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martedì 11 giugno 2013

Voto: metà alle urne; sindrome Usa, dove il 26% è maggioranza assoluta

Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/06/2013

Andatelo a dire al presidente degli Stati Uniti, che è un presidente dimezzato perché lo scelgono solo la metà o poco più dei potenziali elettori. Le democrazie mature, quelle almeno dove il voto non è obbligatorio pena sanzione, come il Belgio, sono ormai evolute verso tassi di partecipazione bassi: assuefazione al rito della scheda, intolleranza alla politica –o ai politici-, fatto sta che una metà decide per tutti, che il 26% fa maggioranza assoluta. E gli altri mica contestano: accettano.

Con qualche eccezione. A Los Angeles, a fine maggio, il sindaco è stato eletto dal 15% degli aventi diritto. E qualche mugugno c'è stato, sulla sua rappresentatività.

Ormai, le code ai seggi, le affluenze alle urne alte paiono patrimonio di Paesi che s’affacciano alla democrazia  uscendo dal tunnel di una dittatura o dall'inferno di una guerra. Eppure, dentro dentro ci resta la convinzione che le nostre elezioni siano più democratiche, più consapevoli, più ‘vere’, e che i nostri risultati siano più credibili, meno manipolati, più equi di quelli di dove bisogna protrarre l’apertura dei seggi perché tutti possano votare e mostrare il dito intinto nell'inchiostro anti-frode.

Da noi, la politica non pratica più (molto) la frode nell'urna. E’ fuori che fa disastri. E toglie a molti la voglia di partecipare a decidere, tanto “non cambia nulla”, perché “sono tutti uguali”. Non è vero. Ma se poi anche Obama comincia ad assomigliare a Bush un dubbio ti viene.

Usa: 'Grande Fratello' Obama, chi sono le 'talpe della verità'

Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/06/2013

Sono le ‘talpe della verità’, si ergono ad ‘alfieri della libertà’ ed a ‘tutori della democrazia’ nell’era di internet: tutti giovani, le donne di Enron e Worldcom, il soldato Manning, gli informatici nerd Swartz e Snowden, espongono l’Amerika al giudizio del Mondo. Con loro in campo, il presidente degli Stati Uniti, più che l’impeachment del Congresso, che sta dalla sua, deve temere quello dell’opinione pubblica. Età, ruolo, apparente inconsapevolezza dei loro gesti, ben poco li apparenta a Mark Felt, la mitica ‘gola profonda’ dello scandalo Watergate, o a Daniel Ellsberg, l’artefice dei Pentagon Papers, la fuga di notizie che nel 1971 cambiò il corso della Guerra del Vietnam.

Alcuni sono personaggi convincenti, altri sembrano inadeguati all’impresa che compiono. E’ il caso di Edward Snowden, 29 anni, l’analista dell’intelligence all’origine del Datagate, le cui mosse evocano l’Onorevole Scolaro di John Le Carré –l’avrà mai letto?-: fonte privilegiata (e davvero unica?, il dubbio rimane) di Guardian e Washington Post, quotidiani dioscuri in questa cavalcata nelle razzie dell’Amerika nella privacy del Mondo.

Gli antesignani di Snowden sono nella storia. Ellsberg, oggi 82 anni, era anch’egli un giovanotto, ma con una militanza pacifista già robusta, quando fece uscire 14 mila pagine di documenti riservati del Pentagono: in tutta la vita, è stato arrestato una settantina di volte e ora fa il tifo per i suoi emuli e giudica Barack Obama peggio di Richard Nixon, almeno nell’accanimento a perseguire le talpe. Lui, ai suoi tempi, rischiò una condanna a 115 anni, ma, alla fine, venne prosciolto da ogni accusa e ispirò un film: The Pentagon Papers, con James Spader, Alan Arkin e Paul Giamatti.

Felt, morto nel 2008 all’età di 95, era, invece, un funzionario maturo e deluso nelle sue ambizioni quando, all’inizio degli Anni Settanta, divenne la ‘gola profonda’ –il soprannome gli fu affibbiato dal titolo di un film porno- dello Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Nixon. Fu Felt a rivelare nel 2005 di essere stato la fonte di Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post, dopo che i giornalisti e il quotidiano l’avevano coperto per oltre tre decenni: aveva bisogno di soldi, voleva scrivere un libro –il film l’avevano già fatto, il famosissimo Tutti gli uomini del Presidente, con Robert Redford e Al Pacino-.

Nell’era di internet, i ‘whistleblowers’, quelli che soffiano nel fischietto per dare l’allarme, ma pure gli ‘informatori’, hanno cambiato pelle e, naturalmente, strumenti. A portarli di nuovo all’onore degli Usa fu, nel 2002, il Time, che ne fece le ‘donne dell’anno’, simboli del coraggio dell’Unione che voleva superare lo shock dell’11 settembre 2001: due manager, Sherron Watkins della Enron e Cynthia Cooper della Worldcom, che segnalarono i crack delle loro aziende, e un’agente speciale dell’Fbi, Coleen Rowley, fotografate  come nella locandina de ‘Gli Intoccabili’.

Oggi, i ‘whistleblowers’ non vanno sulla copertina di Time, ma in prigione –col rischio di rimanerci a vita- o suicidi. Il Robin Hood della rete Aaron Swartz, attivista informatico e fondatore di Reddit, 26 anni, s’è ammazzato a New York a gennaio: accusato di hackeraggio e sospettato d’avere rubato al Mit milioni di documenti scientifici –reati di cui s’era sempre proclamato innocente-, rischiava il carcere.  Il suo gesto aveva spinto i militanti di Anonymous a una serie di rappresaglie informatiche.

Quanto a Bradley Manning, il soldato di Wikileaks, che offrì al generale imboscato Julian Assange il materiale per gli scoop su Iraq e Afghanistan,  è sotto processo davanti alla Corte Marziale; e rischia l’ergastolo. La fine di Snowden potrebbe essere peggiore, se lo prendono quelli sbagliati.

domenica 9 giugno 2013

Usa: 'Grande Fratello' Obama, il Datagate guasta il Vertice con Xi

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 09/06/2013

Una raffica di rivelazioni al giorno: da 96 ore, il Washington Post e The Guardian tengono sotto tiro Barack Obama e la sua Amministrazione. Mentre i giganti dell’informatica, da Google a Facebook, difendono la loro reputazione: “Mai sentito parlare di Prism”, il piano di mega-intercettazioni la cui esistenza è stata rivelata venerdì; “Mai dato al Governo accesso ai nostri server”. Ma il NYT li smentisce.

L’eco del Datagate e lo strascico delle polemiche hanno guastato l’impatto mediatico del vertice senza pompa in California, a Palm Spring, tra il presidente Usa e il nuovo leader cinese Xi Jinpeng. I media prima l’hanno etichettato come “il vertice degli spioni” e poi l’hanno snobbato, nonostante l’aura d’un G2 della governance mondiale, inseguendo i segreti di Prism e anteponendogli, anche, una cruenta sparatoria a Santa Monica (sette i morti).

Del resto, per Obama il Vertice nasceva ormai guasto: come rimproverare a Xi il cyber-spionaggio di Pechino ai danni dell’economia americana, se poi l’intelligence statunitense può ‘legalmente’ intercettare conversazioni, messaggi, mail e persino transazioni finanziarie ovunque nel Mondo. L’ultima novità dei dioscuri mediatici di questo scandalo, che chiaramente hanno le stesse fonti, è che Obama avrebbe ordinato in ottobre all'intelligence ed alla Sicurezza Nazionale di redigere una lista di possibili bersagli di cyber-attacchi Usa all'estero. Lo dice una direttiva presidenziale segreta ottenuta da WP e Guardian. Nelle 18 pagine, si afferma che le cosiddette 'Offensive Cyber Effects Operations' "possono offrire capacità non convenzionali ed uniche e fare avanzare gli interessi Usa nel mondo".

Il documento indica che l’Amministrazione "identificherà possibili obiettivi d’importanza nazionale in cui le cyber-operazioni offensive garantiscano un buon equilibrio tra rischi e benefici rispetto ad altri strumenti dell’arsenale nazionale". La direttiva non esclude di condurre attacchi del genere pure sul territorio statunitense, ma solo con l'ordine del presidente, tranne che in caso d’emergenza.

Per Obama, le rivelazioni sono scomode, nel bel mezzo dell’incontro con Xi, dove molto s’è parlato dei cyber-attacchi cinesi all’economia americana (ma pure Pechino si dice vittima di cyber-pirati). Anche se i due leader , crtesciuti entrambi senza padre, vogliono più studiarsi che farsi la guerra o trovare intese, al di là degli impegni retorici a porre le basi per un "nuovo modello di cooperazione”, nella certezza che forti relazioni tra Usa e Cina sono le fondamenta della stabilità del Pacifico e mondiale. L’incontro è storico, se non altro perché il primo, e avrà un seguito in Cina, dello stesso tenore informale, forse ancor prima del G20.

Oltre allo cyber-spionaggio, Obama mette in tavola i temi della proprietà intellettuale e della difesa di regole eque sul commercio internazionale. Loda l'ascesa pacifica della Cina a potenza mondiale; insiste su "l'importanza della tutela dei diritti umani", che spesso "sono la chiave per la prosperità"; ammette che tra Usa e Cina c’è "una sana competizione economica" e "inevitabili aree di tensione", facendo cenno alla Corea del Nord e ai cambiamenti climatici. E, tuttavia, il presidente è convinto che una Cina prospera sia una buona notizia non solo per i cinesi, "ma anche per gli americani e tutto il resto del mondo".

Xi evoca il vertice di 40 anni fa, quello sì storico, tra Nixon e Mao che aprì il dialogo tra Usa e Cina. Ieri, un altro faccia a faccia di un'ora e mezza per i due leader, cui Obama s’è presentato con un “Va tutto benissimo” d’ordinanza. Poi Xi torna a Pechino, mentre l’americano rimane in California per un giorno di golf. Se WP e Guardian non glielo rovinano.

Storie Vere: Az-bus Roma - Bari, fermata a richiesta

Scritto per il blog de Il Fatto lo 08/06/2013

Volo AZ 1609, un A320 dell’Alitalia in servizio da Roma Fiumicino a Bari Palese. Il decollo è previsto alle 09.20, l’arrivo 40’ dopo. Ma, questa mattina, a Fiumicino c’è stata un’emergenza: un aereo WizzAir ha compiuto un atterraggio con un solo carrello e un solo motore, ci sono stati dei feriti, l’agibilità dell’aeroporto s’è ridotta, è scattato il codice rosso.

Ovvia, in queste condizioni, l’attesa prolungata all’imbarco: nonostante le informazioni scarse e inadeguate –gli altoparlanti annunciano non meglio precisati “problemi operativi”-, la gente, informata dell’emergenza dalle notizie online o via sms e dal ‘passa parola’, accetta pazientemente il disagio.

Alle 10.30, con solo poco più di un’ora e mezza di ritardo, l’imbarco. Ma a bordo, naturalmente, il comandante, che si esprime con difficoltà in italiano, e che non pare più a suo agio con l’inglese - preferisce il francese -, informa che i decolli sono rallentati perché c’è una sola pista agibile e che la messa in moto non è stata ancora autorizzata, che lo sarà forse fra 15’, poi fra 30’….

Anche questo è comprensibile. Ma, a un certo punto, due, tre, quattro persone si fanno avanti a chiedere di scendere. E, quando mancano 5’ al momento della messa in moto annunciata, il comandante, inopinatamente, offre la possibilità di scendere a chi vuole, nonostante i portelli siano chiusi da tempo.

Momenti d’imbarazzo a bordo: il personale appare incerto nel gestire la situazione; e, intanto, la finestra per la messa in moto passa e sfuma. Bisogna fare venire la scaletta, un autobus; e quando decide di scendere pure una signora che ha il bagaglio in stiva e che accusa un malessere per lo stare a lungo chiusa dentro l’aereo –eppure, dice di arrivare dal Texas-, bisogna pure chiamare la squadra per recuperarle la valigia. Ma, almeno, non c’è bisogno dell’ambulanza.

A bordo, scoppia una mezza rivolta: i cento e più passeggeri che vogliono arrivare a Bari contestano la scelta del comandante e il diritto dei pochi che, per scendere, li tengono bloccati. S’intrecciano competenze giuridiche improbabili –c’è qualcuno che sa come stanno davvero le cose?, in questi casi-. L’equipaggio resta gentile, offre acqua fresca –manco uno snack, però-, ma non sa bene che pesci pigliare.

E il tempo passa: alle 12.30, il portello si chiude di nuovo, non dopo un ultimo annuncio del personale (‘C’è ancora qualcuno che vuole scendere?’), accolto più con ilarità che con esasperazione. C’è, però, chi è davvero furibondo: minaccia azioni contro la compagnia e l’equipaggio, oppure reclama in diritto di chiedere a sua volta di scendere quando tutto sarà pronto per la partenza, com’è accaduto prima.

Il pilota annuncia che, adesso, chiederà di nuovo l’autorizzazione ad accendere i motori. Che arriva alle13.38. Il rollio è lentissimo per l’ingorgo tra decolli e partenze sull’unica pista. Alle 14.41, finalmente, partenza: cinque ore e un po’ di ritardo; quattro ore abbondanti chiusi dentro l’aereo (ma con la ‘fermata a richiesta’). Questa volta, non c’è alternativa: next stop, Bari Palese.

sabato 8 giugno 2013

Usa: 'Grande Fratello' Obama, Prism ne demolisce la credibilità

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 08/06/2013

Messo alle corde dal Datagate, Barack Obama tenta la sortita di fronte all'opinione pubblica. Lui - assicura - è impegnato a garantire la sicurezza degli americani, ma pure la privacy. E la raccolta di dati mostruosa, telefonate, mail, transazioni finanziarie e quant'altro, ha come unico obiettivo prevenire il terrorismo: “nessuno ascolta o legge le comunicazioni”. E ancora: il programma è legale e “limitato” –chissà che cosa sarebbe, se non lo fosse-; ed ha –questo è vero- appoggio pieno e bipartisan nel Congresso degli Stati Uniti. Solo i ‘falchi’ e le ‘colombe’ dei due schieramenti criticano il presidente.

Del resto, i repubblicani non possono certo attaccare Obama su questo punto: il ‘grande fratello’ è un lascito della guerra al terrorismo come l’intendeva l’Amministrazione Bush, prima la sicurezza, poi – eventualmente -  il rispetto dei diritti dell’uomo. Il programma Prism è noto a ogni senatore e deputato ed è stato autorizzato più volte dal 2007 con sostegno bipartisan: così il presidente risponde a domande sull'attività di raccolta di informazioni sulle reti telefoniche e sul web da parte dell'intelligence.

Già. Ma Obama, almeno il candidato messianico della campagna 2008, così diverso dal primo nero alla Casa Bianca di questi ultimi quattro anni e mezzo, aveva promesso di fare tutto il contrario del suo predecessore. E, invece, eccoci qui, con la prigione della vergogna di Guantanamo ancora aperta, il soldato Manning davanti alla Corte marziale per le rivelazioni di Wikileaks e i cittadini sotto ascolto.

Il New York Times, che subisce gli scoop della concorrenza, prende la guida dei liberal delusi: “Obama ha perso ogni credibilità”, scrive. E l’Huffingon Post titola “George W. Obama”. Mentre chi difende il presidente lo imbarazza: Karl Rove, lo stratega di Bush, afferma che Prism ha evitato un nuovo 11 Settembre.

Lo scandalo è esploso e s’è gonfiato in tempi rapidissimi, dopo che una 'gola profonda' ha parlato con il Guardian e con il Washington Post, il giornale del Watergate, mentre l’Amministrazione era già impegnata in una guerra sui leaks che mette nei guai il ministro della Giustizia Eric Holder e lambisce il presidente. E la vicenda getta un’ombra sul vertice Usa-Cina e indebolisce Obama, al primo contatto col nuovo leader di Pechino Xi Jinping. Vagli a parlare –adesso- di libertà sul web, o di spionaggio industriale, in quello che è subito diventato ‘il vertice degli spioni’.

L'identità della fonte è ovviamente top secret: il quotidiano che per decenni ha protetto l'anonimato di William Mark Felt, la 'Deep Throat' di Bob Woodward e Carl Bernstein, non intende divulgarla. Il New York Times suggerisce che la 'talpa' sia altolocata nella comunità dell’intelligence. Lo fa pensare l’escalation delle rivelazioni: lo scoop dell'attivista-blogger Glenn Greenwald sul Guardian sullo spionaggio sulle linee Verizon; e subito dopo quello a tutto web su Prism, la rete di spionaggio sui principali provider di servizi online, Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple. Altro che il fantomatico Echelon.

A spingere un funzionario dell’intelligence a dare al WP le diapositive di un power point su Prism è stata "l’esperienza di prima mano dei sistemi di sorveglianza e l’orrore di quel che riescono a fare". "Possono letteralmente vederti mentre scrivi": la frase da brivido spiega perché la fonte denuncia quella che a suo avviso, e secondo molti commentatori, è una "enorme" invasione della privacy.

A caldo, il direttore dell'intelligence James Clapper condanna la fuga di notizie e bolla le rivelazioni come "piene di errori". E l’Amministrazione insiste che Prism, riguarda solo i non americani –il che desta la preoccupazione pure dell’Ue, che sobbalza e chiede spiegazioni-. Ma da Londra si apprende che il programma è stato usato anche dalla sicurezza britannica: ciascuno spiava gli altri e, alla fine, tutti erano spiati.

Al centro della bufera, la National Security Agency (Nsa), come la più segreta delle agenzie d’intelligence Usa -persino il suo budget è classificato-.  La sua missione primaria è raccogliere e analizzare dati elettronici, ma deve pure studiare barriere digitali per proteggere i pc pubblici e realizzare armi per il cyberspazio.

venerdì 7 giugno 2013

Dall'Imperatore al Re, quando il presidente se la prende con il giornalista

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 07/06/2013

“Parlerà di meno quando si saprà in giro che lavora per una potenza straniera”: la battuta, minacciosa, è di François Mitterrand. Chi doveva “parlare di meno” era Edwy Plenel, giornalista, un passato trotzkista, all’epoca –si era nel 1985- direttore di le Monde. E’ uno dei momenti più  bassi delle relazioni tra l’Eliseo e la stampa: la vicenda, che indusse Mitterrand a ordinare intercettazioni illegali dei telefoni del maggiore quotidiano transalpino, va collocata nel clima denso di sospetti e doppi giochi della Guerra Fredda e riguarda un presunto coinvolgimento di Plenel nell’affaire Farewell, uno dei maggiori successi dello spionaggio francese nell’Unione Sovietica all’inizio degli Anni Ottanta. Tutta la storia, estremamente intricata, finì in tribunale, oltre che sul grande schermo, dove venne ulteriormente romanzata.

Lo scontro tra Mitterrand e il direttore di le Monde viene subito in mente a Richard Heuzé, corrispondente da Roma di le Figaro, come esempio del clima talora teso tra l’Eliseo e la stampa. E se qualcuno in Italia chiama l’attuale presidente della Repubblica ‘re Giorgio’, si può ricordare che la presidenza Mitterrand è passata alla storia come la ‘presidenza imperiale’: il leader socialista rimase –caso unico- alla guida dello Stato per 14 anni, un primato che Napolitano può uguagliare. Invece, a Tobias Piller, corrispondente da Roma della Frankfurter Allgemeine Zeitung, non viene lì per lì in mente nessun episodio simile: “diversa etichetta”, quella dei presidenti tedeschi, ma anche dei giornalisti, nel Paese dove il background e l’off the record sono per eccellenza rispettati, senza frenare le polemiche e gli attacchi politici.

Quasi tutti i presidenti francesi, a partire da George Pompidou, hanno portato in tribunale la difesa della loro privacy dalla curiosità dei giornalisti: per Pompidou e Mitterrand, si trattava, ad esempio, di tenere celati gli aspetti più intimi della loro malattia; ma non solo. Ma vicende di famiglia e pure scandali politici hanno turbato le relazioni con la stampa anche di Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e François Hollande, che, da presidente, continua a rispondere agli sms dei giornalisti, mettendosi talora nei guai (e mettendo spesso in difficoltà i suoi portavoce).

Il tono degli scontri presidente – giornalista non è sempre inappuntabile. Nel marzo 2012, in piena campagna elettorale, Sarkozy venne ripreso mentre apostrofava in malo modo un giovane cronista durante una visita a Chalons-sur-Marne, a est di Parigi: “Credi che me ne freghi qualcosa di quello che dici?, che cosa ti aspetti che ti risponda?”, replicò il presidente infastidito da domande su scontri tra forze dell’ordine e operai metallurgici. E aggiunse: “Che coglione”. Resosi conto di avere perso la misura, Sarkozy provò a recuperare con una pacca sulle spalle al giornalista, con una battuta ad uso del pubblico: “E’ simpatico, è solo giovane”.

Certo, ci sono Paesi dove le critiche al presidente, o al potere, possono costare ben più cari d’una nota di biasimo pubblica. Lasciamo stare i regimi dittatoriali, che non hanno mai amato la stampa, tanto meno quella libera. Ma nella Russia di Vladimir Putin, che molti, con qualche forzatura, apparentano a una democrazia, si contano a decine i giornalisti politicamente scomodi uccisi nell’ultimo decennio. Lì, fare la domanda sbagliata può metterti addosso una bella ansia. Ne sa qualcosa Natalia Melikova, che, nel 2008, durante una conferenza stampa congiunta di Putin e Silvio Berlusconi a Porto Rotondo, interrogò il leader russo sui suoi rapporti con una ex campionessa di ginnastica artistica divenuta parlamentare e sull’intenzione di divorziare.

Putin la fulmina con uno sguardo, Berlusconi non trova di meglio che intervenire ‘scherzosamente’ mimando una raffica di mitra. La Melikova ci resta di sasso, scoppia a piangere, è spaventata. Quando risponde, il presidente dice che nessuno deve mettere il naso nella sua vita privata. E, tanto per essere espliciti, il portavoce del presidente chiarisce che il monito non riguarda la cronista, ma “tutta la stampa”.

Certo, a volte capita che ad essere presi non troppo metaforicamente ‘a pedate’ dai giornalisti siano i presidenti: il 14 dicembre 2008, durante una conferenza stampa, il presidente Usa George W. Bush, in visita di commiato a Baghdad, schivò le scarpe lanciatagli da un giornalista iracheno, tale al Zaidi, accompagnate dalla frase “Questo è il bacio d’addio del popolo iracheno, cane”.

E capita pure che il giornalista che critica il presidente venga coperto dagli insulti dei suoi colleghi. Paul Larrouturou, del Lab di Europe 1, voleva sapere da François Hollande perché non gli piace twitter. Il malcapitato cultore dei new media, che non era stato al minuetto delle domande e risposte convenute e convenzionali, venne mediaticamente linciato, illico et immediate, proprio su twitter, dai suoi colleghi: “Non è la domanda da farsi”, “Twitter non è il centro dell’universo”, “Interessa solo i giornalisti”. Quel giorno, l’hashtag Larrouturou batté l’hashtag Hollande.

giovedì 6 giugno 2013

Italia/Ue: lavoro, l’anello (del Vertice) al naso

Scritto per il blog de Il Fatto lo 06/06/2013
Ci dev'essere qualcuno, a Palazzo Chigi e nel Governo, convinto che, sul lavoro, abbiamo l’anello (del Vertice) al naso. Non credo che sia il premier Enrico Letta, che, se non altro per essere brevemente stato parlamentare europeo, conosce la terminologia europea; e non credo neppure che sia il ministro del lavoro Enrico Giovannini, che, per fare parte di un governo politico, sembra proprio un tecnico ammodo, preciso e preparato.
Chiunque sia, fatto sta che, ogni volta che si parla di piani per l’occupazione, e si aggiunge “specie quella dei giovani”, salta fuori ben strombazzato un vertice: c’era in principio il Consiglio europeo di fine giugno, il 27 e 28, a Bruxelles, che è proprio un Vertice, almeno ai sensi dell’eurocratese; poi s’è aggiunto il vertice di Berlino del 3 luglio, che non è un vertice, ma una riunione dei ministri del lavoro dei 27, per confrontare le migliori pratiche in tema di lavoro giovanile; e, adesso, da ieri, abbiamo il vertice dei 4 Grandi Ue, a Roma, il 14 giugno, che non è manco questo un vero vertice, bensì un incontro dei ministri delle finanze e del lavoro di Italia, Germania, Francia, Spagna (che, poi, a volere essere pignoli, non sono neppure i 4 Grandi Ue, perché c’è pur sempre la Gran Bretagna, fin quando non leva il disturbo).
Ora, nessuno vuole meritarsi la medaglia del pedante, solo perché i Vertici, nell’Ue, sono le riunioni dei capi di Stato e/o di governo. Ma nessuno vuole neppure passare per fesso: indire le riunioni, e chiamarle pure tutte vertici, va benissimo, se si producono risultati; ma se ci si limita a chiacchiere, allora potremmo pure risparmiarci i soldi degli incontri, che manco sono vertici.
Prendiamo l’appuntamento di Roma, aperto “da una colazione di lavoro con il premier italiano”. L'appuntamento, "il primo di questo tipo", sottolinea un comunicato di Palazzo Chigi, "vuole essere l'occasione per uno scambio d’opinioni e per un coordinamento in vista dei prossimi impegni internazionali”, cioè, appunto il Consiglio europeo del 27-28 giugno, “nella cui agenda alta priorità è stata attribuita proprio al tema della crisi occupazionale”, l'evento di Berlino del 3 luglio e –fosse mai che ce la scordassimo- la riunione dei ministri del lavoro del G20 a Mosca di metà luglio.
Tradotto: a metà giugno, non aspettatevi decisioni, perché non ce ne saranno né potrebbero essercene. E, come vedremo, non aspettatevene troppe neppure subito dopo: l’incontro di Berlino, ad esempio, pare solo un modo per ridurre la pressione sui leader a fine giugno, dotando Il Vertice d’una valvola di sfogo.
Intendiamoci. E’ positivo, pur se può apparire ovvio, che l’Italia, e tutta l’Unione, riconoscano che “un rapido miglioramento del mercato del lavoro è condizione indispensabile per rilanciare la crescita dell'economia europea". Ed è pure positivo che l’Italia sia un crocevia della preparazione del Vertice di fine giugno: a metà mese, è atteso a Roma il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso, dopo la visita a fine maggio del presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy.
Il Governo Letta s’è impegnato a varare, prima del Vertice, un piano per il lavoro dei giovani e cerca appoggi e sponde per un’accelerazione dell’azione comune su crescita e occupazione. E, intanto, il premier e i suoi ministri impegnati sul fronte europeo cercano di stare al passo degli sviluppi istituzionali di cui Francia e Germania hanno parlato il 30 maggio per il rafforzamento della governance europea dell’Unione economica e monetaria.
L’attivismo diplomatico non va però scambiato, né gabellato, per concretezza dei risultati, che ancora non ci sono. Il NYT titola oggi sulla “guerra debole” dell’Ue alla disoccupazione e scrive: “Gli schemi presentati in Italia e Spagna la scorsa settimana per combattere il problema somigliano tristemente al ‘programma di crescita’ di Hollande, che non è mai stato davvero di crescita”. 
Per Giovannini, la riunione a quattro "dimostra un cambiamento culturale in termini di approccio" al problema: “Se pensiamo che il mercato del lavoro segua sempre e soltanto il ciclo economico, dovremmo aspettarci prima una ripresa economica e poi un effetto sull'occupazione. Il fatto che si riconosca che la disoccupazione condiziona le scelte di famiglie, e quindi la ripresa economica, significa che bisogna far sì che anche nella fase iniziale della ripresa, nella seconda metà dell'anno, ci sia un'alta intensità di occupazione, cioè che la stessa riduzione della disoccupazione giovanile stimoli la crescita".

Intellettualmente, è stimolante. Praticamente, significa aspettare, se va bene, perché accada qualcosa di concreto, “la seconda metà dell’anno”, che vuol dire da settembre in poi. Il che ci riconduce –sarà un caso- ad attendere per iniziative europee significative ed incisive le elezioni politiche tedesche del 22 settembre. E allora diciamolo che, aspettando allora, stiamo a ‘fare ammuina’: non c’è mica da vergognarsene, se non si può fare altrimenti.