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mercoledì 20 novembre 2013

Italia/Francia: Ue, una legislatura di crescita contro i populismi

Scritto per EurActiv il 20/11/2013, compilato su dispacci d'agenzia

Italia e Francia vogliono che la prossima legislatura europea sia “di crescita” e temono che nasca “dominata dai populismi”: è quanto emerso dal Vertice italo-francese oggi a Roma, segnato, nei dintorni di Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia, da manifestazioni e tafferugli.

L’auspicio che la prossima legislatura europea, che uscirà dalle elezioni di maggio, "sia una legislatura della crescita" è stato espresso dal presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, nella conferenza stampa congiunta con il presidente francese Francois Hollande, al termine dell’incontro. Occorre, ha aggiunto Letta, "lasciarci alle spalle la legislatura dell' austerità”.

Hollande, dal canto suo, ha affermato che la crescita, l'occupazione e la stabilità della zona euro saranno il "cuore" del prossimo Consiglio europeo di metà dicembre. Su questo, "Italia e Francia hanno la stessa attenzione". 

Per il presidente francese, i due Paesi decisero qui a Roma, dove nacque la Comunità, di "fare l'Europa” e hanno ora deciso “di farla avanzare": "Se l'Unione si ferma, cade. E questa e' una responsabilità” dei paesi fondatori, fra cui Italia e Francia.

Crescita e Unione bancaria - Il premier italiano si aspetta che a dicembre ”venga applicato definitivamente tutto ciò che stato deciso sull'Unione bancaria, perché vedo un eccesso di timidezza in giro per l'Europa”. E progetta che “la crescita sia un mantra e il titolo del semestre di presidenza italiano” del Consiglio dei Ministri dell’Ue, dal 1.o luglio 2014.

Una legislatura della crescita significa un'intesa sulla governante economica della zona euro e un accordo perché, accanto alla moneta unica, vi siano politiche che consentano sviluppi positivi dell’economia europea, e non solo quelli che i cittadini vivono come sviluppi negativi.

Sull'Unione bancaria, Roma e Parigi sono decise ad "andare fino in fondo". Realizzarla, vuole dire per Hollande "conferire capacità alla zona euro di impedire le difficoltà che potrebbero presentarsi alle banche e all'erogazione del credito" e prevenire un’altra "crisi finanziaria" come quella che l'Ue sta vivendo.

Il timore dell’avanzata populista – Letta e Hollande temono temono che il Parlamento europeo che uscirà dal voto di maggio sia dominato dai partiti populisti. "Le prossime elezioni europee – avverte il premier - non vedranno probabilmente un confronto tra destra e sinistra come in passato, ma tra chi vuole l'Europa dei popoli e chi vuole l'Europa dei populisti. Francia e Italia vivono una dinamica simile, che deve vederci impegnati nell'avvio di una missione per la crescita e che sia percepita dai cittadini diversamente da come l'hanno percepita in anni recenti". Il rischio, per Letta, è che, anziché l’economia, "crescano i populismi".

Evocando, ma solo per negarlo, un asse franco-italiano, il premier afferma che Roma e Parigi lavoreranno "insieme per trascinare il maggior numero di Paesi europei per centrare l’obiettivo", aggiunge il premier: "Vale la pena prendere il vessillo, lo stendardo di una battaglia che non è tecnica, ma politica a favore dell'Europa dei popoli".

Italia e Francia devono cercare di fare in modo che quando le elezioni arrivino l'Europa sia capace d’impostare “una missione della crescita", osserva Letta: "Altrimenti vinceranno i populisti”. E già il prossimo Consiglio europeo “deve mandare messaggi importanti".

Torino-Lione, Alitalia e Mondiali - Al vertice italo-francese hanno partecipato 11 ministri. Sul tavolo, tra l'altro, i temi bilaterali, ma pure d’interesse europeo, per la loro portata, della Tav e dell'Alitalia. Per Hollande, "l'inizio dei lavori della Torino-Lione potrà avvenire a fine 2014, inizio 2015". Mentre su Alitalia il presidente dice: "Non spetta a me parlarne perché non sono il presidente di Air France. Ci sono discussioni in corso che devono continuare nell'interesse delle due aziende"; e a chi gli chiede se le trattative tra le due compagnie possano definirsi chiuse, risponde: "Auspico la prosecuzione delle trattative".

Sui temi di politica internazionale. Italia e Francia esprimono “grande preoccupazione per la Libia, mentre sull'Iran alle aperture di credito da parte italiana al nuovo presidente si contrappone un “vogliamo risposte, non provocazioni” da parte francese.

Infine, una nota leggera e di speranza, probabilmente di ottimismo. Commentando la qualificazione della Francia ai Mondiali in Brasile l’anno prossimo, raggiunta solo ieri sera, Letta ha pronosticato: “Ci ritroveremo in Finale”. Non sarebbe la prima volta e il precedente ai Mondiali, Germania 2006, è tutto italiano.

Internet e letteratura: fantasia, ardire e ingenuità tra burla e truffa

Scritto per gli Appunti di Media Duemila online il 20/11/2013

Internet, il 2.0, i social media sono forvieri di nuovi generi letterari o potenziali tali. Ormai accettati come fonti ed espressioni giornalistiche e –presto, appena ne avranno l’anzianità- come documenti di riferimento storici, possono diventare territori di nuova cultura: nessuno più si stupisce, o si stupirebbe, di un epistolario di mail, di una biografia di post su Facebook o di un Nobel assegnato per una raccolta di tweets, anziché di versi.

E ogni nuovo genere letterario si diversifica in sotto-generi e nicchie, per l’attenzione dei letterati e le polemiche degli eruditi. Così, Sergio Zatti, italianista, docente di ‘Storia della critica letteraria’ all’Università di Pisa, amico mio da quasi cinquant’anni ormai, è affascinato dalla fantasia, dall’ardire e, nel contempo, dall’ingenuità di chi s’inventa via mail burle, tentazioni, truffe.

La casistica del genere è già ampia, anche solo ad attingere all’esperienza personale: c’è la persona, magari un conoscente alla lontana, che lancia un SOS da qualche località neppure troppo sperduta, spesso in Scozia, o nel Nord dell’Inghilterra, dove qualcuno gli ha rubato tutto, documenti, soldi e carte di credito, e solo voi, proprio voi, potete trarlo d’impaccio –ovviamente, inviandogli subito soldi cash via Western Union-. C’è la vedova di uno sconosciuto leader politico, in genere africano, ovviamente oppositore di un qualche inumano regime, che vuole recuperare l’eredita del marito, lasciatale per precauzione in un conto svizzero a lei inaccessibile e voi, proprio voi, dovete aiutarla –ne otterrete un guiderdone, ma naturalmente qualcosa dovrete anticipare di tasca vostra-. C’è chi ha per la mani l’affare della vita ed è disposto a condividerlo proprio con voi, purché voi inneschiate la miccia anticipandogli quanto serve a registrare il brevetto. E, infine, ma solo per non farla troppo lunga, ci sono falangi di Natascie e di Irine che, senza avervi mai conosciuto, sono certe che voi siate l’uomo giusto per loro (e loro, indubbiamente, a giudicare dalle foto allegate, se lo meritano, un uomo giusto).

In genere, tutti questi messaggi hanno due caratteristiche: una li rende particolarmente infidi; l’altra, però, aiuta a smascherarne la falsità. Sono scritti in un italiano approssimativo, che, se è comprensibile nella vedova africana e nella Natascia di turno, lo è meno nel conoscente che lancia l’SOS –va bene lo stress dell’essere stato derubato, ma l’ho senz’acca o la consecutio claudicante, anzi peggio, possono mettere sull’avviso-; e possono essere latori di virus o fare da testa di ponte –come accadde a me- ad attacchi di hacker…

Dunque, la cosa migliore da fare è non aprire del tutto le mail, nonostante l’ansia per il conoscente e la tentazione per Natascia, e, anzi, ‘killarle’ subito… Ma se qualcuno, invece, rischiasse l’apertura, o per curiosità, o per errore, allora potrebbe contribuire ad arricchire la mini-antologia di contenuti tra la burla e la truffa. Magari, Sergio Zatti, quando avrà finito di lavorare al suo volume su forme e modelli storici della scrittura autobiografica, dedicherà uno studio –minore- a questi poveri esercizi di letteratura sopravvissuta al ‘delete’.

lunedì 18 novembre 2013

Mozambico: Abdul, 13 anni, ucciso e i bimbi rapiti

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 18/11/2013

Abdul, 13 anni, è stato rapito e ucciso in Mozambico: i genitori s’erano rivolti alla polizia, che, invece di agire, l’ha subito fatto sapere ai sequestratori. La notizia, come molte altre simili che arrivano da quel Paese, e più in generale dall’Africa australe, mi sarebbe scivolata addosso: chi mai s’interessa del Mozambico, se non c’è l’Eni di mezzo, solo perché laggiù s’è riaccesa la guerra e ci s’ammazza ogni giorno, o perché una cinquantina di persone sono state ferite negli scontri scoppiati a un meeting dell’opposizione a Beira, nel centro del Paese, o perché fra qualche giorno ci saranno elezioni locali.

Poi, una sera, a cena con amici, tutti a parlare della campagna di Renzi, o della risata di Vendola, o delle telefonate della Cancellieri, scopri l’angoscia di due di loro perché i nipotini vivono laggiù, con i genitori impegnati in missione umanitaria. E improvvisamente quel ragazzino di 13 anni, Abdul Raxid, rapito e ucciso a Beira –sempre lì- diventa quasi una storia di famiglia: la sua come quella degli altri bambini e adulti sequestrati, qualche occidentale, molti uomini d’affari esponenti della comunità musulmana.

Per ottenere la liberazione di Abdul, la famiglia aveva venduto e ipotecato tutti i suoi beni e aveva così raccolto un milione di meticais, l’equivalente di 30 mila dollari, dopo che i rapitori erano partiti da una richiesta di 30 milioni.

Trovato l’accordo con la gang, i genitori dissero alla polizia che stava per consegnare il riscatto. Passano pochi minuti e arriva una telefonata dei sequestratori: avevano saputo della telefonata e avrebbero ucciso Abdul. Dopo 48 ore, il corpo del ragazzino è stato trovato a Dondo, lì vicino.

Non è un caso isolato di connivenza tra agenti e criminali. E non accade certo solo in Mozambico. Ad andare a scorrere le cronache locali, si scopre che bancari forniscono informazioni ai rapitori, per aiutarli a scovare i bersagli migliori; che ci sono anche 10 rapimenti la settimana –denunciati- e che il capo della polizia di Maputo è stato recentemente sostituito nel pieno dell’ondata di sequestri. Giorni fa, due agenti e una guardia d’élite del presidente sono stati condannati per avere rapito, tra il 2011 e il 2012, sei persone.

L’emergenza sequestri è talmente forte che imprese private subodorano il buon affare: americani e francesi si sono offerti di aiutare la polizia a combattere i delitti. Quando i rapiti sono occidentali, un po’ se ne parla, come nel caso di due portoghesi che sono riusciti a sottrarsi ai loro sequestratori a Matola, città satellite della capitale Maputo; se sono mozambicani, non ci interessa proprio.

Eppure, in quel Paese abbiamo, dovremmo avere, una responsabilità speciale, a parte gli interessi dell'Eni. La guerra civile, che, tra il 1977 e il ’92, fece circa un milione di morti, si chiuse anche grazie alla diplomazia italiana e, soprattutto, della Comunità di Sant'Egidio. Ora, le vittime sono relativamente poche, ma l’insicurezza nel Paese è crescente. E l’Italia s’è, fin qui limitata, almeno pubblicamente, a chiedere che cessino le azioni militari.

A fine ottobre, decine di migliaia di mozambicani hanno partecipato in varie località a una marcia per la pace nazionale. Vent’anni e più dopo la fine della guerra civile, tornano a combattersi le sigle mai sparite della decolonizzazione: il governo, controllato dal Frelimo, riprende l’offensiva contro la Renamo, che rivendica una condivisione dei guadagni derivanti dalle ricchezze minerarie, denuncia irruzioni militari nelle sue basi e minaccia di stracciare l’accordo di pace.

Ai tavoli della diplomazia internazionale, il Mozambico cerca di convincere i suoi interlocutori che non sta acquistando armi –magari, gli stessi che, sotto banco, gliele stanno vendendo-, per evitare l’interruzione degli aiuti, mentre sequestri e scontri frenano il turismo , proprio durante la stagione delle vacanze australe.

Mondi lontani, storie lontane: Abdul è stato ucciso, altri bimbi sono tornati a casa perché i genitori hanno pagato (e non hanno avvertito la polizia); e Frelimo e Renamo tornano a combattersi… Noi, fin quando un amico in ansia non ce lo racconta, viviamo senza manco il disagio di saperlo: la crisi, Renzi, Vendola, la Cancellieri, i media hanno ben altro da scrivere.

domenica 17 novembre 2013

Commissione europea: elezione diretta, pro e contro

Scritto per EurActiv il 17/11/2013 -ha collaborato Giovanna De Maio-

Fa discutere e divide anche il campo degli europeisti la proposta di affidare ai cittadini la scelta del presidente della Commissione europea e, per cominciare, di dare loro la possibilità di esprimersi, l’anno prossimo, sui candidati all’incarico delle maggiori famiglie politiche europee. L’ipotesi, già avanzata, ma non ancora acquisita, è al centro di convegni, da cui scaturiscono indicazioni contrastanti.

Ne hanno dibattuto, recentemente, a Roma, politici e federalisti, in un convegno promosso dalla Gfe romana e da Alternativa europea; e  responsabili e ricercatori dello Iai, in quello che doveva essere un confronto a botta e risposta.

Un sindaco per l’Europa

Il dibattito di Gfe e Alternativa europea partiva da una proposta autonoma di Alternativa Europea, intitolata ‘Un sindaco per l’Europa’, sostanzialmente coincidente con l’idea che i partiti designino, prima di lanciare la campagna elettorale, un candidato alla presidenza della Commissione e ne dichiarino il programma.

Al di là della generica approssimazione degli interventi introduttivi, fra cui quello del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, la proposta ha incontrato un favore di massima, ma ha anche suscitato messe in guardia e controindicazioni da parte della vicepresidente del Parlamento europeo Roberta Angelilli, deputata Pdl –il Ppe non si è ancora pronunciato sul proprio candidato e si riserva di sceglierlo solo nel marzo prossimo-, del vicepresidente della Regione Massimiliano Smeriglio, Sel, e di due convinti federalisti, il presidente del Comitato italiano del Movimento europeo Pier Virgilio Dastoli e il segretario del Movimento federalista europeo romano Ugo Ferruta.

Tutti sostanzialmente d’accordo sul fatto che la proposta, di per sé, non è una panacea ai problemi e alle prospettive dell’integrazione europea e che, per essere efficace, l’elezione diretta del presidente della Commissione europea –un passo comunque successivo, rispetto alla situazione attuale- dovrebbe coincidere con il trasferimento di maggiori poteri al presidente stesso, integrando ad esempio le figure di presidente della Commissione e del Consiglio europeo.

Un’idea dello IAI datata 2009

La discussione allo IAI, su un piano più teorico, ha preso le mosse da un documento di due ricercatori della Carnegie Europe, Stephan Lehne e Heather Grabbe, “Why a partisan Commission president would be bad for the EU”. A favore di un presidente indicato dalla volontà popolare, il direttore dello I’stituto Ettore Greco; contro, il presidente, l’ambasciatore Nelli Feroci. Sono stati loro i ‘campioni’ dei due campi, anche se, alla fine, tutti concorderanno sul fatto che rinunciare a quest’iniziativa, ormai avanzata, avrebbe notevoli costi politici.

Greco ha ricordato la proposta avanzata nel 2009 dall’Istituto Affari Internazionali in collaborazione con altri ‘think tank’ e firmata da personalità come l’ex presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi e l’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, tesa a incoraggiare il coinvolgimento dei cittadini e a promuovere un ruolo ben più incisivo del Parlamento europeo.

Per Greco, una maggiore politicizzazione delle Istituzioni comunitarie e un presidente eletto, seppur indirettamente, favorirebbero la possibilità dell’elettorato di riconoscersi in un leader e nel progetto d’integrazione. Mentre, l’imparzialità della Commissione, che è da considerarsi rivolta agli Stati, non ai movimenti politici, resterebbe inalterata.

A criticare il punto di vista del paper di Lehne e Grabbe è pure Gianni Bonvicini che rimprovera ai due analisti l’incapacità di inquadrare il ruolo del Parlamento europeo in prospettiva futura. Bonvicini, inoltre, osserva che Lehne e Grabbe spogliano la Commissione del suo potere politicamente più importante, quello d’iniziativa.

Diversa è l’opinione dell’ambasciatore Nelli Feroci, condivisa dal vice-direttore dello Iai Nathalie Tocci. Il presidente, pur riconoscendo che la proposta di designazione, da parte delle famiglie politiche europee, di un candidato alla presidenza della Commissione è in una fase avanzata, , esprime perplessità per una pratica che rischia di favorire candidati estremamente profilati dal punto di vista politico, erodendo ulteriormente la fiducia nelle Istituzioni ed il senso di legittimità delle stesse. Il presidente della Commissione sarebbe così impossibilitato a garantire la neutralità e vedrebbe il suo peso ridotto all’interno dello stesso Esecutivo.

Cesare Merlini sottolinea che non accettare la leadership di un presidente della  Commissione maggiormente politicizzato significherebbe mettere in discussione l’intero assunto democratico, cioè che chi ha la maggioranza ha il diritto di governare. 

giovedì 14 novembre 2013

Afghanistan: 12 anni dopo, culture di oppio mai così estese

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/11/2013

Afghanistan: 12 anni dopo il rovesciamento del regime dei talebani  la superficie coltivata a oppio ha raggiunto livelli record. Iraq: 10 anni dopo l’invasione, il numero dei civili vittime d’attentati non è mai stato così alto. Si vede proprio che, in quei Paesi, abbiamo saputo esportare con successo i nostri valori: avrà modo di rendersene conto, a breve, la presidente della Camera Laura Boldrini, attesa in visita al contingente italiano.

Dati da cui la popolarità delle missioni all'estero non esce rafforzata. Sel proprone di ‘barattare’ l’uscita di scena anticipata dall'Afghanistan (600 milioni di euro annui circa) con il rifinanziamento della Cig in deroga (350 milioni di euro). I radicali vogliono portare il boom dell’oppio nel dibattito sulla legge quadro per le missioni internazionali.

Secondo un rapporto annuale dell’ufficio Onu contro droga e crimine, le superfici coltivate a oppio in Afghanistan sono salite da 154 mila ettari nel 2012 a 209 mila nel 2013 (+36%), più che nel 2007 anno finora record. L’impennata potrebbe rispecchiare la volontà dei produttori di mettersi al riparo da "un futuro incerto", dopo il ritiro l’anno prossimo delle truppe internazionali –proprio ieri è stato annunciato che 500 militari italiani rientreranno già a fine anno-.

La produzione di oppio, da cui deriva l'eroina, ha raggiunto la quota di 5500 tonnellate nel 2013 (+49% rispetto al 2012, ma meno del 2007, quando furono addirittura 8.200): ci sono state –spiega l'Onu- "condizioni meteorologiche sfavorevoli, specie nel Sud e all'Ovest".

L'aumento della coltivazione dell’oppio "costituisce una minaccia per la salute pubblica, la stabilità e lo sviluppo dell'Afghanistan". I consumatori siamo essenzialmente noi, l’Occidente. I beneficiari sono principalmente i talebani, che ne ricavano ogni anno tra i 100 e i 400 milioni di dollari, ma pure qualche ‘signore della guerra’ magari alleato degli Usa e la criminalità organizzata.

Nonostante alcuni dati positivi, come l’aumento della scolarizzazione, specie femminile, il bilancio di 12 anni di presenza militare internazionale non è soddisfacente: gli Stati Uniti e i loro alleati hanno dedicato molte più risorse a provare a vincere (senza riuscirci a pieno) la guerra guerreggiata che a provare a vincere la “battaglia delle menti e dei cuori”, pace, democrazia, tolleranza, sviluppo.

Una cifra lo dice: dal 2001, il mondo ha speso per aiutare gli afghani meno di quanto gli Stati Uniti hanno speso in un solo anno per fare la guerra in Afghanistan (50 miliardi di dollari d’aiuti in tutto contro 55 miliardi di dollari di spese belliche nel solo 2009). Ogni dollaro per la pace, almeno 10 per la guerra.

la Loya Jirga si riunirà il 21 novembre: i quasi 3.000 delegati che, minacciati dai talebani, raggiungeranno Kabul da ogni parte del Paese dovranno esaminare l'accordo sulla sicurezza da concludere con Washington prima del ritiro delle truppe.

mercoledì 13 novembre 2013

Elezioni europee: toto nomine per la lotteria Ue

Pubblicato da Affari Internazionali il 13/11/2013

I concorrenti sono sui blocchi di partenza. Tutti tranne uno. Ma la corsa potrebbe non scattare mai, se il Partito popolare europeo (Ppe) non manda in pista il proprio campione. E la grande novità delle elezioni europee 2014, concepita pure per stimolare la partecipazione e contrastare l’euro-scetticismo, potrebbe restare incompiuta.

La designazione, da parte delle grandi famiglie politiche europee, di un candidato alla presidenza della Commissione europea non equivale a un’elezione diretta, ma è destinata a condizionare pesantemente le scelte dei leader dei 28, cui spetterà decidere - l’anno prossimo - quale successore di Manuel Barroso proporre all'investitura del Parlamento europeo.

Ricco bottino

Nei criteri di valutazione dei leader, i fattori politici e quelli nazionali s’intrecciano. E conta pure l’equilibrio degli incarichi. La posta in palio nel 2014 è ricca con i posti di presidente del Consiglio, della Commissione e del Parlamento europei, oltre che di ‘ministro degli esteri’, cioè, a dirla tutta burocraticamente, l’alto responsabile per la politica estera e di sicurezza comune. Senza contare, nell'orto vicino dell’Alleanza atlantica, l’incarico di segretario generale.

Per l’Italia, che ha già Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea sarà difficile partecipare alla spartizione del bottino, anche se Mario Monti ed Enrico Letta hanno profilo e titoli per puntare a succedere al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy.  Nessun italiano ha poi mai guidato il Parlamento eletto a suffragio universale. Sul fronte Nato, è in lizza l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini.

Popolari a carte coperte

Finora, solo il Partito socialista europeo ha già indicato un candidato alla presidenza della Commissione: è Martin Schulz, il tedesco attualmente presidente del Parlamento europeo –la nomination ufficiale avverrà in un congresso a Roma all’inizio del 2014-. Gli altri partiti hanno tracciato un percorso per giungere alla designazione. Tutti tranne i popolari, che nicchiano e per ora giocano a carte coperte: non hanno un candidato e non si sono neppure impegnati a darselo; se lo faranno, sarà non prima di un congresso a marzo.

Le considerazioni che frenano il Ppe sono essenzialmente due. La speranza, fondata, di essere ancora il gruppo più forte nel prossimo Parlamento e la certezza, quasi matematica, che i leader popolari siano maggioranza nel Consiglio che sceglierà il successore di Barroso. A meno che euro-scettici e populisti non spariglino i giochi, almeno nell'Assemblea, sfruttando a maggio la disaffezione verso l’Europa degli elettori.
In attesa del Ppe, l’ultimo nome spuntato nel ‘toto Commissione’ è quello del premier irlandese Enda Kenny, leader del Fine Gael, che potrebbe essere il campione dei conservatori britannici. Per il momento Kenny è più un’indiscrezione che una certezza.

Invece, la candidatura del greco Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale Syriza, è un progetto ben avanzato: i leader dei partiti del gruppo della Sinistra unitaria europea (Gue/Ngl) lo propongono per il post-Barroso, ma la designazione dovrà essere confermata dal congresso in programma a Madrid a metà dicembre.

In una nota del partito, si legge: ''Syriza riunisce il popolo greco contro l'autoritarismo'' della troika, Tsipras sarebbe una voce “di resistenza e speranza contro le politiche ultra-liberiste e contro la minaccia dell'estrema destra''. E nonostante la Gue non creda che la scelta del presidente della Commissione da parte dei partiti aiuti a democratizzare la politica europea, vuole comunque puntare su un proprio campione. Ma gli italiani di Sel si smarcano: loro puntano su Schulz.

Anche il gruppo dei liberal-democratici europei (Alde) è in fase decisionale: momento cruciale, fine novembre, quando il partito terrà una riunione a Londra e discuterà le candidature alla ‘nomination’. In prima fila, ci sono l’ex premier belga Guy Verhofstadt, liberale fiammingo, federalista convinto, e Olli Rehn, finlandese, attuale commissario europeo all'economia e alla finanza. Rehn è una vecchia conoscenza italiana: dal 2009, ci spulcia i conti per mestiere.

Requisito indispensabile per essere un candidato dei liberal-democratici alla poltrona di Barroso è avere l’appoggio di almeno due partiti di due diversi paesi Ue o di almeno il 20% dei deputati del gruppo. Il 19 e 20 dicembre, i leader del partito valuteranno i nomi sul tavolo e chiuderanno il lotto degli aspiranti alla ‘nomination’. Alla scelta del candidato procederà un Congresso straordinario a Bruxelles il 1° febbraio 2014.
I Verdi europei hanno appena lanciato primarie online per scegliere i due finalisti alla nomination, su cui poi si pronuncerà un congresso. Fra quelli in lizza alle primarie, l’italiana Monica Frassoni, co-presidente del Partito verde europeo, e l’eurodeputato José Bové, un agricoltore francese, già leader del movimento anti-globalizzazione.
Schulz in campagna elettorale

Libero da pastoie interne al suo partito, Schulz è da mesi impegnato in una frenetica campagna elettorale personale che l’ha già portato più volte in Italia e pure in Vaticano, ricevuto in udienza dal Papa. L’idea è di avere Francesco a Strasburgo prima della fine della legislatura. Il presidente del Parlamento si batte per la crescita e il lavoro e critica la scelta del rigore, denunciando, specie quando è in Grecia, i “misfatti” della troika. Ma tira il freno a mano, quando si tratta di criticare la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il nome di Schulz è pure entrato nei negoziati per la formazione della grande coalizione tedesca: i socialisti lo vogliono blindare fin d’ora come commissario tedesco, rendendo più difficile alla Merkel contrastarne poi l’ascesa alla presidenza della Commissione a favore di un popolare non tedesco. Pesa pure il fatto che la Germania non ha più avuto la guida dell’esecutivo comunitario dagli anni 50, quando Walter Hallstein aprì la serie.

martedì 12 novembre 2013

Iraq: 10 anni dopo Nassiriya. la guerra non è finita

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 12/11/2013

Ieri, in Iraq, è stata una buona giornata. Per vivere, una volta tanto, non per morire: le vittime d’attentati terroristici o di attacchi settari si sono contate sulle dita delle due mani, a quanto, almeno, è dato sapere. Di solito, va peggio, molto peggio. Dall'inizio dell’anno sono state uccise in Iraq quasi 6.000 persone, 964 ad ottobre –30 al giorno in media-, il mese più cruento dall'aprile 2008, quando parevano ormai avviarsi a termine le operazioni militari delle forze internazionali. E ciò nonostante misure di sicurezza rinforzate e operazioni militari su larga scala (ma di scarsa efficacia).

Meglio che le vittime di Nassiriya non sappiano che fine ha fatto, dieci anni dopo, il Paese dove erano andati credendo di costruire la pace facendo la guerra. L’arco del terrore che va dal Pakistan al Nord Africa ha come pilastri i due Stati che dovevano essere bonificati dopo l’11 Settembre, l’Afghanistan e, appunto, l’Iraq.

Non c’è quasi area del Paese indenne dagli attentati: Baghdad e Mosul soprattutto, ma pure Kirkuk, Samara, Ramadi, sono località nelle cronache di sangue di questi giorni. Obiettivi, sedi del potere, stazioni di polizia, moschee e luoghi di riunione. Delle vittime di ottobre, 855 erano civili, il resto militari e poliziotti; migliaia i feriti.

Sul piano politico, l’Iraq guarda alle consultazioni legislative del 30 aprile, per cui il Parlamento ha varato la scorsa settimana una nuova legge elettorale –loro ci sono riusciti!-. Con un presidente, Jalal Talabani, curdo, che da quasi un anno viene curato in Germania dopo un attacco cardiaco, tutto il processo istituzionale è gestito dal vice-presidente Khoudayr al-Khuzaya.

Le elezioni di primavera s’avvicinano in un quadro di contrasti politici, religiosi ed etnici,  in seno al governo d’unità nazionale ancora presieduto da Nuri al-Maliki, leader sciita moderato, insediato alla guida dell’esecutivo ancora all'epoca di George W. Bush –gli era al fianco, quando Bush schivò le scarpe d’un contestatore iracheno-.

L’esito del voto potrebbe sbloccare la paralisi che nasce dalla contrapposizione tra gruppi religiosi ed etnici sciiti, sunniti e, nel nord, curdi: un mix che mina da sempre l’integrità dell’Iraq e che sta alla base dell’insicurezza del Paese.

Nell'attuale legislatura, governo e parlamento non hanno praticamente varato nessuna legge significativa, mentre la gente continua a subire la carenza o l’assenza di servizi di base essenziali, come l’elettricità e l’acqua, e la corruzione resta diffusa. Funzionano, sì, i pozzi di petrolio, che forniscono all'Iraq un gettito indispensabile.

Al-Maliki è stato a Washington all'inizio di ottobre e ha parlato con Barack Obama, soprattutto della lotta al terrorismo e della crisi siriana. Agli Usa, l’Iraq chiede maggiore cooperazione, in linea con il patto strategico firmato prima del ritiro, nel 2011, delle truppe combattenti americane. Washington intende aiutare Baghdad, anche con equipaggiamento militare, a contrastare “efficacemente” al Qaida, che ha recentemente scisso i comandi iracheno e siriano.

Un punto di forza di al-Maliki è di avere buone relazioni sia con gli Usa che con l’Iran. Ma in patria il premier è contestato dai sunniti, che lo accusano di atteggiamenti discriminatori, ed è criticato dagli sciiti, che subiscono più dei sunniti l’insicurezza. E ciò nonostante esibizioni di rigore giudicate “oscene” dall’Onu, come le 42 esecuzioni di condannati a morte nel giro di due giorni, circa un mese fa.

Il conflitto in Siria aggrava l’instabilità dell’Iraq, perché i ribelli siriani, per lo più sunniti, si battono contro il regime del presidente al-Assad, un esponente della minoranza alawita dell’Islam sciita. E ciò rinfocola in tutta la Regione le tensioni etniche e religiose.


Alla ricerca d’aiuti e di stabilità, l’Iraq non guarda solo all'America, ma anche all'Europa. Il sunnita Tariq al-Hashimi, legalmente ancora vice-presidente, ma rifugiato in Turchia dopo essere stato condannato a morte, chiede all’Ue  una mano per “evitare una guerra civile”. E anche il Papa invita a pregare “per la cara nazione irachena colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza, perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità”.