Scritto per Il Fatto Quotidiano del 07/05/2011
Se c'era un dubbio, e non c'era, sulla morte di Osama bin Laden, adesso e' stato fugato: la Jihad piange il leader ucciso e gli giura vendetta. Ma il grido di battaglia degli integralisti, che suona minaccia ("America maledetta"), non sovrasta la domanda di verita' e di chiarezza che le Nazioni Unite e la comunita' internazionale rivolgono a Barak Obama. Anche l'AP, la più grande agenzia stampa mondiale, chiede al presidente d'osservare la legge degli Stati Uniti.
Mentre dall'analisi del o dei pc -pure questo non e' chiaro- del capo di al Qaida emergono i preparativi di attentati ai treni in diverse localita' Usa nel decennale dell'11 Settembre, fra quattro mesi, il Village Voice on line racconta che l'Associated Press non accetta la decisione di Obama di non diffonderà le foto del cadavere di Osama e lancia una sfida alla Casa Bianca: chiede che quelle immagini, assieme al video girato dagli uomini delle Navy Seals e a quello del funerale in mare, siano mostrate al pubblico.
La Ap, che e' un'azienda totalmente privata, una cooperativa fra i quotidiani Usa, invoca il rispetto, anche da parte dell'Amministrazione,, della legge sulla libertà e la trasparenza dell'informazione, il 'Freedom of Information Act', o 'Foia'. Ma, attenzione!, a norma di legge non e' certo che la Casa Bianca e la Cia siano tenute a rispettare la legge: pare un gioco di parole, ma non lo e'. Anzi, proprio l'Amministrazione e le agenzie federali, il Pentagono e l'intelligence, afferma Scott Hodes, avvocato specialista in questioni relative ai limiti del diritto di cronaca, possono benissimo costituire delle eccezioni, rispetto ai doveri cui sono tenuti altri soggetti. "Lo status legale di quelle foto è quanto meno incerto", sostiene Hodes.
La Ap, nel motivare la richiesta, va, pero', dritto al cuore di Obama: sottolinea che "questo presidente ha sempre amato definirsi il più trasparente della storia degli Stati Uniti, il più rispettoso della legge sulla libertà di stampa. Molto più di quanto non fu in passato la presidenza Bush". E, adesso, vorra' mica smentirsi, dopo avere gia' faticato a smarcarsi dal suo predecessore su Guantanamo e su alcune pratiche poco esemplari dei servizi segreti.
La strada legale alla pubblicazione delle foto e di altri documenti sul raid di domenica ad Abbottabad sembra, comunque, impervia, nonostante che anche ex e futuri avversari, come Donald Rumsfeld e Sarah Palin, partecipino al coro di chi vuole vedere il volto del nemico, bin Laden, straziato dai colpi, un' immagine definita "raccapricciante", dai pochi che l'hanno davvero vista. Il dibattito politico, non mediatico, sarebbe ora feroce, se Obama, mercoledì, non l'avesse troncato decidendo che foto e documenti restino, per ora, nei cassetti della Cia: "Non esibiamo segreti" (e neppure sveliamo segreti magari scomodi).
Certo, le pressioni per ritornare sulla decisione presa sono forti: l'AP, ma anche gli esperti di diritti dell'uomo dell'Onu, secondo i quali "il comportamento degli Usa nella lotta al terrorismo finisce per fare da paradigma" per altri Paesi e per casi futuri e deve quindi essere ed apparire al di sopra di ogni sospetto. E dall'Italia si fa sentire Nessuno tocchi Caino.
Nella serie delle verita' distillate un poco alla volta, il WP racconta che la Cia sorvegliava da mesi la casa dove viveva il capo terrorista ed aveva ad Abbottabad una base ora chiusa. Se e' vero, e' uno smacco in più per l'intelligence pachistana. Nella serie delle bufale, c'e' la storia che racconta un giornalista pachistano: Osama era morto da giorni, per cause naturali, quando e' scattato il raid. E nella serie 'repetita iuvant', Obama insiste che Osama ha ricevuto sepoltura degna e rispettosa.
Intanto, i droni sono tornati a compiere azioni letali nel Waziristan, in Pakistan (8 morti) e nello Yemen (2 morti). Con il rischio di ulcerare ultriormente le relazioni tra Usa e Pakistan, in un venerdì segnato da manifestazioni anti-americane in molte localita' dell'Islam, in attesa che Osama il morto torni a parlare: al. Qaida ha un suo messaggio audio, registrato -pare- una settimana prima del raid fatale.
sabato 7 maggio 2011
venerdì 6 maggio 2011
Libia: la guerra non si fa a termine, o si fa, o non si fa
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 05/05/2011
Mercoledi’, mentre il Parlamento italiano votava sulla missione in Libia, bombe si’, ma a termine, il segretario generale dell’Alleanza atlantica Anders Fogh Rasmussen ricordava ai giornalisti le tre condizioni fissate dai ministri degli esteri dell’Alleanza, riunitisi a Berlino in aprile, per sospendere gli attacchi della Nato sulla Libia, in corso dal 20 marzo: la sospensione di tutti gli attacchi contro i ribelli e i civili; il ritorno nelle loro basi di tutte le forze militari e paramilitari fedeli al regime; la garanzia che gli aiuti umanitari possano essere distribuiti in modo libero e sicuro. Rasmussen ripeteva: «Lo abbiamo deciso insieme a Berlino», presente il ministro degli esteri italiano Franco Frattini. «Quando questi obiettivi saranno stati raggiunti, la missione della Nato in Libia sarà conclusa». E ai giornalisti che l’interrogavano sulla pretesa dell’Italia di fissare una scadenza per la fine degli attacchi della Nato, Rasmussen rispondeva, con l’aria di chi ripete una lezione fin troppo nota: «Non si puo’ fissare una data. Sono quelle tre condizioni che determinano la durata dell’operazione ». Ora, uno puo’ pensare che Rasmussen, un ex premier danese, conservatore, buon amico del presidente Bush –mica solo Silvio lo era-, pecchi di rigidità nordica nel recepire l’astuta sottigliezza dei messaggi politici italici. Ma, oggi, le stesse cose le ha dette, con parole analoghe, l’ammiraglio GiamPaolo di Paola, un ex capo di Stato Maggiore della Difesa italiano, ora presidente del comitato militare della Nato. E l’ammiraglio le sottigliezze italiche le coglie. Il fatto è che la guerra non si fa a termine: quando la s’incomincia, non si sa mai di sicuro quando, e come, andrà a finire. Lo sanno pure, siatene certi, Frattini e il ministro della difesa Ignazio La Russa, ma talora fa comodo dimenticarsene. Guardate la guerra al terrorismo, che i militari americani chiamarono, fin dalla prime battute, «the long war», la lunga guerra: ci sono voluti quasi 10 anni per quei 38 minuti del blitz letale contro Osama bin Laden, che Hillary Clinton, oggi, a Roma, ha definito «i minuti più intensi della mia vita», aggiungendo che «la lotta non finisce» con la morte del capo di al Qaida. Al Gruppo di Contatto sulla Libia, che stanzia aiuti per la Libia per 250 milioni di dollari e avalla i capi d’accusa ipotizzati dal tribunale dell’Onu per crimini contro l’umanità contro Muammar Gheddafi, Frattini, come se la mozione del Parlamento nulla fosse, conferma l’impegno dell’Italia nelle missioni internazionali. Un impegno a termine? Il ministro glissa, ma ne dice una nuova, il ‘cessate-il-fuoco’ ci sarà entro poche settimane. Magari sarà vero, specie se l’Alleanza non fisserà limiti di tempo alla sua azione. La guerra non si fa a termine, nè «solo un poco»: o la si fa, o non la si fa. Potendo scegliere, la seconda è meglio, ma bisogna pensarci prima.
Mercoledi’, mentre il Parlamento italiano votava sulla missione in Libia, bombe si’, ma a termine, il segretario generale dell’Alleanza atlantica Anders Fogh Rasmussen ricordava ai giornalisti le tre condizioni fissate dai ministri degli esteri dell’Alleanza, riunitisi a Berlino in aprile, per sospendere gli attacchi della Nato sulla Libia, in corso dal 20 marzo: la sospensione di tutti gli attacchi contro i ribelli e i civili; il ritorno nelle loro basi di tutte le forze militari e paramilitari fedeli al regime; la garanzia che gli aiuti umanitari possano essere distribuiti in modo libero e sicuro. Rasmussen ripeteva: «Lo abbiamo deciso insieme a Berlino», presente il ministro degli esteri italiano Franco Frattini. «Quando questi obiettivi saranno stati raggiunti, la missione della Nato in Libia sarà conclusa». E ai giornalisti che l’interrogavano sulla pretesa dell’Italia di fissare una scadenza per la fine degli attacchi della Nato, Rasmussen rispondeva, con l’aria di chi ripete una lezione fin troppo nota: «Non si puo’ fissare una data. Sono quelle tre condizioni che determinano la durata dell’operazione ». Ora, uno puo’ pensare che Rasmussen, un ex premier danese, conservatore, buon amico del presidente Bush –mica solo Silvio lo era-, pecchi di rigidità nordica nel recepire l’astuta sottigliezza dei messaggi politici italici. Ma, oggi, le stesse cose le ha dette, con parole analoghe, l’ammiraglio GiamPaolo di Paola, un ex capo di Stato Maggiore della Difesa italiano, ora presidente del comitato militare della Nato. E l’ammiraglio le sottigliezze italiche le coglie. Il fatto è che la guerra non si fa a termine: quando la s’incomincia, non si sa mai di sicuro quando, e come, andrà a finire. Lo sanno pure, siatene certi, Frattini e il ministro della difesa Ignazio La Russa, ma talora fa comodo dimenticarsene. Guardate la guerra al terrorismo, che i militari americani chiamarono, fin dalla prime battute, «the long war», la lunga guerra: ci sono voluti quasi 10 anni per quei 38 minuti del blitz letale contro Osama bin Laden, che Hillary Clinton, oggi, a Roma, ha definito «i minuti più intensi della mia vita», aggiungendo che «la lotta non finisce» con la morte del capo di al Qaida. Al Gruppo di Contatto sulla Libia, che stanzia aiuti per la Libia per 250 milioni di dollari e avalla i capi d’accusa ipotizzati dal tribunale dell’Onu per crimini contro l’umanità contro Muammar Gheddafi, Frattini, come se la mozione del Parlamento nulla fosse, conferma l’impegno dell’Italia nelle missioni internazionali. Un impegno a termine? Il ministro glissa, ma ne dice una nuova, il ‘cessate-il-fuoco’ ci sarà entro poche settimane. Magari sarà vero, specie se l’Alleanza non fisserà limiti di tempo alla sua azione. La guerra non si fa a termine, nè «solo un poco»: o la si fa, o non la si fa. Potendo scegliere, la seconda è meglio, ma bisogna pensarci prima.
giovedì 5 maggio 2011
Osama ucciso: Obama non pubblica le foto
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 05/05/2011
Ci ha pensato su 72 ore, poi ha deciso di non farlo: gli Stati Uniti non pubblicheranno le foto di Osama bin Laden ucciso, immagini che chi le ha viste definisce «atroci» e «raccapriccianti». Il presidente Barack Obama ha fatto conoscere la sua decisione quando l’attesa delle immagini era ormai divenutq parossistica e la Cia aveva anzi indicato come «probabile» la loro diffusione. Una prova in più che l’intelligence non sempre ci azzecca, neppure quando gioca in casa. Chiedere ai servizi di sicurezza pakistani per conferma.
A favore della pubblicazione delle foto, l’idea che essa potesse stemperare il tamtam senza tregua nel mondo islamico che l’uccisione del capo di al Qaida è un falso Usa, un’invenzione americana. Ma le immagini avrebbero anche potuto fare crescere, non solo fra gli arabi, l’orrore e il raccapriccio: esse mostrano, racconta sempre chi le ha viste, il volto del terrorista squarciato da una delle due pallottole che lo hanno colpito, una poco sopra l’occhio, l’altra al petto.
Il no di Obama è un segno di forza e di serenità: il presidente è sicuro del fatto suo (e sa che la leggenda di ‘Osama è vivo’ resisterà sul web per anni e anni, come e peggio di quella di Elvis Presley). Le foto ci sono (sono state mostrate a deputati e senatori), le prove pure.
I dubbi che restano non toccano la morte di Osama, ma le sue circostanze. Versioni prima raccontate da fonti Usa ufficiali, poi negate: una donna gli ha fatto velo ed è stata uccisa (non è vero); il capo di al Qaida era armato (non è vero). Molti particolari restano sfocati nella ricostruzione del raid che domenica ha condotto all’eliminazione del ‘nemico pubblico N 1’ degli Stati Uniti e non solo: 79 uomini, due elicotteri, 40 minuti, per colpire ‘Geronimo’ –nome in codice di Osama-.
Una figlia di 12 anni, che era nel bunker, avrebbe raccontato che il padre sarebbe stato catturato vivo e quindi ammazzato –una versione sinceramente improbabile: Obama avrebbe preferito il nemico vivo piuttosto che morto e aveva dato ordini in tal senso -. La ragazzina è detenuta in Pakistan, con una moglie del terrorista ferita e altri bambini che vivevano nel bunker.
Intanto, gli esperti della Cia vagliano i segreti dei computer di Osama –sarebbero cinque, non solo uno, quelli sequestrati, ma la notizia non è certa-. E c’è chi afferma che addosso ad Obama siano state trovate –anche questo va verificato- due banconote da 500 euro, con numeri di telefono su cui si starebbe lavorando-. Nel blitz, sarebbe stato usato un tipo di elicottero invisibile ai radar nemici: quelli di al Qaida, in fondo improbabili, e quelli dei militari pakistani, che ad Abbottadad hanno un’accademia e numerose installazioni.
E questo ci riconduce alla polemica tra Washington e Islamabad: i pachistani rimproverano agli americani di non averli neppure informati; gli americani dubitano della lealtà dei pachistani. Il premier Yussuf Raza Gilani, in visita a Parigi, denuncia «il fallimento delle intelligence di tutto il mondo»; e aggiunge : «noi vogliamo lottare contro estremismo e terrorismo». Ma il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen si fa interprete di buona parte dell’Occidente chiedendo al Pakistan meno ambiguità e più cooperazione. L’Amministrazione Usa non vuole arrivare alla rottura e neppure al punto che il Congresso tagli gli aiuti militare all’alleato controverso.
Obama, la cui popolarità è salita di 11 punti al 57%, va oggi a incontrare i familiari delle vittime dell’11 Settembre a Ground Zero, a New York. Voleva accanto il suo predecessore George Bush, che ringrazia, ma declina. Il presidente sarà superprotetto; e già ci si preoccupa della sua missione in Europa a fine mese. Dal sud dello Yemen, un capo di una cellula di al Qaida annuncia vendetta: lui alla morte di Osama ci crede.
Ci ha pensato su 72 ore, poi ha deciso di non farlo: gli Stati Uniti non pubblicheranno le foto di Osama bin Laden ucciso, immagini che chi le ha viste definisce «atroci» e «raccapriccianti». Il presidente Barack Obama ha fatto conoscere la sua decisione quando l’attesa delle immagini era ormai divenutq parossistica e la Cia aveva anzi indicato come «probabile» la loro diffusione. Una prova in più che l’intelligence non sempre ci azzecca, neppure quando gioca in casa. Chiedere ai servizi di sicurezza pakistani per conferma.
A favore della pubblicazione delle foto, l’idea che essa potesse stemperare il tamtam senza tregua nel mondo islamico che l’uccisione del capo di al Qaida è un falso Usa, un’invenzione americana. Ma le immagini avrebbero anche potuto fare crescere, non solo fra gli arabi, l’orrore e il raccapriccio: esse mostrano, racconta sempre chi le ha viste, il volto del terrorista squarciato da una delle due pallottole che lo hanno colpito, una poco sopra l’occhio, l’altra al petto.
Il no di Obama è un segno di forza e di serenità: il presidente è sicuro del fatto suo (e sa che la leggenda di ‘Osama è vivo’ resisterà sul web per anni e anni, come e peggio di quella di Elvis Presley). Le foto ci sono (sono state mostrate a deputati e senatori), le prove pure.
I dubbi che restano non toccano la morte di Osama, ma le sue circostanze. Versioni prima raccontate da fonti Usa ufficiali, poi negate: una donna gli ha fatto velo ed è stata uccisa (non è vero); il capo di al Qaida era armato (non è vero). Molti particolari restano sfocati nella ricostruzione del raid che domenica ha condotto all’eliminazione del ‘nemico pubblico N 1’ degli Stati Uniti e non solo: 79 uomini, due elicotteri, 40 minuti, per colpire ‘Geronimo’ –nome in codice di Osama-.
Una figlia di 12 anni, che era nel bunker, avrebbe raccontato che il padre sarebbe stato catturato vivo e quindi ammazzato –una versione sinceramente improbabile: Obama avrebbe preferito il nemico vivo piuttosto che morto e aveva dato ordini in tal senso -. La ragazzina è detenuta in Pakistan, con una moglie del terrorista ferita e altri bambini che vivevano nel bunker.
Intanto, gli esperti della Cia vagliano i segreti dei computer di Osama –sarebbero cinque, non solo uno, quelli sequestrati, ma la notizia non è certa-. E c’è chi afferma che addosso ad Obama siano state trovate –anche questo va verificato- due banconote da 500 euro, con numeri di telefono su cui si starebbe lavorando-. Nel blitz, sarebbe stato usato un tipo di elicottero invisibile ai radar nemici: quelli di al Qaida, in fondo improbabili, e quelli dei militari pakistani, che ad Abbottadad hanno un’accademia e numerose installazioni.
E questo ci riconduce alla polemica tra Washington e Islamabad: i pachistani rimproverano agli americani di non averli neppure informati; gli americani dubitano della lealtà dei pachistani. Il premier Yussuf Raza Gilani, in visita a Parigi, denuncia «il fallimento delle intelligence di tutto il mondo»; e aggiunge : «noi vogliamo lottare contro estremismo e terrorismo». Ma il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen si fa interprete di buona parte dell’Occidente chiedendo al Pakistan meno ambiguità e più cooperazione. L’Amministrazione Usa non vuole arrivare alla rottura e neppure al punto che il Congresso tagli gli aiuti militare all’alleato controverso.
Obama, la cui popolarità è salita di 11 punti al 57%, va oggi a incontrare i familiari delle vittime dell’11 Settembre a Ground Zero, a New York. Voleva accanto il suo predecessore George Bush, che ringrazia, ma declina. Il presidente sarà superprotetto; e già ci si preoccupa della sua missione in Europa a fine mese. Dal sud dello Yemen, un capo di una cellula di al Qaida annuncia vendetta: lui alla morte di Osama ci crede.
mercoledì 4 maggio 2011
Osama ucciso: Usa, "ha resistito, ma non era armato"
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 04/05/2011
Il turismo vizioso e guardone della cronaca nera nostrana ha come mete Avetrana o Brembate o –è la storia più fresca, quella di Melania- il bosco delle Casermette nel Teramano. La gente di Abbottabad, la città del Pakistan dove Osama bin Laden è stato ucciso in un raid delle forze speciali della U.S. Navy, si assiepava, invece, ieri davanti al compound fortificato che da anni il capo della rete terroristica al Qaida aveva scelto come rifugio. Le tv americane all news mostrano militari pachistani rilassati e quasi divertiti di guardia alla casa, da dove, probabilmente, tutto quello che c’era da portare via è stato portato via, cadaveri, persone, cose.
Nel covo di Osama, che non aveva nè telefono nè internet, il commando ha recuperato il computer del capo terrorista, un suo video inedito, che forse avrebbe dovuto essere presto diffuso, vari files e molto materiale elettronico: «Una miniera d’oro» per la Cia che spera di ricavarne informazioni sulle ramificazioni di al Qaida. La rette s’è man mano decentrata: Osama ne era ormai più un simbolo che un comandante in capo.
Attenzione!, pero’: tutte le notizie di questo articolo vanno lette al condizionale, perchè le versioni s’intrecciano, si sovrappongono, si contraddicono. Osama era li’, nel bunker, forse dal 2003 o poco dopo, ma la sua presenza sarebbe stata segnalata, o sospettata, solo da otto/nove mesi (altri dicono già dal 2009).
Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha fornito più particolari sull’incursione e sull’uccisione di ‘Geronimo’, il nome in codice dell’obiettivo dell’operazione, condotta da 79 uomin e durata 40 minutii: Osama era al secondo piano della casa, ha opposto resistenza -ma non era armato- ed è stato ucciso. Una donna che era con lui, una moglie, è stata ferita a una gamba ed è stata evacuata. Fonti pachistane indicano, invece, che il killer sarebbe stato una guardia del corpo. Altri membri della famiglia, che erano nella casa, fra cui una figlia di Osama di 12 anni, che avrebbe visto tutto, e dei bambini, sarebbe nelle mani delle autorità pachistane ; alcuni sarebbero sottoposti a cure mediche.
Il blitz per mettere fuori combattimento il capo di al Qaida è stato seguito in diretta, nella Situation Room della Casa Bianca, dal presidente Barack Obama, che avrebbe dato l’ordine di attacco con un bigliettino, mentre si trovava in Florida, e dal suo staff, con il capo della Cia Leon Panetta in collegamento video costante.
L’attesa di altre foto e di altre prove di quanto avvenuto è andata finora delusa. C’è certo il timore che la loro pubblicazione –Carey ha definito le immagini «atroci»- possa scatenare maggiori proteste nel mondo musulmano. Ieri, a Karachi e altrove, vi sono state preghiere per il «martire» di al Qaida, mentre su internet uscivano foto ‘taroccate’.
Ed è forte la polemica mediatica tra Washington e Islamabad : il Pakistan denuncia «l’azione unilaterale non autorizzata» condotta dagli americani sul suo territorio; gli Stati Uniti ammettono di avere tenuto l’alleato pachistano all’oscuro nel timore che qualcuno finisse con l’avvertire Osama e farlo fuggire, dice Panetta a Time.
Le cose stanno cosi’?, o è un gioco delle parti? Al presidente pachistano Asif Ali Zardari, puo’ fare comodo apparire ignaro di tutto, di fronte a un’opinione pubblica che hq fermenti di simpatia per Osama e per al Qaida. Pero’ , Zardari si preoccupa pure di diffondere una versione diversa negli Stati Uniti: sul Washington Post, scrive che l’eliminazione di Osama è frutto «d’un decennio di cooperazione Usa/Pakistan» e che il primo passo sarebbe stata l’identificazione di «un messaggero» nel 2007. Ma pure l’intelligence afghana vuole il merito di avere individuato la pista giusta: all’Afp, una fonte dice che agenti nel campo di rifugiati di Haripur, vicino ad Abbottabad, avrebbero notato «movimenti sospetti» intorno alla casa bunker.
Il Pakistan è da sempre sospettato di doppio gioco, o almeno di mancanza di chiarezza, nella lotta al terrorismo: a conti fatti, Osama non stava nascosto in qualche valle remota e inaccessibile delle montagne al confine tra Pakistan e Afghanistan, ma in una città di guarnigione, in un quartiere di militari in pensione, a meno di cento km dalla capitale. Integralisti e talebani godano dell’appoggio di parti dell’Isi, il servizio d’intelligence pachistano. E i talebani non s’arrendono all’evidenza: non ci sono prove –dicono- che Osama sia morto.
La Cia cerca di capire chi assumerà il comando di al Qaida, quasi certamente Ayman al-Zawahiri, il numero due, ma soprattutto cerca di contrare possibili ritorsioni, adottando misure di massima allerta e suggerendo agli alleati di fare lo stesso. Domani, Obama sarà a New York, a Ground Zero: un pellegrinaggio e pure un bagno di folla per misurare la rinnovata popolarià.
Il turismo vizioso e guardone della cronaca nera nostrana ha come mete Avetrana o Brembate o –è la storia più fresca, quella di Melania- il bosco delle Casermette nel Teramano. La gente di Abbottabad, la città del Pakistan dove Osama bin Laden è stato ucciso in un raid delle forze speciali della U.S. Navy, si assiepava, invece, ieri davanti al compound fortificato che da anni il capo della rete terroristica al Qaida aveva scelto come rifugio. Le tv americane all news mostrano militari pachistani rilassati e quasi divertiti di guardia alla casa, da dove, probabilmente, tutto quello che c’era da portare via è stato portato via, cadaveri, persone, cose.
Nel covo di Osama, che non aveva nè telefono nè internet, il commando ha recuperato il computer del capo terrorista, un suo video inedito, che forse avrebbe dovuto essere presto diffuso, vari files e molto materiale elettronico: «Una miniera d’oro» per la Cia che spera di ricavarne informazioni sulle ramificazioni di al Qaida. La rette s’è man mano decentrata: Osama ne era ormai più un simbolo che un comandante in capo.
Attenzione!, pero’: tutte le notizie di questo articolo vanno lette al condizionale, perchè le versioni s’intrecciano, si sovrappongono, si contraddicono. Osama era li’, nel bunker, forse dal 2003 o poco dopo, ma la sua presenza sarebbe stata segnalata, o sospettata, solo da otto/nove mesi (altri dicono già dal 2009).
Il portavoce della Casa Bianca Jay Carney ha fornito più particolari sull’incursione e sull’uccisione di ‘Geronimo’, il nome in codice dell’obiettivo dell’operazione, condotta da 79 uomin e durata 40 minutii: Osama era al secondo piano della casa, ha opposto resistenza -ma non era armato- ed è stato ucciso. Una donna che era con lui, una moglie, è stata ferita a una gamba ed è stata evacuata. Fonti pachistane indicano, invece, che il killer sarebbe stato una guardia del corpo. Altri membri della famiglia, che erano nella casa, fra cui una figlia di Osama di 12 anni, che avrebbe visto tutto, e dei bambini, sarebbe nelle mani delle autorità pachistane ; alcuni sarebbero sottoposti a cure mediche.
Il blitz per mettere fuori combattimento il capo di al Qaida è stato seguito in diretta, nella Situation Room della Casa Bianca, dal presidente Barack Obama, che avrebbe dato l’ordine di attacco con un bigliettino, mentre si trovava in Florida, e dal suo staff, con il capo della Cia Leon Panetta in collegamento video costante.
L’attesa di altre foto e di altre prove di quanto avvenuto è andata finora delusa. C’è certo il timore che la loro pubblicazione –Carey ha definito le immagini «atroci»- possa scatenare maggiori proteste nel mondo musulmano. Ieri, a Karachi e altrove, vi sono state preghiere per il «martire» di al Qaida, mentre su internet uscivano foto ‘taroccate’.
Ed è forte la polemica mediatica tra Washington e Islamabad : il Pakistan denuncia «l’azione unilaterale non autorizzata» condotta dagli americani sul suo territorio; gli Stati Uniti ammettono di avere tenuto l’alleato pachistano all’oscuro nel timore che qualcuno finisse con l’avvertire Osama e farlo fuggire, dice Panetta a Time.
Le cose stanno cosi’?, o è un gioco delle parti? Al presidente pachistano Asif Ali Zardari, puo’ fare comodo apparire ignaro di tutto, di fronte a un’opinione pubblica che hq fermenti di simpatia per Osama e per al Qaida. Pero’ , Zardari si preoccupa pure di diffondere una versione diversa negli Stati Uniti: sul Washington Post, scrive che l’eliminazione di Osama è frutto «d’un decennio di cooperazione Usa/Pakistan» e che il primo passo sarebbe stata l’identificazione di «un messaggero» nel 2007. Ma pure l’intelligence afghana vuole il merito di avere individuato la pista giusta: all’Afp, una fonte dice che agenti nel campo di rifugiati di Haripur, vicino ad Abbottabad, avrebbero notato «movimenti sospetti» intorno alla casa bunker.
Il Pakistan è da sempre sospettato di doppio gioco, o almeno di mancanza di chiarezza, nella lotta al terrorismo: a conti fatti, Osama non stava nascosto in qualche valle remota e inaccessibile delle montagne al confine tra Pakistan e Afghanistan, ma in una città di guarnigione, in un quartiere di militari in pensione, a meno di cento km dalla capitale. Integralisti e talebani godano dell’appoggio di parti dell’Isi, il servizio d’intelligence pachistano. E i talebani non s’arrendono all’evidenza: non ci sono prove –dicono- che Osama sia morto.
La Cia cerca di capire chi assumerà il comando di al Qaida, quasi certamente Ayman al-Zawahiri, il numero due, ma soprattutto cerca di contrare possibili ritorsioni, adottando misure di massima allerta e suggerendo agli alleati di fare lo stesso. Domani, Obama sarà a New York, a Ground Zero: un pellegrinaggio e pure un bagno di folla per misurare la rinnovata popolarià.
martedì 3 maggio 2011
Osama/Gheddafi: cacciare il tiranno, catturare il terrorista, non ucciderli
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/05/2011
Non e' lecito uccidere il tiranno. O il terrorista. O l'orco. Cacciarlo si', catturarlo, giudicarlo e condannarlo. Ma ucciderlo no. E meno che mai e' lecito uccidere tre bimbi di neppure tre anni, tentando di colpire il tiranno. L'uccisione di parte d’un commando di squadre speciali Usa –pare- del capo terrorista Osama bin Laden, così come l'attacco della Nato contro la famiglia Gheddafi, sabato sera, ripropongono un quesito antico. Ma la risposta non può più essere quella di Armodio e Aristogitone, nobili ateniesi dalle vicende personali controverse, che accoltellarono a morte Ipparco il tiranno e furono poi assolti dalla storia (ma giustiziati seduta stante o quasi dal fratello di Ipparco, Ippia, che era pure peggio). E, infatti, il presidente statunitense Barack Obama, nell’annunciare l’uccisione di Osama, indica espressamente di avere autorizzato un’operazione per catturare il capo di al Qaida e assicurarlo alla giustizia, non per ammazzarlo. E la Nato nega di avere voluto uccidere Gheddafi o membri della sua famiglia e insiste di avere attaccato obiettivi militari, o ritenuti tali, anche perché il mandato dell’Onu non parla assolutamente di assassinare Gheddafi (e eppure di cacciarlo), ma solo di proteggere la popolazione civile, teoricamente lealista o ribelle che sia. Le scene di giubilo americano a Washington, davanti alla Casa Bianca, e a New York, nei pressi di Ground Zero, suscitano un malessere analogo all’esultanza araba a Gaza e altrove, subito dopo gli attentati dell’11 Settembre. Perché “non ci si rallegra della morte”, ammonisce padre Lombardi, portavoce del Vaticano; e qualsiasi imam di buona volontà ne sottoscriverebbe le parole.
Non e' lecito uccidere il tiranno. O il terrorista. O l'orco. Cacciarlo si', catturarlo, giudicarlo e condannarlo. Ma ucciderlo no. E meno che mai e' lecito uccidere tre bimbi di neppure tre anni, tentando di colpire il tiranno. L'uccisione di parte d’un commando di squadre speciali Usa –pare- del capo terrorista Osama bin Laden, così come l'attacco della Nato contro la famiglia Gheddafi, sabato sera, ripropongono un quesito antico. Ma la risposta non può più essere quella di Armodio e Aristogitone, nobili ateniesi dalle vicende personali controverse, che accoltellarono a morte Ipparco il tiranno e furono poi assolti dalla storia (ma giustiziati seduta stante o quasi dal fratello di Ipparco, Ippia, che era pure peggio). E, infatti, il presidente statunitense Barack Obama, nell’annunciare l’uccisione di Osama, indica espressamente di avere autorizzato un’operazione per catturare il capo di al Qaida e assicurarlo alla giustizia, non per ammazzarlo. E la Nato nega di avere voluto uccidere Gheddafi o membri della sua famiglia e insiste di avere attaccato obiettivi militari, o ritenuti tali, anche perché il mandato dell’Onu non parla assolutamente di assassinare Gheddafi (e eppure di cacciarlo), ma solo di proteggere la popolazione civile, teoricamente lealista o ribelle che sia. Le scene di giubilo americano a Washington, davanti alla Casa Bianca, e a New York, nei pressi di Ground Zero, suscitano un malessere analogo all’esultanza araba a Gaza e altrove, subito dopo gli attentati dell’11 Settembre. Perché “non ci si rallegra della morte”, ammonisce padre Lombardi, portavoce del Vaticano; e qualsiasi imam di buona volontà ne sottoscriverebbe le parole.
Osama ucciso: molti dubbi, ma conta il punto fermo
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 03/05/2011
Della guerra al terrorismo, la morte di bin Laden "non e' la fine e non e' neppure l'inizio della fine, ma e' la fine dell'inizio". Ed e' un punto fermo: Osama bin Laden, il capo e l'ideologo della rete terroristica al Qaida, la mente e lo stratega dell’attacco all'America dell'11 Settembre 2001, e' stato ucciso. Del quando, dove, come e magari pure del perché, possiamo non essere certi: come la morte di Che Guevara, anche questa ce la racconteremo negli anni, tra dubbi e interrogativi.
L'aforisma (celebre) e' di Winston Churchill, dopo la vittoria degli anglo-americani su tedeschi e italiani a El Alamein, nella Seconda Guerra Mondiale. Ma si adatta bene alla guerra al terrorismo, dopo l’eliminazione del capo di al Qaida. Bin Laden esce di scena da sconfitto. Non solo e non tanto perché l'Occidente infedele è ancora lì, quanto perché i regimi arabi suoi grandi nemici, specie quello saudita, non sono stati travolti dal suo integralismo intransigente e sanguinario. E, inoltre,
la primavera islamica di questi mesi non porta né in Tunisia né in Egitto la sua matrice, anche se l’attentato di Marrakesh e, magari, alcuni fermenti dell’insurrezione libica hanno il suo sigillo.
Osama era ormai un sopravvissuto, alla sua organizzazione, ormai disintegrata in cellule autonome o, comunque, non collegate a un potere centrale (il che le rende più difficili da individuare) e anche a se stesso, dato per morto più volte –Benazir Bhutto, ex premier pakistano, lo annunciò deceduto nel 2007, pochi mesi prima di essere vittima di un attentato a componente al Qaida-. Ma soltanto ora la sua morte certificata dall’annuncio del presidente Barack Obama consente all'America d'elaborare il lutto dell'11 Settembre, a quasi dieci anni dalle stragi da 3.000 morti al World Trade Center e al Pentagono; e al presidente di compiere un balzo nell’apprezzamento dei suoi compatrioti e di rilanciarsi nella corsa a un secondo mandato alla Casa Bianca.
Certo, il racconto fatto da Obama domenica a tarda sera alle tv americane –in Italia, erano le quattro del mattino passate- e gli elementi emersi nelle ore successive lasciano qualche incertezza e numerose perplessità: il luogo dell’epilogo, in Pakistan, ma non fra le impervie montagne al confine con l’Afghanistan, bensì in una città non lontano da Islamabad e sede di una base dell’esercito; le modalità dell’uccisione; le circostanze della sepoltura; la labilità, almeno apparente e temporanea, delle prove offerte. Ma, forse, l’America di Obama, per cui quella al terrorismo non è una guerra all’Islam, vuole solo evitare di esibire macabri trofei. Che sia vera la notizia, nessun dubbio: se fosse falsa, smentirla sarebbe relativamente facile e devastante per gli Usa e per il presidente.
“La scorsa settimana –racconta Obama- sono giunto alla conclusione che avevamo informazioni d’intelligence sufficienti per entrare in azione e ho autorizzato una operazione per catturare Osama e per assicurarlo alla giustizia … Abbiamo lanciato un’operazione mirata contro un fabbricato d’Abbottabad: un piccolo commando ha compiuto l’azione con coraggio e bravura straordinari. Nessun americano è rimasto ferito. I militari hanno fatto tutto il possibile per evitare che vi fossero vittime civili. Dopo una sparatoria, hanno ucciso Osama e preso in custodia il suo corpo. Giustizia è fatta”. Quattro altre persone sono rimaste uccise. Non sono stati fatti prigionieri.
Il luogo – L’intelligence americana avrebbe localizzato fin dall’agosto 2010 il rifugio di bin Laden, una casa in un quartiere di militari in congedo, “otto volte più grande delle altre” intorno, protetta da misure di sicurezza eccezionali, con muri alti 5 metri e mezzo e sopra filo spinato e cancelli blindati. Dentro, né telefono né internet. Pare strano che il capo di al Qaida sia andato a nascondersi dove l’intelligence pachistana dovrebbe essere più forte.
Il raid – L’incursione è stata compiuta da forze speciali della Marina, le Navy Seals, ed è durata 40 minuti. Il commando aveva l’ordine di catturare Osama vivo, se lui si fosse arreso. Ma il terrorista ha opposto resistenza: è stato ucciso con una pallottola alla testa. Le altre vittime della sparatoria sono una donna, un figlio di Osama e due sue porta ordini. Prime versioni, poi smentite o comunque non confermate, indicavano che l’azione fosse stata condotta con un drone o risalisse a sette giorni or sono.
Il riconoscimento – Il corpo del capo di al Qaida è stato riconosciuto “al di là di ogni ragionevole dubbio” da un esame del Dna. Ma le foto diffuse dalla Cia, il cui direttore Leon Panetta ha pilotato l’intera operazione, non sono né chiare né convincenti. Forse, c’è la volontà di non mostrare troppo. Ma l’intelligence americana dispone di sicuro di più elementi di quelli che per ora rende pubblici.
La sepoltura – La salma di Osama è stata gettata nel Mare Arabico da una portaerei americana, proprio per evitare che una tomba diventasse una meta di pellegrinaggio. Secondo gli americani, tutto sarebbe stato fatto per rispettare la tradizione musulmana, ma un responsabile della moschea d’al-Azhar al Cairo, massima istituzione dell’Islam sunnita, lo nega.
La gaffe – Il coinvolgimento, o meno, dei servizi di sicurezza pachistani nell’uccisione d’Osama diventa oggetto di gaffe e di contraddizioni: il segretario di Stato Hillary Clinton lo riconosce, ma Joe Brennan, capo dell’anti-terrorismo alla Casa Bianca, lo smentisce: Islamabad sarebbe stata tenuta all'oscuro e informata a cose fatte. Se il coinvolgimento c’è stato, non bisognava dirlo, perché le autorità pachistane possono esserne imbarazzate; se non c’è stato, è segno che Washington non si fida proprio di quell’alleato.
La sicurezza – L’eliminazione del capo di al Qaida non significa che il Mondo sia un posto più sicuro. Anzi, l’Amministrazione statunitense e tutti i Paesi occidentali hanno subito provveduto a rafforzare i livelli d’allarme: per Panetta, è “quasi certo” che i seguaci di Osama vogliano vendicarne la morte. E, nel Mondo, le attestazioni di soddisfazione s’intrecciano con quelle di preoccupazione: il dollaro sale, il petrolio cala, le borse vanno su; come la paura.
Della guerra al terrorismo, la morte di bin Laden "non e' la fine e non e' neppure l'inizio della fine, ma e' la fine dell'inizio". Ed e' un punto fermo: Osama bin Laden, il capo e l'ideologo della rete terroristica al Qaida, la mente e lo stratega dell’attacco all'America dell'11 Settembre 2001, e' stato ucciso. Del quando, dove, come e magari pure del perché, possiamo non essere certi: come la morte di Che Guevara, anche questa ce la racconteremo negli anni, tra dubbi e interrogativi.
L'aforisma (celebre) e' di Winston Churchill, dopo la vittoria degli anglo-americani su tedeschi e italiani a El Alamein, nella Seconda Guerra Mondiale. Ma si adatta bene alla guerra al terrorismo, dopo l’eliminazione del capo di al Qaida. Bin Laden esce di scena da sconfitto. Non solo e non tanto perché l'Occidente infedele è ancora lì, quanto perché i regimi arabi suoi grandi nemici, specie quello saudita, non sono stati travolti dal suo integralismo intransigente e sanguinario. E, inoltre,
la primavera islamica di questi mesi non porta né in Tunisia né in Egitto la sua matrice, anche se l’attentato di Marrakesh e, magari, alcuni fermenti dell’insurrezione libica hanno il suo sigillo.
Osama era ormai un sopravvissuto, alla sua organizzazione, ormai disintegrata in cellule autonome o, comunque, non collegate a un potere centrale (il che le rende più difficili da individuare) e anche a se stesso, dato per morto più volte –Benazir Bhutto, ex premier pakistano, lo annunciò deceduto nel 2007, pochi mesi prima di essere vittima di un attentato a componente al Qaida-. Ma soltanto ora la sua morte certificata dall’annuncio del presidente Barack Obama consente all'America d'elaborare il lutto dell'11 Settembre, a quasi dieci anni dalle stragi da 3.000 morti al World Trade Center e al Pentagono; e al presidente di compiere un balzo nell’apprezzamento dei suoi compatrioti e di rilanciarsi nella corsa a un secondo mandato alla Casa Bianca.
Certo, il racconto fatto da Obama domenica a tarda sera alle tv americane –in Italia, erano le quattro del mattino passate- e gli elementi emersi nelle ore successive lasciano qualche incertezza e numerose perplessità: il luogo dell’epilogo, in Pakistan, ma non fra le impervie montagne al confine con l’Afghanistan, bensì in una città non lontano da Islamabad e sede di una base dell’esercito; le modalità dell’uccisione; le circostanze della sepoltura; la labilità, almeno apparente e temporanea, delle prove offerte. Ma, forse, l’America di Obama, per cui quella al terrorismo non è una guerra all’Islam, vuole solo evitare di esibire macabri trofei. Che sia vera la notizia, nessun dubbio: se fosse falsa, smentirla sarebbe relativamente facile e devastante per gli Usa e per il presidente.
“La scorsa settimana –racconta Obama- sono giunto alla conclusione che avevamo informazioni d’intelligence sufficienti per entrare in azione e ho autorizzato una operazione per catturare Osama e per assicurarlo alla giustizia … Abbiamo lanciato un’operazione mirata contro un fabbricato d’Abbottabad: un piccolo commando ha compiuto l’azione con coraggio e bravura straordinari. Nessun americano è rimasto ferito. I militari hanno fatto tutto il possibile per evitare che vi fossero vittime civili. Dopo una sparatoria, hanno ucciso Osama e preso in custodia il suo corpo. Giustizia è fatta”. Quattro altre persone sono rimaste uccise. Non sono stati fatti prigionieri.
Il luogo – L’intelligence americana avrebbe localizzato fin dall’agosto 2010 il rifugio di bin Laden, una casa in un quartiere di militari in congedo, “otto volte più grande delle altre” intorno, protetta da misure di sicurezza eccezionali, con muri alti 5 metri e mezzo e sopra filo spinato e cancelli blindati. Dentro, né telefono né internet. Pare strano che il capo di al Qaida sia andato a nascondersi dove l’intelligence pachistana dovrebbe essere più forte.
Il raid – L’incursione è stata compiuta da forze speciali della Marina, le Navy Seals, ed è durata 40 minuti. Il commando aveva l’ordine di catturare Osama vivo, se lui si fosse arreso. Ma il terrorista ha opposto resistenza: è stato ucciso con una pallottola alla testa. Le altre vittime della sparatoria sono una donna, un figlio di Osama e due sue porta ordini. Prime versioni, poi smentite o comunque non confermate, indicavano che l’azione fosse stata condotta con un drone o risalisse a sette giorni or sono.
Il riconoscimento – Il corpo del capo di al Qaida è stato riconosciuto “al di là di ogni ragionevole dubbio” da un esame del Dna. Ma le foto diffuse dalla Cia, il cui direttore Leon Panetta ha pilotato l’intera operazione, non sono né chiare né convincenti. Forse, c’è la volontà di non mostrare troppo. Ma l’intelligence americana dispone di sicuro di più elementi di quelli che per ora rende pubblici.
La sepoltura – La salma di Osama è stata gettata nel Mare Arabico da una portaerei americana, proprio per evitare che una tomba diventasse una meta di pellegrinaggio. Secondo gli americani, tutto sarebbe stato fatto per rispettare la tradizione musulmana, ma un responsabile della moschea d’al-Azhar al Cairo, massima istituzione dell’Islam sunnita, lo nega.
La gaffe – Il coinvolgimento, o meno, dei servizi di sicurezza pachistani nell’uccisione d’Osama diventa oggetto di gaffe e di contraddizioni: il segretario di Stato Hillary Clinton lo riconosce, ma Joe Brennan, capo dell’anti-terrorismo alla Casa Bianca, lo smentisce: Islamabad sarebbe stata tenuta all'oscuro e informata a cose fatte. Se il coinvolgimento c’è stato, non bisognava dirlo, perché le autorità pachistane possono esserne imbarazzate; se non c’è stato, è segno che Washington non si fida proprio di quell’alleato.
La sicurezza – L’eliminazione del capo di al Qaida non significa che il Mondo sia un posto più sicuro. Anzi, l’Amministrazione statunitense e tutti i Paesi occidentali hanno subito provveduto a rafforzare i livelli d’allarme: per Panetta, è “quasi certo” che i seguaci di Osama vogliano vendicarne la morte. E, nel Mondo, le attestazioni di soddisfazione s’intrecciano con quelle di preoccupazione: il dollaro sale, il petrolio cala, le borse vanno su; come la paura.
domenica 1 maggio 2011
Kate & Carlà, guerre e stragi, la l'Occidente è gossip
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/05/2011
Una volta, per determinare la superiorità di un popolo, o di un paese sull'altro, senza stare a farsi una guerra sanguinosa e rovinosa, c'era il metodo Orazi / Curiazi, oppure il ricorso alla tenzone, o ancora, in tempi più moderni, la conta delle medaglie vinte alle Olimpiadi o dei premi Nobel messi in fila. Gran Bretagna e Francia, che dai tempi di Napoleone non si fanno più la guerra -Wellington e Nelson, Waterloo e Trafalgar, due a zero per Sua Maestà-, sfogano, oggi, la loro perenne rivalità di potenze europee un po' appannate, ma pur sempre con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu, in una battaglia, furibonda quanto incruenta, di gossip sulle rispettive ‘premieres dames’ (ma gli inglesi, che hanno la puzza sotto il naso della monarchia, mettono in campo una ‘junior’, perchè la regina, Dio la salvi, è fuori concorso e la riserva Camilla è mediaticamente improponibile).
Allora, ecco il matrimonio in mondovisione di Kate, che adesso che è duchessa di Cambridge, dovremmo chiamate Catherine per intero, giocato contro la gravidanza senza conferme, ma pure senza smentite, di Carlà, con l'accento da quando è sposata con Sarkò, Caterina dei Medici versione XXI Secolo. Kate, la studentessa, la borghesuccia, la sposina, regge benissimo la sfida, ben assecondata da William, che avrà meno capelli di Nicolas –e meno potere-, ma è un ragazzone che fa simpatia. La coppia britannica che un giorno sarà reale sa stare al gioco del gossip planetario: azzecca il mistero ben custodito del vestito nuziale; il bacio -pudicamente telegenico- sul balcone più carico di storia al mondo in servizio, dopo quello dell' ‘habemus papam’; la finta ‘fuga’ in auto da sposi novelli; la festa a palazzo fino alle tre di notte (ma le stelle sono i fratelli minori, Harry e Pippa, su cui si vocifera già...); infine, il rinvio a sorpresa della luna di miele.
Li davano in partenza per Giordania, Kenya, Seychelles, Australia, o una villa in Lucchesia; oppure, per tutti questi posti insieme. Invece, loro riescono a stupire: restano a Londra e si fanno fotografare a spasso per i cortili di Buckingham Palace, lei con la gonnellina corta (non troppo), lui a suo agio in giacca sportiva e camicia senza cravatta. C’è la crisi, il Paese è in guerra (in Libia, con noi), William è un militare e il dovere lo chiama: la luna di miele può attendere –così, quando la faranno, magari, saranno più tranquilli e meno inseguiti ovunque da paparazzi e ‘gossippari’-. Per riprendersi dalle emozioni del matrimonio, che dev’essere stato un bello stress, con il labiale su ogni sillaba, Kate e Will si regalano 48 ore di relax e intimità in un castello del Regno Unito. Martedì, come tutti i suoi sudditi, cui il ‘royal wedding’ è valso un week-end più lungo d’un giorno, il tenente pilota William Wales si presenterà alla base della Raf di Anglesey, nel Galles, per una serie di missioni con i suoi compagni d'armi del 22.o Squadron 'C' . E Kate lo aspetterà a casa, mettendo in ordine l’album delle foto del matrimonio –perfette, quelle ufficiali- e, magari, scoprendo sulla stampa britannica, che in pettegolezzi è fortissima, tutto quello che vorreste sapere sulla gravidanza di Carlà. Vero o falso che sia.
Una volta, per determinare la superiorità di un popolo, o di un paese sull'altro, senza stare a farsi una guerra sanguinosa e rovinosa, c'era il metodo Orazi / Curiazi, oppure il ricorso alla tenzone, o ancora, in tempi più moderni, la conta delle medaglie vinte alle Olimpiadi o dei premi Nobel messi in fila. Gran Bretagna e Francia, che dai tempi di Napoleone non si fanno più la guerra -Wellington e Nelson, Waterloo e Trafalgar, due a zero per Sua Maestà-, sfogano, oggi, la loro perenne rivalità di potenze europee un po' appannate, ma pur sempre con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu, in una battaglia, furibonda quanto incruenta, di gossip sulle rispettive ‘premieres dames’ (ma gli inglesi, che hanno la puzza sotto il naso della monarchia, mettono in campo una ‘junior’, perchè la regina, Dio la salvi, è fuori concorso e la riserva Camilla è mediaticamente improponibile).
Allora, ecco il matrimonio in mondovisione di Kate, che adesso che è duchessa di Cambridge, dovremmo chiamate Catherine per intero, giocato contro la gravidanza senza conferme, ma pure senza smentite, di Carlà, con l'accento da quando è sposata con Sarkò, Caterina dei Medici versione XXI Secolo. Kate, la studentessa, la borghesuccia, la sposina, regge benissimo la sfida, ben assecondata da William, che avrà meno capelli di Nicolas –e meno potere-, ma è un ragazzone che fa simpatia. La coppia britannica che un giorno sarà reale sa stare al gioco del gossip planetario: azzecca il mistero ben custodito del vestito nuziale; il bacio -pudicamente telegenico- sul balcone più carico di storia al mondo in servizio, dopo quello dell' ‘habemus papam’; la finta ‘fuga’ in auto da sposi novelli; la festa a palazzo fino alle tre di notte (ma le stelle sono i fratelli minori, Harry e Pippa, su cui si vocifera già...); infine, il rinvio a sorpresa della luna di miele.
Li davano in partenza per Giordania, Kenya, Seychelles, Australia, o una villa in Lucchesia; oppure, per tutti questi posti insieme. Invece, loro riescono a stupire: restano a Londra e si fanno fotografare a spasso per i cortili di Buckingham Palace, lei con la gonnellina corta (non troppo), lui a suo agio in giacca sportiva e camicia senza cravatta. C’è la crisi, il Paese è in guerra (in Libia, con noi), William è un militare e il dovere lo chiama: la luna di miele può attendere –così, quando la faranno, magari, saranno più tranquilli e meno inseguiti ovunque da paparazzi e ‘gossippari’-. Per riprendersi dalle emozioni del matrimonio, che dev’essere stato un bello stress, con il labiale su ogni sillaba, Kate e Will si regalano 48 ore di relax e intimità in un castello del Regno Unito. Martedì, come tutti i suoi sudditi, cui il ‘royal wedding’ è valso un week-end più lungo d’un giorno, il tenente pilota William Wales si presenterà alla base della Raf di Anglesey, nel Galles, per una serie di missioni con i suoi compagni d'armi del 22.o Squadron 'C' . E Kate lo aspetterà a casa, mettendo in ordine l’album delle foto del matrimonio –perfette, quelle ufficiali- e, magari, scoprendo sulla stampa britannica, che in pettegolezzi è fortissima, tutto quello che vorreste sapere sulla gravidanza di Carlà. Vero o falso che sia.
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