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domenica 10 novembre 2013

Difesa europea: non per amore, ma per denaro

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 10/11/2013

Se non volete farla per amore (dell’Europa), fatela per denaro; se non la volete fare nel segno un po’ retorico dell’Unione europea, fatela nel segno tutto affaristico del mercato unico. Quale che ne sia la spinta, ideale –una visione federale dell’integrazione europea-, politica –una maggiore autonomia rispetto agli Stati Uniti– o meramente pratica –evitare gli sprechi e recuperare risorse-, perseguire la difesa europea è cosa buona e giusta.

Stiamo parlando d’un sacco di soldi, mica di bruscolini: gli sprechi che le duplicazioni delle difese comportano nell’Ue ammontano a 120 miliardi di euro l’anno, quasi la metà del totale della spesa militare dei 28 e quasi l’equivalente del bilancio dell’Unione, circa l’1% del pil europeo.

Lasciamo, dunque, da parte i discorsi federalisti, che non sono popolari di questi tempi. E lasciamo pure da parte le tentazioni d’antitesi ormai datate Europa / America. I volani del risparmio e dell’efficienza dovrebbero bastare per spingere verso l’integrazione la difesa europea, lungo le vie maestre della standardizzazione e dell’armonizzazione, di ricerca e sviluppo a fini non solo militari ma pure civili –più tecnologia, meno armi-.

Se n’è discusso ieri a Torino, in un dibattito nazionale per una politica estera e di difesa comune, organizzato a poco più di un mese dal Vertice di dicembre dedicato proprio alla difesa europea: dibattito, molto ampio, che s’è dipanato tra qualche reticenza e qualche ipocrisia, come se l’obiettivo di una politica estera e di difesa comune andasse esposto con cautela e quasi giustificato, per evitare di mettere sul chi vive i militari, da una parte, e l’industria, dall’altra.

Il vice-presidente della Commissione europea Antonio Tajani, responsabile dell’industria, fornisce il quadro di quel che vale l’apparato militare-industriale nell’Unione: 96 miliardi di euro di fatturato nel 2012, 23 miliardi di export extra Ue, 400 posti di lavoro diretti, oltre un milione nell’indotto, in un mercato che resta poco unico, perché l’80% degli appalti sono nazionali.

Ma ci sono un mare di duplicazioni e inefficienze: 16 le fregate europee, contro una sola americana; 17 i carri europei, contro i due americani. Così, l’Unione non può sfruttare le economie di scala. Risultato –riferisce Giovanni Brauzzi, vice-direttore generale Sicurezza, al Ministero degli Esteri- che i 28 spendono per la difesa il 50% di quanto spendono da soli gli Stati Uniti, ma ne ricavano una capacità militare complessiva pari al 10/15% della capacità militare americana.

Dopo il Consiglio di dicembre, la cui bozza di conclusioni non vola alto, la Commissione europea produrrà un piano d’azione. Così, il tema della difesa europea andrà a ingolfarsi in un 2014 dell’Unione denso di appuntamenti –elezioni europee, rinnovo dei vertici delle Istituzioni, semestre di presidenza italiana del Consiglio dei Ministri dell’Ue -, come pure di anniversari significativi.

Due esempi: nel 1914, un secolo fa, scoppiava la Grande Guerra, una sorta di guerra civile europea; nel 1954, 60 anni fa, falliva il progetto della Comunità europea di difesa.

Anche alla luce della storia, affrontare il tema della politica estera e di difesa comune solo nell’ottica mercantilistica è fuorviante. Ci stanno dietro i discorsi del rapporto Europa-America e del ruolo della Nato e della percezione e della natura delle minacce alla nostra sicurezza.

Ma allora bisognerebbe affrontare le questioni d’ingegneria istituzionale dell’Unione europea. E sciogliere il nodo della sovranità nazionale evidenziato da Piero Fassino: una prerogativa che dovrebbe essere anacronistica, nel contesto dell’integrazione e della globalizzazione.

Le questioni istituzionali restano in filigrana nel dibattito di Torino - una tappa del percorso ‘Politically.eu’ -: c’è l’alternativa tra riforme dei Trattati e sfruttamento di tutte le potenzialità previste dai Trattati attuali, accantonata perché ingombrante rispetto all’obiettivo più concreto e meno ambizioso, cioè il completamento del mercato unico della difesa europea. Può pure andare bene, purché alla fine almeno questo si faccia.

sabato 9 novembre 2013

Difesa europea: risparmio ed efficienza volani integrazione

Scritto per EurActiv lo 09/11/2013 

I volani del risparmio e dell’efficienza per spingere verso l’integrazione la difesa europea, lungo le vie maestre della standardizzazione, dell’armonizzazione, di ricerca e sviluppo a fini non solo militari, ma pure civili.

Se n’è discusso oggi a Torino, nel dibattito nazionale per una politica estera e di difesa comune, organizzato nel Foyer del Toro del Teatro Regio, a poco più di un mese dal Vertice europeo di metà dicembre dedicato proprio alla difesa europea.

Il dibattito s’è dipanato con molta ampiezza: documenti di riferimento approfonditi, predisposti dallo IAI, e interventi alti, come quello del vice-ministro degli Esteri Martà Dassù, o sottotraccia, come quello del sottosegretario alla difesa Roberta Pinotti.

Ma c’è pure stata qualche reticenza e qualche ipocrisia, come se l’obiettivo di una politica estera e di difesa comune andasse esposto con cautela e quasi giustificato, per evitare di mettere sul chi vive i militari, da una parte, e l’industria, dall’altra.

Così, ad esempio, le cifre, pur già note, dello spreco che le duplicazioni della difesa europea provocano sono venute fuori con qualche fatica: 120 miliardi di euro l’anno, quasi la metà del totale della spesa militare dei 28 e quasi l’equivalente del bilancio dell’Unione, circa l’1% del pil dell’Ue.

Solo l’intervento finale del vice-presidente della Commissione europea Antonio Tajani, responsabile dell’industria, ha fornito il quadro di quel che vale l’apparato militare-industriale nell’Unione: 96 miliardi di euro di fatturato nel 2012, 23 miliardi di export extra Ue, 400 posti di lavoro diretti, oltre un milione nell’indotto, in un mercato poco unico, perché l’80% degli appalti sono nazionali.

Eppure, duplicazioni e inefficienze -16 le fregate europee, contro l’una sola americana; 17 i carri europei, contro i due americani- fanno sì che l’Unione non possa sfruttare, in questo settore, economie di scala. Il risultato è – questi dati li cita Giovanni Brauzzi, vice-direttore generale Sicurezza, al Ministero degli Esteri- che i 28 spendono per la difesa il 50% di quanto spendono da soli gli Stati Uniti, ma ne ricavano una capacità militare pari al 10/15% della capacità militare americana.

L’evento di Torino ha rappresentato la seconda tappa del percorso partecipativo ‘Politically.eu’, “conoscere per deliberare”, volto a creare uno spazio pubblico di dibattito sulle politiche europee. La prima era stata a Milano, prima dell’estate, ed era stata consacrata alle questioni economiche. Altre tappe già previste sono Firenze sulla sussidiarietà, Napoli sull’immigrazione e, in una sede da definire, energia e ambiente.

L’evento di Torino s’è aperto con gli interventi introduttivi del direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea Lucio Battistotti, che ha indicato l’obiettivo di una politica della difesa comune più efficiente e meno costosa, e del presidente del Centro Studi sul federalismo Roberto Palea, che ha ricordato il fallimento, 60 anni or sono, nel 1954 della Comunità europea di difesa, la Ced, e ha affrontato le questioni d’ingegneria istituzionale relative alla politica estera e di difesa comune. Nel suo saluto, il sindaco di Torino Piero Fassino ha osservato come, nel contesto dell’integrazione e della globalizzazione, la sovranità sia rimasta quasi la sola prerogativa nazionale.

Le questioni istituzionali sono riaffiorate in tutto il dibattito, con l’alternativa tra riforme dei Trattati o sfruttamento di tutte le potenzialità previste dai Trattati attuali, ma sono sempre state accantonate, perché troppo ingombranti rispetto ad obiettivi più concreti e meno ambiziosi, come il completamento del mercato unico della difesa europea.

Alle relazioni, è seguito un workshop deliberativo, presieduto dall’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto Affari Internazionali, con la partecipazione di parlamentari italiani ed europei, funzionari dei ministeri competenti, aziende specializzate, docenti, esperti e giornalisti.

Nel workshop deliberativo sono stati discussi tre temi: la politica industriale europea della difesa come volano per la crescita; le nuove priorità della politica estera di sicurezza europea; infine, il ruolo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali nella definizione della politica estera dell’Ue dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

giovedì 7 novembre 2013

Ue: crescita; Draghi taglia i tassi; Letta, 'bene così'

Scritto per EurActiv lo 07/11/2013

Non sarà ricordato, probabilmente, come l’intervento decisivo dell’estate 2012, ma la Bce ed il suo presidente Mario Draghi mandano di nuovo un segnale per la crescita, tagliando il costo del denaro. E il premier italiano Enrico Letta reagisce in termini positivi.

La Banca centrale europea riduce di un quarto di punto, dallo 0,5% allo 0,25%, il costo del denaro: il tasso di rifinanziamento pronti contro termine, che non era mai stato così basso, scende a un nuovo minimo storico.

In conferenza stampa, a Francoforte, il presidente della Banca non ha escluso che i tassi d’interesse possano scendere ancora e ha ammesso che sono pure stati presi in considerazione tassi negativi: evidente il tentativo di stimolare la ripresa, incoraggiando le banche a rendere più agevole il credito.

Draghi prevede che i tassi resteranno giù a lungo e che la fase di bassa inflazione proseguirà. La Bce conferma la previsione di una ripresa lenta e graduale nell’Eurozona, moderata nel 2° semestre 2013 –l’Italia non ne è stata ancora toccata-, e avverte che persistono rischi di frenate. Una priorità resta il rafforzamento delle banche, anche attraverso i dispositivi previsti dall’Unione bancaria europea.

Letta, da Dublino, dove è andato a cercare facili sponde su Unione bancaria e immigrazione, in vista del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dei Ministri dell’Ue, nel 2° semestre 2014, giudica la decisione della Bce  uno stimolo per andare avanti con le riforme: “Dobbiamo entrare in una legislatura di crescita –dice, riferendosi alla prossima legislatura europea, che uscirà dalle elezioni del maggio prossimo- e l’Italia guiderà l’Ue in questa direzione”.

Nonostante tutte queste indicazioni positive, dopo la fiammata seguita agli annunci da Francoforte, le borse europee chiudono in calo, tranne quella tedesca. E lo spread s’attesta a 241.


Forse le deprime il confronto con gli Usa, dove il Pil nel terzo trimestre  segna un + 2,8, al di là delle attese, il dato migliore di quest’anno, e calano le richieste di disoccupazione.

Berlusconi & Hitler: Schulz, ha perso il senso della Memoria

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 07/11/2013

“I miei figli come gli ebrei sotto Hitler”: la gaffe di Berlusconi viene riferita a Martin Schulz poco dopo che il Partito socialista europeo lo ha candidato alla presidenza della Commissione europea. Lui, che un giorno fu apostrofato in aula dall'allora premier Berlusconi come "kapò", prima chiede “che cosa ci sia da commentare”, poi affida al portavoce Armin Machner una battuta per Il Fatto: “Abbiamo smesso di commentare le dichiarazioni d’un uomo che ha totalmente perso il rispetto della storia, della Memoria e della realtà”.

La frase di Mr B, rilanciata dalle maggiori agenzie mondiali, fa capolino sui grandi media dentro e fuori l’Europa. Ma Schultz non affonda la polemica: ora deve catalizzare, non polarizzare.

Lo scontro con Berlusconi risale al 2 luglio 2003: il premier illustra all’Assemblea il programma della presidenza italiana del Consiglio Ue; portavoce socialista, Shultz lo critica. Mr B reagisce male: “In Italia un produttore sta facendo un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapò. Lei è perfetto!». A Strasburgo, l’eco di quello scambio non s’è ancora perso.

mercoledì 6 novembre 2013

Usa: NY; De Blasio, in trasferta vinciamo sempre noi

Traccia per Tg.com e Sbs e post per il blog de Il Fatto Quotidiano, 06/11/2013

In trasferta, vinciamo sempre noi. O, almeno, vinciamo spesso. Specie negli Stati Uniti. Ci sono elezioni, all’estero, il cui risultato diventa un trionfo italiano. E’ successo ad esempio con Barack Obama nel 2008, più che nel 2012 –ma quello fu un fenomeno universale-. Ed è successo la scorsa notte, con il trionfo a New York dell’italo-americano Bill De Blasio: a vedere lo spazio e l’entusiasmo dei media italiani, pare proprio una gloria italica.

Ora, De Blasio, origini sannite, famiglia multietnica, cuore democratico, è uno che piace: a noi e, tantissimo, ai newyorchesi, che l’hanno scelto come sindaco con una maggioranza che altrove nel Mondo suonerebbe inquietante. Però, A) non è una novità; e B) non è un italiano.

Non è una novità perché di sindaci italo-americani New York ne ha già avuti tre, Fiorello La Guardia 1931-’44 – un eroe della Prima Guerra Mondiale, quello dell’Aeroporto nel Queens-, Vincent Impellitteri 1950-’54 e Rudolph Giuliani, 1993-2001, il sindaco sceriffo, uno degli eroi dell’11 Settembre; e di governatori italo-americani lo Stato di New York ne ha avuti due, i Cuomo padre Mario e figlio Andrew –tuttora in carica-.

Non è un italiano, perché, man mano passa il tempo, questi italo-americani, ovviamente, sono sempre più americani e sempre meno italo, anche se De Blasio non è goffo come altri emigrati della terza generazione quando si esprime in italiano. Abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie l’imbarazzo dei Gala della Niaf (National italo-american Foundation), che ogni anno sciorinano a Washington l’orgoglio italo-americano, premiando ‘Mister Rossi’ –pronuncia ‘Rossai’, con l’accento sulla a e quasi una sola s- nel cui passato ci sono i sacrifici di nonni o genitori emigrati e nel cui presente c’è il successo finanziario.

E, poi, se proprio volessimo impadronirci delle vittorie, dovremmo sentire nostre le sconfitte. Ieri, De Blasio ha vinto, ma Ken Cucinelli –per fortuna- ha perso in Virginia, dove puntava a diventare governatore col voto dei Tea Party. E dovremmo interrogarci sul perché nessun italo-americano ha mai ottenuto la nomination alla presidenza: non ci provò Mario Cuomo, quando pareva potesse farcela; e, nel 1984, i trascorsi ‘mafiosi’ del marito danneggiarono Geraldine Ferraro, prima donna candidata alla vice-presidenza.

Sento già chi mi corregge. Un italo-americano fu il candidato democratico nel 1928: è vero, nacque Alfred Emanuele Ferrara, ma al voto si presentò come Alfred E. Smith –sfido chiunque a riconoscervi un ‘paisà’- . E, comunque, perse. Contro Herbert Hoover, passato alla storia come il peggior presidente degli Stati Uniti, perché gli capitò tra capo e collo il crollo di Wall Street nel 1929. Ferrara/Smith, in fondo, la scampò bella. E pure noi: ci sarebbe rimasta addosso un’etichetta indelebile.

martedì 5 novembre 2013

Presidenza Commissione Ue: Kenny anti-Schulz da destra, Ppe nicchia

Scritto per EurActiv lo 05/11/2013

Nella corsa alla presidenza della Commissione europea pilotata –per ora- dai partiti politici europei, spunta un nuovo nome: il premier irlandese Enda Kenny, leader Fine Gael (centro-destra), che potrebbe avere il sostegno dei conservatori britannici, in funzione anti Martin Schulz, il candidato già espresso dal Pse, il Partito socialista europeo.

Solo i popolari continuano a giocare a carte coperte: non hanno un candidato e non si sono neppure impegnati a designarlo. L’idea, su cui i socialisti si sono mossi in anticipo, è che i partiti europei si presentino alle prossime elezioni del Parlamento europeo a maggio 2014 avendo designato ciascuno un candidato alla presidenza della Commissione.

I leader dei 28 dovranno tenere conto delle designazioni e, ovviamente, dei risultati elettorali quando sceglieranno il nome del nuovo presidente dell’Esecutivo comunitario da sottoporre all’investitura del Parlamento europeo.

Se i popolari nicchiano, gli altri le carte le hanno già messe più o meno in tavola, anche se l’unico che si dichiara candidato alla presidenza della Commissione e si comporta di conseguenza è Schulz, attuale presidente del Parlamento europeo, un socialdemocratico tedesco. Il suo nome è già entrato nei negoziati per la formazione della grande coalizione tedesca: i socialdemocratici lo vogliono blindare fin d’ora come commissario tedesco.

Schulz è da mesi impegnato in una frenetica campagna elettorale personale, che lo ha già portato più volte in Italia e recentemente pure in Vaticano, per un’udienza con il Papa. Il presidente dell’Assemblea di Strasburgo si batte per la crescita e il lavoro e critica la scelta del rigore, denunciando, ad esempio, in Grecia –è storia di ieri ad Atene- i ‘misfatti’ della troika; ma tira il freno a mano, quando si tratta di criticare la cancelliera tedesca Angela Merkel.

L’irlandese Kenny è, per il momento, più un’indiscrezione che una certezza. Invece, la candidatura del leader di Syriza, Alexis Tsipras, è un progetto ben avanzato: il consiglio dei presidenti del partito della Sinistra europea (Gue/Ngl) lo propone per il post-Barroso, ma la proposta dovrà essere confermata dal congresso in programma a metà dicembre a Madrid.

Anche il gruppo dei liberaldemocratici europei (Alde) è in fase decisionale: momento cruciale, fine novembre, quando il partito terrà un congresso a Londra. In prima fila, Guy Verhofstadt, ex premier belga, liberale fiammingo, federalista convinto, e Olli Rehn, finlandese, l’attuale commissario europeo all’economia e alla finanza.

I Verdi europei hanno invece deciso di puntare sulle primarie online per scegliere due finalisti alla nomination –un uomo e una donna-, su cui poi si pronuncerà un congresso. Sei quelli che disputeranno le primarie, cinque indicati dal partito e uno dalla federazione dei giovani verdi europei: oltre alla co-presidente del partito Verde europeo Monica Frassoni, anche gli eurodeputati José Bové (francese), Rebecca Harms (tedesca) e Ulrike Lunacek (austriaca), la tedesca Ska Keller e l'olandese Jolanda Verburg. Unico maschio del lotto, Bové, un coltivatore, leader del movimento anti-globalizzazione, appare già sicuro del fatto suo, mentre le cinque donne si contendono la ‘nomination’ femminile.

lunedì 4 novembre 2013

Ue: Sud vs Nord, indulgenze e risentimenti ad Atene

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano e, in altra versione, per EurActiv lo 04/11/2013 

Lavoro, specie per i giovani. Accesso al credito, specie per le pmi. Unione per il Mediterraneo, per esaltare il potenziale della Riva Sud. Ma, soprattutto, ritrovare la fiducia. Sono queste le quattro priorità indicate dal presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, a #South4Growth, oggi, ad Atene. L’obiettivo sono le elezioni europee del maggio 2014: infrangere sul molo della speranza l’onda dell’euro-scetticismo e del populismo.

Per Schulz l’essere ad Atene oggi non significa più pensare alla crisi, ma –appunto- “alla speranza, alla crescita, al lavoro”. Fuori dalla Music Megaron Concert Hall, il traffico è intenso, anche se non caotico come ti potresti aspettare un lunedì mattina in una metropoli mediterranea; e la gente va al lavoro vestita di tutto punto, perché questo è il quartiere dei palazzi del potere. Non c’è tensione, forse perché c’è rassegnazione.

Dentro l’Auditorio, centinaia di giovani dei licei e delle università: l’evento lancia la campagna per il voto e diventa una tappa della campagna elettorale personale di Martin Schulz per la presidenza della Commissione europea.

Se non fosse per le invettive dei tassisti contro il governo e l’Europa, che non sono molto diverse da quelle dei taxisti romani, non si direbbe proprio di essere nella capitale delle manifestazioni di piazza contro la troika –di ritorno in queste ore- e dei funerali dei militanti neo-nazisti di Alba Dorata ammazzati, venerdì scorso, con una ‘esecuzione’.

Non c’è (più) Sud senza crescita, non c’è crescita (in Europa) senza il Sud. E’ lo slogan con cui la Grecia, dove il cocktail micidiale di recessione, rigore, disoccupazione e povertà innesca tensioni sociali che sfociano nel terrorismo politico, prova a organizzare una crociata contro l’euro-pessimismo, a 200 giorni, sei mesi e poco più, dalle elezioni, dopo quattro anni di tagli, stenti, rinunce.

Che cosa può fare il Sud dell'Europa per invertire la tendenza e fare ripartire l’Unione verso crescita e lavoro? Se ne discute per tutta la giornata a #South4Growth: dopo gli interventi introduttivi e le pietre angolari di Schulz, deputati europei e giornalisti di Grecia, Italia, Cipro, Irlanda, Portogallo e Spagna si confrontano su tre temi: economia, finanza, lavoro.

Nel dibattito, ritornano quasi ossessivamente le parole crescita, lavoro, solidarietà; c’è il mantra della fiducia da restaurare –a cominciare da se stessi, dalle proprie istituzioni, per poi risalire all’Europa- e si succedono gli imperativi, i ‘bisogna’, i ‘si deve’. Piovono progetti e programmi, sfide che non si possono affrontare da soli - concorrenza globale, energia, ambiente e clima, innovazione e ricerca -, piani o idee che possono portare sollievo – i fondi di coesione, il fondo Youth Guarantee, i project bonds gli euro bonds -. C’è anche chi propone un fondo perché il Nord paghi le riforme che il Sud non ha fatto. Manca una visione, che tenga insieme esigenze urgenti e concrete con le aspirazioni ideali, ad esempio all’Europa federale.

Aleggia, e talora diventa sensibile, un’indulgenza del Sud verso se stesso –come se inefficienza, corruzione, mancato rispetto degli impegni presi fossero dati strutturali, non fattori umani-; ed è forte il risentimento del Sud verso il Nord, anche se Schulz prova a esorcizzarlo subito, parlando, lui, tedesco, da mediterraneo. Ma quando si tratta di sconfessare la cancelliera Merkel, cristiano-sociale, il presidente, socialdemocratico, diventa estremamente cauto: è il candidato del Pse alla presidenza della Commissione europea e gli serve l’appoggio, o almeno la non ostilità, della Merkel.

Nell’Unione, il crinale Nord-Sud non è un dato della storia: lo è di più all’interno dei singoli Paesi. Negli ultimi cento anni, l’Europa è stata spaccata dai totalitarismi: prima, dall’asse nazi-fascista, una fascia che l’attraversava da Nord a Sud e che ricordava l’impero lotaringio; poi, tra Est e Ovest lungo il meridiano della Cortina di Ferro, dove si contrapponevano democrazia e comunismo. E se il distacco del Sud dal Nord sul piano della ricchezza e del benessere, ma anche dell’efficienza e dell’organizzazione, della corruzione e della criminalità, non è un fatto nuovo, solo la crisi del 2008 ha creato una rottura nella comprensione e una frattura nella solidarietà.

La scintilla di #South4Growth, se pure si accenderà, non basterà da sola a rianimare il Sud. E l’agenda di Schulz è corretta, ma non ha calore. Ad innescare davvero la speranza sono le centinaia di giovani presenti fino alla fine e pronti a fare domande e a intervenire: loro sì aspettano di più dall’Europa; loro forse saranno migliori europei dei loro genitori, che hanno svuotato d’ideali e d’entusiasmo il percorso dell’integrazione e l’hanno ridotto a una partita doppia di dare ed avere.