Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/02/2011
A Ignazio La Russa, ministro della difesa, un tempo pretoriano di Fini, oggi guardaspalle di Mr B, capita di inciampare nelle parole: ieri, aveva detto una cosa (quasi) giusta, ma poi s’è corretto ed è venuto fuori un patatrac. “Il Trattato tra Italia e Libia non c’è già più, è già sospeso, è inoperante”, afferma a Livorno, dove fa visita ai soldati della Folgore in partenza per l’Afghanistan: E lui, che aveva sempre sostenuto che l’Italia non ha mai fornito armi alla Libia, si ricorda improvvisamente delle motovedette cedutele per bloccare i barconi degli emigranti e spèiega, a mo’ d’esempio, che “gli uomini della guardia di finanza, che erano sulle motovedette oper controlare i libici (senza per altro impedire loro di sparare su un peschereccio di mazzara del vallo, ndr) ora sono nella nostra ambasciata”.
E bravo l’Ignazio, che s’adegua al cambiamento di linea del premier: Silvio Berlusconi riconosce che l’ “amico”, fino a manco una settimana fa, Gheddafi non ha più il controllo del proprio Paese e, probabilmente, manco di casa sua e, dopo avere frenato per vari giorni constata: “Italia e Ue non possono essere spettatori” della crisi libica: “basta polemiche” (opera essenzialmente sua, finora, con i partner europei), bisogna “sostenere il popolo libico” e “fermare il bagno di sangue”, ma anche evitare “il rischio d’integralismo” e “gli sbarchi fuori controllo”.
Passa qualche ora e l’Ignazio si prende paura di avere fatto il passo più lungo del dovuto: il Trattato, precisa, non è sospeso, è solo inoperante, proprio mentre un altro amichetto suo, l’un tempo premier tecnico Lamberto Dini, constata che la sospensione è nei fatti, perché “non c’è la controparte”, cioè lo Stato Libia, “con cui applicarne le clausole”. E l’opposizione, più o meno all’unisono, gli chiede, invece, di andare oltre e di “abrogare subito il Trattato della vergogna”, altro che dell’amicizia –parole fra virgolette di PierFerdinando Casini-.
Intanto che La Russa spacca il capello in quattro, l’Onu, gli Usa e l’Ue vanno avanti: lo fanno magari un po’ tardi, ma vanno avanti. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vara un insieme di sanzioni già messo a punto, dopo che il presidente Usa Barack Obama aveva ‘congelato’, venerdì, i beni dei Gheddafi sul territorio statunitense. Peccato che, secondo il Times, il Colonnello avrebbe appena trasferito tre miliardi di sterline a Londra.
Comunque, i soldi del dittatore non dovrebbero essere al sicuro neppur e lì, anzi: l’Unione europea sta definendo le sue sanzioni (e il premier britannico David Cameron ne è fra i maggiori sponsor) e sta pure progettando interventi umanitari, al di là di un primo intervento già stanziato per tre milioni di euro e del coordinamento dell’evacuazione degli stranieri. Intendiamoci, le sanzioni sono ormai poco più di una foglia di fico che organizzazioni internazionali e singoli Stati si mettono indosso per coprire connivenze e tolleranze di anni col dittatore di Tripoli, che adesso, invece, vogliono tradurre in giustizia davanti alla Corte dell’Aja se ne saranno provati crimini contro l’umanità.
Ma il blocco dei beni in Occidente e l’eventuale divieto d’ingresso nell’Ue non hanno impatto sull’epilogo della vicenda libica e neppure lo accelerano. A quello, possono piuttosto contribuire interventi militari, come un’interdizione di volo sulla Libia (una ‘no fly zone’, del tipo di quella unilateralmente attuata dagli usa sull’Iraq), che deve però essere decisa dall’Onu ed eventualmente attuata dalla Nato: servirebbe a evitare la repressione della rivolta dal cielo. Improponibile, invece, un’operazione di sbarco, che avrebbe solo connotazioni negative per le popolazioni libiche.
E’ però probabile che lo stallo sul destino di Gheddafi si sblocchi prima che la ‘no fly zone’ possa essere decisa e attuata. Un consulto militare in ambito atlantico potrebbe svolgersi a Napoli, secondo un’ipotesi suggerita a La Russa dal collega britannico Liam Fox. Ma c’è ancora chi s’oppone sia alle sanzioni che alle opzioni ‘interventiste’: il premier turco Recep Tayyip Erdogan dice che le conseguenze peserebbero sul popolo innocente e accusa l’Occidente di "ragionare" solo in termini di barili di petrolio e di “volere rendere il mondo un posto più sicuro ricorrendo sempre e solo alle sanzioni".
Erdogan ragiona, magari, in ottica islamica. Ma tutti i torti non li ha. Noi, saltati i tappi in Tunisia, Egitto, presto Libia, immediatamente ci preoccupiamo di quello che accadrà adesso: integralismi al potere?, ondate di terrorismo?, o, meno cruentamente, ma più verosimilmente, ondate di migranti sulle nostre coste? E già ci viene la nostalgia del tappo: mettercene un altro, per stare tranquilli noi, mica meglio e liberi loro.
domenica 27 febbraio 2011
sabato 26 febbraio 2011
Tunisia, Egitto, Libia, è già nostalgia del 'tappo'
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 25/02/2011
Saltano i tappi dell’Africa del Nord e del Mondo arabo, dal Mediterraneo magari fino al Golfo. Saltano i tappi di dittatori e autocrati di cui l’Occidente, non solo l’Italia, è stato miope amico fino all’ultimo, perché lo proteggevano dai rischi dell’integralismo e del terrorismo e gli garantivano approvvigionamenti energetici. E più maramaldi che mai eccoci ora inneggiare alla caduta, anzi
al rovesciamento da parte del popolo, di Ben Alì prima, Mubarak poi, oggi Gheddafi, domani chissà, quegli stessi che, fino al giorno prima della loro disgrazia, avevamo ricevuto con molti onori nei nostri palazzi, cui avevamo lasciato piantare le tende nei nostri giardini e catechizzare pubblicamente le nostre ‘vergini’. Con consumata ipocrisia, le cancellerie occidentali dichiarano unanimi la loro soddisfazione, le organizzazioni internazionali mettono a disposizione aiuti d’emergenza e programmi di cooperazione. Però, saltati i tappi, immediatamente ci preoccupiamo di quello che accadrà adesso: integralismi al potere?, ondate di terrorismo?, o, meno cruentamente, ma più verosimilmente, ondate di migranti sulle nostre coste? E già ci viene la nostalgia del tappo: mettercene un altro, come pare esserci riuscito in Egitto, dove Mubarak non c’è più, ma dove l’esercito ha in mano la situazione –e vedremo se e come si arriverà alle presidenziali di settembre-; e come, invece, non c’è ancora riuscito in Tunisia, dove la transizione non è stata completa e dove i fermenti d’insoddisfazione restano. E in Libia? Lì, l’incertezza è totale, ma noi stiamo già dicendo che l’integrità territoriale del Paese va salvaguardata, che Cirenaica e Tripolitania devono stare insieme, come se la Libia fosse un’entità statale storica e non, invece, un patchwork tribale passato dal dominio ottomano alla colonizzazione italiana, trovando solo nel dopoguerra l’indipendenza. E, allora, se nella nostra Europa degli Stati nazionali, abbiamo fatto in un battibaleno di uno, l’Urss, 15 e, poi, in modo magari più travagliato, di uno, la Jugoslavia, sette, perché sulla riva sud di quello stesso mare fino a ieri jugoslavo e oggi di Slovenia, Croazia, Montenegro, non potrebbero nascere due Stati dove ce n’era uno? Lasciamoglielo decidere a loro che cosa vogliono fare e se vogliono state insieme.
Saltano i tappi dell’Africa del Nord e del Mondo arabo, dal Mediterraneo magari fino al Golfo. Saltano i tappi di dittatori e autocrati di cui l’Occidente, non solo l’Italia, è stato miope amico fino all’ultimo, perché lo proteggevano dai rischi dell’integralismo e del terrorismo e gli garantivano approvvigionamenti energetici. E più maramaldi che mai eccoci ora inneggiare alla caduta, anzi
al rovesciamento da parte del popolo, di Ben Alì prima, Mubarak poi, oggi Gheddafi, domani chissà, quegli stessi che, fino al giorno prima della loro disgrazia, avevamo ricevuto con molti onori nei nostri palazzi, cui avevamo lasciato piantare le tende nei nostri giardini e catechizzare pubblicamente le nostre ‘vergini’. Con consumata ipocrisia, le cancellerie occidentali dichiarano unanimi la loro soddisfazione, le organizzazioni internazionali mettono a disposizione aiuti d’emergenza e programmi di cooperazione. Però, saltati i tappi, immediatamente ci preoccupiamo di quello che accadrà adesso: integralismi al potere?, ondate di terrorismo?, o, meno cruentamente, ma più verosimilmente, ondate di migranti sulle nostre coste? E già ci viene la nostalgia del tappo: mettercene un altro, come pare esserci riuscito in Egitto, dove Mubarak non c’è più, ma dove l’esercito ha in mano la situazione –e vedremo se e come si arriverà alle presidenziali di settembre-; e come, invece, non c’è ancora riuscito in Tunisia, dove la transizione non è stata completa e dove i fermenti d’insoddisfazione restano. E in Libia? Lì, l’incertezza è totale, ma noi stiamo già dicendo che l’integrità territoriale del Paese va salvaguardata, che Cirenaica e Tripolitania devono stare insieme, come se la Libia fosse un’entità statale storica e non, invece, un patchwork tribale passato dal dominio ottomano alla colonizzazione italiana, trovando solo nel dopoguerra l’indipendenza. E, allora, se nella nostra Europa degli Stati nazionali, abbiamo fatto in un battibaleno di uno, l’Urss, 15 e, poi, in modo magari più travagliato, di uno, la Jugoslavia, sette, perché sulla riva sud di quello stesso mare fino a ieri jugoslavo e oggi di Slovenia, Croazia, Montenegro, non potrebbero nascere due Stati dove ce n’era uno? Lasciamoglielo decidere a loro che cosa vogliono fare e se vogliono state insieme.
venerdì 25 febbraio 2011
Libia: immigrazione, l'Ue lascia sola l'Italia che esagera
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/02/2011
Davanti al rischio d’un esodo in massa dalle coste dell’Africa del Nord, l’Italia non raccoglie a Bruxelles la solidarietà che s’aspetta dall’Europa, o che almeno chiede. "Alcuni ministri hanno espresso una chiusura totale sul principio dello smistamento dei richiedenti asilo che potrebbero arrivare sulle nostre coste dopo la crisi in Libia", ammette, dopo un Consiglio dei Ministri dell’Ue svoltosi «con il freno a mano tirato», il ministro dell’interno Roberto Maroni, che aveva cercato mercoledi’ di precostituire un fronte dei Paesi del Mediterraneo in seno all’Ue, con una pre-riunione a Roma.
Che l’obiettivo di un meccanismo di distribuzione dei rifugiati non sarebbe stato centrato lo si era capito presto, ieri, a Bruxelles: appena s’è cominciato a parlare d’immigrazione, il ministro francese Brice Hortefeux, uno dei peggiori della ‘corte’ dell’Eliseo, se n’è andato. Segno inequivocabile che non si sarebbe deciso nulla. E Maroni commenta: "Non é solidarietà dire all'Italia e agli altri Paesi mediterranei che gli immigrati sono affari vostri", dopo la richiesta di definire «un sistema d’asilo europeo». Cosi’, il ministro leghista si scopre «più europeista di certi europeisti»: l’europeismo dell’opportunismo, che tiri fuori solo quando hai bisogno di quello altrui, non certo della convinzione.
Di fatto, l’Europa non mostra nè coesione nè solidarietà. Ma l’Italia non è vittima pura e innocente: l’Ue non bisogna invocarla solo nei momenti della crisi propria, ma bisogna praticarla anche nei momenti delle crisi altrui; e le questioni spinose non vanno affrontate quando c’è la crisi, ma quando c’è la serenità per farlo. E non giovano alla credibilità delle autorità di Roma le drammatizzazioni e le esagerazioni di cui sono stati interpreti il ministro degli esteri Frattini e lo stesso Maroni: quando, ad esempio, hanno denunciato la mancanza di assistenza di Bruxelles (che avevano inizialmente rifiutato); o quando ingigantiscono le dimensioni dell’esodo e ne enfatizzano la valenza terroristica.
Ancora ieri, a Bruxelles, Maroni ha rilevato : « Sono molto preoccupato per quanto accade in Libia: al Qaida dice che sostiene i ribelli ed è contro Gheddafi. E noi che cosa facciamo? Dobbiamo evitare che la Libia si trasformi in un nuovo Afghanistan”. Messa giù cosi’, pare quasi che noi, cioè l’Europa, si debba sostenere Gheddafi, che non solo ci protegge dalla fuga verso l’Europa dei poveri cristi, ma ci fa pure da scudo ai terroristi.
E neppure aiutano la causa dell’Italia sortite come quelle dell’assessore veneto ai flussi migratori Daniele Stival, che evoca «il mitra» come possibile risposta all’ondata migratoria dal Nord Africa, salvo poi ‘correggere il tiro’, tenendo, pero’, la mira ferma: «E’ solo un’immagine, ma altri Paesi, come Spagna e Grecia, usano le maniere forti, che funzionano». Sparare no, respingere si’. Il suo presidente Luca Zaia prende le distanze, ma denuncia l’Ue, «che ci lascia soli di fronte a una diaspora» e mette i paletti alla solidarietà da dispensare «al popolo, non ai delinquenti».
Insomma, per il momento, sulla Libia c’è solo un’Europa delle dichiarazioni –una, anche, ieri, congiunta con la Russia, dopo una visita alla Commissione europea del premier Putin ‘scortato’ da ben 12 ministri- e del coordinamento delle operazioni d’evacuazione dei propri cittadini. E’ vero che i 27 preparano « misure restrittive », cioé sanzioni, contro il regime di Gheddafi, ma la loro natura e l’esatta portata, oltre che la data e le condizioni d’entrata in vigore, devono ancora essere decise –guarda caso, fra i Paesi più restii ad adottarle ci sono l’Italia, Malta e Cipro, proprio tre in prima linea nel chiedere solidarietà per fronteggiare l’esodo dall’Africa del Nord-.
Sostegno a chi si batte per la libertà e, forse, la democrazia; condanna delle violenze; auspicio che Gheddafi se ne vada: una litania. C’è di che deludere Barack Obama, dopo che, al presidente statunitense, proprio la Libia, dopo la visita alla Casa Bianca del presidente francese Nicolas Sarkozy, fa riscoprire l'Europa. L’idea di Obama è: «Noi americani non conosciamo il problema. Lasciamo fare a loro, agli europei, che ne sanno di più». E lunedi’ il segretario di Stato Hillary Clinton verrà in Ginevra, proprio per consultarsi sulle snazioni con colleghi europei. E qui rischia di cascare l’asino: l’Almerica potrebbe accorgersi che l'Europa non c'è', non ha idea di quel che sta accadendo, nè ha progetti (men che meno quello militare di una ‘no flight zone’). Una cosa, Obama l’ha ben chiara: sulla Libia, del giudizio di Berlusconi non si fida, tant’è che, per un consiglio, chiama Sarkozy e il premier britannico David Cameron. Quelli con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu; quelli che ‘fra Grandi, ci si capisce’.
Davanti al rischio d’un esodo in massa dalle coste dell’Africa del Nord, l’Italia non raccoglie a Bruxelles la solidarietà che s’aspetta dall’Europa, o che almeno chiede. "Alcuni ministri hanno espresso una chiusura totale sul principio dello smistamento dei richiedenti asilo che potrebbero arrivare sulle nostre coste dopo la crisi in Libia", ammette, dopo un Consiglio dei Ministri dell’Ue svoltosi «con il freno a mano tirato», il ministro dell’interno Roberto Maroni, che aveva cercato mercoledi’ di precostituire un fronte dei Paesi del Mediterraneo in seno all’Ue, con una pre-riunione a Roma.
Che l’obiettivo di un meccanismo di distribuzione dei rifugiati non sarebbe stato centrato lo si era capito presto, ieri, a Bruxelles: appena s’è cominciato a parlare d’immigrazione, il ministro francese Brice Hortefeux, uno dei peggiori della ‘corte’ dell’Eliseo, se n’è andato. Segno inequivocabile che non si sarebbe deciso nulla. E Maroni commenta: "Non é solidarietà dire all'Italia e agli altri Paesi mediterranei che gli immigrati sono affari vostri", dopo la richiesta di definire «un sistema d’asilo europeo». Cosi’, il ministro leghista si scopre «più europeista di certi europeisti»: l’europeismo dell’opportunismo, che tiri fuori solo quando hai bisogno di quello altrui, non certo della convinzione.
Di fatto, l’Europa non mostra nè coesione nè solidarietà. Ma l’Italia non è vittima pura e innocente: l’Ue non bisogna invocarla solo nei momenti della crisi propria, ma bisogna praticarla anche nei momenti delle crisi altrui; e le questioni spinose non vanno affrontate quando c’è la crisi, ma quando c’è la serenità per farlo. E non giovano alla credibilità delle autorità di Roma le drammatizzazioni e le esagerazioni di cui sono stati interpreti il ministro degli esteri Frattini e lo stesso Maroni: quando, ad esempio, hanno denunciato la mancanza di assistenza di Bruxelles (che avevano inizialmente rifiutato); o quando ingigantiscono le dimensioni dell’esodo e ne enfatizzano la valenza terroristica.
Ancora ieri, a Bruxelles, Maroni ha rilevato : « Sono molto preoccupato per quanto accade in Libia: al Qaida dice che sostiene i ribelli ed è contro Gheddafi. E noi che cosa facciamo? Dobbiamo evitare che la Libia si trasformi in un nuovo Afghanistan”. Messa giù cosi’, pare quasi che noi, cioè l’Europa, si debba sostenere Gheddafi, che non solo ci protegge dalla fuga verso l’Europa dei poveri cristi, ma ci fa pure da scudo ai terroristi.
E neppure aiutano la causa dell’Italia sortite come quelle dell’assessore veneto ai flussi migratori Daniele Stival, che evoca «il mitra» come possibile risposta all’ondata migratoria dal Nord Africa, salvo poi ‘correggere il tiro’, tenendo, pero’, la mira ferma: «E’ solo un’immagine, ma altri Paesi, come Spagna e Grecia, usano le maniere forti, che funzionano». Sparare no, respingere si’. Il suo presidente Luca Zaia prende le distanze, ma denuncia l’Ue, «che ci lascia soli di fronte a una diaspora» e mette i paletti alla solidarietà da dispensare «al popolo, non ai delinquenti».
Insomma, per il momento, sulla Libia c’è solo un’Europa delle dichiarazioni –una, anche, ieri, congiunta con la Russia, dopo una visita alla Commissione europea del premier Putin ‘scortato’ da ben 12 ministri- e del coordinamento delle operazioni d’evacuazione dei propri cittadini. E’ vero che i 27 preparano « misure restrittive », cioé sanzioni, contro il regime di Gheddafi, ma la loro natura e l’esatta portata, oltre che la data e le condizioni d’entrata in vigore, devono ancora essere decise –guarda caso, fra i Paesi più restii ad adottarle ci sono l’Italia, Malta e Cipro, proprio tre in prima linea nel chiedere solidarietà per fronteggiare l’esodo dall’Africa del Nord-.
Sostegno a chi si batte per la libertà e, forse, la democrazia; condanna delle violenze; auspicio che Gheddafi se ne vada: una litania. C’è di che deludere Barack Obama, dopo che, al presidente statunitense, proprio la Libia, dopo la visita alla Casa Bianca del presidente francese Nicolas Sarkozy, fa riscoprire l'Europa. L’idea di Obama è: «Noi americani non conosciamo il problema. Lasciamo fare a loro, agli europei, che ne sanno di più». E lunedi’ il segretario di Stato Hillary Clinton verrà in Ginevra, proprio per consultarsi sulle snazioni con colleghi europei. E qui rischia di cascare l’asino: l’Almerica potrebbe accorgersi che l'Europa non c'è', non ha idea di quel che sta accadendo, nè ha progetti (men che meno quello militare di una ‘no flight zone’). Una cosa, Obama l’ha ben chiara: sulla Libia, del giudizio di Berlusconi non si fida, tant’è che, per un consiglio, chiama Sarkozy e il premier britannico David Cameron. Quelli con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu; quelli che ‘fra Grandi, ci si capisce’.
SPIGOLI: Libia, i conti in tasca all'Italia non tornano
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/02/2011
Nei giorni della tragedia libica, la stampa internazionale fa i conti in tasca all’Italia: da una parte, il peso impressionante di quella che il FT, in un commento, chiamava ieri «la connection italiana» d’affari e finanza; dall’altra, la leggerezza insostenibile dell’influenza politica di Mr B sull’ ‘amico’ Gheddafi, pronto a rovesciargli addosso l’accusa di fomentare con armi la rivolta e la minaccia di scaricargli sulle coste l’esodo biblico di disperati migranti (ma questo è un altro articolo in questa pagina). Una mappa piuttosto impressionante dei miliardi investiti dal colonnello dittatore la traccia il Guardian: banche a Dubai, lussuose proprietà a Londra e acque e spa italiane ad Antrodoco e e Fiuggi, senza contare le presenze che contano in UniCredit e Fiat, Fininvest e Juventus. In un editoriale dal titolo ‘Il debole mostro’, ancora FT denunciava «la deferenza» di alcuni leader europei, e del Cavaliere in primo luogo, per essersi ben guardati dal criticare il regime libico quando farlo sarebbe stato coraggioso, ma certo non pretestuoso. Nella folta antologia delle gaffes diplomatiche di questa crisi, l’uno/due di Berlusconi (prima, non chiamo Muammar per non disturbarlo; poi, lo chiamo per spiegargli che non produciamo le armi che gli insorti starebbero usando) sta in vetta a tutte le ‘hit parade’. Ma alte nella classifica sono anche le esagerazioni del duo Frattini/Maroni sulle dimensioni (e ancor più sulla valenza terroristica) dell’ondata migratoria: esagerazioni che hanno contribuito a ridurre la credibilità e l’impatto delle richieste d’aiuto italiane.
Nei giorni della tragedia libica, la stampa internazionale fa i conti in tasca all’Italia: da una parte, il peso impressionante di quella che il FT, in un commento, chiamava ieri «la connection italiana» d’affari e finanza; dall’altra, la leggerezza insostenibile dell’influenza politica di Mr B sull’ ‘amico’ Gheddafi, pronto a rovesciargli addosso l’accusa di fomentare con armi la rivolta e la minaccia di scaricargli sulle coste l’esodo biblico di disperati migranti (ma questo è un altro articolo in questa pagina). Una mappa piuttosto impressionante dei miliardi investiti dal colonnello dittatore la traccia il Guardian: banche a Dubai, lussuose proprietà a Londra e acque e spa italiane ad Antrodoco e e Fiuggi, senza contare le presenze che contano in UniCredit e Fiat, Fininvest e Juventus. In un editoriale dal titolo ‘Il debole mostro’, ancora FT denunciava «la deferenza» di alcuni leader europei, e del Cavaliere in primo luogo, per essersi ben guardati dal criticare il regime libico quando farlo sarebbe stato coraggioso, ma certo non pretestuoso. Nella folta antologia delle gaffes diplomatiche di questa crisi, l’uno/due di Berlusconi (prima, non chiamo Muammar per non disturbarlo; poi, lo chiamo per spiegargli che non produciamo le armi che gli insorti starebbero usando) sta in vetta a tutte le ‘hit parade’. Ma alte nella classifica sono anche le esagerazioni del duo Frattini/Maroni sulle dimensioni (e ancor più sulla valenza terroristica) dell’ondata migratoria: esagerazioni che hanno contribuito a ridurre la credibilità e l’impatto delle richieste d’aiuto italiane.
giovedì 24 febbraio 2011
Libia: Gheddafi e l'ambasciatore che capisce tutto (o nulla)
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 23/02/2011
Hadi Hadeiba, ambasciatore della Libia presso l’Ue, è uno che capisce le cose al volo; o, forse, no. Martedi’, il giorno del discorso di guerra del colonnello Gheddafi, il diplomatico dichiara la sua indignazione e la sua condanna dei massacre compiuti, senza pero’ arrivare a dimettersi, come alcuni suoi colleghi hanno fatto in America e in Europa, perchè, dice, “sono l’ambasciatore della Libia, non di Gheddafi”. Mercoledi’, l’ambasciatore cambia registro: è e resta l’ambasciatore della Libia e di Gheddafi, anzi è fedele al Colonnello. Un errore giornalistico? Possibile. Oppure, le informazioni in provenienza dalla Libia oggi gli suggeriscono maggiore prudenza che ieri. Anche se, negli ambienti europei, c’è chi scommette che Gheddafi arriverà alla fine della corsa venerdi’. E, fra i giornalisti nord-africani che mantengono fili diretti con Tripoli e Bengasi, c’è chi racconta che il Colonnello vive isolato ed è ormai abbandonato dai suoi collaboratori. Consigliato (male, si direbbe) dall’agenzia d’esperti in comunicazione britannica che si occupa di Tony Blair, vestito da italiani (per quanto strano cio’ possa sembrare), Gheddafi è odiato dalla tribù dei Warfalla, che, con oltre un milione di persone, è la più grossa della Libia e che avrebbe avuto moltissime vittime negli scontri dei giorni scorsi, mentre la sua tribù, i Kadhadhafa, potrebbe persino progettare –è la tesi di uno specialista- di sacrificarlo, magari non solo figurativamente, per avviare un processo di riconciliazione. E’ proprio cosi’?, o magari l’ambasciatore che fa un passo indietro sta un passo avanti, con le notizie? Aspettiamo venerdi’. E chiediamoci, intanto, a chi toccherà dopo Tunisia, Egitto, Libia: il domino della caduta dei satrapi potrebbe investire il Bahrein, lo Yemen e chi ancora? Da Ovest ad Est, e da Nord a Sud, Marocco, Algeria, Giordania, Siria, Kuwait, gli staterelli del Golfo, l’Arabia Saudita, nessuno di questi regimi (o governi), per il momento, vacilla seriamente.
Hadi Hadeiba, ambasciatore della Libia presso l’Ue, è uno che capisce le cose al volo; o, forse, no. Martedi’, il giorno del discorso di guerra del colonnello Gheddafi, il diplomatico dichiara la sua indignazione e la sua condanna dei massacre compiuti, senza pero’ arrivare a dimettersi, come alcuni suoi colleghi hanno fatto in America e in Europa, perchè, dice, “sono l’ambasciatore della Libia, non di Gheddafi”. Mercoledi’, l’ambasciatore cambia registro: è e resta l’ambasciatore della Libia e di Gheddafi, anzi è fedele al Colonnello. Un errore giornalistico? Possibile. Oppure, le informazioni in provenienza dalla Libia oggi gli suggeriscono maggiore prudenza che ieri. Anche se, negli ambienti europei, c’è chi scommette che Gheddafi arriverà alla fine della corsa venerdi’. E, fra i giornalisti nord-africani che mantengono fili diretti con Tripoli e Bengasi, c’è chi racconta che il Colonnello vive isolato ed è ormai abbandonato dai suoi collaboratori. Consigliato (male, si direbbe) dall’agenzia d’esperti in comunicazione britannica che si occupa di Tony Blair, vestito da italiani (per quanto strano cio’ possa sembrare), Gheddafi è odiato dalla tribù dei Warfalla, che, con oltre un milione di persone, è la più grossa della Libia e che avrebbe avuto moltissime vittime negli scontri dei giorni scorsi, mentre la sua tribù, i Kadhadhafa, potrebbe persino progettare –è la tesi di uno specialista- di sacrificarlo, magari non solo figurativamente, per avviare un processo di riconciliazione. E’ proprio cosi’?, o magari l’ambasciatore che fa un passo indietro sta un passo avanti, con le notizie? Aspettiamo venerdi’. E chiediamoci, intanto, a chi toccherà dopo Tunisia, Egitto, Libia: il domino della caduta dei satrapi potrebbe investire il Bahrein, lo Yemen e chi ancora? Da Ovest ad Est, e da Nord a Sud, Marocco, Algeria, Giordania, Siria, Kuwait, gli staterelli del Golfo, l’Arabia Saudita, nessuno di questi regimi (o governi), per il momento, vacilla seriamente.
martedì 22 febbraio 2011
Libia: il trattato capestro che lega l'Italia a Gheddafi
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 22/02/2011
Impaniata in un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia molto impegnativo, la cui responsabilità politica ricade su tutti i partiti che lo ratificarono nel 2009 –maggioranza e Pd a favore, IdV, Udc e radicali contro-, l’Italia non riesce ad avere un ruolo attivo in questa fase confusa e drammatica di proteste e fermenti, violenze e repressione. E l’amicizia tra il premier Berlusconi e il colonnello Gheddafi quasi la paralizza, invece di renderla protagonista: il Trattato ha una disposizione, l’articolo 6, che impegna le parti ad agire in conformità ai diritti dell’uomo ; dunque, sollecitare il leader libico a rispettare l’impegno non sarebbe, da parte del presidente del Consiglio, nè ingerenza nè disturbo, ma un richiamo ai patti.
Firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, ratificato dal Senato in via definitiva il 3 febbraio 2009, il Trattato consta di un preambolo, di tre capitoli –principi generali, chiusura dei contenziosi del passato e nuovo partenariato bilaterale- e di 23 articoli, che comportano oneri non indifferenti per l’Italia. In questa situazione, poi, l’attuazione di alcune disposizioni appare particolarmente delicata.
Un esempio: l’articolo 20 riguarda la collaborazione nel settore della difesa e prevede «lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari, nonchè l’espletamento di manovre congiunte» e ancora «un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della difesa e delle industrie militari». Passaggi oggi scivolosi, con il rischio che armi o tecniche italiane siano utilizzate per reprimere con la forza le proteste. Senza dimenticare l’imbarazzo già provocato dalla presenza di finanzieri a bordo di una motovedetta ceduta dall’Italia alla Libia nell’ambito dell’accordo, là dove si parla di lotta contro l’immigrazione clandestina, che insegui’ un pescherecchio siciliano e gli sparo’ addosso.
E si noti che l’articolo 19, proprio quello della lotta all’immigrazione clandestina, prevede che tutta l’operazione avvenga a costo zero per la Libia : il 50% lo paga l’Italia e il 50% dovrebbe pagarlo l’Unione europea. Loro giocano a battaglia navale con le unità fornitegli e bloccano il flusso di eritrei e altri disgraziati dalle loro coste.
Ma è tutto l’impianto di questo Trattato è a rischio, nella situazione d’incertezza e violenza attuale: il partenariato puo’ funzionare solo in un contesto economico e sociale normale; e certo non è pensabile che il contenzioso sui debiti non pagati faccia progressi in questi frangenti: sono in ballo 620 milioni di euro, mentre gli indennizzi agli italiani cacciati dalla Libia sembrano definitivamente ‘passati in cavalleria’.
Il problema di fondo è che l’Italia non è riuscita a fare fruttare in influenza su Tripoli tutto il peso del Trattato e di rapporti economici e commerciali intensissimi : l’Italia, per la Libia, è il primo partner economico e il terzo investitore europeo ed è presente nel Paese con oltre cento aziende (mentre la Libia partecipa con suoi capitali a molte aziende italiane, dall’Unicredit alla Juventus –passando per la Fiat-). Invece che influenza, l’Italia sembra avere sviluppato sudditanza, nei confronti del colonnello e del suo regime; invece di acquisirne dalla forza delle relazioni capacità d’iniziativa, ne subisce un effetto paralizzante, come la paura di compromettere affari.
E, infatti, ieri, a Bruxelles, la posizione sostenuta dal ministro Frattini, preoccupato, come Malta e la Rep. Ceca, di tutelare « l’integrità territoriale » della Libia, é stata percepita, in termini diplomatici, come più «articolata» rispetto a quella molto dura britannica e tedesca, mentre la Finlandia voleva addirittura fare scattare sanzioni anti Gheddafi («Pensiamo alla transizione, non a crare condizioni per un nuovo scontro, con decine di migliaia di cittadini dell’Ue in Libia», ha smozato Frattini).
L’ansia dell’integrità non puo’ nascere solo dalle difficoltà che la riconduzione del Trattato comporterebbe in caso di nascita di due Stati, modellati su Tripolitania e Cirenaica. Certo, c’è anche il timore della ‘bomba immigrazione, che Frattini non minimizza di sicuro di fronte ai colleghi: paventa flussi «epocali» e «inimmaginabili» e ipotizza « centinaia di migliaia di persone » in fuga dalle coste libiche, perchè li’ «siamo sull’orlo di una guerra civile».
Alla fine, l’Italia accetta e fa propria la formula europea, che condanna le violenze, da qualsiasi parte vengano, e sollecita «un dialogo nazionale di riconciliazione». E ora, dopo che l’Ue ne condanna le violenze, Gheddafi puo’ ancora essere l’interlocutore privilegiato del governo italiano? «La sorte del leader libico non sarà decisa nè dall’Italia nè dall’Europa, non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare, non lo abbiamo fatto con Mubarak e non cominceremo a farlo ora». E’ vero, siamo fuori tempo: a tenere le distanze dal Colonnello, dovevamo pensarci, americani ed europei insieme, otto anni fa, quando lo ‘sdoganammo’ in cambio d’una minestra di lenticchie.
Impaniata in un Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione con la Libia molto impegnativo, la cui responsabilità politica ricade su tutti i partiti che lo ratificarono nel 2009 –maggioranza e Pd a favore, IdV, Udc e radicali contro-, l’Italia non riesce ad avere un ruolo attivo in questa fase confusa e drammatica di proteste e fermenti, violenze e repressione. E l’amicizia tra il premier Berlusconi e il colonnello Gheddafi quasi la paralizza, invece di renderla protagonista: il Trattato ha una disposizione, l’articolo 6, che impegna le parti ad agire in conformità ai diritti dell’uomo ; dunque, sollecitare il leader libico a rispettare l’impegno non sarebbe, da parte del presidente del Consiglio, nè ingerenza nè disturbo, ma un richiamo ai patti.
Firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, ratificato dal Senato in via definitiva il 3 febbraio 2009, il Trattato consta di un preambolo, di tre capitoli –principi generali, chiusura dei contenziosi del passato e nuovo partenariato bilaterale- e di 23 articoli, che comportano oneri non indifferenti per l’Italia. In questa situazione, poi, l’attuazione di alcune disposizioni appare particolarmente delicata.
Un esempio: l’articolo 20 riguarda la collaborazione nel settore della difesa e prevede «lo scambio di missioni di esperti, istruttori e tecnici e quello di informazioni militari, nonchè l’espletamento di manovre congiunte» e ancora «un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della difesa e delle industrie militari». Passaggi oggi scivolosi, con il rischio che armi o tecniche italiane siano utilizzate per reprimere con la forza le proteste. Senza dimenticare l’imbarazzo già provocato dalla presenza di finanzieri a bordo di una motovedetta ceduta dall’Italia alla Libia nell’ambito dell’accordo, là dove si parla di lotta contro l’immigrazione clandestina, che insegui’ un pescherecchio siciliano e gli sparo’ addosso.
E si noti che l’articolo 19, proprio quello della lotta all’immigrazione clandestina, prevede che tutta l’operazione avvenga a costo zero per la Libia : il 50% lo paga l’Italia e il 50% dovrebbe pagarlo l’Unione europea. Loro giocano a battaglia navale con le unità fornitegli e bloccano il flusso di eritrei e altri disgraziati dalle loro coste.
Ma è tutto l’impianto di questo Trattato è a rischio, nella situazione d’incertezza e violenza attuale: il partenariato puo’ funzionare solo in un contesto economico e sociale normale; e certo non è pensabile che il contenzioso sui debiti non pagati faccia progressi in questi frangenti: sono in ballo 620 milioni di euro, mentre gli indennizzi agli italiani cacciati dalla Libia sembrano definitivamente ‘passati in cavalleria’.
Il problema di fondo è che l’Italia non è riuscita a fare fruttare in influenza su Tripoli tutto il peso del Trattato e di rapporti economici e commerciali intensissimi : l’Italia, per la Libia, è il primo partner economico e il terzo investitore europeo ed è presente nel Paese con oltre cento aziende (mentre la Libia partecipa con suoi capitali a molte aziende italiane, dall’Unicredit alla Juventus –passando per la Fiat-). Invece che influenza, l’Italia sembra avere sviluppato sudditanza, nei confronti del colonnello e del suo regime; invece di acquisirne dalla forza delle relazioni capacità d’iniziativa, ne subisce un effetto paralizzante, come la paura di compromettere affari.
E, infatti, ieri, a Bruxelles, la posizione sostenuta dal ministro Frattini, preoccupato, come Malta e la Rep. Ceca, di tutelare « l’integrità territoriale » della Libia, é stata percepita, in termini diplomatici, come più «articolata» rispetto a quella molto dura britannica e tedesca, mentre la Finlandia voleva addirittura fare scattare sanzioni anti Gheddafi («Pensiamo alla transizione, non a crare condizioni per un nuovo scontro, con decine di migliaia di cittadini dell’Ue in Libia», ha smozato Frattini).
L’ansia dell’integrità non puo’ nascere solo dalle difficoltà che la riconduzione del Trattato comporterebbe in caso di nascita di due Stati, modellati su Tripolitania e Cirenaica. Certo, c’è anche il timore della ‘bomba immigrazione, che Frattini non minimizza di sicuro di fronte ai colleghi: paventa flussi «epocali» e «inimmaginabili» e ipotizza « centinaia di migliaia di persone » in fuga dalle coste libiche, perchè li’ «siamo sull’orlo di una guerra civile».
Alla fine, l’Italia accetta e fa propria la formula europea, che condanna le violenze, da qualsiasi parte vengano, e sollecita «un dialogo nazionale di riconciliazione». E ora, dopo che l’Ue ne condanna le violenze, Gheddafi puo’ ancora essere l’interlocutore privilegiato del governo italiano? «La sorte del leader libico non sarà decisa nè dall’Italia nè dall’Europa, non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare, non lo abbiamo fatto con Mubarak e non cominceremo a farlo ora». E’ vero, siamo fuori tempo: a tenere le distanze dal Colonnello, dovevamo pensarci, americani ed europei insieme, otto anni fa, quando lo ‘sdoganammo’ in cambio d’una minestra di lenticchie.
domenica 20 febbraio 2011
Libia: oltre ai moti di piazza, una faida tra i figli di Gheddafi
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/02/2011
Le proteste contro il colonnello Muammar Gheddafi, amico di Mr B e padrone della Libia dal 1969, sono ancora indecifrabili e possono avere diverse matrici: dissenso politico, contrasto tribale, o faida familiare. E, forse, sono un mix di tutte queste componenti. La componente tribale è suggerita dal fatto che, mentre la Cirenaica, l’Est del Paese, è in fiamme, a Tripoli il Colonnello può permettersi di girare in auto scoperta, incontrando una folla di sostenitori.
E la faida familiare trova qualche avallo nelle posizioni apparentemente diverse assunte da alcuni dei sei figli del leader libico. Seif al Islam, cioè Spada dell’Islam, 38 anni, nomea da riformista e studi alla Londion School of Economics, pare non stare contro la protesta: ne dà notizie sul sito e sul giornale Oea, come una volta si chiamava Tripoli, e sostiene la richiesta di dotare la Giamahiria di una Costituzione. Seif rappresenterebbe la nuova guardia, contro l’attuale establishment guidato dal premier Baghdadi Ali al-Mahmudi
Invece, Saad, 37 anni, certo il figlio di Gheddafi più conosciuto in Italia, intenderebbe assumere l’incarico di sindaco di Bengasi per proteggere la popolazione: lo avrebbe detto lui stesso a una radio locale, secondo quanto riferito da abitanti di Bengasi alla Reuters. Fino a un po’ di tempo fa, Saad non pareva interessato al lavoro paterno: calciatore con sole due presenze in Serie A –l’esordio nel Perugia, contro la Juventus, poi una a Udine, mentre a Genoa lato Samp fu solo panchina- e una squalifica per doping, capitano della Nazionale, presidente della Federazione calcistica libica. Superata l’età dello sport attivo, Saad si sarebbe scoperto una vocazione filiale e politica e, secondo quanto riporta il sito 'Libya al-Youm', ritenuto vicino alle opposizioni, sarebbe stato tra i fedelissimi assediati dai manifestanti in un albergo di Bengasi. Per liberarlo, il governo avrebbe inviato un commando composto da 1500 uomini della sicurezza guidati –è sempre un affare di famiglia- dal genero del leader, Abdullah Senoussi.
Pure due fratelli più piccoli di Seif e Saad, Muatassim Billah, 32 anni, e Khamis, 31 anni, sono attivamente accanto al padre. Muatassim Billah, consigliere per la sicurezza nazionale (in tale veste, nel giugno 2009 seguì il Colonnello in visita in Italia) e Khamis, studi in un’accademia militare russa, comandante di un battaglione militare che sarebbe stato impiegato ad Al Baida, l’epicentro delle proteste, sembrano piuttosto schierati dalla parte della repressione.
In queste beghe, non si ha invece notizia della posizione di Hannibal, il figlio di Gheddafi arrestato a Ginevra nel luglio del 2008, dopo che due suoi domestici maltrattati lo avevano denunciato:quasi si scatenò una guerra tra Libia e Svizzera, con l’Italia dalla parte di Tripoli, con la crisi dei visti tra Libia e Ue e il fermo arbitrario di due cittadini svizzeri in Libia.
C’è anche l’ipotesi che in qualche modo lo stesso Gheddafi, non solo la sua famiglia, stia a cavallo di quanto sta avvenendo, protesta, repressione, concessioni. E si continua a parlare della possibilità di un ritorno al potere di Abdessalam Jallud, un ex delfino del dittatore, come soluzione per uscire dalla crisi. Intanto alcuni familiari del Colonnello (la moglie, con la figlia Aisha e i suoi bambini) avrebbero lasciato la Libia, con un volo per Dubai: Aisha avrebbe da poco acquistato un palazzo proprio lì nel Golfo.
L’incertezza sulla valenza degli eventi in Libia è generale. La prudenza nelle valutazioni non è, invece, di tutti. Se il premier Berlusconi non chiama Gheddafi “per non disturbarlo”, Stefania Craxi, sottosegretario agli esteri, sostiene, in un’intervista a SkyTg24, che “le critiche al governo di Tripoli sembrano non scalfire il forte rapporto che esiste tra Gheddafi e il suo popolo”. A rieccoci, a fianco dell’amico, per dittatore che sia, fino all’ultimo. Se questo il trend, i figli ci creeranno qualche problema, candidandosi alla successione su posizioni diverse. Un auspicio: non puntiamo su Saad, noto, per l’iracondia e il caratteraccio, come l’Uday Hussein libico, il figlio di Saddam Hussein ucciso con il fratello Qusavy e un nipote di 14 anni dalle forze speciali Usa a Mossul il 22 luglio 2003.
Le proteste contro il colonnello Muammar Gheddafi, amico di Mr B e padrone della Libia dal 1969, sono ancora indecifrabili e possono avere diverse matrici: dissenso politico, contrasto tribale, o faida familiare. E, forse, sono un mix di tutte queste componenti. La componente tribale è suggerita dal fatto che, mentre la Cirenaica, l’Est del Paese, è in fiamme, a Tripoli il Colonnello può permettersi di girare in auto scoperta, incontrando una folla di sostenitori.
E la faida familiare trova qualche avallo nelle posizioni apparentemente diverse assunte da alcuni dei sei figli del leader libico. Seif al Islam, cioè Spada dell’Islam, 38 anni, nomea da riformista e studi alla Londion School of Economics, pare non stare contro la protesta: ne dà notizie sul sito e sul giornale Oea, come una volta si chiamava Tripoli, e sostiene la richiesta di dotare la Giamahiria di una Costituzione. Seif rappresenterebbe la nuova guardia, contro l’attuale establishment guidato dal premier Baghdadi Ali al-Mahmudi
Invece, Saad, 37 anni, certo il figlio di Gheddafi più conosciuto in Italia, intenderebbe assumere l’incarico di sindaco di Bengasi per proteggere la popolazione: lo avrebbe detto lui stesso a una radio locale, secondo quanto riferito da abitanti di Bengasi alla Reuters. Fino a un po’ di tempo fa, Saad non pareva interessato al lavoro paterno: calciatore con sole due presenze in Serie A –l’esordio nel Perugia, contro la Juventus, poi una a Udine, mentre a Genoa lato Samp fu solo panchina- e una squalifica per doping, capitano della Nazionale, presidente della Federazione calcistica libica. Superata l’età dello sport attivo, Saad si sarebbe scoperto una vocazione filiale e politica e, secondo quanto riporta il sito 'Libya al-Youm', ritenuto vicino alle opposizioni, sarebbe stato tra i fedelissimi assediati dai manifestanti in un albergo di Bengasi. Per liberarlo, il governo avrebbe inviato un commando composto da 1500 uomini della sicurezza guidati –è sempre un affare di famiglia- dal genero del leader, Abdullah Senoussi.
Pure due fratelli più piccoli di Seif e Saad, Muatassim Billah, 32 anni, e Khamis, 31 anni, sono attivamente accanto al padre. Muatassim Billah, consigliere per la sicurezza nazionale (in tale veste, nel giugno 2009 seguì il Colonnello in visita in Italia) e Khamis, studi in un’accademia militare russa, comandante di un battaglione militare che sarebbe stato impiegato ad Al Baida, l’epicentro delle proteste, sembrano piuttosto schierati dalla parte della repressione.
In queste beghe, non si ha invece notizia della posizione di Hannibal, il figlio di Gheddafi arrestato a Ginevra nel luglio del 2008, dopo che due suoi domestici maltrattati lo avevano denunciato:quasi si scatenò una guerra tra Libia e Svizzera, con l’Italia dalla parte di Tripoli, con la crisi dei visti tra Libia e Ue e il fermo arbitrario di due cittadini svizzeri in Libia.
C’è anche l’ipotesi che in qualche modo lo stesso Gheddafi, non solo la sua famiglia, stia a cavallo di quanto sta avvenendo, protesta, repressione, concessioni. E si continua a parlare della possibilità di un ritorno al potere di Abdessalam Jallud, un ex delfino del dittatore, come soluzione per uscire dalla crisi. Intanto alcuni familiari del Colonnello (la moglie, con la figlia Aisha e i suoi bambini) avrebbero lasciato la Libia, con un volo per Dubai: Aisha avrebbe da poco acquistato un palazzo proprio lì nel Golfo.
L’incertezza sulla valenza degli eventi in Libia è generale. La prudenza nelle valutazioni non è, invece, di tutti. Se il premier Berlusconi non chiama Gheddafi “per non disturbarlo”, Stefania Craxi, sottosegretario agli esteri, sostiene, in un’intervista a SkyTg24, che “le critiche al governo di Tripoli sembrano non scalfire il forte rapporto che esiste tra Gheddafi e il suo popolo”. A rieccoci, a fianco dell’amico, per dittatore che sia, fino all’ultimo. Se questo il trend, i figli ci creeranno qualche problema, candidandosi alla successione su posizioni diverse. Un auspicio: non puntiamo su Saad, noto, per l’iracondia e il caratteraccio, come l’Uday Hussein libico, il figlio di Saddam Hussein ucciso con il fratello Qusavy e un nipote di 14 anni dalle forze speciali Usa a Mossul il 22 luglio 2003.
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