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giovedì 13 dicembre 2012

Ue: Vertice, tutto già fatto Unione bancaria e aiuti alla Grecia

Scritto per l'Indro il 13/12/2012
Un Vertice così facile, i leader dei 27 se lo sognavano da anni: è tutto fatto, loro ci devono mettere solo la faccia e la firma politica. E poco importa che la stampa tedesca faccia dello humour all'inglese, scrivendo che la muraglia cinese dell’Unione bancaria s’è trasformata in un paravento pieghevole giapponese, quelli di carta di riso, che lasciano intravvedere più di quanto nascondano.
Non ci fossero le beghe italiche, a Bruxelles sarebbe una giornata d’ordinaria noia eurocratica. Solo che le tessere del puzzle vanno tutte al loro posto, come se fosse un gioco da bambini. E ci si chiede come mai prima leader e ministri non siano riusciti a farle combaciare. Fortuna che il Ppe monta su il suo teatrino: prima del vertice, i leader del Partito popolare europeo si trovano di solito fra di loro per coordinare le posizioni; ci va pure Silvio Berlusconi, com’è normale, dato che il Pdl sta nel Ppe, e – sorpresa! – ci trova pure  Mario Monti, che, invece, nel Ppe non c’è mai stato.
Ma questo riguarda le cronache italiane, più che quelle europee. Dove, però, non c’è suspence, perché i problemi sono già stati tutti risolti –grazie ai ministri delle finanze- prima che i leader comincino a discuterne. Da un lato, è finalmente ufficiale la nuova tranche di prestiti alla Grecia, dopo la riunione dell’Eurogruppo. Dall'altro, l’Ecofin, con una maratona negoziale di 14 ore, ha definito modi e tempi dell’Unione bancaria –il paravento giapponese, appunto-.
Una volta tanto, insomma, i negoziati tecnici sono serviti al loro scopo, lasciando ai capi di Stato o di governo la discussione sulle linee politiche generali dell’Europa prossima ventura e la ratifica delle intese già raggiunte: l’accordo sull’Unione bancaria riguarda tutti i Paesi della zona euro e pure gli altri, con l’eccezione scontata di Gran Bretagna e Svezia.
Su EurActiv.it, Giuseppe Latour precisa che la supervisione unica della Banca centrale europea sugli istituti di credito di tutti i paesi coinvolti sarà attiva dal primo marzo 2014, limitata a quelli  con asset di almeno 30 miliardi di euro o pari al 20% del pil nazionale. In questo modo ne restano fuori, come voleva Berlino, le banche regionali tedesche.
Pure chiarite le regole interne alla Bce, per evitare sovrapposizioni tra i compiti di controllo e quelli di politica monetaria. E sciolto il nodo dei paesi 'non euro': potranno aderire al nuovo meccanismo e voteranno separatamente i rispettivi regolamenti di dettaglio.
Con questo accordo, le banche potranno accedere direttamente ai finanziamenti dell’Esm, il nuovo fondo salva Stati. E, come ulteriore passaggio, è previsto che entro marzo 2013 si raggiunga anche un’intesa sul meccanismo europeo di garanzia dei prestiti e su un sistema comune di risoluzione delle crisi bancarie. In questo modo s’intende completare l’opera avviata con la vigilanza unificata, “creando un sistema armonico che separi nettamente il debito pubblico dal credito privato”.
Per una volta, al Vertice non ci saranno neppure discussioni sul caso Grecia. In mattinata, infatti, l’Eurogruppo ha ufficialmente staccato l’assegno da 34 miliardi di euro promesso ad Atene ormai da diverse settimane. E’ stato decisivo il buon esito dell’operazione di 'buy-back' dei titoli di Stato fatta dal Governo Samaras negli ultimi giorni. Il denaro fresco servirà in gran parte a ricapitalizzare le banche, che, a conti fatti, dovrebbero incamerare circa 24 miliardi di euro. In tal modo si spera di riattivare, almeno in parte, il circuito dei finanziamenti per imprese e privati.
“L’Eurogruppo – si legge nella nota ufficiale – ribadisce che questi prestiti, insieme alle iniziative già prese e alla piena implementazione del programma di correzioni, porteranno il debito pubblico greco a un livello sostenibile, il 124% del pil entro il 2020. La Grecia e gli altri Paesi della zona euro sono pronti, se servirà, a prendere iniziative addizionali per centrare l’obiettivo”.
Decisa l’Unione bancaria, salvata la Grecia, i leader dei 27 si possono dedicare, tra questa sera e domani, a riflettere sul futuro dell’Unione, avendo come traccia i documenti della Commissione ed il rapporto dei Presidenti (Van Rompuy, Consiglio, Barroso, Commissione, Schulz, Parlamento, e Draghi, Bce). A meno che qualche litigio non venga a turbare l’insolita armonia.

mercoledì 12 dicembre 2012

Ue: Vertice, Unione bancaria, accordo a portata di mano

Scritto per l'Indro il 12/12/2012. Altra versione su EurActiv

Alla vigilia del Vertice europeo del 13 e 14 dicembre, un accordo su modi e tempi del sistema di sorveglianza bancaria Ue appare a portata di mano: ne discute, a Bruxelles, un Ecofin, cioè una riunione dei ministri delle finanze dei 27, che, se avrà successo, spianerà la strada all’intesa fra i leader. Altrimenti, i capi di Stato o di governo dei 27 dovranno finire i compiti lasciati a metà dai loro ministri. Sull’agenda del Vertice, oltre all’Unione bancaria, c’è un dibattito sul futuro a medio e lungo termine dell'Unione economica.

La vigilia del Vertice conferma anche il ritorno di una relativa quiete sul fronte Italia, dopo che, ieri, s’era delineata con forza l’opposizione di tutto lo schieramento politico tedesco al ritorno al potere di Silvio Berlusconi –anche oggi, il ministro delle finanze Schauble ha manifestato una  nostalgia preventiva per Mario Monti, dichiarandolo a priori meglio del suo successore. Così, a parte le polemiche politiche interne italiane sempre vive, i mercati ritrovano serenità e le borse chiudono positive, mentre lo spread scende a quota 330.

La partita resta, invece, aperta sulla presidenza dell’Eurogruppo, dopo che Jean-Claude Juncker, premier lussemburghese, ha confermato l’intenzione di lasciare: veri o presunti, i nomi di candidati alla successione fioccano giorno dopo giorno: manovre tattiche, veti incrociati, scontro tra i campioni dei Paesi del Rigore e quelli dei Paesi della Crescita, che è come dire tra il Nord e il Centro-Sud dell’Unione. ...

A Bruxelles, fonti diplomatiche stemperano l’ottimismo di un Vertice ‘big bang’: le conclusioni dovrebbero piuttosto tratteggiare un percorso con tabella di marcia verso una “profonda ed autentica Unione monetaria”, che passo dopo passo rinforzi la tormentata Eurozona e, grazie all’Unione bancaria, la avvii a una reale Unione economica. Si attende pure l’ultimo via libera agli aiuti alla Grecia.

Nel loro Vertice di ottobre, i leader dei 27 avevano deciso di completare l’Unione bancaria entro il 2014 e di prendere i relativi provvedimenti entro la fine dell’anno. Non tutte le divergenze sono state superate: la Germania, ad esempio, continua a reclamare forme di eccezione per le sue banche regionali, rispetto a una sorveglianza europea sui loro conti; e finirà con l’ottenere soddisfazione, magari parziale.

La discussione fra i leader partirà, oltre che dalle conclusioni dell’Ecofin, dalla lettera programma del presidente del Vertice Herman Van Rompuy e dal “rapporto dei presidenti” sullo stato dell’Unione nello sforzo di uscire dalla crisi –oltre a Van Rompuy, i presidenti sono quello della Commissione José Barroso, del Parlamento Martin Schultz e della Banca centrale europea Mario Draghi-. Anche la Commissione ha presentato, nei giorni scorsi, una sua visione della realizzazione dell’Unione economica in tre passi, di qui al 2020.

Van Rompuy vorrebbe concludere già domani sera le discussioni sull’Unione bancaria, se l’Ecofin avrà fatto sufficienti progressi, per dedicare poi la giornata di venerdì a una riflessione più distesa sulle prospettive dell’Unione. Ma fra le delegazioni non c’è la stessa determinazione a chiudere: l’Italia vuole un accordo ora, la Francia lo sente vicino, la Germania dice “prima di Natale”, però aggiunge che l’intesa ci sarà che sia unanime o meno – del resto, Gran Bretagna e Svezia, due Paesi non euro, hanno già detto che l’Unione bancaria non li riguarda -. ...

Ue/Italia: Germania contro Mr B; e anche il Ppe lo scarica

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 12/12/2012

Il Cavaliere ce li ha proprio tutti contro, in Europa. Anche coloro che dovrebbero essere suoi amici. Il gruppo del Ppe al Parlamento europeo, quello dentro cui stanno gli eurodeputati Pdl, considera “un grave errore” l’avere fatto cadere il Governo Monti ed esprime preoccupazione per l’euro e l’economia europea. La levata di scudi anti Mr B è talmente corale che borse e mercati si calmano: il Caimano non torna, ci prova, ma non ci riesce. Le quotazioni risalgono, lo spread cala un po’.

Ma tanto dello spread “che ce n’importa”? Berlusconi spiega che “è tutto un imbroglio orchestrato da Berlino”. E se trova qualche italico gonzo disposto a credergli, induce Berlino a dissotterrare l’ascia di guerra contro di lui. Con la cancelliera Angela Merkel, da lui già elegantemente definita “culona inchiavabile”, e con il presidente del Parlamento europeo Martin Scultz, da lui apostrofato con tatto in aula come “kapò”, aveva già rapporti non eccellenti.

Ora, gli si schierano contro anche il ministro degli esteri Guido Westerwelle, un liberale (“Noi –chiarisce- vogliamo tenerci fuori dalla competizione elettorale italiana… Ma Berlusconi non ci usi per la sua campagna populista: non lo accetteremo”) e il capogruppo del Ppe a Strasburgo, tedesco pure lui, Joseph Daul: “Siamo contro tutti i populismi e la politica spettacolo” (chissà mai a chi si riferisce).

Il Professore, che il Cavaliere accusa di essere “germanocentrico” –e, per questo, “con lui tutto è peggio”- replica con il suo modo distaccato che l’Europa è un argine alla crisi, e non una causa della crisi, e invita a non trattare i cittadini elettori come sciocchi, promettendo pozioni magiche. Che non ci siano lo confermano il ministro Grilli –le previsioni per il 2013 non sono peggiorate, sostiene, ma neppure migliorate- e il presidente di Confindustria Squinzi: la prospettiva del voto “offusca” l’orizzonte dell’Italia.

A Bruxelles, la Commissione europea spiega a Berlusconi perché ci deve importare dello spread: “Spread elevati –spiega saccentemente un portavoce- mettono in difficoltà le imprese ed impediscono il buon funzionamento del mercato interno”. A Strasburgo, la sortita di Daul, sostenuto, se non incoraggiato, dal capo della delegazione del Pdl Mario Mauro, dissemina fermenti di scissione fra gli eurodeputati italiani: ‘voltagabbana’ da una parte e ‘pretoriani’ dall’altra.
Nella riunione del gruppo, e poi con i giornalisti, Daul non lesina giudizi e critiche: il Pdl ha fatto “un grave errore”, togliendo la fiducia al Governo dei Tecnici, perché non c’è ancora alternativa “alla politica del rigore”. E Mauro insiste: "Spero che a un momento di follia vera e propria segua una fase di assunzione di responsabilità"; e dice che il Pdl esiste solo se si rispecchia nel suo 'padre' europeo, il Ppe. Se così non fosse, "allora non mi riconosco io in quel partito".
Nel suo gruppo, c’è chi la pensa come lui, Raffaele Baldassarre giudica la candidatura di Mr B “frutto dell'incapacità di tutto il centro-destra di creare uno schieramento alternativo che unisse liberali e riformisti”. Ma c’è pure chi chiede le dimissioni di Mauro, come Licia Ronzulli. E c’è chi si barcamena come le presidenti di commissione Amalia Sartori (Industria, trasporti, ricerca ed energia) ed Erminia Mazzoni (petizioni). Quanto agli Udc, che stanno nello stesso gruppo, non vedono l’ora di cacciarne i ‘berlusconiani’.
Ovvio, invece, che il gruppo S&D, socialisti del Pse più democratici italiani, critichi aspramente l'operato del Cavaliere e la decisione di fare cadere il Governo Monti: "Berlusconi e il centro-destra", si legge in un comunicato, "stanno mostrando la loro irresponsabilità". S&D appoggia Pierluigi Bersani, "che è ben preparato ad affrontare la situazione": "L'Italia ha bisogno di un governo in grado di portare stabilità politica e sociale"; e Berlusconi "rende la scelta fra i due schieramenti politici molto facile".
Sullo sfondo, la stampa estera continua a interessarsi dell’Italia e a fare il tifo per Monti: l’FT l’incita a candidarsi; e il WSJ riconosce l’opportunità di un chiaro mandato politico, ma vorrebbe fosse dato al Professore. E il NYT esprime ansia per il futuro dell'Italia,"per i rischi di una rinnovata instabilità e per la perdita di valore dei titoli pubblici". Ma i torni più duri sono ancora una volta tedeschi: secondo der Spiegel, si abbatte sull’Europa “la vendetta del Cavaliere”, che –scrive Die Welt- “spaventa la politica e la finanza”. I partner dell'Unione pensavano di essersene liberati una volta per tutte. E invece Mr B torna a confondere l'Europa, a destabilizzare i mercati e ad innescare timori per una nuova crisi di fiducia nella zona euro.

Ue: brevetto europeo (quasi) fatto, con schiaffoni a Italia

Scritto per l'Indro l'11/12/2012

L’Italia prende due sonori schiaffoni dall’Ue sul brevetto europeo, per altro ben meritati, e s’avvicina un po’ mogia, per ‘sta storia che il Governo Monti è alle ultime scene, al Vertice europeo di giovedì e venerdì, quello che dovrebbe definire le modalità della nascita dell’Unione bancaria.

In realtà, di schiaffi, l’Italia, tra Strasburgo, dove c’è la sessione plenaria del Parlamento europeo, e Lussemburgo, dove siede la Corte di Giustizia dell’Ue, ne prende un sacco. E quelli che fanno più rumore sulla stampa italiana sono politici, nella scia dell’addio a Monti e del ritorno del Cavaliere. La scena di Oslo, lunedì, in occasione del conferimento del Nobel per la Pace all’Ue, si ripete tale e quale a Strasburgo, dove persino il Ppe, il partito europeo del Pdl, molla il Cavaliere, suscitando clangore di armi e scudi tra ‘voltagabbana’ e ‘pretoriani’.

Ma della passione per Mario dell’Europa e dei suoi leader e dell’avversione per Silvio abbiamo già parlato ieri. Ed ora basta, ché va a finire che tutto il bailamme gioca a favore del ritorno al passato. Vediamo, piuttosto, le cose concrete.

Il brevetto europeo non è cosa da poco: sono vent’anni o giù di lì che se ne parla, senza essere mai riusciti a ‘quagliare’. E, quando poi ci si riesce, succede che proprio l’Italia e la Spagna, l’una e l’altra fra le più europeiste delle Nazioni europee, si tirano indietro per una questione di lingua: infatti, il brevetto europeo nasce trilingue, inglese, francese, tedesco; e Roma e Madrid non ci stanno a sacrificare l’italiano e lo spagnolo. Risultato: gli altri vanno comunque avanti con il meccanismo delle cooperazioni rafforzate; e l’Italia e la Spagna restano indietro e presentano ricorsi.

Ma la pratica arriva fino in fondo: chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori. Oggi, ultimi verdetti, o quasi, perché, nelle vicende comunitarie, già lo abbiamo imparato anche su questa testata, la parola ‘fine’ non è mai detta. A larga maggioranza, il Parlamento ha approva il pacchetto legislativo che, tramite appunto lo strumento della cooperazione rafforzata, decreta la nascita del brevetto unico, senza la partecipazione di Italia e Spagna, che potranno comunque sempre aderire in ogni momento.

Il brevetto unico darà la possibilità di registrare, con un solo atto, le licenze in tutto il territorio Ue: dovrebbe entrare in vigore nel 2014 –quindi, tempo ce n’è ancora-, dopo le necessarie ratifiche, chiudendo così la ricerca, da parte dell’Unione, della possibilità per singoli e imprese di registrare un brevetto senza essere obbligati a farlo in ognuno dei Paesi membri attraverso l'Ufficio europeo dei brevetti, organo non comunitario.

Secondo le stime della Commissione, il brevetto unico consentirà di ridurre le spese di registrazione in modo sostanziale: il costo del brevetto europeo potrà scendere a 980 euro, contro i 1850 in media delle licenze statunitensi e i 12500 necessari oggi per registrare un proprio brevetto in 13 Paesi Ue.

E mentre il Parlamento si pronunciava a Strasburgo, a Lussemburgo l’avvocato generale Yves Bot invitata la Corte di Giustizia dell’Ue a respingere i ricorsi di Italia e Spagna contro il brevetto unico. Nelle sue conclusioni, l’avvocato Bot evidenzia perché la procedura di cooperazione rafforzata risulta essere legittima, contrariamente agli argomenti avanzati da Roma e Madrid.
Pomo della discordia è la decisione del Consiglio dell'Ue del 10 marzo 2011 (2011/167/Ue), con cui 25 Stati membri furono stati autorizzati a procedere in materia con una cooperazione rafforzata. Per tutta risposta, i due Paesi dissenzienti hanno presentato ricorso, chiedendo alla Corte di Giustizia dell’Ue di annullare la decisione del Consiglio.
Secondo quanto riferisce EurActiv, l’avvocato Bot propende  per la legittimità della procedura perché la decisione del Consiglio non costituisce né uno “sviamento di potere” né una “violazione del sistema giurisdizionale”, come invece affermato da Italia e Spagna.
In merito al rischio di presunte distorsioni della libera concorrenza nel mercato unico, l’avvocato nota che la decisione di autorizzare una cooperazione rafforzata ne definisce l’ambito procedurale. Pertanto, la proposta del Consiglio sul regime linguistico del brevetto unico non inficia la validità dell’autorizzazione di una cooperazione rafforzata. La questione dovrà essere affrontata successivamente con un atto separato, adottato all’unanimità dagli Stati membri partecipanti.
In conclusione, Bot ritiene che la valutazione del Consiglio non sia viziata da “errore manifesto”. Anzi, l’istituzione del brevetto unico – per l’avvocato – contribuirà a uno "sviluppo armonioso" dell’Ue, riducendo le disparità esistenti tra Stati membri. Inoltre, il brevetto unico porterà vantaggi e benefici agli operatori economici di vari Paesi, data l’irrilevanza del luogo di origine del richiedente ai fini del suo ottenimento.
Le conclusioni di Bot – sebbene non vincolino la Corte – saranno valutate dai giudici della Corte prima della sentenza finale. All’Italia e alla Spagna non resta che incassare gli schiaffoni e, passato il bruciore, aderire al brevetto unico: le loro imprese lo chiedono fin dall’inizio di questo insensato braccio di ferro linguistico.

martedì 11 dicembre 2012

Nobel Pace: Ue; Monti a Oslo, orgoglio europeo, pregiudizio italiano

Scritto per il blog de Il Fatto l'11/12/2012

Orgoglio per l’Europa. E malessere per l’Italia. Sono gli stati d’animo che si sono intrecciati, ieri, alla consegno all’Ue del Nobel per la Pace a Oslo. L’orgoglio, si può pure credere che fosse fuori posto, perché la cerimonia diventa occasione d’esame di coscienza nella capitale di quella Norvegia che lo Stato più euro-renitente –due referendum sull’adesione, due no netti-. Perez Esquivel e altri Nobel per la Pace del passato ritengono che l’Europa non meriti il riconoscimento perché –dicono- “fa la guerra”. Van Rompuy riconosce l’errore dei Balcani; e Barroso ammette la vergogna, che non è solo europea, della Siria, ma celebra, pure, l’Unione come uno spazio di giustizia, libertà, pace: la più lunga pace mai conosciuta dal Vecchio Continente.

Il malessere, invece, ci sta tutto. E il premier Monti, presente alla cerimonia accanto a molti leader europei venuti a fare tappezzeria di prestigio, seduto proprio davanti all’altro Mario più europeo che italiano, Draghi, presidente della Bce, non fa nulla per dissiparlo, anche se, apparentemente, usa le parole come linimento.

La chiusura repentina dell’esperienza del governo Monti preoccupa l’Unione. Non è una novità che il Professore e i Tecnici godono della fiducia dei partner europei più che del sostegno delle forze politiche italiane. Lo dimostrano gli apprezzamenti che il premier riceve qui, mentre il commissario agli affari economici Rehn tasta il polso ai ministri dell’Eurogruppo a Bruxelles: i mercati vanno giù, lo spread torna su, l’Unione è di nuovo al capezzale dell’Italia.

E le prospettive dell’Italia che verrà appaiono inquietanti, a Oslo come a Bruxelles. Monti, che incontra, fra gli altri, la cancelliera tedesca Merkel e il presidente francese Hollande, è come circondato da un coro di prefiche. Barroso dice che l’Ue ha bisogno di un’Italia forte e stabile e che il Professore ha dato un contributo eccezionale al dialogo europeo;  e ammonisce che l’Italia deve continuare sulla via delle riforme, perché non ci sono soluzioni veloci e magiche. Van Rompuy afferma che Monti ha restituito fiducia all’Italia ed è stato decisivo per la stabilità dell’Eurozona (ma riconosce che gli italiani devono fare le loro scelte). Schulz, che ha conti in sospeso con Mr B, giudica “un vero peccato” che il Governo Monti “non possa arrivare fino alla scadenza”.

E tutti, a riparazione di sgrabi recenti, ricordano che l’Unione ha le fondamenta sul Campidoglio, dove il 25 marzo 1957 “i leader dei 6 Stati fondatori si riunirono nella ‘città eterna’ per cominciare un nuovo futuro” e firmare i trattati costitutivi delle Comunità europee.

Monti reagisce con la melassa alla melassa. Non si toglie sassolini dalle scarpe, non è l’occasione, ma, forse, la fa un po’ troppo ostentatamente facile, quando, in conferenza stampa, sostiene che il governo è “pienamente in carica” e “lavorerà fino all’insediamento del prossimo” e invita a non drammatizzare le reazioni dei mercati e a prestare attenzione “ai risorgenti nazionalismi”. “L’Italia –aggiunge- resterà protagonista nell’Ue” e rispetterà gli impegni, chiunque vinca le elezioni. E lui non ha ancora deciso che cosa farà, perché “tutti i miei sforzi sono concentrati sul –poco, ndr- tempo che rimane”.

Frasi che, tutte, evocano –e non esorcizzano- il contrario di quanto affermano.

Nobel Pace: Ue; orgogliosi per il premio, preoccupati per l'Italia

Scritto per l'Indro il 10/12/2012

Orgoglioso di essere europeo: così si sente Herman Van Rompuy, nel ritirare a Oslo il Nobel per la Pace all’Ue. E orgogliosi di essere europei, così dovrebbero sentirsi, in questo giorno, tutti i cittadini Ue, non solo i presidenti delle tre istituzioni, il Consiglio (van Rompuy), la Commissione (José Manuel Durao Barroso) e il Parlamento (Martin Shultz) che ricevono diploma e medaglia. Ma il premio è anche momento di contestazione, oltre che di celebrazione; e di esami di coscienza, oltre che di gioia, nella capitale dello Stato europeo, la Norvegia, più euro-renitente –due referendum sull’adesione e due no netti-.

E le preoccupazioni per l’Italia turbano la festa dell’Ue a Oslo. La chiusura repentina dell’esperienza di governo di Mario Monti preoccupa l’Unione. Il Professore e i Tecnici godono più della fiducia dei loro partner europei che del sostegno delle forze politiche italiane. Lo dimostrano gli apprezzamenti che il premier riceve: è qui con molti altri leader, sta in platea accanto al presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. A Bruxelles il commissario agli affari economici Olle Rehn tasta discretamente il polco ai ministri dell’Eurogruppo: i mercati vanno giù, lo spread sale (fino a 380, salvo poi scendere un po’), l’Unione è di nuovo al capezzale dell’Italia.

La cerimonia della consegna dei Nobel si svolge secondo protocollo, nel Municipio di Oslo: contestazioni e polemiche non si sono esaurite all’annuncio del premio, ma sono oggi meno virulente. Perez Esquivel e altri Nobel per la Pace del passato sostengono che l’Europa non merita il riconoscimento perché “fa la guerra”. Van Rompuy riconosce l’errore dei Balcani; e Barroso cita la vergogna, che non è solo europea, della Siria, ma celebra, pure, l’Unione come uno spazio di giustizia, libertà, pace: la più lunga pace mai conosciuta da Vecchio Continente.

Resta, come elemento di coesione delle contestazioni, il fatto che il premio, più che a questa Unione intrisa di egoismi e di inefficenze, sarebbe spettato ai padri fondatori, mossi da ideali di coesione e di fratellanza. Ma loro non ci sono più. E se i loro attuali eredi possono apparire inadeguati c’è Elena, con i suo compagni Ana, Ilona e Larkin a sostenere la speranza di un futuro migliore.

Sei mani ritirano il premio, quelle dei tre presidenti delle Istituzioni comunitarie, che neppure in questo caso sono riuscite a dimostrare di essere ‘une’, oltre che ‘trine’. Ma alla cerimonia ci sono pure quattro giovani europei, lì in rappresentanza, proprio come i presidenti, di tutti i cittadini europei, dopo avere vinto un concorso del Consiglio dei Ministri dell’Ue.Grazie a un tweet e a un acronimo venutole “di getto” (“PACE = Ponte Avente Comuni Estremità”), Elena Nicoletta Garbujo, 16 anni, da Novate Milanese, è a Oslo, con Ana spagnola, Ilona polacca e Larkin maltese.

Più che il premio, del resto, a fare dicutere è l’Italia che verrà. Monti, che incontra, fra gli altri, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, ha intorno un coro di prefiche. Barroso dice che l’Ue ha bisogno di un’Italia forte e stabile e che il Professore ha dato un contributo eccezionale al dialogo europeo; Van Rompuy che ha restituito fiducia all’Italia ed è stato decisivo per la stabilità dell’Eurozona (ma riconosce che gli italiani devono fare le loro scelte). E tutti, a tardiva riparazione di gaffes recenti, ricordano che l’Unione ha le sue fondamenta sul Campidoglio, do ve, il 25 marzo 1957, vennero firmati i trattati costitutivi delle Comunità europee.

C’e’ chi magari esagera, nell’esprimere il proprio disagio di fronte a una nuova candidatura a premier di Silvio Berlusconi, come Schultz, che un giorno venne apostrofato come ‘kapò’ nell’aula del Parlamento europeo –e il presidente dell’Assemblea si attira qualche bacchettata-. Ma Monti, forse, la fa un po’ troppo facile, quando, in conferenza stampa, dice che le reazioni dei mercati non vanno mitizzate e che l’Italia resterà protagonista nel’Ue e invita a fare attenzione ai “risorgenti nazionalismi”. Ogni frase sembra un undestatement, quasi un modo per dire il contrario.

domenica 9 dicembre 2012

Nobel Pace: Ue, con un tweet Elena va a Oslo insieme ai presidenti

Scritto per il blog de Il Fatto lo 09/12/2012. Altra versione su Media Duemila online
Domani, a Oslo, l’Unione europea riceverà il Premio Nobel per la Pace: sei mani a ritirare un premio, quelle dei tre presidenti delle Istituzioni comunitarie, che neppure in questo caso sono riuscite a dimostrare di essere ‘une’, oltre che ‘trine’. Ma alla cerimonia ci saranno pure quattro giovani europei, lì in rappresentanza, proprio come i presidenti, di tutti i cittadini europei, dopo avere vinto un concorso del Consiglio dei Ministri dell’Ue.
E così, grazie a un tweet e a un acronimo, Elena, 16 anni, da Novate Milanese, sarà a Oslo, con Ana spagnola, Ilona polacca e Larkin maltese. Insieme, naturalmente, ai presidenti Herrman van Rompuy (Consiglio europeo), José Manuel Durao Barroso (Commissione europea) e Martin Schulz (Parlamento europeo).
Se l’assegnazione del Nobel all’Ue è stata spesso criticata dagli stessi europeisti, per il suo tempismo, più che per le sue motivazioni, la consegna del premio è, invece, occasione di riflessione e di celebrazione un po’ ovunque: a Roma, presso lo Spazio Europa di via IV Novembre, si potrà vivere in diretta l’evento, insieme agli attori della compagnia ‘Ratto d’Europa’; e al pomeriggio, allo IAI, ci sarà un dibattito sulle prospettive dell’integrazione.
Parole e magari polemiche che spesso s’allontanano dalla visione ideale dei Padri Fondatori e che poco hanno a che vedere con il sogno di Elena e dei suoi compagni: domani, lunedì 10 dicembre, parteciperanno al ritiro del premio; martedì 11 assisteranno a un concerto in onore dell’Ue; e, infine, mercoledì 12 saranno a Strasburgo a una celebrazione ad hoc del Parlamento europeo.
Il concorso 'Peace, Europe, Future' lanciato a novembre, dopo la notizia dell’assegnazione del Nobel all’U, era rivolto a tutti gli europei tra gli 8 e i 24 anni di età. Fra i 5.400 concorrenti, con disegni ed elaborati scritti, che rispondevano alla domanda "che cosa significa per te la pace in Europa?", il Forum europeo per la gioventù ha inizialmente individuato 16 finalisti, per fasce d’età. Una giuria ha poi selezionato tre vincitori (Ana, Elena e Ilona), mentre il quarto (Larkin) è stato scelto dal pubblico con una votazione su Facebook.
La spagnola Ana Falo Vincente è stata selezionata nel gruppo 8-12 anni; l’italiana Elena Nicoletta Garbujo nel gruppo 13-17 anni; la polacca Ilona Zielkowska nel gruppo 18-24 anni, cui appartiene pure il maltese Larkin Zahra.
Viola De Sando ha intervistato per EurActiv.it Elena, che si descrive come sportiva, attenta al sociale e appassionata lettrice: vive con la propria famiglia e studia presso il liceo scientifico “Cremona” di Milano. S'è imposta con un tweet venutole “di getto” – racconta – facendo della parola ‘pace’ un acronimo: “PACE = Ponte Avente Comuni Estremità”.
Tra un corso di teatro e un allenamento di pallanuoto, Elena –un nome che per nella storia dell’Europa è più associato a divisione e guerra che ad unità e pace- venne a conoscenza del concorso in maniera del tutto casuale e grazie a un input della mamma. La creatività ha fatto il resto e l’essenziale: per il suo tweet, ha immaginato – piuttosto che pensato - che cosa voglia dire per lei la pace in Europa’: “Quindi la ‘P’ di pace mi ha suggerito la parola 'ponte', un mezzo per riunire persone che vivono su sponde separate ma che desiderano ardentemente stare insieme e lavorano duramente per costruirlo e perseverano per superare l'ostacolo che li separa e, alla fine, vivono in comune. Un ponte non si fa se chi sta su una delle due sponde non è d'accordo”. Di qui l’acronimo che dà a Elena un posto da protagonista alla cerimonia di Oslo, appunto “PACE = Ponte Avente Comuni Estremità”.
Il concorso stesso – sottolinea Elena, nell’intervista a EurActiv.it – ha svolto in un certo senso il ruolo di ‘ponte’, avvicinando i giovani all’Ue e stimolandone la partecipazione nella costruzione dell’Europa di domani. “Abbiamo quasi tutti una moneta comune, i confini non esistono più, le distanze non sono un problema e l'inglese rende l'ostacolo della lingua sempre più basso. La rete e i social media ci stanno aiutando. Basta davvero poco, spero, per arrivare agli Stati Uniti d'Europa!”. Forse, non basta così poco. Ma se Elena e i suoi amici continueranno a crederci, loro, magari, ci riusciranno.