Scritto per Il Fatto Quotidiano del 06/10/2011
Ai ministri italiani, non capita spesso di prendere, con loro dichiarazioni, non solo le prime pagine di tutta Italia, ma anche quelle d’un Paese straniero. Giulio Tremonti, con l’affermazione che le cose in Spagna vanno meglio che da noi perché li si fanno elezioni politiche anticipate e perché Zapatero si fa da parte, ci riesce. La stampa italiana lo chiosa in chiave anti-Berlusconi –andremmo meglio anche noi, se quello facesse un passo indietro e se andassimo al voto-; la stampa spagnola lo chiosa di meno, ma ci si diverte un bel po’ lo stesso. E Abc se ne esce con un editoriale che denuncia la mancanza di leadership del premier italiano (per la serie: Tremonti ha ragione). Ma il vero editoriale di giornata sulla situazione italiana lo scrive Moody’s: la decisione dell’agenzia di rating di tagliare di tre tacche d’un colpo solo l’affidabilità del debito italiano “non poteva arrivare in un momento peggiore per la zona euro”, tra le preoccupazioni dei mercati in fibrillazione, commenta la Bbc, che correda il servizio con una foto di Mr B a capo chino sulle mani giunte: un’immagine di sconfitta, se non di disfatta. Il Telegraph ed El Pais danno la stessa interpretazione della decisione di Moody’s: l’abbassamento del rating nasce dal timore che l’Italia sarà in difficoltà a ridurre il debito con una crescita cronicamente debole. E se El Pais capta che “i mercati ignorano” il declassamento, anzi si concedono una giornata da toro, Libération sintetizza un po’ sbrigativamente che “l’Italia va a rotoli”. Ma che si guardassero l’ombelico loro, i cugini francesi, tutti in trepida attesa del bebé presidenziale.
giovedì 6 ottobre 2011
Crisi: la Merkel sprona l'Italia e vuole il 'salva banche'
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 06/10/2011
Le agenzie di rating non sono le sole a bacchettare l’Italia. In visita a Bruxelles, Angela Merkel tira fuori una dichiarazione imperativa: “L’Italia deve rispettare gli impegni” per la riduzione del debito, dice, dopo incontri con le Istituzioni comunitarie. La cancelliera tedesca parla dopo che Moody’s ha d’un colpo solo abbassato di tre punti la fiducia nella capacità dell’Italia di ripagare i propri debiti, due settimane dopo un’analoga, ma meno drastica, penalizzazione da parte di S&P.
“Qualsiasi Paese europeo può riconquistare la fiducia, seattua davvero le misure decise”, prosegue la Merkel; e cita, in positivo, il caso del Portogallo, i cui dirigenti, né quelli di centrosinistra prima al potere, né quelli di centrodestra ora al governo, neanche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, hanno mai fatto pubblici apprezzamenti dell’aspetto fisico della cancelliera. Se c’è riuscito il Portogallo, anche “l’Italia può riconquistare la fiducia dei mercati”, purché faccia quel che s’è impegnata a fare. E arriva il veleno: “Questo le ha posto qualche difficoltà “ in passato. Moody’s e S&P, che stanno lì con la matita rossa in mano, prendono nota.
Italia a parte, la Merkel porta a Bruxelles un messaggio di preoccupazione, ma anche di speranza: per esempio, la Grecia –insiste- deve restare nell’euro e la Germania “farà il necessario” perché Atene “abbia gli aiuti per ritrovare la via della crescita”. Le dichiarazioni della cancelliera contribuiscono all’ennesima giornata frenetica e apparentemente assurda delle borse, che ignorano le agenzie di rating e le acute tensioni sociali greche e chiudono con raid impressionanti: Francoforte, il toro di giornata, sfiora il + 5%, dopo che un allarme alla bomba scattato poco prima della chiusura induce la polizia ad evacuare, in via precauzionale, l’edifico delle transazioni (che continuano per via telematica). Alla fine, né gli agenti né i cani trovano nulla di sospetto: magari, l’episodio è solo un sintomo della tensione sui mercati.
Il messaggio cui la Merkel tiene è chiaro: l’Unione europea deve accelerare le operazioni per darsi un piano per ricapitalizzare le banche che ne hanno bisogno e a bloccare il contagio della sfiducia nella zona euro. La cancelliera ne parlerà nel fine settimana col presidente francese Nicolas Sarkozy e porterà la questione al Vertice europeo di metà mese. Da Washington, l’Fmi, il Fondo monetario internazionale, la spalleggia dicendosi preoccupato per la lentezza della risposta della zona euro.
Adesso che lo strumento ‘salva Stati’, il Fesf, sta per divenire operativo, ce ne vuole uno ‘salva banche’ –il Fesf potrà giocarvi un ruolo, ma solo in ultima istanza-. C’è il timore che la crisi del debito si propaghi nell’area dell’euro e sfoci in una crisi del settore bancario, con lo schema visto negli Stati Uniti nel 2008 quando ci fu il fallimento della Lehman Brothers. “Se siamo d’accordo che le banche non sono abbastanza capitalizzate, è giustificato intervenire in tal senso”, “tenuto conto dell’attuale situazione dei mercati finanziari”. Se ce ne fosse stato bisogno, le grosse difficoltà della banca franco-belga Dexia confermano i rischi.
La Germania, che è la prima economia europea, vuole “criteri comuni” per le economie dell’euro: ci vogliono dei risultati, devono venire in fretta, Berlino è pronto a mostrare la strada. Barroso rivendica con orgoglio alla Commissione di Bruxelles il ruolo di “governo economico dell’Unione”, mentre la Merkel e Sarkozy ne invocato uno ‘ad hoc’. Ma Barroso si schiera al fianco della Merkel sul piano ‘salva banche’. L’Fmi fa i conti in tasca agli istituti di credito europei, stimando a 100 o 200 miliardi di euro l’iniezione di capitali necessaria a stabilizzare il settore, ma non intende giocare un ruolo nel piano.
Contro la crisi, la Germania pensa che “la modifica dei Trattati dell’Ue non dev’essere un tabù”. Ma Barroso tira il freno: cambiare i Trattati solo se necessario; prima, sfruttarne tutte le possibilità.
Le agenzie di rating non sono le sole a bacchettare l’Italia. In visita a Bruxelles, Angela Merkel tira fuori una dichiarazione imperativa: “L’Italia deve rispettare gli impegni” per la riduzione del debito, dice, dopo incontri con le Istituzioni comunitarie. La cancelliera tedesca parla dopo che Moody’s ha d’un colpo solo abbassato di tre punti la fiducia nella capacità dell’Italia di ripagare i propri debiti, due settimane dopo un’analoga, ma meno drastica, penalizzazione da parte di S&P.
“Qualsiasi Paese europeo può riconquistare la fiducia, seattua davvero le misure decise”, prosegue la Merkel; e cita, in positivo, il caso del Portogallo, i cui dirigenti, né quelli di centrosinistra prima al potere, né quelli di centrodestra ora al governo, neanche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, hanno mai fatto pubblici apprezzamenti dell’aspetto fisico della cancelliera. Se c’è riuscito il Portogallo, anche “l’Italia può riconquistare la fiducia dei mercati”, purché faccia quel che s’è impegnata a fare. E arriva il veleno: “Questo le ha posto qualche difficoltà “ in passato. Moody’s e S&P, che stanno lì con la matita rossa in mano, prendono nota.
Italia a parte, la Merkel porta a Bruxelles un messaggio di preoccupazione, ma anche di speranza: per esempio, la Grecia –insiste- deve restare nell’euro e la Germania “farà il necessario” perché Atene “abbia gli aiuti per ritrovare la via della crescita”. Le dichiarazioni della cancelliera contribuiscono all’ennesima giornata frenetica e apparentemente assurda delle borse, che ignorano le agenzie di rating e le acute tensioni sociali greche e chiudono con raid impressionanti: Francoforte, il toro di giornata, sfiora il + 5%, dopo che un allarme alla bomba scattato poco prima della chiusura induce la polizia ad evacuare, in via precauzionale, l’edifico delle transazioni (che continuano per via telematica). Alla fine, né gli agenti né i cani trovano nulla di sospetto: magari, l’episodio è solo un sintomo della tensione sui mercati.
Il messaggio cui la Merkel tiene è chiaro: l’Unione europea deve accelerare le operazioni per darsi un piano per ricapitalizzare le banche che ne hanno bisogno e a bloccare il contagio della sfiducia nella zona euro. La cancelliera ne parlerà nel fine settimana col presidente francese Nicolas Sarkozy e porterà la questione al Vertice europeo di metà mese. Da Washington, l’Fmi, il Fondo monetario internazionale, la spalleggia dicendosi preoccupato per la lentezza della risposta della zona euro.
Adesso che lo strumento ‘salva Stati’, il Fesf, sta per divenire operativo, ce ne vuole uno ‘salva banche’ –il Fesf potrà giocarvi un ruolo, ma solo in ultima istanza-. C’è il timore che la crisi del debito si propaghi nell’area dell’euro e sfoci in una crisi del settore bancario, con lo schema visto negli Stati Uniti nel 2008 quando ci fu il fallimento della Lehman Brothers. “Se siamo d’accordo che le banche non sono abbastanza capitalizzate, è giustificato intervenire in tal senso”, “tenuto conto dell’attuale situazione dei mercati finanziari”. Se ce ne fosse stato bisogno, le grosse difficoltà della banca franco-belga Dexia confermano i rischi.
La Germania, che è la prima economia europea, vuole “criteri comuni” per le economie dell’euro: ci vogliono dei risultati, devono venire in fretta, Berlino è pronto a mostrare la strada. Barroso rivendica con orgoglio alla Commissione di Bruxelles il ruolo di “governo economico dell’Unione”, mentre la Merkel e Sarkozy ne invocato uno ‘ad hoc’. Ma Barroso si schiera al fianco della Merkel sul piano ‘salva banche’. L’Fmi fa i conti in tasca agli istituti di credito europei, stimando a 100 o 200 miliardi di euro l’iniezione di capitali necessaria a stabilizzare il settore, ma non intende giocare un ruolo nel piano.
Contro la crisi, la Germania pensa che “la modifica dei Trattati dell’Ue non dev’essere un tabù”. Ma Barroso tira il freno: cambiare i Trattati solo se necessario; prima, sfruttarne tutte le possibilità.
mercoledì 5 ottobre 2011
Meredith: Amanda trova l'America. giustizia sotto attacco
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 05/10/2011
Con l’assoluzione di Amanda (e Raffaele), e la condanna di Meredith a finire fra i ‘cold cases’ della giustizia italiana, l’Italia diventa terreno di confronto politico-elettorale tra Stati Uniti e Gran Bretagna: Londra è costernata e il premier David Cameron è vicino ai Kercher; Washington (e Seattle) esultano e il Dipartimento di Stato esprime soddisfazione. C’è chi s’indigna per la sovranità (del nostro Paese) violata; c’è chi tira sballate somme diplomatiche e geo-politiche dalla contrapposizione quasi inedita tra americani e inglesi; e c’è chi rimanda le critiche al mittente. Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, osserva che “gli Stati Uniti non sono affatto legittimati a impartirci lezioni di diritto”, ricordando Guantanamo e il Cermis. E si potrebbero pure citare l’uccisione di Calipari e il rapimento di Abu Omar ad opera della Cia: come il Cermis, tutti casi in cui il fatto che i colpevoli fossero americani, militari o spie, li ha messi, per gli Stati Uniti, al di sopra della legge.
Però, è difficile sorprendersi per le critiche piovute sul sistema giudiziario italiano, prima dagli Stati Uniti e adesso più dalla Gran Bretagna, quando ad andare in giro per il Mondo a parlare male di inquirenti e magistrati sono il presidente del Consiglio, dai podi delle conferenze stampe congiunte con altri leader o quasi inginocchiato accanto al presidente Obama in occasione di un Vertice del G8, e l’ex ministro della giustizia, e ora scudiero del premier, Angelino Alfano. Davvero ci possiamo stupire che la stampa estera diffidi della giustizia italiana? Va a finire –appunto- all’italiana, come nel coro dell’Adelchi: “Il forte si mesce col vinto nemico … L’un popolo e l’altro sul collo vi sta”. Divisi da Amanda e Meredith, americani e britannici, ma uniti nel diffidare dell’Italia.
Certo, l’impatto mediatico così universale di questa vicenda, ben al di là della portata in sé del fatto di cronaca, innesca sbavature diplomatiche. Dopo settimane di critiche e diffidenze della stampa statunitense, il Dipartimento di Stato esprime “apprezzamento per l’attenta considerazione della vicenda nell’ambito del sistema giudiziario italiano” – c’era, forse, una dichiarazione speculare già pronta, a verdetto rovesciato-. Sortita singolare, da parte di un Paese che mal sopporta, anzi considera ingerenze, gli appelli alla clemenza degli alleati europei e persino della Santa Sede quando manda legalmente a morte minorenni o minorati o presunti innocenti. Cameron, invece, testimonia incredulità e, appreso il verdetto, sta con i Kercher: “Quei genitori avevano avuto una risposta per quel che è successo alla loro meravigliosa figlia e adesso non l’hanno più. Tutti dovrebbero pensare a loro, a come si sentono”.
Come il Dipartimento di Stato, anche il New York Times aveva forse pronto un doppio commento. Ma il suo elogio della giustizia italiana è condito di elementi d’autocritica: "Se Amanda fosse stata processata negli Stati Uniti, ora t'ora potrebbe facilmente essere in attesa dell’esecuzione", osserva Timothy Egan sul sito del quotidiano. Egan nota che "il sistema giuridico italiano dà a ogni condannato una seconda chance sostanziale, un appello davanti a nuovi giudici"; e fa un parallelo col caso di Trevor Davis, "messo a morte dallo stato della Georgia in settembre, nonostante gran parte dei testimoni avessero ritrattato la loro testimonianza". Davis era un nero di 42 anni, sulla cui colpevolezza gravavano molti dubbi: e' stato giustiziato nonostante interventi a suo favore di papa Benedetto XVI o dell'ex presidente americano Jimmy Carter (un georgiano). Il NYT considera la sua vicenda "una barbarie" e "un tragico caso di malagiustizia".
Non mancano le contraddizioni, nell’orgia mediatica della notte di Amanda che rinasce e di Meredith di nuovo uccisa. La studentessa americana riceve le attenzioni di una star: sala d’attesa vip a Fiumicino, addirittura suite reale durante il transito all’aeroporto di Heathrow a Londra; e s’appresta a ‘monetizzare’ la sua popolarità: interviste, memorie, diritti d’immagine possono valere milioni di dollari. Nella vicenda tragica, non mancano neppure gli infortuni clamorosi: i siti di Daily Mail, Sun e altri media britannici danno, per un minuto e mezzo, la notizia al contrario –Amanda condannata-; e il Daily Mail, che ha aperto sull’episodio un’inchiesta interna, completa la frittata con il commento dell’accusa inventato di sana pianta –“Giustizia è fatta”- e con il pianto di disperazione d’Amanda –le lacrime c’erano, ma di gioia-. Forse, l’errore è venuto dalla conferma della condanna per diffamazione nei confronti di Patrick Lumumba.
I media inglesi, oltre che sulla giustizia italiana, spargono veleno sugli imputati assolti. Il Daily Mail si rifà della svista con “Libera di farsi una fortuna. Ora per Foxy milioni di Hollywood e una nuova vita come ‘martire professionale dell'ingiustizia’". L’Independent dichiara la Knox “destinata a danarosa ma dubbia fama”. La Bbc invece vede segnali di misoginia nel ritratto di Amanda dipinto dai media. Il Times di Londra, il Telegraph, il Guardian e tutti gli altri, nessuno dimentica Meredith e i Kercher.
L’ ‘amandamania’ contagia tutta la stampa europea. E quella americana mette il gran pavese, a cominciare, ovviamente, dal Seattle Times (“Finalmente libera”). Ma ci sono distinguo: la Cnn ricorda che “la verità sull'uccisione di Meredith non è ancora emersa”; mentre, sulla Fox, la giudice Usa Jeanine Pirro elogia i colleghi italiani. “Libera” è la parola più ricorrente: le tv danno il vedetto in diretta, i siti ci aprono. Ma il San Francisco Chronicle fa i conti in tasca ad Amanda, che ha già offerte di lavoro: una radio di Seattle le offre 10mila dollari per lo show del mattino per una settimana; e soldi veri arriveranno dai talks shows, dai libri e dai film (Lifetime channel sta già lavorando a una riedizione del suo).
Con l’assoluzione di Amanda (e Raffaele), e la condanna di Meredith a finire fra i ‘cold cases’ della giustizia italiana, l’Italia diventa terreno di confronto politico-elettorale tra Stati Uniti e Gran Bretagna: Londra è costernata e il premier David Cameron è vicino ai Kercher; Washington (e Seattle) esultano e il Dipartimento di Stato esprime soddisfazione. C’è chi s’indigna per la sovranità (del nostro Paese) violata; c’è chi tira sballate somme diplomatiche e geo-politiche dalla contrapposizione quasi inedita tra americani e inglesi; e c’è chi rimanda le critiche al mittente. Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, osserva che “gli Stati Uniti non sono affatto legittimati a impartirci lezioni di diritto”, ricordando Guantanamo e il Cermis. E si potrebbero pure citare l’uccisione di Calipari e il rapimento di Abu Omar ad opera della Cia: come il Cermis, tutti casi in cui il fatto che i colpevoli fossero americani, militari o spie, li ha messi, per gli Stati Uniti, al di sopra della legge.
Però, è difficile sorprendersi per le critiche piovute sul sistema giudiziario italiano, prima dagli Stati Uniti e adesso più dalla Gran Bretagna, quando ad andare in giro per il Mondo a parlare male di inquirenti e magistrati sono il presidente del Consiglio, dai podi delle conferenze stampe congiunte con altri leader o quasi inginocchiato accanto al presidente Obama in occasione di un Vertice del G8, e l’ex ministro della giustizia, e ora scudiero del premier, Angelino Alfano. Davvero ci possiamo stupire che la stampa estera diffidi della giustizia italiana? Va a finire –appunto- all’italiana, come nel coro dell’Adelchi: “Il forte si mesce col vinto nemico … L’un popolo e l’altro sul collo vi sta”. Divisi da Amanda e Meredith, americani e britannici, ma uniti nel diffidare dell’Italia.
Certo, l’impatto mediatico così universale di questa vicenda, ben al di là della portata in sé del fatto di cronaca, innesca sbavature diplomatiche. Dopo settimane di critiche e diffidenze della stampa statunitense, il Dipartimento di Stato esprime “apprezzamento per l’attenta considerazione della vicenda nell’ambito del sistema giudiziario italiano” – c’era, forse, una dichiarazione speculare già pronta, a verdetto rovesciato-. Sortita singolare, da parte di un Paese che mal sopporta, anzi considera ingerenze, gli appelli alla clemenza degli alleati europei e persino della Santa Sede quando manda legalmente a morte minorenni o minorati o presunti innocenti. Cameron, invece, testimonia incredulità e, appreso il verdetto, sta con i Kercher: “Quei genitori avevano avuto una risposta per quel che è successo alla loro meravigliosa figlia e adesso non l’hanno più. Tutti dovrebbero pensare a loro, a come si sentono”.
Come il Dipartimento di Stato, anche il New York Times aveva forse pronto un doppio commento. Ma il suo elogio della giustizia italiana è condito di elementi d’autocritica: "Se Amanda fosse stata processata negli Stati Uniti, ora t'ora potrebbe facilmente essere in attesa dell’esecuzione", osserva Timothy Egan sul sito del quotidiano. Egan nota che "il sistema giuridico italiano dà a ogni condannato una seconda chance sostanziale, un appello davanti a nuovi giudici"; e fa un parallelo col caso di Trevor Davis, "messo a morte dallo stato della Georgia in settembre, nonostante gran parte dei testimoni avessero ritrattato la loro testimonianza". Davis era un nero di 42 anni, sulla cui colpevolezza gravavano molti dubbi: e' stato giustiziato nonostante interventi a suo favore di papa Benedetto XVI o dell'ex presidente americano Jimmy Carter (un georgiano). Il NYT considera la sua vicenda "una barbarie" e "un tragico caso di malagiustizia".
Non mancano le contraddizioni, nell’orgia mediatica della notte di Amanda che rinasce e di Meredith di nuovo uccisa. La studentessa americana riceve le attenzioni di una star: sala d’attesa vip a Fiumicino, addirittura suite reale durante il transito all’aeroporto di Heathrow a Londra; e s’appresta a ‘monetizzare’ la sua popolarità: interviste, memorie, diritti d’immagine possono valere milioni di dollari. Nella vicenda tragica, non mancano neppure gli infortuni clamorosi: i siti di Daily Mail, Sun e altri media britannici danno, per un minuto e mezzo, la notizia al contrario –Amanda condannata-; e il Daily Mail, che ha aperto sull’episodio un’inchiesta interna, completa la frittata con il commento dell’accusa inventato di sana pianta –“Giustizia è fatta”- e con il pianto di disperazione d’Amanda –le lacrime c’erano, ma di gioia-. Forse, l’errore è venuto dalla conferma della condanna per diffamazione nei confronti di Patrick Lumumba.
I media inglesi, oltre che sulla giustizia italiana, spargono veleno sugli imputati assolti. Il Daily Mail si rifà della svista con “Libera di farsi una fortuna. Ora per Foxy milioni di Hollywood e una nuova vita come ‘martire professionale dell'ingiustizia’". L’Independent dichiara la Knox “destinata a danarosa ma dubbia fama”. La Bbc invece vede segnali di misoginia nel ritratto di Amanda dipinto dai media. Il Times di Londra, il Telegraph, il Guardian e tutti gli altri, nessuno dimentica Meredith e i Kercher.
L’ ‘amandamania’ contagia tutta la stampa europea. E quella americana mette il gran pavese, a cominciare, ovviamente, dal Seattle Times (“Finalmente libera”). Ma ci sono distinguo: la Cnn ricorda che “la verità sull'uccisione di Meredith non è ancora emersa”; mentre, sulla Fox, la giudice Usa Jeanine Pirro elogia i colleghi italiani. “Libera” è la parola più ricorrente: le tv danno il vedetto in diretta, i siti ci aprono. Ma il San Francisco Chronicle fa i conti in tasca ad Amanda, che ha già offerte di lavoro: una radio di Seattle le offre 10mila dollari per lo show del mattino per una settimana; e soldi veri arriveranno dai talks shows, dai libri e dai film (Lifetime channel sta già lavorando a una riedizione del suo).
martedì 4 ottobre 2011
SPIGOLI: Italia come Pompei sotto la cenere del debito
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano del 04/10/2011
Rischio Vesuvio per l’Italia del XXI Secolo: lo denuncia con risalto Paris Match. Ma il vulcano non c’entra nulla, o quasi. Per il settimanale francese, l’Italia è “in panne”: “Un capolavoro in pericolo – scrive -: è il più bel Paese del Mondo, ma la crisi e la deliquescenza dell'era Berlusconi la condannano … Rischia di essere sepolta dal debito come Pompei fu sepolta dalla lava del Vesuvio”. Emerge, in questi giorni, sulla stampa estera, tra cronache politiche ed economiche che hanno sempre un che di beghe di cortile e di déjà vu pecoreccio, una nostalgia della bell’Italia, dell’Italia che fu, e magari tornerà a essere, giardino d’Europa tra arte e cultura. Non badiamo troppo alle guide turistiche ed eno-gastronomico: questa è la stagione e il WP si esibisce in un viaggio fra i vini d’Italia e i cibi da abbinarvi. Il Guardian fa l’elogio di Bologna, città da sempre fiera e concreta, poche ciance e fatti tanti, mentre la stampa americana, sulle piste di quella italiana, segnala le difficoltà delle scuole materne di Reggio Emilia che aveva eletto a modello mondiale. Il Daily Mail rivisita l’Italia meno conosciuta, quella del Medio Evo e delle streghe, raccontando la fine raccapricciante d’una povera donna di Piombino –sarà pure stata una megera, ma da lì a strega ce ne passa- sepolta 800 anni or sono, pressappoco l’epoca di Dante, con sette chiodi in bocca. Meno sensazionalista, il NYT suggerisce di provare a leggere, o rileggere, Moravia nell’Italia di Mr B, per scoprire, magari, di quanto è avanzata la frontiera della trasgressione. E il Guardian e il WSJ, dopo la stampa francese, celebrano lo sbarco a Parigi di reperti pompeiani: “Se restauriamo un dipinto” della città morta –s’interroga il giornale-, “perché non restauriamo l’intera città?”. E così finiamo dove avevamo cominciato: sotto la cenere del debito, che soffoca Pompei come l’Italia.
Rischio Vesuvio per l’Italia del XXI Secolo: lo denuncia con risalto Paris Match. Ma il vulcano non c’entra nulla, o quasi. Per il settimanale francese, l’Italia è “in panne”: “Un capolavoro in pericolo – scrive -: è il più bel Paese del Mondo, ma la crisi e la deliquescenza dell'era Berlusconi la condannano … Rischia di essere sepolta dal debito come Pompei fu sepolta dalla lava del Vesuvio”. Emerge, in questi giorni, sulla stampa estera, tra cronache politiche ed economiche che hanno sempre un che di beghe di cortile e di déjà vu pecoreccio, una nostalgia della bell’Italia, dell’Italia che fu, e magari tornerà a essere, giardino d’Europa tra arte e cultura. Non badiamo troppo alle guide turistiche ed eno-gastronomico: questa è la stagione e il WP si esibisce in un viaggio fra i vini d’Italia e i cibi da abbinarvi. Il Guardian fa l’elogio di Bologna, città da sempre fiera e concreta, poche ciance e fatti tanti, mentre la stampa americana, sulle piste di quella italiana, segnala le difficoltà delle scuole materne di Reggio Emilia che aveva eletto a modello mondiale. Il Daily Mail rivisita l’Italia meno conosciuta, quella del Medio Evo e delle streghe, raccontando la fine raccapricciante d’una povera donna di Piombino –sarà pure stata una megera, ma da lì a strega ce ne passa- sepolta 800 anni or sono, pressappoco l’epoca di Dante, con sette chiodi in bocca. Meno sensazionalista, il NYT suggerisce di provare a leggere, o rileggere, Moravia nell’Italia di Mr B, per scoprire, magari, di quanto è avanzata la frontiera della trasgressione. E il Guardian e il WSJ, dopo la stampa francese, celebrano lo sbarco a Parigi di reperti pompeiani: “Se restauriamo un dipinto” della città morta –s’interroga il giornale-, “perché non restauriamo l’intera città?”. E così finiamo dove avevamo cominciato: sotto la cenere del debito, che soffoca Pompei come l’Italia.
domenica 2 ottobre 2011
Usa: Obama ai suoi, 'Rischio di perdere'; ma è tattica
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 02/10/2011
A 400 giorni dall’ ‘election day’ del 6 novembre 2012, il presidente americano Barack Obama chiama a raccolta i propri sostenitori: tornare alla Casa Bianca sarà dura, non tanto perché ci siano da battere oppositori temibili -il campo dei repubblicani è per ora folto solo di nani-, quanto perché la crisi economica dell’autunno 2008, mai del tutto superata, e il rischio di ricaduta nella recessione minano le speranze di conferma del primo nero alla guida degli Stati Uniti: “La mia rielezione sarà dura”, dice Obama a un gruppo di sostenitori che hanno pagato 13mila dollari per una cena privata con il presidente, a casa di un medico di Washington.
Il tasso di popolarità è in calo e i successi nella lotta al terrorismo –dopo l’eliminazione di Osama bin Laden, il capo di al Qaida, ci sono state altre catture eccellenti e pure l’uccisione controversa, venerdì, nello Yemen, dell’imam radicale Al Awlaki- non compensano i dati insoddisfacenti della crescita e dell’occupazione. Ai suoi supporters, il presidente dice: “L’unico modo per essere rieletto è che tutti voi vi impegnate a tal fine. Spero che siate pronti a un anno di duro lavoro”.
Un discorso onesto, che i repubblicani bollano come disfattista. Ma anche un discorso obbligato: a quei democratici ricchi venuti a versare un obolo sostanzioso alla sua causa, al popolo di volontari che già lo sostengono nella raccolta fondi su internet, Obama mica poteva dire che la rielezione l’ha già in tasca e che la corsa sarà una passeggiata. I sostenitori sarebbero stati meno generosi e i volontari si sarebbero squagliati.
E’ chiaro che il presidente, dopo avere tamponato prima dell’estate la crisi del debito, ha affrontato la ripresa in chiave elettorale: raccolta fondi e caccia al consenso perduto della classe media, con il piano per il rilancio dell’occupazione e quello ‘taglia deficit’ che prevede riduzioni di spesa, ma pure più tasse per i ricchi e aiuti ad anziani e poveri. Nella stessa linea, si collocano le critiche ai partner europei che, non mettendo ordine a casa loro, compromettono la ripresa mondiale.
Del resto, il discorso a casa del medico è stato completato da un robusto attacco ai repubblicani, che “vogliono abrogare le leggi a difesa dell’ambiente, ridurre al minimo l’azione del governo e, soprattutto, permettere alle forze più potenti del nostro Paese di farsi da sole le regole”. Ed eè stato corredato da un bilancio orgoglioso del proprio operato: “In due anni e mezzo alla Casa Bianca abbiamo fatto molto sul fronte delle riforme, da quella sanitaria a quella scolastica, abbiamo fatto passi avanti sull’uguaglianza sanitaria, abbiamo abrogato la norma omofoba nelle forze armate, abbiamo stabilizzato il mercato finanziario. Ma quello che non abbiamo ancora fatto è cambiare Washington e la gente, così, ha perso fede e fiducia”.
Certo, non tutto fila liscio, in queste prime battute di campagna elettorale. L’incidente di percorso della first lady, presentatasi a una raccolta di fondi a New York con bracciali da 40 mila dollari. Michelle prova a fare dimenticare la mancanza di sensibilità per l’America che fatica a sbarcare il lunario andando a fare la spesa con il carrello, look molto casual, come una massaia qualsiasi, in un super-mercato di Washington. Peggio i rimedio che il danno: piovono critiche alla messa in scena della first lady casalinga.
Obama vuole che la gente torni a credergli come nel 2008 e a credere al sogno americano: “Questa é la nostra sfida 2012”. A dargli una mano, oltre ai ricchi con assegno alla mano e ai volontari, possono essere i cittadini che tornano a protestare a Wall Street, ‘Basta strapotere della finanza’.
A 400 giorni dall’ ‘election day’ del 6 novembre 2012, il presidente americano Barack Obama chiama a raccolta i propri sostenitori: tornare alla Casa Bianca sarà dura, non tanto perché ci siano da battere oppositori temibili -il campo dei repubblicani è per ora folto solo di nani-, quanto perché la crisi economica dell’autunno 2008, mai del tutto superata, e il rischio di ricaduta nella recessione minano le speranze di conferma del primo nero alla guida degli Stati Uniti: “La mia rielezione sarà dura”, dice Obama a un gruppo di sostenitori che hanno pagato 13mila dollari per una cena privata con il presidente, a casa di un medico di Washington.
Il tasso di popolarità è in calo e i successi nella lotta al terrorismo –dopo l’eliminazione di Osama bin Laden, il capo di al Qaida, ci sono state altre catture eccellenti e pure l’uccisione controversa, venerdì, nello Yemen, dell’imam radicale Al Awlaki- non compensano i dati insoddisfacenti della crescita e dell’occupazione. Ai suoi supporters, il presidente dice: “L’unico modo per essere rieletto è che tutti voi vi impegnate a tal fine. Spero che siate pronti a un anno di duro lavoro”.
Un discorso onesto, che i repubblicani bollano come disfattista. Ma anche un discorso obbligato: a quei democratici ricchi venuti a versare un obolo sostanzioso alla sua causa, al popolo di volontari che già lo sostengono nella raccolta fondi su internet, Obama mica poteva dire che la rielezione l’ha già in tasca e che la corsa sarà una passeggiata. I sostenitori sarebbero stati meno generosi e i volontari si sarebbero squagliati.
E’ chiaro che il presidente, dopo avere tamponato prima dell’estate la crisi del debito, ha affrontato la ripresa in chiave elettorale: raccolta fondi e caccia al consenso perduto della classe media, con il piano per il rilancio dell’occupazione e quello ‘taglia deficit’ che prevede riduzioni di spesa, ma pure più tasse per i ricchi e aiuti ad anziani e poveri. Nella stessa linea, si collocano le critiche ai partner europei che, non mettendo ordine a casa loro, compromettono la ripresa mondiale.
Del resto, il discorso a casa del medico è stato completato da un robusto attacco ai repubblicani, che “vogliono abrogare le leggi a difesa dell’ambiente, ridurre al minimo l’azione del governo e, soprattutto, permettere alle forze più potenti del nostro Paese di farsi da sole le regole”. Ed eè stato corredato da un bilancio orgoglioso del proprio operato: “In due anni e mezzo alla Casa Bianca abbiamo fatto molto sul fronte delle riforme, da quella sanitaria a quella scolastica, abbiamo fatto passi avanti sull’uguaglianza sanitaria, abbiamo abrogato la norma omofoba nelle forze armate, abbiamo stabilizzato il mercato finanziario. Ma quello che non abbiamo ancora fatto è cambiare Washington e la gente, così, ha perso fede e fiducia”.
Certo, non tutto fila liscio, in queste prime battute di campagna elettorale. L’incidente di percorso della first lady, presentatasi a una raccolta di fondi a New York con bracciali da 40 mila dollari. Michelle prova a fare dimenticare la mancanza di sensibilità per l’America che fatica a sbarcare il lunario andando a fare la spesa con il carrello, look molto casual, come una massaia qualsiasi, in un super-mercato di Washington. Peggio i rimedio che il danno: piovono critiche alla messa in scena della first lady casalinga.
Obama vuole che la gente torni a credergli come nel 2008 e a credere al sogno americano: “Questa é la nostra sfida 2012”. A dargli una mano, oltre ai ricchi con assegno alla mano e ai volontari, possono essere i cittadini che tornano a protestare a Wall Street, ‘Basta strapotere della finanza’.
sabato 1 ottobre 2011
Rifiuti: Ue contro Italia, De Magistris o Caldoro pari sono
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/10/2011
De Magistris?, Caldoro?, chi sono costoro? Non c’è un’ignoranza alla don Abbondio dietro il rifiuto della Commissione europea di personalizzare, e politicizzare, la procedura d’infrazione contro l’Italia che, giovedì, ha segnato un passo avanti: l’Esecutivo comunitario ha dato due mesi di tempo alle autorità italiane per agire, indicando alcuni interventi urgenti. Altrimenti, la Commissione deferirà di nuovo l’Italia alla Corte di Giustizia europea, che potrà imporle sanzioni.
I tentativi partitici e mediatici italiani di strumentalizzare la procedura contro il sindaco di Napoli Luigi De Magistris (Idv), eletto a maggio, o contro l’attuale governatore della Regione Campania Stefano Caldoro, eletto nel marzo 2010, cozzano contro la storia della procedura, che risale al 2008.
Certo, quando la Commissione constata che la gestione dei rifiuti in Campania ha fatto “progressi insufficienti”, dopo il primo giudizio della Corte Ue nel marzo 2010, e che "e' tempo di agire", chiama in causa le Amministrazioni attuali: "Abbiamo visto montagne di spazzatura a Napoli –dice il portavoce del commissario Janez Potocnik Joe Hennon-: sei milioni di tonnellate di rifiuti devono ancora essere smaltite. Siamo stati finora morbidi con le autorità italiane".
La decisione di Bruxelles può essere considerata tutto tranne che un fulmine a ciel sereno. La procedura d’infrazione, che è lo strumento di cui la Commissione dispone per intervenire contro le infrazioni alle regole dell’Ue, parte nel 2008 e, dopo due anni circa, approda alla prima sentenza dei giudici europei: l’Italia è fuori legge, o corregge la situazione, o va punita.
Nell’autunno 2010, un team di ispettori europei visita la Regione, la città, i siti sotto accusa: constata che dal 2008 non è cambiato molto. Dopo il rapporto degli ispettori, l’Esecutivo avverte che c’è il rischio di un rilancio del ricorso alla Corte, che Napoli deve fare uno sforzo per la differenziata. Il 1.o dicembre, il direttore all’ambiente Pia Bucella segnala che bisogna attuare un piano di gestione dei rifiuti regionale e che il decreto adottato in quei giorni dal governo non basta.
Il commissario Potocnik si dice “molto preoccupato”, perché “nessuna azione concreta è stata fatta”, dopo la sentenza della Corte. E annuncia una missione in Italia, che compie a fine marzo 2011: a Roma, nota che la situazione della Campania “si trascina da tempo” e non consente “una soluzione rapida”, ma chiede di definire “impegni nel lungo periodo e obiettivi nel breve periodo per la raccolta differenziata” .
E’ tutto un crescendo di ‘avviso ai naviganti’ nei rifiuti campani. Il Parlamento europeo non sblocca fondi europei destinati alla Campania. E, dopo la missione di Potocnik, la Commissione ribadisce a due riprese, a maggio e a giugno, la sua preoccupazione, anche se “la valutazione dei passi da fare è ancora in corso”. A fine giugno, Potocnik evoca di nuovo il rischio di un rilancio della procedura d’infrazione che potrà portare a “sanzioni pecuniarie”, perché “le autorità italiane non hanno ancora fatto quanto necessario per trovare una soluzione adeguata e definitiva”.
Insomma, poche decisioni della Commissione sono state tanto annunciate quanto questa. Eppure l’Italia s’attarda in alchimie politiche. Caldoro vi legge “una conferma della validità” del piano della Regione. Il vice-sindaco di Napoli Tommaso Sodano vi vede la bocciatura europea del piano regionale. E il ministro alle politiche comunitarie Anna Maria Bernini dice che i rilievi riguardano giugno, mentre adesso le cose vanno bene.
Nei due mesi concessile, che normalmente di dilatano, tra lettere e richieste di chiarimenti, l’Ue chiede all’Italia di indicare soluzioni efficaci a breve e a lungo termine per la gestione dei rifiuti” nella Regione: nell’attesa dei termovalorizzatori, occorre inviare fuori dalla Campania quanti più rifiuti possibile, realizzare nuove capacità di discarica, spingere sulla raccolta differenziata.
De Magistris?, Caldoro?, chi sono costoro? Non c’è un’ignoranza alla don Abbondio dietro il rifiuto della Commissione europea di personalizzare, e politicizzare, la procedura d’infrazione contro l’Italia che, giovedì, ha segnato un passo avanti: l’Esecutivo comunitario ha dato due mesi di tempo alle autorità italiane per agire, indicando alcuni interventi urgenti. Altrimenti, la Commissione deferirà di nuovo l’Italia alla Corte di Giustizia europea, che potrà imporle sanzioni.
I tentativi partitici e mediatici italiani di strumentalizzare la procedura contro il sindaco di Napoli Luigi De Magistris (Idv), eletto a maggio, o contro l’attuale governatore della Regione Campania Stefano Caldoro, eletto nel marzo 2010, cozzano contro la storia della procedura, che risale al 2008.
Certo, quando la Commissione constata che la gestione dei rifiuti in Campania ha fatto “progressi insufficienti”, dopo il primo giudizio della Corte Ue nel marzo 2010, e che "e' tempo di agire", chiama in causa le Amministrazioni attuali: "Abbiamo visto montagne di spazzatura a Napoli –dice il portavoce del commissario Janez Potocnik Joe Hennon-: sei milioni di tonnellate di rifiuti devono ancora essere smaltite. Siamo stati finora morbidi con le autorità italiane".
La decisione di Bruxelles può essere considerata tutto tranne che un fulmine a ciel sereno. La procedura d’infrazione, che è lo strumento di cui la Commissione dispone per intervenire contro le infrazioni alle regole dell’Ue, parte nel 2008 e, dopo due anni circa, approda alla prima sentenza dei giudici europei: l’Italia è fuori legge, o corregge la situazione, o va punita.
Nell’autunno 2010, un team di ispettori europei visita la Regione, la città, i siti sotto accusa: constata che dal 2008 non è cambiato molto. Dopo il rapporto degli ispettori, l’Esecutivo avverte che c’è il rischio di un rilancio del ricorso alla Corte, che Napoli deve fare uno sforzo per la differenziata. Il 1.o dicembre, il direttore all’ambiente Pia Bucella segnala che bisogna attuare un piano di gestione dei rifiuti regionale e che il decreto adottato in quei giorni dal governo non basta.
Il commissario Potocnik si dice “molto preoccupato”, perché “nessuna azione concreta è stata fatta”, dopo la sentenza della Corte. E annuncia una missione in Italia, che compie a fine marzo 2011: a Roma, nota che la situazione della Campania “si trascina da tempo” e non consente “una soluzione rapida”, ma chiede di definire “impegni nel lungo periodo e obiettivi nel breve periodo per la raccolta differenziata” .
E’ tutto un crescendo di ‘avviso ai naviganti’ nei rifiuti campani. Il Parlamento europeo non sblocca fondi europei destinati alla Campania. E, dopo la missione di Potocnik, la Commissione ribadisce a due riprese, a maggio e a giugno, la sua preoccupazione, anche se “la valutazione dei passi da fare è ancora in corso”. A fine giugno, Potocnik evoca di nuovo il rischio di un rilancio della procedura d’infrazione che potrà portare a “sanzioni pecuniarie”, perché “le autorità italiane non hanno ancora fatto quanto necessario per trovare una soluzione adeguata e definitiva”.
Insomma, poche decisioni della Commissione sono state tanto annunciate quanto questa. Eppure l’Italia s’attarda in alchimie politiche. Caldoro vi legge “una conferma della validità” del piano della Regione. Il vice-sindaco di Napoli Tommaso Sodano vi vede la bocciatura europea del piano regionale. E il ministro alle politiche comunitarie Anna Maria Bernini dice che i rilievi riguardano giugno, mentre adesso le cose vanno bene.
Nei due mesi concessile, che normalmente di dilatano, tra lettere e richieste di chiarimenti, l’Ue chiede all’Italia di indicare soluzioni efficaci a breve e a lungo termine per la gestione dei rifiuti” nella Regione: nell’attesa dei termovalorizzatori, occorre inviare fuori dalla Campania quanti più rifiuti possibile, realizzare nuove capacità di discarica, spingere sulla raccolta differenziata.
Libia: Frattini a Tripoli non gradisce le domande scomode
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 01/10/2011 (in collaborazione con Stefano Citati)
E venne il giorno che il ministro degli esteri Franco Frattini sbarcò a Tripoli ‘liberata’, per celebrare i riti della rinnovata amicizia tra Italia e Libia: cambiano i fattori –invece di Berlusconi e Gheddafi, ci sono Frattini e il premier del governo dei ribelli Mahmud Jibri-, ma il prodotto, almeno così spera l’Italia, non cambia, in termini di forniture energetiche, import/export e sorveglianza dell’immigrazione. “Eravamo il primo partner bilaterale della Libia in tutti i campi e vogliamo restarlo”, è il manifesto del ministro.
Ma non tutto fila liscio, nella giornata di Frattini. Al momento della conferenza stampa, fatta insieme a Jibril, l’inviato de La Stampa Mimmo Candito rompe la sequela delle domande rituali: non è per caso che i nuovi leader libici hanno notato le esitazioni iniziali del premier Berlusconi,nel prendere le distanze da Gheddafi e schierarsi dalla parte degli insorti? Jibril risponde con abilità che il rapporto anche personale tra Berlusconi e Gheddafi può spiegare alcune incertezze, ma che poi l’Italia ha fatto e sta facendo il suo. Anzi, "il riconoscimento italiano del Cnt (lo scorso aprile, ndr) è stato il salto di qualità per la rivoluzione: Gheddafi capì che non poteva contare più su nessuno".
Frattini, invece, la prende di petto, cerca di negare, fa l’avvocato difensore (ovvio, del Cavaliere). Tutto qui? Poteva andare peggio, con il passato dell’Italia in Libia. E, invece, al momento di partire, Candito, che, per una drammatica emergenza familiare deve rientrare subito in Italia, è informato che il posto promessogli sull’aereo ministeriale non c’è più. Una ritorsione?, chiede al portavoce della Farnesina Maurizio Massari. “Ma no, che ritorsione… Il posto è stato preso…Quella domanda però potevi evitartela…”. Fra i colleghi, nasce fermento: qualcuno dice a Massari che la storia è brutta, se si viene a sapere che il ministro lascia a terra per ripicca un giornalista che deve assolutamente tornare a casa.
Alla fine, il posto risalta fuori: Frattini parte e Candito pure. A Tripoli, resta l’eco del messaggio dell’Italia che vuole essere un ‘principal player’, cioè un protagonista, del dopo Gheddafi: l’Eni sta già rimettendo in funzione oleodotti e gasdotti, l’Alitalia riprenderà i voli il 2 novembre; le priorità dell’azione sono, in questo momento, aiutare i feriti –un volo ne porta 25 in Italia- e costruire scuole.
Sono qui –dice il ministro- per esprimere il sostegno dell’Italia alla transizione. E quando qualcuno prova a sfrucugliarlo sul fatto che a Tripoli, prima di lui, si sono già visti il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron, dioscuri dell’appoggio della Nato ai ribelli, Frattini ha la battuta preparata: lo stile dell’Italia è la discrezione e non stiamo a fare la corsa a chi arriva primo. Salvo quando ci arriviamo noi: pochi giorni fa, proprio Frattini raccontava di essere stato il primo ministro a chiamare Jibril, all’inizio del conflitto, perché l’Italia lo aveva dotato di un satellitare.
Sul terreno, poche novità e nessuna traccia del colonnello dittatore –la cattura del suo portavoce è controversa-. Della sorte di Gheddafi, starebbero discutendo Algeria e Qatar, ma l’indiscrezione raccoglie smentite più che conferme
E venne il giorno che il ministro degli esteri Franco Frattini sbarcò a Tripoli ‘liberata’, per celebrare i riti della rinnovata amicizia tra Italia e Libia: cambiano i fattori –invece di Berlusconi e Gheddafi, ci sono Frattini e il premier del governo dei ribelli Mahmud Jibri-, ma il prodotto, almeno così spera l’Italia, non cambia, in termini di forniture energetiche, import/export e sorveglianza dell’immigrazione. “Eravamo il primo partner bilaterale della Libia in tutti i campi e vogliamo restarlo”, è il manifesto del ministro.
Ma non tutto fila liscio, nella giornata di Frattini. Al momento della conferenza stampa, fatta insieme a Jibril, l’inviato de La Stampa Mimmo Candito rompe la sequela delle domande rituali: non è per caso che i nuovi leader libici hanno notato le esitazioni iniziali del premier Berlusconi,nel prendere le distanze da Gheddafi e schierarsi dalla parte degli insorti? Jibril risponde con abilità che il rapporto anche personale tra Berlusconi e Gheddafi può spiegare alcune incertezze, ma che poi l’Italia ha fatto e sta facendo il suo. Anzi, "il riconoscimento italiano del Cnt (lo scorso aprile, ndr) è stato il salto di qualità per la rivoluzione: Gheddafi capì che non poteva contare più su nessuno".
Frattini, invece, la prende di petto, cerca di negare, fa l’avvocato difensore (ovvio, del Cavaliere). Tutto qui? Poteva andare peggio, con il passato dell’Italia in Libia. E, invece, al momento di partire, Candito, che, per una drammatica emergenza familiare deve rientrare subito in Italia, è informato che il posto promessogli sull’aereo ministeriale non c’è più. Una ritorsione?, chiede al portavoce della Farnesina Maurizio Massari. “Ma no, che ritorsione… Il posto è stato preso…Quella domanda però potevi evitartela…”. Fra i colleghi, nasce fermento: qualcuno dice a Massari che la storia è brutta, se si viene a sapere che il ministro lascia a terra per ripicca un giornalista che deve assolutamente tornare a casa.
Alla fine, il posto risalta fuori: Frattini parte e Candito pure. A Tripoli, resta l’eco del messaggio dell’Italia che vuole essere un ‘principal player’, cioè un protagonista, del dopo Gheddafi: l’Eni sta già rimettendo in funzione oleodotti e gasdotti, l’Alitalia riprenderà i voli il 2 novembre; le priorità dell’azione sono, in questo momento, aiutare i feriti –un volo ne porta 25 in Italia- e costruire scuole.
Sono qui –dice il ministro- per esprimere il sostegno dell’Italia alla transizione. E quando qualcuno prova a sfrucugliarlo sul fatto che a Tripoli, prima di lui, si sono già visti il presidente francese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron, dioscuri dell’appoggio della Nato ai ribelli, Frattini ha la battuta preparata: lo stile dell’Italia è la discrezione e non stiamo a fare la corsa a chi arriva primo. Salvo quando ci arriviamo noi: pochi giorni fa, proprio Frattini raccontava di essere stato il primo ministro a chiamare Jibril, all’inizio del conflitto, perché l’Italia lo aveva dotato di un satellitare.
Sul terreno, poche novità e nessuna traccia del colonnello dittatore –la cattura del suo portavoce è controversa-. Della sorte di Gheddafi, starebbero discutendo Algeria e Qatar, ma l’indiscrezione raccoglie smentite più che conferme
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