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giovedì 25 agosto 2011

Libia: 4 giornalisti italiani rapiti, una storia che si ripete

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/08/2011

Giornalisti italiani rapiti sulla prima linea di conflitti cruenti raccontati da vicino: storie, per fortuna, spesso a lieto fine, anche se lo sfondo è sempre tragico; ma ci sono purtroppo pure casi drammatici. E le vicende dei sequestri si intrecciano con quelle delle uccisioni: almeno una dozzina, negli ultimi 25 anni, alcune ancora vive nel ricordo dei colleghi e del pubblico, altre quasi dimenticate.

Certo, a fare i giornalisti si può finire ammazzati anche in Italia, di mafia o di criminalità, a volte pure di logge segreti o di dintorni della politica: non c’è bisogno di andare all’estero, per scoprire che d’informazione si muore, quando la si fa in modo scomodo per chi s’arroga il potere d’uccidere.

Ora, però, mentre cominciano ad affastellarsi notizie sul rapimento in Libia di Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, di Domenico Quirico de La Stampa e di Claudio Monici de l’Avvenire, scorrono nella memoria i nomi dei ‘caduti in guerra’: un elenco non completo, ma già lungo. In Mozambico, nel 1987, venne assassinato il triestino Almerigo Grilz dell’agenzia Albatros. L’1 giugno 1993 fu ucciso in Bosnia il freelance Guido Puletti, 40 anni. Il 20 marzo 1994 uno degli episodi più impressionanti: furono ammazzati insieme, in Somalia, Ilaria Alpi, 33 anni, inviata del TG3, e il telecineoperatore triestino Miran Hrovatin, 46 anni. Un anno dopo, il 9 febbraio 1995, sempre in Somalia, fu ucciso, in un agguato, il telecineoperatore Rai Marcello Palmisano. Poi l’episodio più sanguinoso: tre triestini, il giornalista Marco Luchetta e gli operatori Alessandro Ota e Dario D’Angelo, ammazzati a Mostar in Bosnia dallo scoppio di un ordigno. E, poi, ancora Antonio Russo (15 ottobre 2000, 40 anni) inviato di Radio Radicale, assassinato sulla via di Tblisi in Georgia; Maria Grazia Cutuli (19 novembre 2001, 39 anni) del Corriere della Sera, uccisa nell’est dell’Afghanistan: il medico-reporter Raffaele Ciriello, ucciso in Palestina da soldati israeliani il 13 marzo 2002; e, infine, Enzo Baldoni (26 agosto 2004, 46 anni), un freelance ammazzato in Iraq, e Vittorio Arrigoni, l’attivista pro-palestinese, pur’egli freelance, ucciso a Gaza a 36 anni.

Quello di Baldoni è l’unico esempio, finora, di giornalista italiano sequestrato e non liberato. Fu preso nei pressi di Najaf il 21 agosto 2004 dall’Esercito islamico dell’Iraq, una sedicente organizzazione integralista forse collegata, in qualche modo, ad al Qaida. Dopo un ultimatum all’Italia perché ritirasse le sue truppe dal Paese invaso entro 48 ore, Baldoni venne assassinato: data, luogo e modalità dell’ ‘esecuzione’ non sono certi. I resti del freelance furono recuperati solo sei anni dopo e portati in Italia nell’aoprile 2010. Personaggio al crocevia di molti interessi e attività, Baldoni aveva valutato, prima di intraprendere la ‘missione’ in Iraq, l’eventualità di non tornare.

Gli altri rapimenti hanno avuto epiloghi diversi, anche se poche volte non c’è stato spargimento di sangue (di un accompagnatore, come l’autista dei quattro rapiti in Libia ucciso, o di un ‘liberatore’). Un caso a sé è la vicenda di Fausto Biloslavo, triestino, oggi uno degli inviati di guerra italiani più esperti, collega e amico di quel Grilz morto in Mozambico, con cui aveva fondato la Albatros. Nell’Afghanistan allora occupato dall’Armata Rossa, Biloslavo, nel 1988, venne arrestato proprio da agenti sovietici: rimase in carcere per sette mesi, riuscendo poi a rientrare in Italia solo grazie all’intervento diretto del presidente della repubblica Francesco Cossiga.

Più recenti le vicende di Giuliana Sgrena, in Iraq, e di Daniele Mastrogiacomo, in Afghanistan. Giuliana, inviata de Il Manifesto, viene rapita a Baghdad il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione della Jihad islamica e viene liberata un mese dopo, il 4 marzo, dai servizi segreti italiani. Ma, durante il trasferimento all’aeroporto di Baghdad, la vettura su cui la Sgrena viaggia accompagnata da uno degli artefici della sua liberazione, Nicola Calipari, è intercettata da una pattuglia di marines che, all’oscuro di tutto, la scambiano per un’auto di terroristi e aprono il fuoco: Calipari è ucciso, la Sgrena se la cava. Ne nascono polemiche su come la trattativa era stata condotta, ma soprattutto ne scaturisce una lunga vicenda giudiziaria, che porta a individuare il marines che ha fatto fuoco.

L’ultimo giornalista italiano rapito al fronte era stato, finora, Daniele Mastrogiacomo, inviato d’esperienza, vittima del sequestro nel 2007, durante un reportage in Afghanistan: la sua storia ebbe implicazioni di vario genere ed è poi stata da lui stesso raccontata in un libro dal titolo “I giorni della paura”. Il 5 marzo, il giornalista stava andando da Kandahar a Lashkargah, capoluogo dell’Helmand, nel sud del Paese, zona talebana, con un giornalista locale che faceva da interprete e un autista: i tre avevano un appuntamento con il mullah Dadullah, i cui uomini, invece, li circondano, li legano, li imbavagliano.

Mastrogiacomo è prima scambiato per un agente britannico e ripetutamente minacciato di morte. Poi, quando la sua identità viene chiarita, i rapitori chiedono, a mo’ di riscatto, che l’Italia ritiri dall’Afghanistan il proprio contingente. La pretesa viene respinta, ma le trattative, anche grazie all’attivo interessamento della Ong Emergency, vanno avanti, con momenti tragici, come quando l’autista viene sgozzato e decapitato perché tutti capiscano che i guerriglieri fanno sul serio. Il 19 marzo, Mastrogiacomo viene liberato, mentre le autorità afghane liberano alcuni detenuti talebani. Ma il suo interprete resta prigioniero e verrà ucciso poche settimane più tardi. La vicenda avrà poi seguiti polemici, con accuse di complicità mosse a Emergency e riflessi internazionali.

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