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mercoledì 8 maggio 2013

L’Italia di Grillo e la nuova geografia politica europea: convegno a Varsavia

Scritto per EurActiv lo 08/05/2013

Il ciclone Grillo crea allarme, o almeno desta preoccupazioni, i fortini dell’europeismo, laddove, cioè, la fiducia nell'integrazione sopravvive ai contraccolpi della crisi e all'inefficienza, e agli errori, dell’Unione nel contrarne gli effetti e nel rilanciare la crescita e l’occupazione. Se n’é parlato mercoledì 8 maggio Varsavia, a un convegno dello European Council on Foreign relations (Ecfr), con la partecipazione d’esperti e giornalisti di vari Paesi Ue. Per l’Italia, c’era EurActiv.it.

‘Italia, Cipro e oltre: la nuova geografia politica dell’Europa’ era il titolo del convegno, innescato dai proclami anti-europei di Beppe Grillo, il leader del M5S: una geografia segnata dall'emergere e dall'avanzare di movimenti euro-scettici o almeno euro-critici, cioè non a priori favorevoli all'integrazione.

Accade in Italia, come in Grecia, o –con minore incidenza politica- in Spagna, ma pure in Francia e in Germania, dove formazioni euro-scettiche parteciperanno alle elezioni politiche del 22 settembre, e ancora in Finlandia e in alcuni Paesi dell’Europa centrale. Movimenti populisti molto diversi l’uno dall'altro, talora con richiami all'estrema destra, talora con impronte di estrema sinistra, spesso  con echi localisti, regionalisti o nazionalisti.

A Varsavia, s’è pure discusso dei possibili antidoti alla crescita dell’euro-scetticismo: fra le ricette, sovente più complementari che antitetiche, una maggiore democraticità dei percorsi comunitari, così che i cittadini ne possano riconoscere la legittimità, ma anche e forse soprattutto un recupero d’efficacia e di risultati da parte delle Istituzioni comunitarie, così che i cittadini possano di nuovo percepire i vantaggi della partecipazione all'Unione, mentre oggi ne percepiscono solo svantaggi e condizionamenti.

Chi sta nei Paesi virtuosi avverte come un peso la presenza di quelli meno solerti. Chi sta nei Paesi che più hanno bisogno di riforme e che più avvertono i contraccolpi della crisi, come l’Italia, vive come diktat le condizioni poste alla sua permanenza nell’Ue e nell’euro. Su un punto l’intesa è stata larga fra i partecipanti al dibattito: un eventuale uscita dall'Unione della Gran Bretagna, se e quando si dovesse mai fare il referendum sempre annunciato e mai indetto, non sarebbe un dramma. Restituirebbe la Gran Bretagna a quello Spazio economico europeo cui appartiene e libererebbe dalle pastoie di Londra l’Unione.

martedì 7 maggio 2013

Andreotti: 29 marzo 1985, l’Europa, l’allargamento e la “notte dei pescetti”

Scritto per EurActiv lo 07/05/2013

A dirla così, non parrebbe. Eppure, la ‘notte dei pescetti’ è uno dei momenti salienti del percorso europeo di Giulio Andreotti, l’uomo politico e di governo italiano scomparso ieri al'età di 94 anni. Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1985, Andreotti, al'epoca ministro degli Esteri, presidente di turno del Consiglio dei Ministri dell’allora ancora Comunità economica europea, condusse in porto una maratona negoziale per l’adesione alla Cee di Spagna e Portogallo, due Paesi da poco usciti dai lunghi inverni delle dittatura di Franco e Salazar.

Le trattative andavano avanti da otto anni, con il coinvolgimento di un altro italiano, il responsabile dell’allargamento Lorenzo Natali, vice-presidente della Commissione europea, e avevano a lungo subito i contraccolpi negativi del difficile momento dell’integrazione europea, alle prese, allora, tra il 1979 e l’ ’84, con il cosiddetto ‘problema britannico’, cioè la definizione del rimborso reclamato da Margaret Thatcher per ridurre lo squilibrio tra il dare e l’avere di Londra al bilancio comunitario.

Nel giugno del 1984, al vertice di Fontainebleau, sotto presidenza di turno francese, il ‘problema britannico’ era stato risolto. E la Commissione europea era stata rinnovata, con l’insediamento alla presidenza, all’inizio del 1985, di Jacques Delors. Il semestre di presidenza italiano, da gennaio a giugno del 1995, coincise con una fase di impressionante rilancio dell’integrazione comunitaria: la conclusione dei negoziati con Spagna e Portogallo in marzo; e, poi, al Vertice di Milano in giugno - presidente di turno, Bettino Craxi - il varo dell’Atto Unico per il completamento del mercato interno. Furono due passi decisivi sulla via del Trattato di Maastricht del 1991 -Andreotti era all'epoca presidente del Consiglio- e della trasformazione della Comunità in Unione dal 1.o novembre 1993.

La fase finale della trattativa sull'allargamento fu una maratona negoziale apertasi il 20 marzo e conclusasi nel cuore della notte tra il 28 e il 29, poche ore prima che a Bruxelles si riunisse il Vertice europeo di primavera. L’ultimo ostacolo sulla via della definizione degli accordi di adesione di Spagna e Portogallo fu la pesca: sotto la presidenza di Andreotti, si discusse ad oltranza di quelli che il ministro degli esteri, incontrando i giornalisti italiani, chiamava “i pescetti”, non per sminuire la serietà della trattativa, ma per fare capire che le difficoltà, per quanto tecnicamente ed economicamente rilevanti, non avevano spessore tale da arrestare un processo storico come l’adesione alla Cee di Spagna e Portogallo e il loro ancoraggio irreversibile alle democrazie europee.

Quella notte, la conferenza stampa, dopo l’annuncio dell’accordo, fatto alle 02.40 del mattino, fu quasi un trionfo italiano: sul palco, Andreotti e Natali con i ministri degli esteri di Madrid e di Lisbona. E un coro di elogi unanimi per quello che il ministro degli esteri francese Roland Dumas definì, lodandone “la tenacia e l’abilità”, l “indiscusso artefice” di quell'intesa. Dall’Italia, arrivò ad Andreotti un telegramma di complimenti del presidente Sandro Pertini: “Se questo risultato è stato ottenuto durante il turno di presidenza italiana, il merito va ascritto soprattutto al suo personale impegno condotto con tenacia, abilità e con il consueto ingegno”. 

lunedì 6 maggio 2013

Italia/Ue: pià tasse, meno servizi, un gap che pesa

Scritto per EurActiv lo 06/05/2013

Più tasse, ma meno servizi: è questo un vero gap tra l’Italia e i partner europei più economicamente competitivi e socialmente efficienti. A farlo emergere, elaborando dati pubblicati nei giorni scorsi da Eurostat, è la Cgia di Mestre, da anni capace di colpire i media con l’acuta lettura di dati sovente già disponibili a tutti.

E la constatazione colpisce pure l’opinione pubblica, proprio quando il Governo Letta sta cercando di recuperare 6 miliardi di euro per coprire le perdite erariali derivanti dalla rinuncia alla prima rata dell’Imu sulla prima casa –oltre due miliardi di euro- e dal mancato aumento dell’Iva –due miliardi di euro- e per garantire la copertura della cassa integrazione.

Secondo i dati della Cgia, l’Italia, che ha una pressione tributaria al 30,2%, in aumento dell’1,3% sul 2011, è seconda nell’Unione solo ai paesi nordici, Danimarca (47,4%), Svezia (36,8%) e Finlandia (30,5%), che hanno sempre avuto una pressione tributaria alta, ma con servizi pubblici e livelli di welfare non riscontrabili in nessun altro Paese europeo.

La pressione tributaria consente di misurare il carico fiscale ed è un rapporto dove al numeratore ci sono le imposte, le tasse e i tributi versati, mentre al denominatore c'é il Pil. La pressione tributaria si differenzia dalla pressione fiscale perché al numeratore non c'è il gettito contributivo che comporta un beneficio legato al previsto ritorno in termini pensionistici.

Il Regno Unito registra una pressione tributaria del 28,6% -1,6 punti meno della nostra-, la Francia del 27,9 -2,3 punti meno- e la Germania del 23,6% -addirittura 6,6 punti meno-. Rispetto alla media dell'Unione europea (26,5%), in Italia la pressione tributaria è superiore di 3,7 punti; rispetto alla media dell’Eurozona (25,7%), addirittura  di 4,5 punti.

Con questi dati, sarebbe lecito attendersi quantità e qualità di servizi non riscontrabili altrove, E, invece, non è così. Anzi: la quantità e la qualità dei servizi erogati in settori essenziali come la sanità o la scuola diminuisce. Non solo: l’aumento della pressione tributaria è andato di pari passo negli ultimi anni con un aumento del debito pubblico e una contrazione dell’occupazione. Il che suggerisce che le risorse non siano impiegate nel modo migliore.

In questo contesto, strappa un sorriso il fondo di Le Monde che, giovedì scorso, commentando i dati di Eurostat, lamentava che i francesi non ne avessero per i loro soldi, rispetto ai tedeschi: pagano più tasse e hanno meno servizi. Noi siamo qui a invidiare, agli uni e agli altri, pressione tributaria e servizi pubblici.

sabato 4 maggio 2013

Italia/Ue: 24 giorni a maggio (e un se di Bruxelles)

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano ed EurActiv lo 05/05/2013
Sette giorni a maggio è un bel film del 1964 di John Frankenheimer sui rischi che la Guerra Fredda degenerasse in olocausto nucleare. Quello di cui siamo protagonisti, 24 giorni a maggio, è meno teso, se non altro perché più diluito nel tempo, ma l’esito ha importanza cruciale per il nostro futuro, almeno a breve termine. E il lieto fine non è ancora scritto.
I 24 giorni a maggio del nostro titolo sono quelli che intercorrono tra oggi e il 29 maggio, quando la Commissione europea dovrebbe, o –meglio- potrebbe, chiudere la procedura d’infrazione avviata contro l’Italia per eccesso di deficit. Il condizionale è legato al ‘se’: l’Esecutivo di Bruxelles procederà se le modifiche al bilancio che verranno eventualmente fatte di qui ad allora dal Governo Letta non intaccheranno i saldi già comunicati all’Unione europea. Se il Governo dovesse agire in maniera differente, il segnale positivo lasciato presagire dall’Europa cambierebbe immediatamente di segno.
Dopo la pubblicazione, ieri, delle previsioni economiche di primavera della Commissione europea, stampa e politici mettono l’accento, nei loro commenti, sulla prima parte delle affermazioni fatte dai responsabili comunitari. Eppure tutti sanno che, in un discorso di politici, come dei capi sul lavoro, dei professori in classe, dei genitori a casa, quel che conta viene dopo il ‘se’, o il ‘ma’: “Le darò l’aumento –dice il capo-, se ci saranno le risorse per farlo”; “Le darò la sufficienza –dice il professore-, se avrà studiato abbastanza”; “Potrai andare a giocare –dice il papà-, se avrai prima messo in ordine la tua stanza”.
Allora, aspettiamo a cantare vittoria. E, magari, pure ad eliminare entrate senza sapere come sostituirle o che cosa tagliare per poterne fare a meno. Tanto più che le previsioni economiche pubblicate ieri, deficit sotto controllo a parte, fino a che il Governo Letta non entrerà in azione, sono “un vero disastro”, citando la sintesi su EurActiv di Giuseppe Latour. Se è vero che nel 2013 e nel 2014 dovremmo restare sotto il tetto del 3%, di deficit fissato dal Patto di Stabilità, “tutti gli altri fondamentali della nostra economia lasciano poche speranze: disoccupazione in aumento, debito al galoppo, crescita al palo”.
E, senza crescita, con meno lavoro, e con una lotta all’evasione fiscale meno efficace, specie se si comincia con l’indebolire Equitalia, le entrate non aumenteranno di sicuro. Se paghi i debiti della Pa, com’è sacrosantamente giusto fare, e togli –o sospendi- l’Imu –come non è necessario fare-, il deficit aumenta. E, in questo caso, niente via libera dell’Ue agli investimenti produttivi.
Meglio, dunque, non coltivare illusioni. E non contare neppure troppo a priori sulla comprensione di Bruxelles. Il presidente della Commissione europea Manuel Barroso mercoledì accoglieva, quasi a braccia aperte, con cappuccino e cornetto, come se Palazzo Berlaymont fosse un bar con tavolini su piazza Navona, il premier Letta. Lo stesso Barroso, oggi, canta l’elogio della cancelliera tedesca Angela Merkel: la recessione –degli altri, perché la Germania cresce- non è colpa sua; c’entrano, piuttosto, la poca competitività degli altri Paesi dell’Ue e l’irresponsabilità dei mercati.

giovedì 2 maggio 2013

Italia/Ue: la favoletta del tour europeo del premier Letta

Scritto per il blog de Il Fatto ed EurActiv lo 02/05/2013

Grande attenzione da Angela Merkel. Piena sintonia con François Hollande. Diponibilità e incoraggiamento dai presidenti delle istituzioni europee, Herman van Rompuy (Consiglio) e Josè Barroso (Commissione). E, lunedì, già aspettatevi sintesi dell’incontro con Mariano Rajoy simili a quelle dell’incontro con Hollande.

Il tour europeo dell’ancora neo-premier Enrico Letta è una favoletta già raccontata almeno una volta: andatevi a prendere articoli e considerazioni che accompagnarono l’analogo giro dell’allora neo-premier Mario Monti nel novembre 2011 –anche se in Francia c’era Nicolas Sarkozy e non Hollande e la Spagna aspettava l’esito delle elezioni-.

E, poi, leggetevi il titolo di Die Welt, “Ancora un italiano che non vuole risparmiare”, o quello di Der Spiegel, “L’Ue chiede nuove misure d’austerità al governo italiano”; e confrontateli con quello che vi sentite raccontare alla radio, in tv, sui giornali nostrani.

Per carità!, non che Die Welt o Der Spiegel o qualsiasi altro media tedesco e internazionale siano la bibbia. Ma è un fatto che la favoletta non la raccontano, questa volta, i politici, ma gli organi di stampa: le frasi della Merkel e di Hollande, di Van Rompuy e di Barroso, dello stesso Letta non sono melassa; lo diventano, spesso, nei resoconti giornalistici.

Guardiamo all'ultima tappa del premier Letta, Bruxelles, ieri sera e questa mattina. Van Rompuy gli dice: sì alla flessibilità, ma con in conti in ordine. E Barroso si dichiara fiducioso sull’uscita dell’Italia dalla procedura di deficit eccessivo, ma –nota- l’Italia deve accelerare sulla via delle riforme e continuare a ridurre il debito. E Letta chiarisce che è venuto ad annunciare ai suoi interlocutori che vuole spingere la crescita e mantenere gli impegni, senza ancora spiegare come; ma poi ammette che dovrà “presto dire” come farà a conciliare  - ad esempio - tagli delle entrate ed aumenti delle uscite col rispetto del limite del 3% del deficit e del ritmo di riduzione del debito.

Perché l’Italia, finora, non ha chiesto eccezioni né sull'uno né sull'altro fronte, anche se magari poi lo farà - del resto, come puoi aspettarti che la Commissione chiuda la procedura d’infrazione per mancato rispetto del 3%, se già le chiedi di sforare? -.

Un’altra favoletta del racconto giornalistico, accanto a quella del ‘tutto bene’, ‘tutto a posto’, è il ‘fronte della crescita’ (Francia-Spagna-Italia-Belgio e chi ci sta) pronto a premere sulla Germania al Consiglio europeo di fine giugno. Ma davvero Hollande e Rajoy, Letta e Di Rupo possono pensare che il momento giusto per chiudere nell'angolo la cancelliera Merkel sia l’ultimo Vertice prima delle elezioni tedesche del 22 settembre? Lì, la Merkel guadagnerà voti (a casa sua) se s’arrocca, mica se cede.

Di qui all'autunno, sul fronte dei conti in ordine, c’è poco da contare su arrendevolezze tedesche. Si potrebbe, piuttosto, puntare su passi in avanti per l’Unione politica, che la cancelliera si dice pronta a fare. Perché, a giudicare dal discorso europeista del premier Letta, sta bene pure a noi –meno alla Francia-; e anche un po’ per vedere il bluff di Angela, se c’è bluff; e per creare il clima per una minore rigidità nell'autunno europeo. Che potrebbe essere una primavera. Ad arrivarci, con l’Imu che già minaccia intese evidentemente non così larghe.

martedì 30 aprile 2013

Governo Letta: l'impegno e le incognite europei, rischio iato parole / fatti

Scritto per AffarInternazionali il 30/04/2013

La scommessa é di innescare nell’Ue un circolo virtuoso, facendo perno su un cambio di rotta che Enrico Letta e i suoi ministri chiederanno con forza ai partner europei. Il rischio è d’avvitarsi, per compiacere gli alleati più attenti ai calcoli elettorali, in una spirale ‘meno ricavi – più spese’ che già mette sul chi vive le istituzioni comunitarie e soprattutto la Germania e i falchi a guardia dell’euro. Sull’orizzonte immediato, gli adempimenti obbligati del ‘semestre europeo’ ed il rischio di spingere la Commissione europea a mantenere la procedura d’infrazione contro l’Italia per deficit eccessivo, impedendo l’innesco di investimenti produttivi.

Il postulato del premier, formulato nel chiedere la fiducia al parlamento, è che i conti dell'Italia sono in ordine e che si può dunque procedere ora con le politiche di crescita. E a conferma del dichiarato impegno europeo e pure europeista del suo governo, Letta, appena incassata la fiducia del Senato, dopo quella della Camera, ha avviato una serie di contatti nelle capitali chiave dell’Unione europea: Berlino, Parigi, Bruxelles. Qualcosa di analogo aveva fatto il suo predecessore Mario Monti.

Alla cui azione, Letta intende agganciare la propria. Dopo l'impegno per il risanamento dei conti dell’Esecutivo Monti, l'Italia vuole mantenere la rotta del contenimento del deficit e della riduzione del debito, ma il nuovo governo, che è politico, ha più forza e le sue richieste in sede bilaterale e multilaterale potranno essere più pressanti. La partita è quello di uno sfondamento del deficit senza subirne le conseguenze.

Una ventata d’aria fresca, ma nessuna garanzia

I primi commenti dei partner europei e della stampa estera oscillano tra lo scontato ottimismo ufficiale e una diffusa diffidenza: per i media francesi e tedeschi, bene Letta, ma a vincere è stato Silvio Berlusconi –e si può legittimamente dubitare dell’europeismo del programma di governo, se Angelino Alfano dice che lui e il Pdl ci si riconoscono a pieno-. La stampa anglosassone, cui dell’europeismo poco importa, si chiede prosaicamente dove il premier prenderà i soldi. Fuori gioco Beppe Grillo e l’M5S: The Times e Time li giudicano sconfitti, una bolla sul punto di scoppiare.

Der Spiegel sintetizza così il nuovo esecutivo: “una ventata d’aria fresca, ma nessuna garanzia”, perché donne e giovani non bastano a fare primavera; e neppure la presenza di ‘punte di diamante’ europee capaci e affidabili, come Emma Bonino agli esteri ed Enzo Moavero agli Affari Europei, senza contare Mario Mauro alla difesa, a lungo luogotenente di Berlusconi nel Parlamento europeo, prima di lasciare il posto e il Pdl giusto in tempo per transitare nelle liste elettorali di Scelta Civica.

Il programma europeo del governo Letta ricalca, in buona parte, quello indicato dai Saggi incaricati da Giorgio Napolitano di tratteggiare le linee guida del nuovo Esecutivo, quando non si sapeva come le cose sarebbero andate a finire tra Quirinale e Palazzo Chigi. Il percorso è uno slalom stretto tra scadenze serrate nei prossimi due mesi, dal G8 nell’Ulster ai due Vertici europei a Bruxelles, oltre a riunioni a maggio e a giugno dell’Eurogruppo e dell’Ecofin.

Il percorso europeo, uno slalom stretto

L’esordio europeo di Letta nel nuovo ruolo a un Consiglio europeo avverrà il 22 maggio: l’incontro è centrato sulla lotta contro l’evasione. Poi, dopo il G8 del 17 e 18 giugno, l’altro appuntamento europeo del premier prima dell’estate è il Vertice del 27 giugno. E’ probabile che l’Italia si coordini con Francia e Spagna, due Paesi i cui governi, pur senza rinnegare il rigore, condividono quelle che dovrebbero essere priorità italiane, più crescita e più occupazione, in dialettica con la Germania. Ma nessuno vorrà provocare strappi nei rapporti con Berlino, almeno fino alle elezioni politiche tedesche del 22 settembre.

La fiducia a Letta è stata accolta nelle sedi europee con un sospiro di sollievo: tutte le Istituzioni chiedevano all'Italia un governo “stabile e forte” che “continuasse le riforme”. Ma la vicepresidente del Parlamento Anni Podimata, greca, socialista, è una voce fuori del coro e ammonisce: “L’esito (della crisi di governo italiana, ndr) non deve tradire il messaggio degli elettori”. Pena, il montare dell’onda euro-scettica.

Il programma del Governo prevede, fra l’altro, la sospensione del pagamento della rata di giugno dell'Imu; il reddito minimo per le famiglie in difficoltà; l’impegno per una soluzione del problema degli esodati; il superamento del'emergenza lavoro. Ai mugugni di chi nota come non ci sia copertura delle uscite, o delle minori entrate, Letta risponde: "Non farò debiti, come un buon padre di famiglia". Ma c’è chi gli presenta un conto di sette miliardi di euro.


Il contagio italiano delle larghe intese

Invece che il tanto temuto ‘contagio della crisi’, l’Italia sembra trasmettere all’Europa il contagio della voglia di larghe intese: persino nella Francia dell’antitesi tra Gauche e Droite, quattro cittadini su cinque auspicano una grande coalizione e uno su due non sono manco contrari al coinvolgimento del Front National di Marine Le Pen - fonte: un sondaggio del Journal du Dimanche -. Molti partner della Germania vedrebbero bene una grande coalizione tedesca dopo le elezioni politiche, così d’allungare il vino del rigore della Merkel con l’acqua della crescita socialdemocratica, invece d’inasprirlo con l’aceto dell’austerità liberale.

Il rischio di questa voglia di larghe intese è quello di non interpretare, ed anzi di deludere, l’istanza di rinnovamento che anima i cittadini (europei, non solo italiani) e di intercettare unicamente l’ansia di rassicurazione e il senso di sollievo che emerge dai messaggi di congratulazione al premier Letta del presidente Usa Barack Obama e di molti leader europei, fra cui i presidenti delle istituzioni Ue.

Pure i fantomatici ‘mercati’ appaiono succubi di questa fascinazione, della medusa della normalità: lo spread scende solo perché c’è un governo, non importa quale e non importa se esposto ai calcoli di Berlusconi, che può farlo cadere quando gli aggrada; e l’asta dei btp va bene, nonostante l’Istat certifichi che la fiducia delle imprese continua a scendere -è al punto più basso dal 2003, 74,6 in aprile rispetto al 78,5 di marzo-. D’altronde, lo scoramento imprenditoriale è diffuso in tutta l’Eurozona, a testimoniare lo iato ormai palese tra finanza ed economia.

L’effetto boomerang di una politica disattenta alle istanze dei cittadini per placare le proprie ansie è, proprio come dice la Podinmata, la crescita dell’euro-scetticismo e dell’euro-qualunquismo. Pazienza, ancora, se è quello britannico, endemico: magari, sarebbe una buona cosa se l’Unione finalmente si liberasse della palla al piede albionica, restituendo la Gran Bretagna a quello cui appartiene, lo Spazio economico europeo, a fare buona compagnia alla Norvegia e alla Svizzera. E pazienza pure se è l’apatia per l’Ue dei croati, che entreranno nell’Unione il 1.o luglio, o l’ostilità all’integrazione degli islandesi: solo un croato su quattro era andato alle urne il 14 aprile per eleggere i propri euro-deputati; e, domenica 28, gli islandesi, che, travolti dalla crisi finanziaria, avevano guardato all’Ue,  hanno bocciato i partiti pro-Unione e optato per il centro-destra euroscettico.

Ma se il boomerang colpisce i Paesi nucleo dell’integrazione e dell’Unione e se intacca uno spirito di solidarietà già fiaccato dagli egoismi della crisi, le larghe intese non saranno argine adeguato. Meglio il coraggio delle scelte che l’oppio dell’acquiescenza.


lunedì 29 aprile 2013

Ue: il contagio, e l'effetto boomerang, delle larghe intese

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 29/04/2013

Altro che il contagio della crisi, temuto da Wolfgang Schaeuble e dai falchi dell’euro-rigore. L’Italia trasmette all’Europa il contagio della voglia di larghe intese: persino nella Francia dell’antitesi tra Gauche e Droite, quattro cittadini su cinque auspicano una grande coalizione e addirittura uno su due sono favorevoli alla partecipazione del Front National di Marine Le Pen - fonte: un sondaggio del Journal du Dimanche -. E molti fra i partner della Germania vedrebbero bene una grande coalizione tedesca dopo le elezioni politiche del 22 settembre, così da annacquare il vino del rigore della Merkel con la crescita socialdemocratica, invece di inasprirlo con l’aceto dell’austerità liberale.

Il rischio di questa voglia di larghe intese è quello di non interpretare, ed anzi di deludere, l’istanza di rinnovamento che anima i cittadini (europei, non solo italiani) e di intercettare unicamente l’ansia di rassicurazione e il senso di sollievo che emerge dai messaggi di congratulazione al premier Letta del presidente Usa Barack Obama e di molti leader europei, fra cui i presidenti delle istituzioni Ue. C’è chi precorre i tempi, come John Kerry, segretario di Stato americano, che gratifica Letta a priori d’un ‘satisfecit’ come “amico buono e fidato” degli Stati Uniti, che “ha mostrato fermo impegno” nella partnership transatlantica.

Pure i fantomatici ‘mercati’ appaiono succubi di questa fascinazione, della medusa della normalità: lo spread scende solo perché c’è un governo, non importa quale e non importa se esposto al ricatto del ‘babau’ delle borse e del differenziale, Mr B, che già detta condizione per mantenere una fiducia non ancora data; e l’asta dei btp va bene, nonostante l’Istat certifichi che la fiducia delle imprese continua a scendere -è al punto più basso dal 2003, 74,6 in aprile rispetto al 78,5 di marzo-. D’altronde, lo scoramento imprenditoriale è diffuso in tutta l’Eurozona, a testimoniare lo iato ormai palese tra finanza ed economia.

L’effetto boomerang di una politica disattenta alle istanze dei cittadini per placare le proprie ansie è la crescita dell’euro-scetticismo e dell’euro-qualunquismo. Pazienza, ancora, se è quello britannico, endemico: magari, sarebbe una buona cosa se l’Unione finalmente si liberasse della palla al piede albionica, restituendo la Gran Bretagna a quello cui appartiene, lo Spazio economico europeo, a fare buona compagnia alla Norvegia e alla Svizzera. E pazienza pure se è l’apatia per l’Ue dei croati, che entreranno nell’Unione il 1.o luglio, o l’ostilità all’integrazione degli islandesi: solo un croato su quattro era andato alle urne il 14 aprile per eleggere i propri euro-deputati; e, ieri, gli islandesi, che, travolti dalla crisi finanziaria, avevano guardato all’Ue,  hanno bocciato i partiti pro-Unione e optato per il centro-destra euroscettico.

Ma se il boomerang colpisce i Paesi nucleo dell’integrazione e dell’Unione e se intacca uno spirito di solidarietà già fiaccato dagli egoismi della crisi, le larghe intese non saranno argine adeguato. Meglio il coraggio delle scelte che l’oppio dell’acquiescenza.