Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/10/2011
Anche i blackbloc, non solo il Cavaliere. La singolarità italiana in Europa non si riduce più a un leader incapace di vedere che la realtà internazionale “rischia di travolgerci e di trasformare l’Italia da Stato fondatore a Stato affondatore dell’Unione europea” –parole sul Corriere della Sera di Mario Monti-; o a uno scontro di personalità, come suggerisce Les Echos, contrapponendo Napolitano a Berlusconi. Le violenze di sabato a Roma, in occasione della protesta degli indignati in tutto il Mondo, suscitano interrogativi e inquietudini nella stampa estera, unanime nel sottolineare come solo in Italia, di fatto, la contestazione pacifica e legittima sia stata sopraffatta da esagitati blackblocs. Gli incidenti inducono la Francia a sospendere, fino al Vertice del G20 di Cannes ai primi di novembre, gli accordi sulla libera circolazione e a reintrodurre i controlli alle frontiere con l’Italia. Cronache e conseguenze delle devastazioni stanno, con grande rilievo, su tutti i media internazionali: FT evidenzia fin dal titolo il caso Italia, “Violenze a Roma, mentre la protesta diventa globale”, mentre Bbc ed El Pais, secondo cui “Pasolini oggi sarebbe un indignato” –certamente, ma come molti altri lo sarebbero e lo sono-, il Guardian e Nouvel Obs fanno i conti degli arresti e dei danni. Invece, il NYT s’interroga sull’efficacia dell’atteggiamento delle forze dell’ordine (che, in America, almeno quanto a fermi preventivi, ci vanno giù più pesanti); e Time e Newsweek raccontano entrambi sul sito come la manifestazione sia stata “dirottata”. Il WSJ, infine, torna sulla questione della leadership: “Molti italiani dicono che i tagli fatti da Berlusconi pesano ingiustamente sui giovani” (e magari pure sugli anziani).
martedì 18 ottobre 2011
domenica 16 ottobre 2011
G20: i Grandi aspettano che l'Europa se la cavi
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 16/10/2011
Nel giorno della prima protesta planetaria dei giovani indignati, senza lavoro e senza futuro, che a Roma squadre di facinorosi trasformano in guerriglia urbana, i ministri delle finanze del G20, riuniti a Parigi, lasciano le castagne della crisi sul fuoco dell’Europa: i Grandi sono pronti a contribuire ad arginare la deriva del debito, perché vogliono riprendere il cammino della crescita, ma aspettano che, prima, l’Ue e soprattutto i Paesi dell’euro prendano in fretta le decisioni per trarsi d’impiccio da soli.
A Parigi, Il governatore di BankItalia Mario Draghi, in bilico tra l’attuale incarico e il prossimo di presidente della Banca centrale europea, dà ragione agli indignati che contestano la finanza, ma poi commenta “che peccato!” le notizie degli incidenti; il segretario al tesoro americano Timothy Geithner dice di comprendere i giovani, ma le violenze di Roma rischiano di alienare la simpatia dei signori della finanza e di criminalizzare un intero movimento.
Gli appuntamenti che contano sono il Vertice europeo di domenica 23 –doveva svolgersi domani, è slittato di una settimana- e il Vertice del G20 a Cannes il 3 novembre. A Bruxelles, l’ordine del giorno prevede il varo della versione rinforzata del fondo ‘salva Stati’, una spinta alla Grecia per evitarne il fallimento e la creazione d’uno strumento per la ricapitalizzazione delle banche.
A Cannes, si discuterà se aumentare i mezzi finanziari del Fondo monetario internazionale (Fmi), per consentirgli di sostenere l’Europa se la crisi dovesse estendersi a grosse economie della zona euro come l’Italia e la Spagna, colpite a raffica, negli ultimi giorni, dalle ‘sanzioni’ delle agenzie di rating. Ma prima di metterci del loro gli Usa, molto riluttanti, e la Cina, Brasile e Giappone e gli altri vogliono vedere se e come l’Europa fa la sua parte: di assegni in bianco all’Ue, non se ne parla.
Per il ministro tedesco Wolfgang Schauble, gli europei sono “consci delle loro responsabilità”. E giudizi analoghi vengono dai suoi colleghi, fra cui l’italiano Giulio Tremonti. Gli americani annacquano le loro critiche, dopo una telefonata del presidente Obama alla cancelliera Merkel. Ma altri ministri sono severi: “Gli europei la tirano in lungo da un anno”, dice il sudafricano Pravin Gordhan (e lo pensano in molti).
La crisi dell’euro tiene la Cina al riparo delle critiche allo yuan, che resta sottovalutato. Ma chi gliela canta a Pechino, adesso che può strozzare Washington e asfissiare Bruxelles? Françoise Lagarde prova a mettere una pulce nell’orecchio ai cinesi: “La crisi –dice- minaccia ormai pure gli emergenti”.
Nel giorno della prima protesta planetaria dei giovani indignati, senza lavoro e senza futuro, che a Roma squadre di facinorosi trasformano in guerriglia urbana, i ministri delle finanze del G20, riuniti a Parigi, lasciano le castagne della crisi sul fuoco dell’Europa: i Grandi sono pronti a contribuire ad arginare la deriva del debito, perché vogliono riprendere il cammino della crescita, ma aspettano che, prima, l’Ue e soprattutto i Paesi dell’euro prendano in fretta le decisioni per trarsi d’impiccio da soli.
A Parigi, Il governatore di BankItalia Mario Draghi, in bilico tra l’attuale incarico e il prossimo di presidente della Banca centrale europea, dà ragione agli indignati che contestano la finanza, ma poi commenta “che peccato!” le notizie degli incidenti; il segretario al tesoro americano Timothy Geithner dice di comprendere i giovani, ma le violenze di Roma rischiano di alienare la simpatia dei signori della finanza e di criminalizzare un intero movimento.
Gli appuntamenti che contano sono il Vertice europeo di domenica 23 –doveva svolgersi domani, è slittato di una settimana- e il Vertice del G20 a Cannes il 3 novembre. A Bruxelles, l’ordine del giorno prevede il varo della versione rinforzata del fondo ‘salva Stati’, una spinta alla Grecia per evitarne il fallimento e la creazione d’uno strumento per la ricapitalizzazione delle banche.
A Cannes, si discuterà se aumentare i mezzi finanziari del Fondo monetario internazionale (Fmi), per consentirgli di sostenere l’Europa se la crisi dovesse estendersi a grosse economie della zona euro come l’Italia e la Spagna, colpite a raffica, negli ultimi giorni, dalle ‘sanzioni’ delle agenzie di rating. Ma prima di metterci del loro gli Usa, molto riluttanti, e la Cina, Brasile e Giappone e gli altri vogliono vedere se e come l’Europa fa la sua parte: di assegni in bianco all’Ue, non se ne parla.
Per il ministro tedesco Wolfgang Schauble, gli europei sono “consci delle loro responsabilità”. E giudizi analoghi vengono dai suoi colleghi, fra cui l’italiano Giulio Tremonti. Gli americani annacquano le loro critiche, dopo una telefonata del presidente Obama alla cancelliera Merkel. Ma altri ministri sono severi: “Gli europei la tirano in lungo da un anno”, dice il sudafricano Pravin Gordhan (e lo pensano in molti).
La crisi dell’euro tiene la Cina al riparo delle critiche allo yuan, che resta sottovalutato. Ma chi gliela canta a Pechino, adesso che può strozzare Washington e asfissiare Bruxelles? Françoise Lagarde prova a mettere una pulce nell’orecchio ai cinesi: “La crisi –dice- minaccia ormai pure gli emergenti”.
sabato 15 ottobre 2011
Italia-Usa: amb. Salleo, senza hard e pure senza soft power
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/10/2011
“Chi ha le idee migliori vince: la lezione di Steve Jobs vale anche nella politica internazionale”. E chi non ne ha resta al palo. Ferdinando Salleo, uno dei diplomatici italiani dalla carriera più densa di posti eccellenti, ambasciatore al momento del passaggio dall’Urss alla Russia e negli Stati Uniti e segretario generale della Farnesina, affronta così il tema del calo di influenza dell’Italia nel Mondo.
“In politica internazionale il peso di ciascun Paese dipende da due fattori: l’hard power, che è dato dalla potenza militare, la forza economica, la capacità di intervenire in situazioni d’emergenza; e il soft power, che è la capacità di proiettare verso gli altri l’immagine di una società giusta, ordinata, prospera, desiderabile. In un Mondo dominato dai media elettronici, oggi si percepiscono ovunque le immagini che una società genera”. E se proietta immagini negative, come accade oggi, in questo crepuscolo berlusconiano, tutti le colgono subito.
L’Italia era fra le medie potenze per hard power, ma aveva molto soft power. Non è più così?
“Oggi, la proiezione internazionale dell’Italia, la percezione, giusta o sbagliata che sia, non risponde ai criteri del soft power e finisce con l’incidere pure sull’hard power: l’economia è in crisi, ma restiamo la terza potenza della zona euro, la quarta dell’Ue e abbiamo ancora una capacità d’export; eppure, è considerata a livello internazionale fiacca, debole, stagnante. Il nostro sistema bancario è più sano di tanti altri, ma la capacità di farlo valere è modesta. Ci salvano l’arte, i beni culturali, fin quando non crollano la Casa dei Gladiatori o la Domus Aurea”.
Si può ridurre tutto a un problema d’immagine?
“Emaniamo pure una percezione di disordine e un’attendibilità da verificare caso per caso. Perché un elemento importante del soft power è la coerenza dei comportamenti: e lì paghiamo oscillazioni ed esitazioni, o ambiguità. Nel caso della Libia, dall’osanna al crucifige,; e poi aerei sì, ma solo per operazioni di sorveglianza: tutto questo si sconta. Dedichiamo enormi sforzi alle missioni di pace, ma la loro dispersione non ci vale un plus politico per contare sul piano internazionale. E abbiamo praticamente soppresso uno dei punti di forza della presenza all’estero, l’aiuto allo sviluppo, selvaggiamente tagliato, nonostante sua strumento di politica internazionale di primissima portata, sia come hard power che come soft power”.
Media potenza in declino di peso politico, quindi?
“Il peso politico si esercita facendo politica, proponendo idee e perseguendone l’attuazione, cercando soluzioni condivisibili ai problemi internazionali. In passato, l’Italia nei Balcani ha proposto soluzioni, è andata tra i primi nei nuovi Paesi dell’Europa centro-orientale. Furono operazioni di successo”.
Ma, oggi, in Europa come in America ci ascoltano di meno?
“In Europa, siamo fra i padri fondatori: la conferenza di Messina portò ai Trattati di Roma. Senza vanterie, possiamo dire di avere avuto un’idea vincente. Oggi, dovremmo avere un’idea intorno a cui coagulare gli altri Paesi: lamentarsi del direttorio franco-tedesco economico-monetario o di quello franco-britannico nell’Alleanza atlantica non basta; bisogna avere idee migliori. L’Europa è il nostro maggiore patrimonio: aggrappiamoci alle Alpi per non cadere nel Mediterraneo, diceva Ugo La Malfa. E l’Europa è pure la nostra garanzia, perché se contiamo a Bruxelles contiamo di più a Washington. E, se si è ascoltati a Washington, si è pure più ascoltati a Bruxelles”.
“Chi ha le idee migliori vince: la lezione di Steve Jobs vale anche nella politica internazionale”. E chi non ne ha resta al palo. Ferdinando Salleo, uno dei diplomatici italiani dalla carriera più densa di posti eccellenti, ambasciatore al momento del passaggio dall’Urss alla Russia e negli Stati Uniti e segretario generale della Farnesina, affronta così il tema del calo di influenza dell’Italia nel Mondo.
“In politica internazionale il peso di ciascun Paese dipende da due fattori: l’hard power, che è dato dalla potenza militare, la forza economica, la capacità di intervenire in situazioni d’emergenza; e il soft power, che è la capacità di proiettare verso gli altri l’immagine di una società giusta, ordinata, prospera, desiderabile. In un Mondo dominato dai media elettronici, oggi si percepiscono ovunque le immagini che una società genera”. E se proietta immagini negative, come accade oggi, in questo crepuscolo berlusconiano, tutti le colgono subito.
L’Italia era fra le medie potenze per hard power, ma aveva molto soft power. Non è più così?
“Oggi, la proiezione internazionale dell’Italia, la percezione, giusta o sbagliata che sia, non risponde ai criteri del soft power e finisce con l’incidere pure sull’hard power: l’economia è in crisi, ma restiamo la terza potenza della zona euro, la quarta dell’Ue e abbiamo ancora una capacità d’export; eppure, è considerata a livello internazionale fiacca, debole, stagnante. Il nostro sistema bancario è più sano di tanti altri, ma la capacità di farlo valere è modesta. Ci salvano l’arte, i beni culturali, fin quando non crollano la Casa dei Gladiatori o la Domus Aurea”.
Si può ridurre tutto a un problema d’immagine?
“Emaniamo pure una percezione di disordine e un’attendibilità da verificare caso per caso. Perché un elemento importante del soft power è la coerenza dei comportamenti: e lì paghiamo oscillazioni ed esitazioni, o ambiguità. Nel caso della Libia, dall’osanna al crucifige,; e poi aerei sì, ma solo per operazioni di sorveglianza: tutto questo si sconta. Dedichiamo enormi sforzi alle missioni di pace, ma la loro dispersione non ci vale un plus politico per contare sul piano internazionale. E abbiamo praticamente soppresso uno dei punti di forza della presenza all’estero, l’aiuto allo sviluppo, selvaggiamente tagliato, nonostante sua strumento di politica internazionale di primissima portata, sia come hard power che come soft power”.
Media potenza in declino di peso politico, quindi?
“Il peso politico si esercita facendo politica, proponendo idee e perseguendone l’attuazione, cercando soluzioni condivisibili ai problemi internazionali. In passato, l’Italia nei Balcani ha proposto soluzioni, è andata tra i primi nei nuovi Paesi dell’Europa centro-orientale. Furono operazioni di successo”.
Ma, oggi, in Europa come in America ci ascoltano di meno?
“In Europa, siamo fra i padri fondatori: la conferenza di Messina portò ai Trattati di Roma. Senza vanterie, possiamo dire di avere avuto un’idea vincente. Oggi, dovremmo avere un’idea intorno a cui coagulare gli altri Paesi: lamentarsi del direttorio franco-tedesco economico-monetario o di quello franco-britannico nell’Alleanza atlantica non basta; bisogna avere idee migliori. L’Europa è il nostro maggiore patrimonio: aggrappiamoci alle Alpi per non cadere nel Mediterraneo, diceva Ugo La Malfa. E l’Europa è pure la nostra garanzia, perché se contiamo a Bruxelles contiamo di più a Washington. E, se si è ascoltati a Washington, si è pure più ascoltati a Bruxelles”.
Italia-Usa: Hillary passa, ma non vede nè Mr B nè Frattini
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/10/2011
Un segretario di Stato americano in Italia (quasi) in incognito: missioni segrete a parte, eventuali e improbabili, forse non era mai successo nella storia della Repubblica; e, magari, non succederà, perché il clamore e il malessere suscitato dalle notizie filtrate da Washington nelle ultime ore lasciano ancora spazio a correzioni di rotta. A quanto risulta, Hillary Rodham Clinton, ex first lady ai tempi di Bill alla Casa Bianca, 1993/2000, ed ex candidata 2008 alla nomination democratica, attualmente segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, verrà in Italia la prossima settimana, ma non farà tappa a Roma e non avrà incontri con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e neppure con il ministro degli esteri Franco Frattini.
La Clinton scenderà a Napoli e passerà lì la notte di lunedì: magari, è curiosa di vedere la statuetta sua accanto a quella dell’hacker per antonomasia Julian Assange nel presepe di San Gregorio Armeno. Il mattino dopo, incontrerà i militari in servizio alla base navale di Capodichino, un’installazione Usa e Nato. Nel pomeriggio volerà a Tripoli, per la prima visita nella capitale libica ‘liberata’ dal regime di Muammar Gheddafi: Hillary ci arriva con comodo, dopo che lì sono già passati Nicolas Sarkozy e David Cameron, il ministro Frattini e vari altri leader europei ed arabi, confermando la relativa distanza della diplomazia statunitense dalla crisi libica.
A termine di protocollo, la Clinton non ha l’obbligo di incontri in Italia: la sua non è una visita al nostro Paese, ma a una base militare americana e alleata, sulla via di un Paese terzo. Ma la prassi è ben diversa: quando un segretario di Stato americano è in Italia, un incontro, se non altro di cortesia, con il suo collega italiano c’è praticamente sempre; e spesso c’è pure un incontro, per quanto breve e informale, con il presidente del Consiglio. Quello attualeo, poi, ha sempre tenuto particolarmente a celebrare i riti dell’amicizia tra Italia e Stati Uniti.
Secondo Vanity Fair, la Farnesina s’è data per un po’ da fare perché il ministro Frattini potesse almeno partecipare al saluto ai militari alla base Nato. Ma, dopo un po’ di pestare nel mortaio a vuoto, gli sforzi cominciavano ad apparire fuori luogo. Anche se il fatto che la notizia sia uscita può ora innescare una dinamica diversa.
Nell’interpretazione diffusa fra i siti che riprendono la notizia, la condotta della Clinton è indice di quanto l’America di Obama cerchi di tenere a distanza l’Italia di Berlusconi. I segnali non mancano: da quando Barack l’ ‘abbronzato’ è presidente, Mr B è stato invitato alla Casa Bianca solo nel 2009, quando il premier italiano era presidente di turno del G8 ed era impossibile ‘snobbarlo’. Così come era inevitabile la visita in Italia di Obama nel giugno sempre 2009, al vertice dei Grandi all’Aquila. E quando il presidente americano ha voluto sapere che cosa stava succedendo in Europa e in Italia, ha invitato a prendere un te a Washington il presidente Napolitano, non certo il premier Berlusconi.
Qualche insofferenza pubblica per i comportamenti del Cavaliere, magari contenuta a livello di linguaggio del corpo, c’è pure stata. Ad esempio quando, a un vertice del G20 a Pittsburgh in Pennsylvania, nel 2009, Mr B dimostrò un eccessivo entusiasmo per il ‘davanzale’ di Michelle, la first lady, che gli si parò davanti in tutta la sua opulenza. O quando, più di recente, all’ultimo G8 in terra francese, Mr B quasi s’inginocchiò accanto a Obama, per raccontargli, in una sorta di imbarazzante confessionale, come la giustizia lo perseguiti. Per non parlare dei cablo dei diplomatici americani di stanza a Roma resi pubblici da Wikileaks: documenti che trasmettono a Washington un’immagine da vaudeville, quando non da film hard, del premier e del Paese. E il ministro degli esteri? E’ un “messenger”, un fattorino.
Certo, a livello di politiche e di governi, Stati Uniti e Italia non hanno aperti, in questo momento, particolari contenziosi: non ci sono frizioni sul fronte della sicurezza, con gli italiani impegnati in Afghanistan e in numerose missioni di pace in tutto il Mondo e attivi nel conflitto in Libia, più di quanto non lo siano stati gli americani; e, sul fronte dell’economia, le preoccupazioni sono comuni.
Eppure i segnali di mancanza d’attenzione, e persino di garbo, verso le autorità italiane sono talora palesi, quasi ostentati. Il 20 settembre, dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Obama ha ringraziato, citandoli uno a uno, molti dei Paesi che hanno partecipato alle operazioni in Libia, persino la Danimarca che, a ben vedere, non ha fatto molto, ma nopn incluse nella lista l’Italia che ha fornito aerei, navi e basi agli alleati.
E, ora, la Clinton ‘fantasma’. Forse Hillary pensava di non farsi notare, di passare in punta di piedi. Ma, così, la sua visita rischia di fare più rumore che mai.
Un segretario di Stato americano in Italia (quasi) in incognito: missioni segrete a parte, eventuali e improbabili, forse non era mai successo nella storia della Repubblica; e, magari, non succederà, perché il clamore e il malessere suscitato dalle notizie filtrate da Washington nelle ultime ore lasciano ancora spazio a correzioni di rotta. A quanto risulta, Hillary Rodham Clinton, ex first lady ai tempi di Bill alla Casa Bianca, 1993/2000, ed ex candidata 2008 alla nomination democratica, attualmente segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, verrà in Italia la prossima settimana, ma non farà tappa a Roma e non avrà incontri con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e neppure con il ministro degli esteri Franco Frattini.
La Clinton scenderà a Napoli e passerà lì la notte di lunedì: magari, è curiosa di vedere la statuetta sua accanto a quella dell’hacker per antonomasia Julian Assange nel presepe di San Gregorio Armeno. Il mattino dopo, incontrerà i militari in servizio alla base navale di Capodichino, un’installazione Usa e Nato. Nel pomeriggio volerà a Tripoli, per la prima visita nella capitale libica ‘liberata’ dal regime di Muammar Gheddafi: Hillary ci arriva con comodo, dopo che lì sono già passati Nicolas Sarkozy e David Cameron, il ministro Frattini e vari altri leader europei ed arabi, confermando la relativa distanza della diplomazia statunitense dalla crisi libica.
A termine di protocollo, la Clinton non ha l’obbligo di incontri in Italia: la sua non è una visita al nostro Paese, ma a una base militare americana e alleata, sulla via di un Paese terzo. Ma la prassi è ben diversa: quando un segretario di Stato americano è in Italia, un incontro, se non altro di cortesia, con il suo collega italiano c’è praticamente sempre; e spesso c’è pure un incontro, per quanto breve e informale, con il presidente del Consiglio. Quello attualeo, poi, ha sempre tenuto particolarmente a celebrare i riti dell’amicizia tra Italia e Stati Uniti.
Secondo Vanity Fair, la Farnesina s’è data per un po’ da fare perché il ministro Frattini potesse almeno partecipare al saluto ai militari alla base Nato. Ma, dopo un po’ di pestare nel mortaio a vuoto, gli sforzi cominciavano ad apparire fuori luogo. Anche se il fatto che la notizia sia uscita può ora innescare una dinamica diversa.
Nell’interpretazione diffusa fra i siti che riprendono la notizia, la condotta della Clinton è indice di quanto l’America di Obama cerchi di tenere a distanza l’Italia di Berlusconi. I segnali non mancano: da quando Barack l’ ‘abbronzato’ è presidente, Mr B è stato invitato alla Casa Bianca solo nel 2009, quando il premier italiano era presidente di turno del G8 ed era impossibile ‘snobbarlo’. Così come era inevitabile la visita in Italia di Obama nel giugno sempre 2009, al vertice dei Grandi all’Aquila. E quando il presidente americano ha voluto sapere che cosa stava succedendo in Europa e in Italia, ha invitato a prendere un te a Washington il presidente Napolitano, non certo il premier Berlusconi.
Qualche insofferenza pubblica per i comportamenti del Cavaliere, magari contenuta a livello di linguaggio del corpo, c’è pure stata. Ad esempio quando, a un vertice del G20 a Pittsburgh in Pennsylvania, nel 2009, Mr B dimostrò un eccessivo entusiasmo per il ‘davanzale’ di Michelle, la first lady, che gli si parò davanti in tutta la sua opulenza. O quando, più di recente, all’ultimo G8 in terra francese, Mr B quasi s’inginocchiò accanto a Obama, per raccontargli, in una sorta di imbarazzante confessionale, come la giustizia lo perseguiti. Per non parlare dei cablo dei diplomatici americani di stanza a Roma resi pubblici da Wikileaks: documenti che trasmettono a Washington un’immagine da vaudeville, quando non da film hard, del premier e del Paese. E il ministro degli esteri? E’ un “messenger”, un fattorino.
Certo, a livello di politiche e di governi, Stati Uniti e Italia non hanno aperti, in questo momento, particolari contenziosi: non ci sono frizioni sul fronte della sicurezza, con gli italiani impegnati in Afghanistan e in numerose missioni di pace in tutto il Mondo e attivi nel conflitto in Libia, più di quanto non lo siano stati gli americani; e, sul fronte dell’economia, le preoccupazioni sono comuni.
Eppure i segnali di mancanza d’attenzione, e persino di garbo, verso le autorità italiane sono talora palesi, quasi ostentati. Il 20 settembre, dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Obama ha ringraziato, citandoli uno a uno, molti dei Paesi che hanno partecipato alle operazioni in Libia, persino la Danimarca che, a ben vedere, non ha fatto molto, ma nopn incluse nella lista l’Italia che ha fornito aerei, navi e basi agli alleati.
E, ora, la Clinton ‘fantasma’. Forse Hillary pensava di non farsi notare, di passare in punta di piedi. Ma, così, la sua visita rischia di fare più rumore che mai.
venerdì 14 ottobre 2011
SPIGOLI: Ue/G20, Sarkò con Angela da Barack e Hu
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/10/2011
Forse è quello che i diplomatici chiamano un ‘ballon d’essai’, cioè una notizia tirata fuori per misurare, tramite le reazioni che suscita, la fattibilità di un progetto appena abbozzato: se l’eco è positiva, o almeno incoraggiante, si va avanti; se è negativa, l’idea finisce nel cassetto e ci resta. La fonte è buona: Le Monde riferisce che il presidente francese Nicolas Sarkozy avrebbe chiesto alla cancelliera tedesca Angela Merkel di accompagnarlo in un ‘giro delle capitali’ prima del Vertice del G20, a Cannes a inizio novembre (la Francia ne esercita la presidenza di turno). Un giro essenziale: solo Washington e Pechino, le due che contano, con buona pace di Tokyo, Seul e delle altri più o meno grandi dimenticate. Quanto a Londra, Roma, Madrid, Bruxelles, Sarkozy il giro di consultazioni lo farà al Vertice dell’Ue il 24 ottobre, che deve varare il fondo ‘salva Stati’ e discutere quello ‘salva banche’. L’iniziativa, se vera, è collocabile sotto varie caselle della diplomazia internazionale: la paternità dà alla testa, per via del parto imminente di Mamma Carlà; il remake della Guadalupa, 32 anni dopo il tentativo francese del gennaio 1979 di creare un direttorio mondiale a 4 Giscard, Schmidt, Callaghan e Carter, al tempo delle crisi energetica e degli euromissili; l’ennesimo G, dopo il tramonto del G8 –punto d’approdo del percorso G5/G7-, l’insuccesso del G20, la meteora del G2. Ma forse la casella giusta è quella del direttorio europeo franco-tedesco per sempre, con la sotto serie ‘Italia se ci sei batti un colpo’. Nella crisi dell’euro Francia e Germania stanno stringendo i bulloni della loro intesa: oggi, Sarkozy, impegni da papà permettendo, riceverà il presidente della Commissione europea Barroso e cenerà con il ministro delle finanze tedesco Schauble, a Parigi per un G20 dei ministri finanziari, per parlare di Ue e di euro, di salvataggio della Grecia, di futuro dell’Unione.
Forse è quello che i diplomatici chiamano un ‘ballon d’essai’, cioè una notizia tirata fuori per misurare, tramite le reazioni che suscita, la fattibilità di un progetto appena abbozzato: se l’eco è positiva, o almeno incoraggiante, si va avanti; se è negativa, l’idea finisce nel cassetto e ci resta. La fonte è buona: Le Monde riferisce che il presidente francese Nicolas Sarkozy avrebbe chiesto alla cancelliera tedesca Angela Merkel di accompagnarlo in un ‘giro delle capitali’ prima del Vertice del G20, a Cannes a inizio novembre (la Francia ne esercita la presidenza di turno). Un giro essenziale: solo Washington e Pechino, le due che contano, con buona pace di Tokyo, Seul e delle altri più o meno grandi dimenticate. Quanto a Londra, Roma, Madrid, Bruxelles, Sarkozy il giro di consultazioni lo farà al Vertice dell’Ue il 24 ottobre, che deve varare il fondo ‘salva Stati’ e discutere quello ‘salva banche’. L’iniziativa, se vera, è collocabile sotto varie caselle della diplomazia internazionale: la paternità dà alla testa, per via del parto imminente di Mamma Carlà; il remake della Guadalupa, 32 anni dopo il tentativo francese del gennaio 1979 di creare un direttorio mondiale a 4 Giscard, Schmidt, Callaghan e Carter, al tempo delle crisi energetica e degli euromissili; l’ennesimo G, dopo il tramonto del G8 –punto d’approdo del percorso G5/G7-, l’insuccesso del G20, la meteora del G2. Ma forse la casella giusta è quella del direttorio europeo franco-tedesco per sempre, con la sotto serie ‘Italia se ci sei batti un colpo’. Nella crisi dell’euro Francia e Germania stanno stringendo i bulloni della loro intesa: oggi, Sarkozy, impegni da papà permettendo, riceverà il presidente della Commissione europea Barroso e cenerà con il ministro delle finanze tedesco Schauble, a Parigi per un G20 dei ministri finanziari, per parlare di Ue e di euro, di salvataggio della Grecia, di futuro dell’Unione.
Iran: terrorismo, Usa tolgono da naftalina nemico globale
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/10/2011
Mi stavo giusto chiedendo che fine avesse fatto l’Iran. Per mesi, il regime di Teheran era stato il cattivo del Mondo, con il suo programma nucleare a potenziale fini militari e poi le violazioni dei diritti umani, il caso Sakineh, impiccagioni, lapidazioni e frustate. Poi, la Primavera araba, il conflitto in Libia, la recrudescenza della crisi economica avevano cancellato quelle piste: l’Iran attivava le centrali –a fini civili-, ma nessuno se ne curava più. Fino a mercoledì, quando gli Stati Uniti sventano e svelano un complotto terroristico iraniano sul territorio americano, obiettivo l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti.
La notizia ideale per ricompattare rapporti un po’ traballanti nel Medio Oriente; fare contenti gli estremi che si toccano di quello scacchiere, Israele e Arabia saudita; ridare forza al coro l’ ‘Iran è cattivo’ cui in questo caso non s’oppongono neppure Russia e Cina –mica vogliono stare dalla parte dei terroristi-; e, infine, cominciare a inserire una nota di allarme e di minaccia alla sicurezza nazionale nella campagna presidenziale. Avviarsi al voto senza avere un nemico da cui guardarsi non è buona cosa per il presidente uscente, specie se, durante il suo mandato, s’è infilato due volte la coda fra le gambe, ritirando, pur con il consenso popolare, le truppe dall’Iraq e cominciando a ritirarle dall’Afghanistan, senza che questo significhi che quei due Paesi siano di molto migliori di come gli attacchi del 2001 e del 2003 li avevano trovati.
E tutto ciò senza rischiare alcun contraccolpo negativo: il rialzo di tensione con Teheran si riduce a scambi d’invettive a tutto svantaggio del regime iraniano, che non misura le parole sul metro occidentale, mentre non comporta di sicuro azioni militari, anche se il vice-presidente Biden, che afferma di volere “unire il Mondo contro l’Iran”, ripete la formula di rito in queste occasioni: “nessuna opzione è esclusa, neppure la militare”.
Una china su cui, ieri, s’è pure mosso il presidente Obama, denunciando “l’atteggiamento pericoloso” del Paese islamico: “Applicheremo contro l’Iran sanzioni più dure, perché venga sempre più isolato”. La Casa Bianca dice che il complotto che doveva portare all’uccisione dell’ambasciatore Adel al-Jubeir “è stato diretto da persone nel governo iraniano”; e il Dipartimento di Stato lo avrebbe contestato agli iraniani in contatti diretti. Accuse precise e una strategia della mobilitazione che coinvolge amici e alleati dell’universo mondo e che prevede anche un’allerta ai viaggiatori all’estero. Le repliche iraniane non fanno peso, anche quando parlano di uno “show” per fare dimenticare le difficoltà americane in questo momento.
La risposta è corale. L’Ue e l’Italia prospettano a Teheran “gravi conseguenze”. La Lega Araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo condannano il presunto complotto, dando fede alla versione americana: “Sono atti che violano i valori religiosi e i principi umani e minano gli sforzi per la pace, la sicurezza e la stabilità in Medio oriente”, recita un comunicato dell’organizzazione pan-araba. Ovvia l’intenzione di Riad di chiedere all’Iran conto d’ogni azione ostile commessa ai suoi danni: il ministro degli Esteri saudita al-Faisal avverte, da Vienna: “Daremo a queste azioni la risposta che meritano” e "I tentativi dell’Iran di ricorrere agli omicidi e al caos non porteranno nulla di buono", perché Riad "non chinerà il capo".
In Israele, la vicenda si collega all’approvazione dello scambio di prigionieri con Hamas per ottenere, dopo cinque anni, la liberazione del caporale Shalit. La stampa ipotizza un intreccio da brividi con la ipotetica “minaccia nucleare iraniana” incombente. Molti si chiedono perché Netanyahu abbia avallato quello che appare un successo del braccio armato di Hamas. E lui, parlando alla nazione, spiega: “Credo che abbiamo ottenuto il miglior accordo possibile … Non so se in futuro avremmo potuto raggiungere un accordo migliore, o un accordo qualsiasi”.
Il premier evoca una “finestra di opportunità”, che potrebbe riferirsi a futuri scossoni della 'primavera araba’, dalle travagliate relazioni fra Hamas e il regime siriano al timore di avvicendamenti al potere in Egitto negativi per Israele. Ma Yediot Ahronot colloca le parole di Netanyahu nel contesto dei timori per i progressi dei progetti nucleari iraniani e della volontà di avere le mani libere per farvi fronte con ogni opzione possibile, dopo che il 'fattore Iran' era stato, all’inizio del mese, al centro dei colloqui in Israele del nuovo segretario alla Difesa Usa Leon Panetta, sfavorevole a un’azione militare unilaterale e preventiva.
Mi stavo giusto chiedendo che fine avesse fatto l’Iran. Per mesi, il regime di Teheran era stato il cattivo del Mondo, con il suo programma nucleare a potenziale fini militari e poi le violazioni dei diritti umani, il caso Sakineh, impiccagioni, lapidazioni e frustate. Poi, la Primavera araba, il conflitto in Libia, la recrudescenza della crisi economica avevano cancellato quelle piste: l’Iran attivava le centrali –a fini civili-, ma nessuno se ne curava più. Fino a mercoledì, quando gli Stati Uniti sventano e svelano un complotto terroristico iraniano sul territorio americano, obiettivo l’ambasciatore saudita negli Stati Uniti.
La notizia ideale per ricompattare rapporti un po’ traballanti nel Medio Oriente; fare contenti gli estremi che si toccano di quello scacchiere, Israele e Arabia saudita; ridare forza al coro l’ ‘Iran è cattivo’ cui in questo caso non s’oppongono neppure Russia e Cina –mica vogliono stare dalla parte dei terroristi-; e, infine, cominciare a inserire una nota di allarme e di minaccia alla sicurezza nazionale nella campagna presidenziale. Avviarsi al voto senza avere un nemico da cui guardarsi non è buona cosa per il presidente uscente, specie se, durante il suo mandato, s’è infilato due volte la coda fra le gambe, ritirando, pur con il consenso popolare, le truppe dall’Iraq e cominciando a ritirarle dall’Afghanistan, senza che questo significhi che quei due Paesi siano di molto migliori di come gli attacchi del 2001 e del 2003 li avevano trovati.
E tutto ciò senza rischiare alcun contraccolpo negativo: il rialzo di tensione con Teheran si riduce a scambi d’invettive a tutto svantaggio del regime iraniano, che non misura le parole sul metro occidentale, mentre non comporta di sicuro azioni militari, anche se il vice-presidente Biden, che afferma di volere “unire il Mondo contro l’Iran”, ripete la formula di rito in queste occasioni: “nessuna opzione è esclusa, neppure la militare”.
Una china su cui, ieri, s’è pure mosso il presidente Obama, denunciando “l’atteggiamento pericoloso” del Paese islamico: “Applicheremo contro l’Iran sanzioni più dure, perché venga sempre più isolato”. La Casa Bianca dice che il complotto che doveva portare all’uccisione dell’ambasciatore Adel al-Jubeir “è stato diretto da persone nel governo iraniano”; e il Dipartimento di Stato lo avrebbe contestato agli iraniani in contatti diretti. Accuse precise e una strategia della mobilitazione che coinvolge amici e alleati dell’universo mondo e che prevede anche un’allerta ai viaggiatori all’estero. Le repliche iraniane non fanno peso, anche quando parlano di uno “show” per fare dimenticare le difficoltà americane in questo momento.
La risposta è corale. L’Ue e l’Italia prospettano a Teheran “gravi conseguenze”. La Lega Araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo condannano il presunto complotto, dando fede alla versione americana: “Sono atti che violano i valori religiosi e i principi umani e minano gli sforzi per la pace, la sicurezza e la stabilità in Medio oriente”, recita un comunicato dell’organizzazione pan-araba. Ovvia l’intenzione di Riad di chiedere all’Iran conto d’ogni azione ostile commessa ai suoi danni: il ministro degli Esteri saudita al-Faisal avverte, da Vienna: “Daremo a queste azioni la risposta che meritano” e "I tentativi dell’Iran di ricorrere agli omicidi e al caos non porteranno nulla di buono", perché Riad "non chinerà il capo".
In Israele, la vicenda si collega all’approvazione dello scambio di prigionieri con Hamas per ottenere, dopo cinque anni, la liberazione del caporale Shalit. La stampa ipotizza un intreccio da brividi con la ipotetica “minaccia nucleare iraniana” incombente. Molti si chiedono perché Netanyahu abbia avallato quello che appare un successo del braccio armato di Hamas. E lui, parlando alla nazione, spiega: “Credo che abbiamo ottenuto il miglior accordo possibile … Non so se in futuro avremmo potuto raggiungere un accordo migliore, o un accordo qualsiasi”.
Il premier evoca una “finestra di opportunità”, che potrebbe riferirsi a futuri scossoni della 'primavera araba’, dalle travagliate relazioni fra Hamas e il regime siriano al timore di avvicendamenti al potere in Egitto negativi per Israele. Ma Yediot Ahronot colloca le parole di Netanyahu nel contesto dei timori per i progressi dei progetti nucleari iraniani e della volontà di avere le mani libere per farvi fronte con ogni opzione possibile, dopo che il 'fattore Iran' era stato, all’inizio del mese, al centro dei colloqui in Israele del nuovo segretario alla Difesa Usa Leon Panetta, sfavorevole a un’azione militare unilaterale e preventiva.
giovedì 13 ottobre 2011
SPIGOLI: Grand Hotel Ue, Slovacchia che va, Serbia che viene
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 13/10/2011
Per l’Unione europea, è quasi una costante: chi ne sta fuori, vuole entrarci; e chi è dentro, pur se da poco, mostra insofferenza per regole e vincoli. Così, la Slovacchia, che non faceva parlare di sé dal giorno in cui buttò fuori l’Italia dai Mondiali in Sud Africa, 16 mesi or sono o giù di lì, batte un colpo bocciando la ratifica del Fondo ‘salva Stati’, proprio lei che pare già un miracolo sia nell’Ue e addirittura nell’euro. Il no al Fondo del Parlamento di Bratislava pare però destinato a durare 48: dopo un sussurro della Merkel (“Il Fondo sarà approvato da tutti gli Stati dell’euro”) e un appello di Barroso, maggioranza e opposizione trovano un’intesa che sarà ratificata oggi da un nuovo voto. Così, la nave dell’euro si disincaglia dalle secche slovacche, dopo essere uscita dai gorghi tedeschi e finlandesi, e va verso il Vertice europeo del 24 ottobre, che sancirà l’entrata in vigore del ‘salva Stati’. Intanto, la Serbia si vede riconoscere da Bruxelles lo statuto di candidato all’adesione: quasi una staffetta tra Paesi nemici degli Anni Novanta, la Croazia chiude le trattative con l’Ue –ne diventerà il 28.o Stato- e la Serbia le apre. La raccomandazione della Commissione ai 27 è però condita da un monito: Belgrado, che ha consegnato i criminali di guerra latitanti alla giustizia internazionale, deve mostrare la volontà di trovare un accordo col Kosovo, che i serbi continuano a ritenere una loro provincia, ma che è ormai uno Stato indipendente. Il ministro Frattini è a Belgrado nel giorno dell’annuncio e ne perora la causa: “Senza Serbia –dice-, Europa e Italia sono meno sicure”.
Per l’Unione europea, è quasi una costante: chi ne sta fuori, vuole entrarci; e chi è dentro, pur se da poco, mostra insofferenza per regole e vincoli. Così, la Slovacchia, che non faceva parlare di sé dal giorno in cui buttò fuori l’Italia dai Mondiali in Sud Africa, 16 mesi or sono o giù di lì, batte un colpo bocciando la ratifica del Fondo ‘salva Stati’, proprio lei che pare già un miracolo sia nell’Ue e addirittura nell’euro. Il no al Fondo del Parlamento di Bratislava pare però destinato a durare 48: dopo un sussurro della Merkel (“Il Fondo sarà approvato da tutti gli Stati dell’euro”) e un appello di Barroso, maggioranza e opposizione trovano un’intesa che sarà ratificata oggi da un nuovo voto. Così, la nave dell’euro si disincaglia dalle secche slovacche, dopo essere uscita dai gorghi tedeschi e finlandesi, e va verso il Vertice europeo del 24 ottobre, che sancirà l’entrata in vigore del ‘salva Stati’. Intanto, la Serbia si vede riconoscere da Bruxelles lo statuto di candidato all’adesione: quasi una staffetta tra Paesi nemici degli Anni Novanta, la Croazia chiude le trattative con l’Ue –ne diventerà il 28.o Stato- e la Serbia le apre. La raccomandazione della Commissione ai 27 è però condita da un monito: Belgrado, che ha consegnato i criminali di guerra latitanti alla giustizia internazionale, deve mostrare la volontà di trovare un accordo col Kosovo, che i serbi continuano a ritenere una loro provincia, ma che è ormai uno Stato indipendente. Il ministro Frattini è a Belgrado nel giorno dell’annuncio e ne perora la causa: “Senza Serbia –dice-, Europa e Italia sono meno sicure”.
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