Scritto per Il Fatto Quotidiano del 05/04/2011
Con la visita a Roma di Ali al-Isawi, ministro degli Esteri del Cnt (Consiglio nazionale libico di transizione, il governo dei ribelli), l’Italia prova a inserirsi nei giochi diplomatici sulla nuova Libia. Al suo ospite, il ministro degli Esteri Franco Frattini dice che l’Italia considera il Cnt il suo unico interlocutore libico –l’Ue lo considera solo “un interlocutore”-, s’impegna a mandare aerei per lo sgombero dei feriti e non esclude la fornitura di armi agli insorti. Frattini è anche rassicurante sulla natura laica, e non integralista, dei ribelli e annuncia l’apertura di un ufficio di rappresentanza a Bengasi
In interviste a media italiani, il capo del Cnt Mustafa Abdul Jabil ringrazia l’Italia per il sostegno e s’impegna a contrastare estremismi e terrorismo. Ma l’intreccio dei contatti e delle trattative resta, al momento, indecifrabile. Anche il regime di Muammar Gheddafi invia emissari in giro, in Grecia, a Malta, in Turchia, a Londra, per negoziare una tregua e, forse, una via d’uscita per il colonnello e la sua famiglia –Frattini ne giudica le proposte “non credibili”-. Il Guardian ipotizza una mediazione dell’ex segretario generale Onu Kofi Annan.
Gli insorti respingono l’ipotesi di una transizione guidata da Said, un figlio di Gheddafi. La Nato, intanto, prosegue i raid -54 tra domenica e lunedì- e gli Usa prolungano di un giorno, causa maltempo, le loro missioni.
martedì 5 aprile 2011
Israele: lupi ed agnelli per l'impiccagione di Eichmann
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 05/04/2011
Nel giorno in cui Israele ripropone, in dichiarazioni del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, il volto dell'intransigenza, sul riconoscimento di uno Stato palestinese, dagli Archivi di Stato emerge un'anima ebrea travagliata e combattuta: documenti ora pubblicati rivelano che l'impiccagione nel 1962 del gerarca nazista Adolf Eichmann fu al centro di un dibattito nazionale, fuori e dentro il governo dell’allora premier Ben Gurion, sull'opportunità o meno di eseguire la condanna a morte pronunciata nel 1961.
Eichmann, rintracciato nel 1960 dal Mossad in Argentina, dove si era rifugiato nel 1950 con falsi documenti rilasciatigli in Italia, fu catturato con azione da commando e fu portato in Israele per esservi processato, condannato, giustiziato.
La pubblicazione su internet di molti documenti originali da parte degli Archivi di Stato israeliani avviene nell’imminenza del 50.o anniversario dell'apertura del processo, l'11 aprile 1961. I testi ora disponibili gettano squarci di luce sulle circostanze della cattura, del giudizio, della condanna e dell'esecuzione di uno dei responsabili dell'organizzazione della cosiddetta 'soluzione finale' della questione ebraica, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Eichmann, che era un ufficiale delle SS, organizzò,in particolare, i convogli ferroviari che trasportarono ebrei ed altri deportati verso i campi di sterminio.
Il processo ad Eichmann "resta -afferma la direzione degli Archivi- una pietra miliare nella storia di Israele e nell'atteggiamento degli israeliani sull'Olocausto". I testi, oltre che la cattura, i preparativi e lo svolgimento del processo, riguardano anche le ripercussioni diplomatiche dell'irrituale arresto e l'atteggiamento del governo di Ben Gurion sulla copertura mediatica dell'evento, la condanna e l'esecuzione.
Proprio all’approssimarsi dell’esecuzione, nella leadership politica e intellettuale israeliana si aprì un dibattito persino aspro sulla opportunità di mettere, o meno, a morte Eichmann. Dirigenti politici come Levy Eshkol e Yosef Burg, filosofi come Martin Buber e Natan Rothenstreich e la ‘poetessa nazionale’ Lea Goldberg erano contrari: gli intellettuali, in extremis, chiesero un atto di clemenza al capo dello Stato Yitzhak Ben Zvi, ma prevalse la linea dell’intransigenza del premier ben Gurion: Eichman fu impiccato il 31 maggio 1962 e le sue ceneri furono disperse in mare.
Nel giorno in cui Israele ripropone, in dichiarazioni del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, il volto dell'intransigenza, sul riconoscimento di uno Stato palestinese, dagli Archivi di Stato emerge un'anima ebrea travagliata e combattuta: documenti ora pubblicati rivelano che l'impiccagione nel 1962 del gerarca nazista Adolf Eichmann fu al centro di un dibattito nazionale, fuori e dentro il governo dell’allora premier Ben Gurion, sull'opportunità o meno di eseguire la condanna a morte pronunciata nel 1961.
Eichmann, rintracciato nel 1960 dal Mossad in Argentina, dove si era rifugiato nel 1950 con falsi documenti rilasciatigli in Italia, fu catturato con azione da commando e fu portato in Israele per esservi processato, condannato, giustiziato.
La pubblicazione su internet di molti documenti originali da parte degli Archivi di Stato israeliani avviene nell’imminenza del 50.o anniversario dell'apertura del processo, l'11 aprile 1961. I testi ora disponibili gettano squarci di luce sulle circostanze della cattura, del giudizio, della condanna e dell'esecuzione di uno dei responsabili dell'organizzazione della cosiddetta 'soluzione finale' della questione ebraica, verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Eichmann, che era un ufficiale delle SS, organizzò,in particolare, i convogli ferroviari che trasportarono ebrei ed altri deportati verso i campi di sterminio.
Il processo ad Eichmann "resta -afferma la direzione degli Archivi- una pietra miliare nella storia di Israele e nell'atteggiamento degli israeliani sull'Olocausto". I testi, oltre che la cattura, i preparativi e lo svolgimento del processo, riguardano anche le ripercussioni diplomatiche dell'irrituale arresto e l'atteggiamento del governo di Ben Gurion sulla copertura mediatica dell'evento, la condanna e l'esecuzione.
Proprio all’approssimarsi dell’esecuzione, nella leadership politica e intellettuale israeliana si aprì un dibattito persino aspro sulla opportunità di mettere, o meno, a morte Eichmann. Dirigenti politici come Levy Eshkol e Yosef Burg, filosofi come Martin Buber e Natan Rothenstreich e la ‘poetessa nazionale’ Lea Goldberg erano contrari: gli intellettuali, in extremis, chiesero un atto di clemenza al capo dello Stato Yitzhak Ben Zvi, ma prevalse la linea dell’intransigenza del premier ben Gurion: Eichman fu impiccato il 31 maggio 1962 e le sue ceneri furono disperse in mare.
USA: Obama si ricandida, per ora è senza avversari
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 05/04/2011
Non che ci fossero dubbi di sorta. Ma adesso è ufficiale: a 19 mesi dalle elezioni presidenziali del 6 novembre 2012, il presidente statunitense Barack Obama ha ufficialmente annunciato ieri di volersi candidare a un secondo mandato di quattro anni alla Casa Bianca. E, nonostante il campanello d’allarme suonato dagli americani nel voto di midterm del 2 novembre scorso, Obama è il favorito della corsa 2012, soprattutto per due motivi: primo, la possibilità di arrivare alla consultazione essendosi lasciato alle spalle la crisi economica che ha segnato tutta la prima metà del suo mandato; secondo, la mancanza, almeno per il momento, fra i repubblicani di un candidato davvero forte e carismatico.
In un messaggio video trasmesso per e-mail ai suoi sostenitori, Obama ha annunciato di avere depositato “i documenti per lanciare la campagna 2012”. E ha invitato i suoi supporters a mobilitarsi “molto prima che venga il momento di lanciarmi nella campagna”. Di solito, il presidente in carica alla ricerca di una conferma attraversa senza ansie la stagione delle primarie, perché è difficile che trovi, nel suo partito, rivali che l’impensieriscano, e può restare alla finestra –risparmiando soldi ed energie- fino a quando i rivali non abbiano scelto il loro candidato. Dunque, per Obama la fase più intensa della campagna elettorale comincerà con la convention democratica, in calendario a Charlotte, nella Carolina del Nord, all’inizio di settembre del 2012, e non durerà più di 60 giorni.
Se in campo democratico è (quasi) tutto scontato, in campo repubblicano l’incertezza è totale. Un solo candidato ha già dichiarato in modo formale l’interesse alla ‘nomination’, l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, un personaggio praticamente sconosciuto a livello nazionale (e, del resto, il Minnesota non ha mai prodotto un presidente: al più, un candidato democratico, Walter Mondale, travolto da Ronald Reagan nel 1984). Fra i pesi (più o meno) massimi repubblicani che potrebbero scendere in campo, vi sono Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska e già candidata vice-presidente nel 2008, Newt Gingrich, ex presidente della Camera e uomo forte del partito a metà Anni Novanta, e gli ex governatori del Massachusetts Mitt Romney e dell’Arkansas Mike Huckabee, entrambi in corsa anche nel 2008. Se questo è il panorama, Obama può dormire sonni tranquilli, salvo nuovi tracolli dell’economia e della finanza.
Il presidente vuole di nuovo installare il quartier generale della sua campagna a Chicago. Alcuni protagonisti della corsa 2008 vittoriosa, come David Axelrod e Jim Messina, si sono già liberati degli impegni alla Casa Bianca in vista della nuova avventura: loro obiettivo è raccogliere tra 750 milioni e un miliardo di dollari, da spendere nella battaglia degli spot sarà al calor bianco.
Obama scende in lizza con un tasso di popolarità stabile tra il 45 e il 48%, dopo che l’anno scorso era sceso sulla soglia critica del 30%. Vero è che la prima metà del suo mandato è stata molto travagliata: la crisi finanziaria e poi economica, con la tragedia dei mutui sulla casa e il crollo dell’industria dell’auto; la marea nera nel Golfo del Messico; la riforma dell’assistenza sanitaria, faticosamente passata in Congresso, ma poco compresa dall’opinione pubblica; l’andamento non positivo della guerra in Afghanistan –il 2010, è stato l’anno più cruento del conflitto- e, da ultimo, l’intervento un po’ esitante nel conflitto in Libia.
Libia a parte, tutti gli altri elementi avevano contribuito alla netta sconfitta del partito democratico nelle elezioni di mid-term: da gennaio, il presidente non ha più il Congresso dalla sua, ma deve fare i conti con una Camera ‘repubblicana’ (e con una presenza significativa di guastatori qualunquisti del Tea Party). Ma i numeri dell’economia ispirano maggiore fiducia: il tasso di disoccupazione è sceso sui livelli più bassi degli ultimi due anni. Un’iniezione di fiducia per l’Unione e per il suo primo presidente nero.
Non che ci fossero dubbi di sorta. Ma adesso è ufficiale: a 19 mesi dalle elezioni presidenziali del 6 novembre 2012, il presidente statunitense Barack Obama ha ufficialmente annunciato ieri di volersi candidare a un secondo mandato di quattro anni alla Casa Bianca. E, nonostante il campanello d’allarme suonato dagli americani nel voto di midterm del 2 novembre scorso, Obama è il favorito della corsa 2012, soprattutto per due motivi: primo, la possibilità di arrivare alla consultazione essendosi lasciato alle spalle la crisi economica che ha segnato tutta la prima metà del suo mandato; secondo, la mancanza, almeno per il momento, fra i repubblicani di un candidato davvero forte e carismatico.
In un messaggio video trasmesso per e-mail ai suoi sostenitori, Obama ha annunciato di avere depositato “i documenti per lanciare la campagna 2012”. E ha invitato i suoi supporters a mobilitarsi “molto prima che venga il momento di lanciarmi nella campagna”. Di solito, il presidente in carica alla ricerca di una conferma attraversa senza ansie la stagione delle primarie, perché è difficile che trovi, nel suo partito, rivali che l’impensieriscano, e può restare alla finestra –risparmiando soldi ed energie- fino a quando i rivali non abbiano scelto il loro candidato. Dunque, per Obama la fase più intensa della campagna elettorale comincerà con la convention democratica, in calendario a Charlotte, nella Carolina del Nord, all’inizio di settembre del 2012, e non durerà più di 60 giorni.
Se in campo democratico è (quasi) tutto scontato, in campo repubblicano l’incertezza è totale. Un solo candidato ha già dichiarato in modo formale l’interesse alla ‘nomination’, l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, un personaggio praticamente sconosciuto a livello nazionale (e, del resto, il Minnesota non ha mai prodotto un presidente: al più, un candidato democratico, Walter Mondale, travolto da Ronald Reagan nel 1984). Fra i pesi (più o meno) massimi repubblicani che potrebbero scendere in campo, vi sono Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska e già candidata vice-presidente nel 2008, Newt Gingrich, ex presidente della Camera e uomo forte del partito a metà Anni Novanta, e gli ex governatori del Massachusetts Mitt Romney e dell’Arkansas Mike Huckabee, entrambi in corsa anche nel 2008. Se questo è il panorama, Obama può dormire sonni tranquilli, salvo nuovi tracolli dell’economia e della finanza.
Il presidente vuole di nuovo installare il quartier generale della sua campagna a Chicago. Alcuni protagonisti della corsa 2008 vittoriosa, come David Axelrod e Jim Messina, si sono già liberati degli impegni alla Casa Bianca in vista della nuova avventura: loro obiettivo è raccogliere tra 750 milioni e un miliardo di dollari, da spendere nella battaglia degli spot sarà al calor bianco.
Obama scende in lizza con un tasso di popolarità stabile tra il 45 e il 48%, dopo che l’anno scorso era sceso sulla soglia critica del 30%. Vero è che la prima metà del suo mandato è stata molto travagliata: la crisi finanziaria e poi economica, con la tragedia dei mutui sulla casa e il crollo dell’industria dell’auto; la marea nera nel Golfo del Messico; la riforma dell’assistenza sanitaria, faticosamente passata in Congresso, ma poco compresa dall’opinione pubblica; l’andamento non positivo della guerra in Afghanistan –il 2010, è stato l’anno più cruento del conflitto- e, da ultimo, l’intervento un po’ esitante nel conflitto in Libia.
Libia a parte, tutti gli altri elementi avevano contribuito alla netta sconfitta del partito democratico nelle elezioni di mid-term: da gennaio, il presidente non ha più il Congresso dalla sua, ma deve fare i conti con una Camera ‘repubblicana’ (e con una presenza significativa di guastatori qualunquisti del Tea Party). Ma i numeri dell’economia ispirano maggiore fiducia: il tasso di disoccupazione è sceso sui livelli più bassi degli ultimi due anni. Un’iniezione di fiducia per l’Unione e per il suo primo presidente nero.
domenica 3 aprile 2011
Afghanistan: un rogo di corano in Florida infiamma il Paese
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/04/2011
Una guerra non ne elimina un’altra: magari, la espelle dalle pagine dei giornali per qualche tempo. Ma il vecchio conflitto va avanti lo stesso e, prima o poi, quando il nuovo s’accheta per un istante, torna a propinarci cronache di morte e di sangue. Dall’inizio dell’anno, uno poteva credere che l’Afghanistan si fosse, di punto in bianco, pacificato: le notizie dall’estero riguardavano solo il domino dei satrapi nell’Africa del Nord, la Tunisia, l’Egitto, poi la Libia, dove l’insurrezione di popolo s’è trasformata in scontro armato internazionale, per l’ostinazione sanguinaria del colonnello dittatore Muammar Gheddafi.
Ma in Afghanistan non s’è mai smesso di combattere, anche se non se ne parlava più. E il Paese non è solo insanguinato dalle scaramucce tra talebani e forze internazionali, che rischiano di riprendere vigore proprio in questi giorni, dopo il lungo inverno, ma anche dalla violenza integralista islamica che, in 48 ore, fa decine di vittime tra Mazar-i-Sharif, Kabul e Kandahar, da Nord a Sud dello Stato.
All’origine della carneficina, un rogo del Corano organizzato, il 21 marzo, in Florida, negli Usa, da un duo di pastori protestanti, integralisti cristiani: la provocazione del noto reverendo Terry Jones e del suo vice Wayne Sapp, era passata quasi inosservata qui da noi, che stavamo badando all’incendio nel Mediterraneo, ma era stata condannata dalle autorità pachistane e afghane.
I talebani respingono ogni responsabilità per quanto avvenuto ora in Afghanistan: rivolta di popolo, dicono, “naturale reazione” islamica alla inutile provocazione americana; e non azione militare, anche se un presunto attacco di terroristi kamikaze nella capitale suscita dubbi sulla degenerazione spontanea di manifestazioni religiose. Le autorità centrali e provinciali afghane, infatti, accusano i ribelli di avere organizzato proteste e violenze “per sfruttare la situazione e creare instabilità”.
Dopo l’assalto di venerdì agli uffici dell’Onu di Mazar-i-Sharif –7 i dipendenti delle Nazioni Unite uccisi-, gli scontri di ieri a Kandahar, ‘capitale’ pashtun e talebana, hanno fatto una decina di morti e oltre ottanta feriti (fra cui due elementi delle forze dell’ordine): secondo testimoni, la polizia, che ha sparato sulla folla per disperderla, mentre cerca di raggiungere la sede del governo provinciale, ha arrestato una ventina di individui, alcuni dei quali armati. Migliaia di manifestanti scandivano slogan del tipo “abbasso l’America” e “morte a Karzai”.
A Kabul, invece, le forze di sicurezza avrebbero sventato un attentato kamikaze: uomini armati che indossavano il burqa avrebbero tentato di fare una strage a Camp Phoenix. Ancora incerto il numero di assalitori uccisi e la dinamica dell'episodio.
Intanto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiede al governo afghano di migliorare la protezione del proprio personale: una trentina gli arresti operati nelle indagini sul cruento attacco di venerdì, l’atto più ostile contro una sede Onu dall’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001. Nel coro delle voci di condanna e di preoccupazione, quella del ministro degli esteri Franco Frattini: quel che è accusato “è gravissimo”, anche se il rogo del Corano è stato “sconsiderato”. Se si torna a parlare di Afghanistan, ci s’interroga sul senso della missione. Il ministro della difesa Ignazio La Russa dice: “Registriamo grandi successi, ma non successi definitivi”. Andarcene? “Entro il 2014 spero che potremo lasciare l’Afghanistan all’esercito e alla polizia afghani".
Quanto al pastore Jones, non è per nulla pentito. Anzi, dal suo Dove World Outreach Center (Centro Colomba per dialogare con il mondo), a Gainesville, invita l’Onu e gli Usa a reagire “immediatamente” e proclama che “l’Islam non è una religione di pace”. Il pastore Jones aveva già suscitato l’attenzione del mondo nel settembre scorso, perché voleva bruciare il corano, ma aveva poi rinunciato per le pressioni del presidente Obama, di papa Benedetto XVI e di molti altri leader politici e religiosi. Sei mesi dopo, ci ha ripensato: l’Occidente non gli ha badato, l’Islam sì.
Una guerra non ne elimina un’altra: magari, la espelle dalle pagine dei giornali per qualche tempo. Ma il vecchio conflitto va avanti lo stesso e, prima o poi, quando il nuovo s’accheta per un istante, torna a propinarci cronache di morte e di sangue. Dall’inizio dell’anno, uno poteva credere che l’Afghanistan si fosse, di punto in bianco, pacificato: le notizie dall’estero riguardavano solo il domino dei satrapi nell’Africa del Nord, la Tunisia, l’Egitto, poi la Libia, dove l’insurrezione di popolo s’è trasformata in scontro armato internazionale, per l’ostinazione sanguinaria del colonnello dittatore Muammar Gheddafi.
Ma in Afghanistan non s’è mai smesso di combattere, anche se non se ne parlava più. E il Paese non è solo insanguinato dalle scaramucce tra talebani e forze internazionali, che rischiano di riprendere vigore proprio in questi giorni, dopo il lungo inverno, ma anche dalla violenza integralista islamica che, in 48 ore, fa decine di vittime tra Mazar-i-Sharif, Kabul e Kandahar, da Nord a Sud dello Stato.
All’origine della carneficina, un rogo del Corano organizzato, il 21 marzo, in Florida, negli Usa, da un duo di pastori protestanti, integralisti cristiani: la provocazione del noto reverendo Terry Jones e del suo vice Wayne Sapp, era passata quasi inosservata qui da noi, che stavamo badando all’incendio nel Mediterraneo, ma era stata condannata dalle autorità pachistane e afghane.
I talebani respingono ogni responsabilità per quanto avvenuto ora in Afghanistan: rivolta di popolo, dicono, “naturale reazione” islamica alla inutile provocazione americana; e non azione militare, anche se un presunto attacco di terroristi kamikaze nella capitale suscita dubbi sulla degenerazione spontanea di manifestazioni religiose. Le autorità centrali e provinciali afghane, infatti, accusano i ribelli di avere organizzato proteste e violenze “per sfruttare la situazione e creare instabilità”.
Dopo l’assalto di venerdì agli uffici dell’Onu di Mazar-i-Sharif –7 i dipendenti delle Nazioni Unite uccisi-, gli scontri di ieri a Kandahar, ‘capitale’ pashtun e talebana, hanno fatto una decina di morti e oltre ottanta feriti (fra cui due elementi delle forze dell’ordine): secondo testimoni, la polizia, che ha sparato sulla folla per disperderla, mentre cerca di raggiungere la sede del governo provinciale, ha arrestato una ventina di individui, alcuni dei quali armati. Migliaia di manifestanti scandivano slogan del tipo “abbasso l’America” e “morte a Karzai”.
A Kabul, invece, le forze di sicurezza avrebbero sventato un attentato kamikaze: uomini armati che indossavano il burqa avrebbero tentato di fare una strage a Camp Phoenix. Ancora incerto il numero di assalitori uccisi e la dinamica dell'episodio.
Intanto, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiede al governo afghano di migliorare la protezione del proprio personale: una trentina gli arresti operati nelle indagini sul cruento attacco di venerdì, l’atto più ostile contro una sede Onu dall’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001. Nel coro delle voci di condanna e di preoccupazione, quella del ministro degli esteri Franco Frattini: quel che è accusato “è gravissimo”, anche se il rogo del Corano è stato “sconsiderato”. Se si torna a parlare di Afghanistan, ci s’interroga sul senso della missione. Il ministro della difesa Ignazio La Russa dice: “Registriamo grandi successi, ma non successi definitivi”. Andarcene? “Entro il 2014 spero che potremo lasciare l’Afghanistan all’esercito e alla polizia afghani".
Quanto al pastore Jones, non è per nulla pentito. Anzi, dal suo Dove World Outreach Center (Centro Colomba per dialogare con il mondo), a Gainesville, invita l’Onu e gli Usa a reagire “immediatamente” e proclama che “l’Islam non è una religione di pace”. Il pastore Jones aveva già suscitato l’attenzione del mondo nel settembre scorso, perché voleva bruciare il corano, ma aveva poi rinunciato per le pressioni del presidente Obama, di papa Benedetto XVI e di molti altri leader politici e religiosi. Sei mesi dopo, ci ha ripensato: l’Occidente non gli ha badato, l’Islam sì.
sabato 2 aprile 2011
Libia: è forse l'ora del negoziato, regime e ribelli cercano tregua
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 02/04/2011
In Libia è forse l’ora delle trattative, nel conflitto tra il regime di Gheddafi e gli insorti. Le truppe di Tripoli sono all’attacco nei pressi di Brega, mentre a Londra un emissario di Saif al-Islam, uno dei figli del dittatore, apre la via del negoziato. E i ribelli, in difficoltà da giorni sul terreno, si dichiarano pronti a un ‘cessate-il-fuoco’ a condizione che il Colonnello se ne vada e che le sue truppe s’allontanino dalle città contese.
L’efficacia delle operazioni militari, affidate da giovedì alla Nato, sembra essersi appannata, nonostante i 74 attacchi compiuti: il capo di Stato Maggiore americano, l’ammiraglio Mike Mullen, dà la colpa alle condizioni metereologiche sfavorevoli, che impediscono agli aerei dell’Alleanza di “vedere gli obiettivi con precisioni”. I lealisti ne hanno approfittato per rovesciare la situazione sul terreno e riprendere il sopravvento, anche perché le linee dei ribelli s’erano allungate in modo eccessivo.
Sono 205 gli aerei e 21 le navi impiegati nella missione Nato "Unified Protector": loro obiettivi, fare rispettare l’embargo sulle armi e la no-fly zone e proteggere i civili. Eppure, sale l’allarme per le vittime civili dell’azione alleata: il vescovo di Tripoli ne conta almeno 8 a Sirte (e fanno una cinquantina in tutto): “Le bombe –racconta monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli ad AsiaNews- stanno distruggendo la vita civile, invece di proteggerla; e i traumi della guerra procurano decine di aborti”.
Dei mezzi Nato, 16 aerei e quattro navi sono italiani. I contributi maggiori vengono dagli Stati Uniti (90 aerei, una nave), dalla Francia (33 aerei, una nave) e dalla Gran Bretagna (17 aerei, due navi), oltre che dalla Turchia (sette aerei e sei navi).
Accanto agli strumenti bellici, l’Unione europea mette in campo una missione umanitaria Eufor, che avrà il quartier generale a Roma e sarà guidata dal contrammiraglio Claudio Gaudiosi, attuale numero due del Coi, il Comando interforze. La missione vuole fra l’altro contribuire "alla sicurezza dei movimenti ed all’evacuazione delle persone sfollate". Eufor durerà almeno quattro mesi e dispone di un finanziamento di 7,9 milioni di euro.
A Bengasi, Moustapha Abdeljalil, capo del Consiglio nazionale di transizione, il governo dei ribelli, tratteggia le condizioni del ‘cessate-il-fuoco‘ dopo avere incontrato l’inviato speciale dell’Onu, Abdel Ilah Khatib, lun giordano. Le organizzazioni multilaterali e le grandi potenze occidentali cercano una “tregua duratura” e una soluzione politica, più che militare, al conflitto libico, quando s’avvicina il 50.o giorno dell’insurrezione. L’ex premier di Tripoli Abdul Ati al-Obeidi, tuttora vicino a Gheddafi, dice: “Stiamo cercando di parlare con britannici, francesi, americani”.
A Londra, secondo il Guardian e la Bbc, l’emissario del figlio di Gheddafi, Mohammed Ismail, cercava una via d’uscita per il leader libico, che, ufficialmente, ripete di volere restare al suo posto “fino alla fine” e minimizza l’impatto della defezione dell’ex ministro degli esteri Mussa Kussa. Se il Foreign Office non conferma le notizie di stampa, fonti diplomatiche britanniche citate dall’Afp indicano che il plenipotenziario è ripartito da Londra con “un messaggio forte” per il regime libico: Gheddafi deve andarsene, il resto si può vedere.
Di soluzione politica e di “processo politico” parla, ovviamente, pure il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle: per la Germania, che non partecipa all’azione della Nato, ma che mantiene inalterati i buoni rapporti con gli Stati Uniti, la soluzione non può essere militare. Lunedì, a Roma, il ministro degli esteri Franco Frattini riceverà una delegazione degli insorti che chiederà all’Italia di fare pressioni su Gheddafi perché lasci la Libia.: il ministro spera nella formula dell’esilio, ma è discreto sulle mosse dell’Italia, che, a maggio, ospiterà la terza riunione del Gruppo di Contatto (la seconda sarà in Qatar).
Giampiero Gramaglia
In Libia è forse l’ora delle trattative, nel conflitto tra il regime di Gheddafi e gli insorti. Le truppe di Tripoli sono all’attacco nei pressi di Brega, mentre a Londra un emissario di Saif al-Islam, uno dei figli del dittatore, apre la via del negoziato. E i ribelli, in difficoltà da giorni sul terreno, si dichiarano pronti a un ‘cessate-il-fuoco’ a condizione che il Colonnello se ne vada e che le sue truppe s’allontanino dalle città contese.
L’efficacia delle operazioni militari, affidate da giovedì alla Nato, sembra essersi appannata, nonostante i 74 attacchi compiuti: il capo di Stato Maggiore americano, l’ammiraglio Mike Mullen, dà la colpa alle condizioni metereologiche sfavorevoli, che impediscono agli aerei dell’Alleanza di “vedere gli obiettivi con precisioni”. I lealisti ne hanno approfittato per rovesciare la situazione sul terreno e riprendere il sopravvento, anche perché le linee dei ribelli s’erano allungate in modo eccessivo.
Sono 205 gli aerei e 21 le navi impiegati nella missione Nato "Unified Protector": loro obiettivi, fare rispettare l’embargo sulle armi e la no-fly zone e proteggere i civili. Eppure, sale l’allarme per le vittime civili dell’azione alleata: il vescovo di Tripoli ne conta almeno 8 a Sirte (e fanno una cinquantina in tutto): “Le bombe –racconta monsignor Giovanni Innocenzo Martinelli ad AsiaNews- stanno distruggendo la vita civile, invece di proteggerla; e i traumi della guerra procurano decine di aborti”.
Dei mezzi Nato, 16 aerei e quattro navi sono italiani. I contributi maggiori vengono dagli Stati Uniti (90 aerei, una nave), dalla Francia (33 aerei, una nave) e dalla Gran Bretagna (17 aerei, due navi), oltre che dalla Turchia (sette aerei e sei navi).
Accanto agli strumenti bellici, l’Unione europea mette in campo una missione umanitaria Eufor, che avrà il quartier generale a Roma e sarà guidata dal contrammiraglio Claudio Gaudiosi, attuale numero due del Coi, il Comando interforze. La missione vuole fra l’altro contribuire "alla sicurezza dei movimenti ed all’evacuazione delle persone sfollate". Eufor durerà almeno quattro mesi e dispone di un finanziamento di 7,9 milioni di euro.
A Bengasi, Moustapha Abdeljalil, capo del Consiglio nazionale di transizione, il governo dei ribelli, tratteggia le condizioni del ‘cessate-il-fuoco‘ dopo avere incontrato l’inviato speciale dell’Onu, Abdel Ilah Khatib, lun giordano. Le organizzazioni multilaterali e le grandi potenze occidentali cercano una “tregua duratura” e una soluzione politica, più che militare, al conflitto libico, quando s’avvicina il 50.o giorno dell’insurrezione. L’ex premier di Tripoli Abdul Ati al-Obeidi, tuttora vicino a Gheddafi, dice: “Stiamo cercando di parlare con britannici, francesi, americani”.
A Londra, secondo il Guardian e la Bbc, l’emissario del figlio di Gheddafi, Mohammed Ismail, cercava una via d’uscita per il leader libico, che, ufficialmente, ripete di volere restare al suo posto “fino alla fine” e minimizza l’impatto della defezione dell’ex ministro degli esteri Mussa Kussa. Se il Foreign Office non conferma le notizie di stampa, fonti diplomatiche britanniche citate dall’Afp indicano che il plenipotenziario è ripartito da Londra con “un messaggio forte” per il regime libico: Gheddafi deve andarsene, il resto si può vedere.
Di soluzione politica e di “processo politico” parla, ovviamente, pure il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle: per la Germania, che non partecipa all’azione della Nato, ma che mantiene inalterati i buoni rapporti con gli Stati Uniti, la soluzione non può essere militare. Lunedì, a Roma, il ministro degli esteri Franco Frattini riceverà una delegazione degli insorti che chiederà all’Italia di fare pressioni su Gheddafi perché lasci la Libia.: il ministro spera nella formula dell’esilio, ma è discreto sulle mosse dell’Italia, che, a maggio, ospiterà la terza riunione del Gruppo di Contatto (la seconda sarà in Qatar).
Giampiero Gramaglia
venerdì 1 aprile 2011
Libia: Gheddafi perde i pezzi, ma avanza sul terreno
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/04/2011
Muammar Gheddafi muove e avanza, sul campo di battaglia. Sul terreno della diplomazia, invece, il colonnello dittatore perde i pezzi: le defezioni minacciano di diventare un’emorragia. Anche se l’accoglienza riservata a Londra al ministro degli esteri transfuga Mussa Kussa potrebbe innescare ripensamenti fra chi progetta di cambiare schieramento.
Come previsto, dalle 06.00 gmt di ieri, le 7 del mattino in Italia, la Nato ha preso il comando di tutte le operazioni militari. E l’Alleanza deve subito fare i conti con i ‘danni collaterali’, le vittime civili, che non mancano neppure in questo conflitto: quaranta persone, uomini, donne, bambini, sarebbero state vittime a Tripoli di bombe e missili. La denuncia è del vescovo della capitale. Il comandante della missione ‘Unified Protector’, il generale canadese Charles Bouchard, promette d’indagare, mentre il Foreign Office aggiorna le stime delle perdite del conflitto: oltre mille, tra regolari e insorti.
Mussa Kussa, una delle figure di punta del regime, abituale interlocutore del ministro Frattini, è arrivato a Londra mercoledì notte. “le sue dimissioni mostrano che il regime di Gheddafi, che ha già subito defezioni significative –e altre sarebbero imminenti, ndr- è diviso e sta implodendo”, afferma il ministro degli esteri britannico William Hague. E i ribelli pensano che la scelta di Mussa Kussa mostra che “il regime di sta squagliando”. Un altro ex ministro, dell’immigrazione, Ali Errishi, che se n’era andato proprio all’inizio dell’insurrezione, dice che Gheddafi può contare ormai soltanto sulla sua famiglia.
La Gran Bretagna non intende offrire immunità di sorta all’ormai ex ministro degli esteri libico: Mussa Kussa, 59 anni, prima di diventare ministro nel 2009, era stato per 15 anni capo dei servizi segreti libici ed era stato protagonista della riammissione di Tripoli nella comunità internazionale, ‘barattata’, nel 2003, con la rinuncia a improbabili piani nucleari e per armi di distruzione di massa. L’ex ministro resta ora esposto alla giustizia scozzese, che lo vuole sentire sulla strage di Lockerbie, l’esplosione in volo d’un aereo della PanAm nei cieli della Scozia -259 vittime nel dicembre 1988-, attuata da agenti segreti libici: molti sospettano che Mussa Kussa sia stato il cervello dell’attentato.
La prima giornata di comando Nato è stata fitta di missioni e azioni. Ma il capo di Stato Maggiore americano, l’ammiraglio Mike Mullen, ritiene che le forze armate libiche non siano ancora giunte “al punto di rottura”, anche se un quarto di esse sarebbero state messe fuori combattimento dai raid e dai missili. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica Anders Fogh Rasmussen è contrario all’idea di armare i ribelli, perché –spiega- la Nato interviene “per proteggere il popolo libico, non per armarlo”.
Ma Stati Uniti , Gran Bretagna e Francia s’interrogano sul da farsi, pur ammettendo che la consegna d’armi ai ribelli “non è compatibile” con la risoluzione dell’Onu che autorizza l’uso della forza, e ben sapendo che essa è osteggiata da Russia e Cina –il cinese Hu ha ‘bacchettato’ il francese Sarkozy in visita a Pechino- e anche da molti Paesi alleati. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, in visita a Londra, la definisce "inappropriata", senza imbarazzarsi della presenza al suo fianco del premier britannico David Cameron.
Il presidente statunitense Barack Obama cerca di consolidare il consenso intorno all’azione alleata, in Congresso, dove preoccupano i costi dell’operazione, già superiori al mezzo miliardo di dollari, e con contatti diretti. La scorsa notte, ha chiamato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per ringraziarlo del contributo italiano. Non è la prima volta che, in modo un po’ irrituale, Obama sceglie come interlocutore Napolitano, invece di Berlusconi, sempre silenzioso nella vicenda libica. Parla la Farnesina: “Gheddafi è finito, noi giriamo pagina, non abbiamo più contatti con il regime”. Lunedì sarà a Roma il responsabile dei ribelli per la politica estera Ali al Isawi.
Muammar Gheddafi muove e avanza, sul campo di battaglia. Sul terreno della diplomazia, invece, il colonnello dittatore perde i pezzi: le defezioni minacciano di diventare un’emorragia. Anche se l’accoglienza riservata a Londra al ministro degli esteri transfuga Mussa Kussa potrebbe innescare ripensamenti fra chi progetta di cambiare schieramento.
Come previsto, dalle 06.00 gmt di ieri, le 7 del mattino in Italia, la Nato ha preso il comando di tutte le operazioni militari. E l’Alleanza deve subito fare i conti con i ‘danni collaterali’, le vittime civili, che non mancano neppure in questo conflitto: quaranta persone, uomini, donne, bambini, sarebbero state vittime a Tripoli di bombe e missili. La denuncia è del vescovo della capitale. Il comandante della missione ‘Unified Protector’, il generale canadese Charles Bouchard, promette d’indagare, mentre il Foreign Office aggiorna le stime delle perdite del conflitto: oltre mille, tra regolari e insorti.
Mussa Kussa, una delle figure di punta del regime, abituale interlocutore del ministro Frattini, è arrivato a Londra mercoledì notte. “le sue dimissioni mostrano che il regime di Gheddafi, che ha già subito defezioni significative –e altre sarebbero imminenti, ndr- è diviso e sta implodendo”, afferma il ministro degli esteri britannico William Hague. E i ribelli pensano che la scelta di Mussa Kussa mostra che “il regime di sta squagliando”. Un altro ex ministro, dell’immigrazione, Ali Errishi, che se n’era andato proprio all’inizio dell’insurrezione, dice che Gheddafi può contare ormai soltanto sulla sua famiglia.
La Gran Bretagna non intende offrire immunità di sorta all’ormai ex ministro degli esteri libico: Mussa Kussa, 59 anni, prima di diventare ministro nel 2009, era stato per 15 anni capo dei servizi segreti libici ed era stato protagonista della riammissione di Tripoli nella comunità internazionale, ‘barattata’, nel 2003, con la rinuncia a improbabili piani nucleari e per armi di distruzione di massa. L’ex ministro resta ora esposto alla giustizia scozzese, che lo vuole sentire sulla strage di Lockerbie, l’esplosione in volo d’un aereo della PanAm nei cieli della Scozia -259 vittime nel dicembre 1988-, attuata da agenti segreti libici: molti sospettano che Mussa Kussa sia stato il cervello dell’attentato.
La prima giornata di comando Nato è stata fitta di missioni e azioni. Ma il capo di Stato Maggiore americano, l’ammiraglio Mike Mullen, ritiene che le forze armate libiche non siano ancora giunte “al punto di rottura”, anche se un quarto di esse sarebbero state messe fuori combattimento dai raid e dai missili. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica Anders Fogh Rasmussen è contrario all’idea di armare i ribelli, perché –spiega- la Nato interviene “per proteggere il popolo libico, non per armarlo”.
Ma Stati Uniti , Gran Bretagna e Francia s’interrogano sul da farsi, pur ammettendo che la consegna d’armi ai ribelli “non è compatibile” con la risoluzione dell’Onu che autorizza l’uso della forza, e ben sapendo che essa è osteggiata da Russia e Cina –il cinese Hu ha ‘bacchettato’ il francese Sarkozy in visita a Pechino- e anche da molti Paesi alleati. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, in visita a Londra, la definisce "inappropriata", senza imbarazzarsi della presenza al suo fianco del premier britannico David Cameron.
Il presidente statunitense Barack Obama cerca di consolidare il consenso intorno all’azione alleata, in Congresso, dove preoccupano i costi dell’operazione, già superiori al mezzo miliardo di dollari, e con contatti diretti. La scorsa notte, ha chiamato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per ringraziarlo del contributo italiano. Non è la prima volta che, in modo un po’ irrituale, Obama sceglie come interlocutore Napolitano, invece di Berlusconi, sempre silenzioso nella vicenda libica. Parla la Farnesina: “Gheddafi è finito, noi giriamo pagina, non abbiamo più contatti con il regime”. Lunedì sarà a Roma il responsabile dei ribelli per la politica estera Ali al Isawi.
giovedì 31 marzo 2011
Libia: Nato al comando, armi ai ribelli, Mussa Kussa a Londra
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 31/03/2011
La Nato prende il comando e il ministro degli esteri libico Mussa Kussa defeziona a Londra. L’Alleanza atlantica ha cominciato da ieri ad assicurare il comando delle operazioni militari, aeree e marittime, per la Libia. Il passaggio delle consegne dalla Coalizione dei Volenterosi alla Nato sarà completo all’alba di oggi: dopo, il generale canadese Charles Bouchard farà una conferenza stampa a Napoli.
Ma gli attacchi aerei non hanno impedito agli insorti libici di subire una serie di battute d’arresto nell’avanzata verso Ovest e verso Tripoli: le forze del colonnello dittatore Muammar Gheddafi hanno ripreso il sito petrolifero di Ras Lanuf e si sono avvicinate a Brega. Sul terreno, si ripete lo scenario di fine febbraio, quasi che raid aerei e missili della comunità internazionale siano una variabile insignificante: le linee dei ribelli si allungano e le difficoltà logistiche si fanno insuperabili, così che, quando la vittoria appare prossima, incomincia, in realtà, l’arretramento.
Più che raid dal cielo, ai combattenti anti-Gheddafi servirebbero linee di rifornimento terrestri e, soprattutto, armamenti. Ma proprio la questione delle forniture agli insorti divide lo stesso Gruppo di Contatto formatosi martedì a Londra. Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen dice che “il peggiore scenario è che la Libia diventi uno Stato in deliquescenza”, tipo la Somalia, perché ciò rischierebbe di alimentare “l’estremismo ed il terrorismo”. Ma Rasmussen aggiunge che la Nato vuole proteggere la popolazione civile, non armarla. Secondo fonti di stampa anglosassoni, gli Stati Uniti avrebbero escogitato un espediente non inedito per aggirare l’ostacolo: chiedere all’Arabia Saudita, la cui famiglia reale ha una spiccata avversione per il Colonnello Gheddafi, di fornire armi e munizioni agli insorti libici.
Mentre il comando delle operazioni passava dalla coalizione alla Nato in modo graduale, il ministro degli esteri francese Alain Juppé annunciava -buon profeta-“prime defezioni” fra i fedelissimi del dittatore libico. E la Gran Bretagna decideva d’espellere cinque diplomatici che avrebbero costituito “una minaccia” per la sicurezza nazionale. Il presidente Usa Barack Obama, invece, è impegnato sul fronte interno: invece che a Bengasi, invia emissari sul Campidoglio di Washington, al Congresso, per spiegare a senatori e deputati le sue scelte. Sulla fornitura d’armi ai ribelli, Obama non esclude nessuna ipotesi, mentre la Farnesina parla di “una misura estrema” e la Russia la boccia: Gheddafi, sostiene Obama, ha “i giorni contati” e il cappio intorno a lui “si sta stringendo”.
Il dittatore, al potere da 42 anni, non compare in pubblico da giorni: un atto di prudenza, per evitare di essere oggetto di attacchi; e forse il segno di qualche contatto segreto avviato. Al Colonnello, gli insorti e la comunità internazionale, ormai unanime su questo punto, chiedono di lasciare il potere. Lui rifiuta e accusa gli insorti di essere un’emanazione della rete terroristica al Qaida.
Ma, ormai alle strette, il dittatore e la sua famiglia potrebbero anche valutare le ipotesi di esilio loro prospettate, così da evitare un bagno di sangue peggiore e accelerare la transizione. Sul Paese che potrebbe accoglierli, le ipotesi si intrecciano. Lo Zimbabwe o il Sudan o il Ciad o l’Uganda, Stati africani in qualche misura ‘debitori’ al regime libico. Con il presidente sudanese Omar al-Bashir, Gheddafi potrebbe condividere lo status di ricercato dalla Corte penale internazionale: al Bashir è colpito da un mandato di cattura per i crimini di guerra nel Darfur, Gheddafi è sotto inchiesta per crimini contro l’umanità. Ma c’è pure chi pensa alla Bielorussia o al Venezuela o al Nicaragua.
Difficile dire se sono piste concrete. Alla Bbc, il ministro degli esteri Frattini esclude che Gheddafi possa venire in esilio in Italia: “non vogliamo avere qui un dittatore” e “nessuno può garantirgli l’impunità”. Quanto al dispiacere per il Colonnello espresso dal premier Berlusconi , è stato –dice- un moto “di pietà umana”. L’Italia non si candida a mediare: meglio l’Onu, o l’Unione africana.
La Nato prende il comando e il ministro degli esteri libico Mussa Kussa defeziona a Londra. L’Alleanza atlantica ha cominciato da ieri ad assicurare il comando delle operazioni militari, aeree e marittime, per la Libia. Il passaggio delle consegne dalla Coalizione dei Volenterosi alla Nato sarà completo all’alba di oggi: dopo, il generale canadese Charles Bouchard farà una conferenza stampa a Napoli.
Ma gli attacchi aerei non hanno impedito agli insorti libici di subire una serie di battute d’arresto nell’avanzata verso Ovest e verso Tripoli: le forze del colonnello dittatore Muammar Gheddafi hanno ripreso il sito petrolifero di Ras Lanuf e si sono avvicinate a Brega. Sul terreno, si ripete lo scenario di fine febbraio, quasi che raid aerei e missili della comunità internazionale siano una variabile insignificante: le linee dei ribelli si allungano e le difficoltà logistiche si fanno insuperabili, così che, quando la vittoria appare prossima, incomincia, in realtà, l’arretramento.
Più che raid dal cielo, ai combattenti anti-Gheddafi servirebbero linee di rifornimento terrestri e, soprattutto, armamenti. Ma proprio la questione delle forniture agli insorti divide lo stesso Gruppo di Contatto formatosi martedì a Londra. Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen dice che “il peggiore scenario è che la Libia diventi uno Stato in deliquescenza”, tipo la Somalia, perché ciò rischierebbe di alimentare “l’estremismo ed il terrorismo”. Ma Rasmussen aggiunge che la Nato vuole proteggere la popolazione civile, non armarla. Secondo fonti di stampa anglosassoni, gli Stati Uniti avrebbero escogitato un espediente non inedito per aggirare l’ostacolo: chiedere all’Arabia Saudita, la cui famiglia reale ha una spiccata avversione per il Colonnello Gheddafi, di fornire armi e munizioni agli insorti libici.
Mentre il comando delle operazioni passava dalla coalizione alla Nato in modo graduale, il ministro degli esteri francese Alain Juppé annunciava -buon profeta-“prime defezioni” fra i fedelissimi del dittatore libico. E la Gran Bretagna decideva d’espellere cinque diplomatici che avrebbero costituito “una minaccia” per la sicurezza nazionale. Il presidente Usa Barack Obama, invece, è impegnato sul fronte interno: invece che a Bengasi, invia emissari sul Campidoglio di Washington, al Congresso, per spiegare a senatori e deputati le sue scelte. Sulla fornitura d’armi ai ribelli, Obama non esclude nessuna ipotesi, mentre la Farnesina parla di “una misura estrema” e la Russia la boccia: Gheddafi, sostiene Obama, ha “i giorni contati” e il cappio intorno a lui “si sta stringendo”.
Il dittatore, al potere da 42 anni, non compare in pubblico da giorni: un atto di prudenza, per evitare di essere oggetto di attacchi; e forse il segno di qualche contatto segreto avviato. Al Colonnello, gli insorti e la comunità internazionale, ormai unanime su questo punto, chiedono di lasciare il potere. Lui rifiuta e accusa gli insorti di essere un’emanazione della rete terroristica al Qaida.
Ma, ormai alle strette, il dittatore e la sua famiglia potrebbero anche valutare le ipotesi di esilio loro prospettate, così da evitare un bagno di sangue peggiore e accelerare la transizione. Sul Paese che potrebbe accoglierli, le ipotesi si intrecciano. Lo Zimbabwe o il Sudan o il Ciad o l’Uganda, Stati africani in qualche misura ‘debitori’ al regime libico. Con il presidente sudanese Omar al-Bashir, Gheddafi potrebbe condividere lo status di ricercato dalla Corte penale internazionale: al Bashir è colpito da un mandato di cattura per i crimini di guerra nel Darfur, Gheddafi è sotto inchiesta per crimini contro l’umanità. Ma c’è pure chi pensa alla Bielorussia o al Venezuela o al Nicaragua.
Difficile dire se sono piste concrete. Alla Bbc, il ministro degli esteri Frattini esclude che Gheddafi possa venire in esilio in Italia: “non vogliamo avere qui un dittatore” e “nessuno può garantirgli l’impunità”. Quanto al dispiacere per il Colonnello espresso dal premier Berlusconi , è stato –dice- un moto “di pietà umana”. L’Italia non si candida a mediare: meglio l’Onu, o l’Unione africana.
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