
Wilders, che vuole cacciare gli immigrati e chiudere le moschee, dovrà presentarsi in tribunale, lunedì, e difendersi dalle accuse di incitazione all’odio razziale e alla discriminazione. C’è chi pensa che coinvolgere gli xenofobi permetta di moderarli e persino neutralizzarli. Per ora, dà loro potere e visibilità.
Dentro il nocciolo duro dell’integrazione europea, il Benelux; proprio in quell’Olanda che esplorò l’integrazione nel calcio con antillesi e molucchesi nella nazionale oranje; lì, nasce un governo di minoranza di centro-destra con l’appoggio esterno, determinante, di un partito xenofobo anti-Islam, il Pvv. Geert Wilders, il suo leader, detta le condizioni, accettate, per sostenere la coalizione senza farne parte: il divieto di indossare il burqa e restrizioni al'utilizzo del velo da parte di alcuni settori del pubblico impiegoi.
Ci sono voluti quasi quattro mesi, 112 giorni esatti, per concordare, dopo le elezioni di giugno, composizione e programma del nuovo governo olandese. Mark Rutte, leader dei liberali del Vvd, il maggiore partito, 31 seggi (su 150), e Maxime Verhagen, negoziatore dei cristiano-democratici del Cda, il partito sconfitto, 21 seggi, hanno concordato con Wilders il sostegno esterno del Pvv,
23 seggi.
Per la prima volta nella storia olandese, un partito d’estrema destra è parte di un’intesa di governo; e, per la prima volta da oltre 70 anni, dal lugubre 1939 pre-bellico, c’è una coalizione di minoranza di destra al potere. L’Olanda si scopre laboratorio di compromessi in un’Europa battuta dal vento della xenofobia e del razzismo. La buona notizia è che liberali, cristiano-democratici e anti-Islam, insieme, hanno una maggioranza risicata, un solo seggio: il governo nasce instabile e molti pensano che, nella primavera prossima, o al massimo fra un anno, si tornerà a votare.
Fuori dall’inciucio xenofobo-conservatore, restano i socialisti, la seconda forza politica olandese, con 30 seggi: l’accordo con loro avrebbe reso superfluo l’appoggio dell’estrema destra e più robusta la coalizione, ma la distanza tra il rigore dei liberale e la politica della spesa socialista era troppo grande per essere colmata. Wilders gongola (“E’ un grande giorno per il nostro Paese, ci saranno grandi cambiamenti: faremo sentire il nostro peso perché abbiamo molto da dire”); Rutte prevede “un’Olanda più forte”; i cristiano-democratici sono perplessi: domani, un congresso valuterà l’intesa (e potrebbero esserci sviluppi a sorpresa).
Wilders, che vuole cacciare gli immigrati e chiudere le moschee, dovrà presentarsi in tribunale, lunedì, e difendersi dalle accuse di incitazione all’odio razziale e alla discriminazione. C’è chi pensa che coinvolgere gli xenofobi permetta di moderarli e persino neutralizzarli. Per ora, dà loro potere e visibilità.
SPIGOLI: 'Silvio the survivor', Gianfranco non l'ama più
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/10/2010
‘Silvio, the survivor’, il sopravvissuto, prigioniero di “un’alleanza senza amore” con Gianfranco. The Economist ha idee chiare sulla politica italiana: l’unione tra Berlusconi e Fini “è in brandelli: dormono in letti separati, ma, per ragioni di convenienza, sotto lo stesso tetto”. Economist a parte, la stampa estera è in genere confusa, dopo il voto di fiducia al governo della Camera bissato ieri al Senato. L’FT, come molti altri media britannici, rileva che il premier “sopravvive al voto di fiducia, ma dipende dai ribelli”, cioè dai Finiani. FT segnala la “fragilità della coalizione”, e dubita che completi il mandato. La Bbc, invece, scrive che “il risultato basta a tenere Mr B in piedi fino alla fine della legislatura”. Il Telegraph, che evoca le accuse a Berlusconi “d’avere comprato sostegno con denaro e favori”, cita il professor James Walston, quello dell’ “Italia bordello”, secondo cui lo scontro tra Mr B e Fini “affascinante come la saga Blair-Brown”. La stampa francese, Le Monde in testa, è tutta fattuale: Les Echos definisce “consensuale” il discorso del premier; e solo Nouvel Obs nota che i Finiani, “i dissidenti”, sono stati determinanti. In Spagna, El Pais, che parla di “fiducia condizionata”, Abc, El Mundo insistono tutti sul peso di Fini e dei suoi. Il WSJ va più sul concreto che sul politico: “Il Governo Berlusconi sopravvive a voto chiave, ma non ha la maggioranza per misure che ravvivino l’economia in stallo” (notizie pure su Ap, NYT, vari siti Usa).
‘Silvio, the survivor’, il sopravvissuto, prigioniero di “un’alleanza senza amore” con Gianfranco. The Economist ha idee chiare sulla politica italiana: l’unione tra Berlusconi e Fini “è in brandelli: dormono in letti separati, ma, per ragioni di convenienza, sotto lo stesso tetto”. Economist a parte, la stampa estera è in genere confusa, dopo il voto di fiducia al governo della Camera bissato ieri al Senato. L’FT, come molti altri media britannici, rileva che il premier “sopravvive al voto di fiducia, ma dipende dai ribelli”, cioè dai Finiani. FT segnala la “fragilità della coalizione”, e dubita che completi il mandato. La Bbc, invece, scrive che “il risultato basta a tenere Mr B in piedi fino alla fine della legislatura”. Il Telegraph, che evoca le accuse a Berlusconi “d’avere comprato sostegno con denaro e favori”, cita il professor James Walston, quello dell’ “Italia bordello”, secondo cui lo scontro tra Mr B e Fini “affascinante come la saga Blair-Brown”. La stampa francese, Le Monde in testa, è tutta fattuale: Les Echos definisce “consensuale” il discorso del premier; e solo Nouvel Obs nota che i Finiani, “i dissidenti”, sono stati determinanti. In Spagna, El Pais, che parla di “fiducia condizionata”, Abc, El Mundo insistono tutti sul peso di Fini e dei suoi. Il WSJ va più sul concreto che sul politico: “Il Governo Berlusconi sopravvive a voto chiave, ma non ha la maggioranza per misure che ravvivino l’economia in stallo” (notizie pure su Ap, NYT, vari siti Usa).
giovedì 30 settembre 2010
SPIGOLI: settimane Mr B lunghe come naso Pinocchio
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 30/09/2010
In Italia, una settimana può durare più di sette giorni, anche più di un mese, o di una stagione: può allungarsi come il naso di Pinocchio, che cresceva a ogni bugia detta. Figuriamoci, poi, quanto può durare un lustro: tanto, chi va mai a ricordarsi cinque anni dopo impegni presi cinque anni prima? Lo constata il WSJ, in una rubrica, The Source, dedicata alla promessa del governo Berlusconi di rilanciare il nucleare in Italia entro il 2013. Ecco un esempio di come le settimane possono dilatarsi: “Il 23 luglio –ricorda il WSJ- Berlusconi disse che il nuovo ministro dello Sviluppo economico sarebbe stato nominato entro la settimana successiva”. Sono passati due mesi e una settimana (appunto!) e qualcuno l’ha visto il nuovo ministro? Per il nucleare, il giornale, come la Bloomberg, un cui dispaccio ha buona eco sui siti Usa, prende spunto da una sortita dell’Enel, che mette le mani avanti: “se le cose non si sbloccano, non potremo rispettare l’obiettivo di costruire nuove centrali entro il 2013”. Per una volta, può non dispiacermi che i tempi italiani siano dilatati. Ma, attenzione!: da oggi, le settimane dureranno sette giorni e i lustri massimo cinque anni, una volta archiviato il ‘teatrino della politica’ con il voto di fiducia (annunciato da molti media esteri). O forse no: “Domani, è un altro giorno”, suona americano: “Del doman non v’è certezza”, fa tanto italiano.
In Italia, una settimana può durare più di sette giorni, anche più di un mese, o di una stagione: può allungarsi come il naso di Pinocchio, che cresceva a ogni bugia detta. Figuriamoci, poi, quanto può durare un lustro: tanto, chi va mai a ricordarsi cinque anni dopo impegni presi cinque anni prima? Lo constata il WSJ, in una rubrica, The Source, dedicata alla promessa del governo Berlusconi di rilanciare il nucleare in Italia entro il 2013. Ecco un esempio di come le settimane possono dilatarsi: “Il 23 luglio –ricorda il WSJ- Berlusconi disse che il nuovo ministro dello Sviluppo economico sarebbe stato nominato entro la settimana successiva”. Sono passati due mesi e una settimana (appunto!) e qualcuno l’ha visto il nuovo ministro? Per il nucleare, il giornale, come la Bloomberg, un cui dispaccio ha buona eco sui siti Usa, prende spunto da una sortita dell’Enel, che mette le mani avanti: “se le cose non si sbloccano, non potremo rispettare l’obiettivo di costruire nuove centrali entro il 2013”. Per una volta, può non dispiacermi che i tempi italiani siano dilatati. Ma, attenzione!: da oggi, le settimane dureranno sette giorni e i lustri massimo cinque anni, una volta archiviato il ‘teatrino della politica’ con il voto di fiducia (annunciato da molti media esteri). O forse no: “Domani, è un altro giorno”, suona americano: “Del doman non v’è certezza”, fa tanto italiano.
mercoledì 29 settembre 2010
Iran: Sakineh, non la lapidano, ma l'impiccano
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/09/2010
Qual è il problema?, la lapidazione? E allora, niente lapidazione. O la condanna per adulterio? E allora, niente adulterio. L’Iran integralista di Mahmud Ahmadinejad accontenta l’Occidente che protesta per la condanna a morte inflitta a Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna di 43 anni, madre di due figli, moglie infedele, la cui vicenda suscita emozioni e polemiche forti in Italia e in Francia e –meno- nel resto del Mondo. Sakineh morirà impiccata, colpevole di avere complottato per fare uccidere il marito dall’amante. Proprio come Teresa Lewis, la donna americana di 41 anni, con un quoziente intellettivo poco al di sopra della soglia dell’handicap mentale, la cui condanna è stata eseguita nel carcere di Jarratt, in Virginia, Stati Uniti, la settimana scorsa: due storie parallele, l’iniezione letale da una parte, la forca dall’altra. Che differenza c’è?, in fondo.
Certo, il sistema giudiziario iraniano è meno trasparente di quello americano. Ma, di fatto, il regime di Teheran ‘de-islamizza’ e ‘occidentalizza’ il reato e la pena e ‘mette il silenziatore’ alle proteste, o almeno ne delegittima molte, specie quelle –già flebili- statunitensi.
Per Sakineh, la sentenza di condanna a morte per adulterio tramite lapidazione era stata sospesa fin da luglio. A fare ora sapere che la donna è stata condannata all’impiccagione è stato il procuratore generale iraniano Gholamhossein Mohseni-Ejei, citato dal Teheran Times. Poco dopo, il ministero degli esteri affermava che “il procedimento giudiziario non s’è ancora concluso” e che “il verdetto sarà pronunciato in via definitiva quando l’iter sarà finito”.
Il figlio di Sakineh mediaticamente più attivo, Sajjad Ghadarzadeh, chiede in lacrime all’Italia “d’intervenire “. E la Farnesina auspica “fortemente che la condanna possa essere rivista”, aggrappandosi allo spiraglio di speranza lasciato dal ministero degli esteri iraniano e assicurando che il governo italiano “continua ad adoperarsi con la massima determinazione, come ha finora fatto”: L’Italia è e resta contraria alla pena di morte “ovunque e in qualsiasi modo venga eseguita”.
La vicenda umana e giudiziaria, che si trascina da quattro anni, resta intrisa di contraddizioni e zeppa di punti oscuri. Sakineh, di etnia azera, subisce nel maggio del 2006 99 frustate: lo dispone un tribunale di Tabriz, perché la donna è rea confessa di adulterio (lei dirà di averlo ammesso sotto tortura). Nel settembre del 2006, un altro tribunale la condanna per l’omicidio del marito: morte per lapidazione, è la sentenza, confermata l’anno dopo dalla Corte Suprema.
Non accade nulla per tre anni, quando l’esecuzione della sentenza pare vicina. Innescata dai figli, Sajjad e una ragazza, scatta la mobilitazione internazionale. L’esecuzione è sospesa. Ma, in agosto, Sakineh confessa in tv l’adulterio e la complicità nell’omicidio –dichiarazioni forse estorte-. Il caso diventa uno dei tasselli del confronto tra l’Iran e l’Occidente.
La scorsa settimana, a New York, il presidente iraniano nega che la sentenza di lapidazione sia mai stata pronunciata. E la mancanza di trasparenza del sistema giudiziario iraniano non consente di fare chiarezza. Ora, il procuratore generale dice che le sentenze sono due, ma che quella per omicidio “ha la precedenza” su quella per adulterio. Il figlio, di cui si ignora quali siano le fonti, afferma che la condanna a morte sarà “annunciata ufficialmente fra due settimane”. L’avvocato Javid Hutan Kian cercherà, nei prossimi giorni, di bloccare l’esecuzione e di ottenere una revisione del verdetto.
In Italia, le notizia da Teheran suscitano reazioni a raffica. Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli chiede che “l’Italia ritiri immediatamente l’ambasciatore a Teheran” –e quello a Washington?-, accusando Ahmadinejad “di stare facendo un uso politico della vita di Sakineh per alzare il livello dello scontro con Europa e Stati Uniti”. Ma l’attenzione dei media occidentali è molto diversificata: alle 15.00 di ieri, la Reuters non aveva dedicato a Sakineh una riga nel notiziario generale, l’Afp un dispaccio e l’Ansa almeno 15 notizie. Segno d’una diversa sensibilità delle opinioni pubbliche.
Qual è il problema?, la lapidazione? E allora, niente lapidazione. O la condanna per adulterio? E allora, niente adulterio. L’Iran integralista di Mahmud Ahmadinejad accontenta l’Occidente che protesta per la condanna a morte inflitta a Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna di 43 anni, madre di due figli, moglie infedele, la cui vicenda suscita emozioni e polemiche forti in Italia e in Francia e –meno- nel resto del Mondo. Sakineh morirà impiccata, colpevole di avere complottato per fare uccidere il marito dall’amante. Proprio come Teresa Lewis, la donna americana di 41 anni, con un quoziente intellettivo poco al di sopra della soglia dell’handicap mentale, la cui condanna è stata eseguita nel carcere di Jarratt, in Virginia, Stati Uniti, la settimana scorsa: due storie parallele, l’iniezione letale da una parte, la forca dall’altra. Che differenza c’è?, in fondo.
Certo, il sistema giudiziario iraniano è meno trasparente di quello americano. Ma, di fatto, il regime di Teheran ‘de-islamizza’ e ‘occidentalizza’ il reato e la pena e ‘mette il silenziatore’ alle proteste, o almeno ne delegittima molte, specie quelle –già flebili- statunitensi.
Per Sakineh, la sentenza di condanna a morte per adulterio tramite lapidazione era stata sospesa fin da luglio. A fare ora sapere che la donna è stata condannata all’impiccagione è stato il procuratore generale iraniano Gholamhossein Mohseni-Ejei, citato dal Teheran Times. Poco dopo, il ministero degli esteri affermava che “il procedimento giudiziario non s’è ancora concluso” e che “il verdetto sarà pronunciato in via definitiva quando l’iter sarà finito”.
Il figlio di Sakineh mediaticamente più attivo, Sajjad Ghadarzadeh, chiede in lacrime all’Italia “d’intervenire “. E la Farnesina auspica “fortemente che la condanna possa essere rivista”, aggrappandosi allo spiraglio di speranza lasciato dal ministero degli esteri iraniano e assicurando che il governo italiano “continua ad adoperarsi con la massima determinazione, come ha finora fatto”: L’Italia è e resta contraria alla pena di morte “ovunque e in qualsiasi modo venga eseguita”.
La vicenda umana e giudiziaria, che si trascina da quattro anni, resta intrisa di contraddizioni e zeppa di punti oscuri. Sakineh, di etnia azera, subisce nel maggio del 2006 99 frustate: lo dispone un tribunale di Tabriz, perché la donna è rea confessa di adulterio (lei dirà di averlo ammesso sotto tortura). Nel settembre del 2006, un altro tribunale la condanna per l’omicidio del marito: morte per lapidazione, è la sentenza, confermata l’anno dopo dalla Corte Suprema.
Non accade nulla per tre anni, quando l’esecuzione della sentenza pare vicina. Innescata dai figli, Sajjad e una ragazza, scatta la mobilitazione internazionale. L’esecuzione è sospesa. Ma, in agosto, Sakineh confessa in tv l’adulterio e la complicità nell’omicidio –dichiarazioni forse estorte-. Il caso diventa uno dei tasselli del confronto tra l’Iran e l’Occidente.
La scorsa settimana, a New York, il presidente iraniano nega che la sentenza di lapidazione sia mai stata pronunciata. E la mancanza di trasparenza del sistema giudiziario iraniano non consente di fare chiarezza. Ora, il procuratore generale dice che le sentenze sono due, ma che quella per omicidio “ha la precedenza” su quella per adulterio. Il figlio, di cui si ignora quali siano le fonti, afferma che la condanna a morte sarà “annunciata ufficialmente fra due settimane”. L’avvocato Javid Hutan Kian cercherà, nei prossimi giorni, di bloccare l’esecuzione e di ottenere una revisione del verdetto.
In Italia, le notizia da Teheran suscitano reazioni a raffica. Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli chiede che “l’Italia ritiri immediatamente l’ambasciatore a Teheran” –e quello a Washington?-, accusando Ahmadinejad “di stare facendo un uso politico della vita di Sakineh per alzare il livello dello scontro con Europa e Stati Uniti”. Ma l’attenzione dei media occidentali è molto diversificata: alle 15.00 di ieri, la Reuters non aveva dedicato a Sakineh una riga nel notiziario generale, l’Afp un dispaccio e l’Ansa almeno 15 notizie. Segno d’una diversa sensibilità delle opinioni pubbliche.
SPIGOLI: SPQR, Bossi come Asterix, ma Trota non è Obelix
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/09/2010
Proprio quando la politica italiana pareva avere stancato la stampa estera, ecco che l’estro padano da studentello di prima media (dei miei tempi, quando s’incominciava a studiare latino a 11 anni) provoca un sussulto, soprattutto sui giornali francesi e spagnoli. Un po’, perché lì il latino è di casa; e un po’, perché, almeno in Francia, la sguaiata ‘traduzione’ di SPQR evoca la bonaria invettiva di Asterix e Obelix e della loro allegra combriccola gallica, “Il sont fous ces romains”, sono pazzi questi romani. Ma se Bossi sr Asterix potrebbe pure ricordarlo, Bossi jr, Renzo, il ‘Trota’, Obelix proprio non lo è. Su Le Figaro (Bossi tratta i romani da porci) e Le Monde (Per il principale alleato di Berlusconi, i romani sono dei porci), come pure su El Mundo e altri quotidiani, i titoli si ripetono quasi identici, con “porci” in evidenza. E l’Afp dedica alla battutaccia un bel dispaccio. Intanto, nessuno sembra più interessato all’intervento di Mr B domani in Parlamento; e pochi hanno badato all’esternazione stile ‘camera con vista’ (no, scusate, quello era Scajola; volevo dire ‘camera con cucina’) di Gianfranco Fini sabato scorso. L’ultimo a sbandierare la politica è El Pais, che lunedì si chiedeva: “Torneranno gli italiani a dare fiducia al Grande Imprenditore?”, adesso che “tramonta il mito del Buon Gestore”.
Proprio quando la politica italiana pareva avere stancato la stampa estera, ecco che l’estro padano da studentello di prima media (dei miei tempi, quando s’incominciava a studiare latino a 11 anni) provoca un sussulto, soprattutto sui giornali francesi e spagnoli. Un po’, perché lì il latino è di casa; e un po’, perché, almeno in Francia, la sguaiata ‘traduzione’ di SPQR evoca la bonaria invettiva di Asterix e Obelix e della loro allegra combriccola gallica, “Il sont fous ces romains”, sono pazzi questi romani. Ma se Bossi sr Asterix potrebbe pure ricordarlo, Bossi jr, Renzo, il ‘Trota’, Obelix proprio non lo è. Su Le Figaro (Bossi tratta i romani da porci) e Le Monde (Per il principale alleato di Berlusconi, i romani sono dei porci), come pure su El Mundo e altri quotidiani, i titoli si ripetono quasi identici, con “porci” in evidenza. E l’Afp dedica alla battutaccia un bel dispaccio. Intanto, nessuno sembra più interessato all’intervento di Mr B domani in Parlamento; e pochi hanno badato all’esternazione stile ‘camera con vista’ (no, scusate, quello era Scajola; volevo dire ‘camera con cucina’) di Gianfranco Fini sabato scorso. L’ultimo a sbandierare la politica è El Pais, che lunedì si chiedeva: “Torneranno gli italiani a dare fiducia al Grande Imprenditore?”, adesso che “tramonta il mito del Buon Gestore”.
Iscriviti a:
Post (Atom)