Scritto in varie versioni per AffarInternazionali, l'Indro e Il Fatto Quotidiano
L’anno del rinnovamento. Oppure, l’anno del sovvertimento. O, ancora, come spesso accade, l’anno in cui può accadere di tutto, ma , alla fine, non succede (quasi) nulla. Hanno molteplici sfaccettature le predizioni del 2012, che a farle siano antichi aruspici od oracoli moderni, politologi e futurologi.
Salpare con il Titanic nell’anno della fine del mondo dei maya; o, per le cassandre più attuali, della fine dell’euro. Uno scenario da catastrofe, soprattutto per quanti parteciperanno alla Crociera del Centenario, che partirà da Southampton l’8 aprile, la domenica di Pasqua, con destinazione il luogo esatto del drammatico impatto tra il transatlantico e l’iceberg. La Titanic Memorial Cruise intende ripercorrere il percorso e ricreare l’atmosfera del fatale viaggio di cent’anni or sono, verso quello che è divenuto il più celebre naufragio di tutti i tempi. La notte tra il 14 e il 15 aprile, la crociera, puntuale all’appuntamento con la storia, sarà sulle coordinate precise di quella tragedia. Il copione non prevede, però, che altrettanto puntuale sia l’iceberg, che, anzi, è pregato di tenersi alla larga, nonostante i cambiamenti di clima e le diavolerie tecnologiche varie di cui l’uomo s’è nel frattempo dotato.
L’anniversario dell’affondamento del Titanic, per il quale il calendario delle celebrazioni è fitto, lungo la rotta –Dublino, Belfast, New York- e altrove nel Mondo, basta a evocare la fragilità dell’uomo e delle sue realizzazioni: se andò a picco quel transatlantico, figuriamoci se non possono andare a fondo Ue ed euro, costretti a navigare a vista fra gli iceberg della speculazione finanziaria e degli egoismi nazionali (senza essersi neppure dotati di paratie stagne). Ma il monito può forse indurre i leader europei a cambiare rotta il più presto possibile: la notte che il Titanic affondò, cent’anni or sono, l’Unione e la sua moneta potrebbero già solcare acque più tranquille, sempre che i vertici in programma a gennaio e a marzo siano stati positivi.
Se si sottrarrà al destino da tregenda sotto la cui stella pare nascere, il 2012 è un anno che può cambiare la leadership del Mondo: l’idea ha ispirato il numero di dicembre della rivista Formiche, aperto da un’analisi dubitativa di Vittorio Emanuele Parsi: dubitativa, perché è difficile che il cambiamento avvenga. Cercando di individuare temi e personaggi dell’Anno Nuovo, l’Ispi osserva che il Mondo vive una crisi di governante e che essa non si risolverà nei prossimi 12 mesi; anzi, si farà sentire “la tensione tra vecchi e nuovi protagonisti capaci di costruire insieme strumenti adatti a governare le nuove interazioni politiche ed economiche globali”.
L’anno che verrà sarà eccezionalmente denso di appuntamenti elettorali: presidenziali in Russia, Francia, Stati Uniti; e ancora in India, Messico, Venezuela e in numerosi altri Paesi. Ma, alla fine, le facce che contano resteranno le stesse, c’è –quasi- da scommetterci. Negli Stati Uniti, il 6 novembre, Barack Obama sarà confermato, nonostante un primo mandato al di sotto delle aspettative suscitate dal suo arrivo alla Casa Bianca nel 2009 (unica insidia, la ricaduta degli Usa nella crisi).
In Russia, il 4 marzo, Vladimir Putin si riprenderà il posto di presidente, provvisoriamente ceduto a Dmitri Medvedev (che tornerà a fare il premier). E, in Francia, Nicolas Sarkozy e la sua ‘première dame’ italiana Carla Bruni resteranno all’Eliseo, complice il harakiri dei socialisti che si sono scelti come candidato nel doppio voto di aprile e maggio François Hollande, un funzionario di partito senza smalto. Persino in Venezuela, Hugo Chavez resta il favorito il 7 ottobre: l’unico avversario che potrebbe sconfiggerlo è la malattia.
Così, la sola faccia nuova nel gotha dei potenti finirà con l’essere, fra un anno, Xi Jinping, presidente cinese in pectore, uomo di punta della quinta generazione dei comunisti cinesi, successore da tempo designato di Hu Jintao, destinato alla pensione, per limiti di età, in occasione del XVIII Congresso del Partito comunista cinese nell’autunno prossimo. Con Hu, uscirà di scena pure il premier Wen Jiabao (e pure lì non c’è pathos: il successore è già conosciuto, Li Kegiang). Sarà un avvicendamento generazionale importante: riguarderà sette dei nove membri dell’attuale comitato centrale del Pcc. E una Cina più giovane è un’incognita importante sulla scena mondiale (ma sono carte che si scopriranno soprattutto nel 2013).
Se i leader non cambieranno o cambieranno secondo copioni già scritti, la governante mondiale appare lo stesso in fase di transizione, se non altro perché il 2011 ha certificato l’inadeguatezza degli attuali organismi internazionale a gestire la crisi e, soprattutto, a tirarcene fuori. Così, l’Unione europea affronta mesi cruciali nello sforzo di arginale la crisi del debito e di salvare l’euro con presidenze di turno semestrali relativamente deboli –la Danimarca e l’esordiente Cipro- (e pure a rischio di tensioni, per quanto riguarda Cipro con la Turchia). Il G20 e il G8, unificati nel 2011 sotto presidenza francese, dividono i loro percorsi, e, quindi, probabilmente riducono ulteriormente il loro coordinamento, con il G20 sotto presidenza messicana e il G8 sotto presidenza statunitense –Obama riceverà i Grandi del Mondo nella sua Chicago il 19 maggio e lì organizzerà pure il Vertice della Nato-. Ma tutto il circo di appuntamenti internazionali politici e finanziari al massimo livello, comprese le riunioni del Fondo monetario internazionale, rischia solo di confermare la carenza di leadership economica mondiale, che ostacola l’uscita dell’economia globale dal suo disordine depressivo datato, ormai, 2008.
Un Mondo in crisi, ma almeno un Mondo in pace? Il tasso di conflittualità può apparire in calo, dopo la fine della guerra in Iraq –decretata dal ritiro dell’ultimo soldato combattente americano- e l’annuncio dell’inizio del disimpegno in Afghanistan: cessazioni o riduzioni delle ostilità ad uso dell’Occidente, più che a concreto beneficio delle popolazioni locali. E, vicino a noi, sulla riva sud del Mediterraneo, la riconciliazione fra israeliani e palestinesi non fa passi avanti e la democrazia si conquista a fatica spazi negli sviluppi della Primavera araba. Il 2012 ci porta certo un segno di pace: i Giochi di Londra. Ma questa storia della tregua olimpica è una balla moderna: sono le guerre che interrompono i Giochi, non viceversa.
sabato 31 dicembre 2011
2012: le date che contano nell'anno che sarà
Scritto in varie versioni per AffarInternazionali, L'Indro e Il Fatto Quotidiano
01/01 – G8, gli Stati Uniti assumono la presidenza per tutto l’anno. G20, il Messico assume la presidenza per tutto l’anno. Ue, la Danimarca assume la presidenza di turno per il primo semestre.
Onu, Consiglio di Sicurezza, entrano cinque nuovi membri per due anni, Azerbaigian, Guatemala, Marocco, Pakistan, Togo.
03/01 – Usa 2012, Iowa, caucuses, inizia il processo di ‘nomination’ del candidato repubblicano alla Casa Bianca.
04/01 – Egitto, proseguono le elezioni politiche (numerose altre scadenze successive).
14/01 – Taiwan, elezioni presidenziali (05/02, ballottaggio).
22/01 – Finlandia, elezioni presidenziali.
23/01 (fino al 30) – Unione africana, Addis Abeba, 18° Vertice.
24/01 – Usa, discorso sullo stato dell’Unione del presidente Barack Obama, l’ultimo del suo mandato.
30/01 – Ue, Bruxelles, Vertice europeo informale.
--.
12/02 – Turkmenistan, elezioni presidenziali.
19/02 – Grecia, elezioni politiche anticipate.
25/02 – Città del Messico, G20, riunione dei ministri delle finanze.
26/02 – Senegal, elezioni presidenziali.
--.
01/03 e seguente – Bruxelles, Ue, Vertice europeo.
02/03 – Iran, elezioni politiche
04/03 – Russia, elezioni presidenziali.
--.
14/04 – Cartagena (Colombia), VI Summit delle Americhe.
15/04 – Titanic, 100° anniversario del naufragio più celebre della storia.
20/04 (fino al 22) – Fmi, Washington, riunioni di primavera. G8 e G20, riunioni dei ministri delle finanze.
22/04 – Francia, elezioni presidenziali (06/05, ballottaggio).
--.
19/05 e seguente – G8, Chicago, Vertice.
20/05 e seguente – Nato, Chicago, Vertice atlantico.
--.
08/06 – Calcio, Varsavia, partita d’esordio campionati europei (01/07, finale a Kiev)
18/06 e seguente – Los Cabos (Messico), G20, Vertice.
28/06 e seguente – Bruxelles, Ue, Vertice europeo.
--.
Luglio – India, elezioni presidenziali.
01/07 - Ue, Cipro assume la presidenza di turno per il secondo semestre.
01/07 – Messico, elezioni presidenziali.
27/07 (fino al 12/08) – Londra, Giochi Olimpici.
--.
14/08 – Kenya, elezioni presidenziali e politiche.
--.
18/09 - Onu, New York, inizio Assemblea generale.
--.
07/10 – Venezuela, elezioni presidenziali.
12/10 (fino al 14) – Fmi, Tokyo, riunioni annuali. G8 e G20, riunioni dei ministri delle finanze.
18/10 (e seguente) – Ue, Bruxelles, Vertice europeo.
--.
06/11 – Usa, elezioni presidenziali.
--.
13/12 (e seguente) - Ue, Bruxelles, Vertice europeo.
01/01 – G8, gli Stati Uniti assumono la presidenza per tutto l’anno. G20, il Messico assume la presidenza per tutto l’anno. Ue, la Danimarca assume la presidenza di turno per il primo semestre.
Onu, Consiglio di Sicurezza, entrano cinque nuovi membri per due anni, Azerbaigian, Guatemala, Marocco, Pakistan, Togo.
03/01 – Usa 2012, Iowa, caucuses, inizia il processo di ‘nomination’ del candidato repubblicano alla Casa Bianca.
04/01 – Egitto, proseguono le elezioni politiche (numerose altre scadenze successive).
14/01 – Taiwan, elezioni presidenziali (05/02, ballottaggio).
22/01 – Finlandia, elezioni presidenziali.
23/01 (fino al 30) – Unione africana, Addis Abeba, 18° Vertice.
24/01 – Usa, discorso sullo stato dell’Unione del presidente Barack Obama, l’ultimo del suo mandato.
30/01 – Ue, Bruxelles, Vertice europeo informale.
--.
12/02 – Turkmenistan, elezioni presidenziali.
19/02 – Grecia, elezioni politiche anticipate.
25/02 – Città del Messico, G20, riunione dei ministri delle finanze.
26/02 – Senegal, elezioni presidenziali.
--.
01/03 e seguente – Bruxelles, Ue, Vertice europeo.
02/03 – Iran, elezioni politiche
04/03 – Russia, elezioni presidenziali.
--.
14/04 – Cartagena (Colombia), VI Summit delle Americhe.
15/04 – Titanic, 100° anniversario del naufragio più celebre della storia.
20/04 (fino al 22) – Fmi, Washington, riunioni di primavera. G8 e G20, riunioni dei ministri delle finanze.
22/04 – Francia, elezioni presidenziali (06/05, ballottaggio).
--.
19/05 e seguente – G8, Chicago, Vertice.
20/05 e seguente – Nato, Chicago, Vertice atlantico.
--.
08/06 – Calcio, Varsavia, partita d’esordio campionati europei (01/07, finale a Kiev)
18/06 e seguente – Los Cabos (Messico), G20, Vertice.
28/06 e seguente – Bruxelles, Ue, Vertice europeo.
--.
Luglio – India, elezioni presidenziali.
01/07 - Ue, Cipro assume la presidenza di turno per il secondo semestre.
01/07 – Messico, elezioni presidenziali.
27/07 (fino al 12/08) – Londra, Giochi Olimpici.
--.
14/08 – Kenya, elezioni presidenziali e politiche.
--.
18/09 - Onu, New York, inizio Assemblea generale.
--.
07/10 – Venezuela, elezioni presidenziali.
12/10 (fino al 14) – Fmi, Tokyo, riunioni annuali. G8 e G20, riunioni dei ministri delle finanze.
18/10 (e seguente) – Ue, Bruxelles, Vertice europeo.
--.
06/11 – Usa, elezioni presidenziali.
--.
13/12 (e seguente) - Ue, Bruxelles, Vertice europeo.
Ue: leader cercansi, la 'miniera delle donne' danese
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 31/12/2012
Nell’Europa a caccia di leader, meglio se giovani, c’è una miniera di donne tutta da esplorare: sta in Danimarca, terra d’europeismo tiepido –l’euro accettato senza rinunciare alla corona, il Trattato di Maastricht ai suoi tempi mandato giù di traverso-, ma di grande concretezza. Il Paese che, all’ingresso nel 2012, assumerà la presidenza di turno semestrale del Consiglio dell’Ue è attualmente guidato da un poker di donne: non proprio tutte giovani, neppure nella concezione italiana dilatata di tale termine, ma tutte in gamba.
Il capo dello Stato è la regina Margherita II, che giovane non è né d’età –ha 72 anni- né di trono –vi siede dal 1972: praticamente, il suo regno coincide con il percorso europeo del suo Paese, entrato nell’allora Comunità nel 1973 insieme a Gran Bretagna e Irlanda. Il premier, da metà settembre, cioè da quando le elezioni politiche hanno segnato la sconfitta della coalizione di centro-destra guidata dal premier uscente Lars Lokke Rasmussen, è Helle Thorning-Schmidt, 44 anni, socialista, anzi socialdemocratica, come si dice in Danimarca, tutta d’un pezzo, nonostante vezzi da ‘Il diavolo veste Prada’ tipo tacchi a spillo e borse griffate che le hanno valso il soprannome poco rosso di Gucci-Helle (e anche l’ultimo sguardo lubrico europeo di Mr B, a un Vertice dell’Ue in autunno).
La Thorning-Schmidt è a capo di una coalizione di centro-sinistra i cui due altri partiti hanno pure donne leader: Mergrethe Vestager, 43 anni, social-liberale, ex ministro, madre di tre figli, presidente del partito da quand’era ancora trentenne, e Johanne Schmidt-Nielsen, 27 anni appena e già capo della sinistra radicale. Abilissima, Johanne in poco tempo è riuscita a dare una veste moderna e pragmatica alla Lista Unitaria, superando divisioni interne e anacronismi politici. Nel 2007, quando aveva 23 anni, si laureò in scienze sociali e venne eletta al Folketing, il Parlamento, dopo avere incentrato la sua campagna sui temi della sicurezza sociale e della lotta alle discriminazioni. Quell’anno, avrebbe lanciato 200 chili di pasta contro il ministero delle Finanze, per protestare contro i tagli alla scuola. Nelle politiche di settembre, è stata la più votata.
Gucci-Helle, Mergrethe e Johanne, ecco il trio di donne che, da gennaio, vuole lanciare, sulle note di Simon & Garfunkel, “un ponte sulle acque agitate” dell’Europa. La Danimarca, che riceve il testimone della presidenza dalla Polonia, di ponti s’intende, avendo costruito il più lungo d’Europa, quello di Oresund tra Copenaghen e Malmoe, quasi 16 chilometri. Ora, deve gettarne uno sulla crisi del debito per salvare l’euro, alla cui zona pure non appartiene a pieno, e deve, magari, gettarne uno sulla Manica, per ricongiungere la Gran Bretagna ai partner (Londra è rimasta separata dagli altri 26 Paesi sul Patto di Bilancio definito il 9 dicembre). Come Amleto delle tre Ofelie si offre il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, che dà loro in viatico un tuffo nell’ottimismo, l’euro –dice- dovrebbe "stabilizzarsi" nel 2012.
Solo danesi, nel calepino dei leader europei prossimi venturi?, per di più di sinistra? Se cercate proprio giovani, e proprio di sinistra, vi resta poco, nelle reti delle cronache politiche. La Spagna offre un valore sicuro, Carme Chacon Piqueras, 40 anni, ministro della difesa nello Zapatero II –incinta, visitò le truppe in Afghanistan e nel Kosovo-: candidata a succedere al premier alla guida del Psoe, le venne preferito il maturo Alfredo Perez Rubalcaba, votato, però, a sconfitta annunciata nelle elezioni politiche dello scorso anno. Per il resto, futuri leader europeisti di sinistra cercasi: Roberto Gualtieri, 45 anni, romano, si sta mettendo in luce al Parlamento europeo, dove fu eletto nel 2009 per la prima volta; e nell’Assemblea di Strasburgo si fanno pure valere il popolare tedesco Elmar Brok, che di anni ne ha già 65, il federalista irlandese Andrew Duff, 61, i verdi Eva Jolie, giudice, francese di nazionalità, norvegese di nascita, 68 anni, e Daniel Cohn-Bendit, franco-tedesco, che giovane non è, 66 anni, ma che è un simbolo del ’68. Però, la carta europea ‘pigliatutto’ è –o sarebbe, perché bisogna pur giocarla- un liberale fiammingo, Guy Verhofstad, 58 anni ‘appena’, premier belga per otto anni quand’era (molto) più snello.
Nell’Europa a caccia di leader, meglio se giovani, c’è una miniera di donne tutta da esplorare: sta in Danimarca, terra d’europeismo tiepido –l’euro accettato senza rinunciare alla corona, il Trattato di Maastricht ai suoi tempi mandato giù di traverso-, ma di grande concretezza. Il Paese che, all’ingresso nel 2012, assumerà la presidenza di turno semestrale del Consiglio dell’Ue è attualmente guidato da un poker di donne: non proprio tutte giovani, neppure nella concezione italiana dilatata di tale termine, ma tutte in gamba.
Il capo dello Stato è la regina Margherita II, che giovane non è né d’età –ha 72 anni- né di trono –vi siede dal 1972: praticamente, il suo regno coincide con il percorso europeo del suo Paese, entrato nell’allora Comunità nel 1973 insieme a Gran Bretagna e Irlanda. Il premier, da metà settembre, cioè da quando le elezioni politiche hanno segnato la sconfitta della coalizione di centro-destra guidata dal premier uscente Lars Lokke Rasmussen, è Helle Thorning-Schmidt, 44 anni, socialista, anzi socialdemocratica, come si dice in Danimarca, tutta d’un pezzo, nonostante vezzi da ‘Il diavolo veste Prada’ tipo tacchi a spillo e borse griffate che le hanno valso il soprannome poco rosso di Gucci-Helle (e anche l’ultimo sguardo lubrico europeo di Mr B, a un Vertice dell’Ue in autunno).
La Thorning-Schmidt è a capo di una coalizione di centro-sinistra i cui due altri partiti hanno pure donne leader: Mergrethe Vestager, 43 anni, social-liberale, ex ministro, madre di tre figli, presidente del partito da quand’era ancora trentenne, e Johanne Schmidt-Nielsen, 27 anni appena e già capo della sinistra radicale. Abilissima, Johanne in poco tempo è riuscita a dare una veste moderna e pragmatica alla Lista Unitaria, superando divisioni interne e anacronismi politici. Nel 2007, quando aveva 23 anni, si laureò in scienze sociali e venne eletta al Folketing, il Parlamento, dopo avere incentrato la sua campagna sui temi della sicurezza sociale e della lotta alle discriminazioni. Quell’anno, avrebbe lanciato 200 chili di pasta contro il ministero delle Finanze, per protestare contro i tagli alla scuola. Nelle politiche di settembre, è stata la più votata.
Gucci-Helle, Mergrethe e Johanne, ecco il trio di donne che, da gennaio, vuole lanciare, sulle note di Simon & Garfunkel, “un ponte sulle acque agitate” dell’Europa. La Danimarca, che riceve il testimone della presidenza dalla Polonia, di ponti s’intende, avendo costruito il più lungo d’Europa, quello di Oresund tra Copenaghen e Malmoe, quasi 16 chilometri. Ora, deve gettarne uno sulla crisi del debito per salvare l’euro, alla cui zona pure non appartiene a pieno, e deve, magari, gettarne uno sulla Manica, per ricongiungere la Gran Bretagna ai partner (Londra è rimasta separata dagli altri 26 Paesi sul Patto di Bilancio definito il 9 dicembre). Come Amleto delle tre Ofelie si offre il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble, che dà loro in viatico un tuffo nell’ottimismo, l’euro –dice- dovrebbe "stabilizzarsi" nel 2012.
Solo danesi, nel calepino dei leader europei prossimi venturi?, per di più di sinistra? Se cercate proprio giovani, e proprio di sinistra, vi resta poco, nelle reti delle cronache politiche. La Spagna offre un valore sicuro, Carme Chacon Piqueras, 40 anni, ministro della difesa nello Zapatero II –incinta, visitò le truppe in Afghanistan e nel Kosovo-: candidata a succedere al premier alla guida del Psoe, le venne preferito il maturo Alfredo Perez Rubalcaba, votato, però, a sconfitta annunciata nelle elezioni politiche dello scorso anno. Per il resto, futuri leader europeisti di sinistra cercasi: Roberto Gualtieri, 45 anni, romano, si sta mettendo in luce al Parlamento europeo, dove fu eletto nel 2009 per la prima volta; e nell’Assemblea di Strasburgo si fanno pure valere il popolare tedesco Elmar Brok, che di anni ne ha già 65, il federalista irlandese Andrew Duff, 61, i verdi Eva Jolie, giudice, francese di nazionalità, norvegese di nascita, 68 anni, e Daniel Cohn-Bendit, franco-tedesco, che giovane non è, 66 anni, ma che è un simbolo del ’68. Però, la carta europea ‘pigliatutto’ è –o sarebbe, perché bisogna pur giocarla- un liberale fiammingo, Guy Verhofstad, 58 anni ‘appena’, premier belga per otto anni quand’era (molto) più snello.
2011: meglio e peggio, Osama ucciso, fine, o inizio, d'un mito
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 31/12/2011
Osama bin Laden, il fondatore e l’ideologo delle rete terroristica al Qaeda, la mente degli attacchi all’America dell’11 Settembre 2001 e l’ispiratore di molti altri, prima e dopo, muore in Pakistan, ad Abbottabad, il 1.o maggio, ucciso in un blitz delle forze speciali degli Stati Uniti. Quel giorno, scompare il simbolo della guerra dichiarata dall’integralismo musulmano all’Occidente, anche se l’uomo ammazzato dai Seals, il cui cadavere avvolto in una coperta viene fatto scomparire nell’Oceano Indiano, non era più un capo operativo, la primula rossa del male internazionale sempre capace di sottrarsi alla cattura e di ricomparire minacciando l’America. Sorpreso senza difese nel suo covo, Osama pare un terrorista baby-pensionato a 54 anni, più vecchio dei suoi anni, che guarda la tv in casa avvolto in una coperta e si tinge la barba per andare in video: una leggenda sopravvissuta al suo personaggio, più facile da alimentare e mitizzare ora, da morto, nel ricordo, che, prima, da vivo, col rito di video ripetitivi nei toni minacciosi e nei proclami apocalittici. (g.g.)
Osama bin Laden, il fondatore e l’ideologo delle rete terroristica al Qaeda, la mente degli attacchi all’America dell’11 Settembre 2001 e l’ispiratore di molti altri, prima e dopo, muore in Pakistan, ad Abbottabad, il 1.o maggio, ucciso in un blitz delle forze speciali degli Stati Uniti. Quel giorno, scompare il simbolo della guerra dichiarata dall’integralismo musulmano all’Occidente, anche se l’uomo ammazzato dai Seals, il cui cadavere avvolto in una coperta viene fatto scomparire nell’Oceano Indiano, non era più un capo operativo, la primula rossa del male internazionale sempre capace di sottrarsi alla cattura e di ricomparire minacciando l’America. Sorpreso senza difese nel suo covo, Osama pare un terrorista baby-pensionato a 54 anni, più vecchio dei suoi anni, che guarda la tv in casa avvolto in una coperta e si tinge la barba per andare in video: una leggenda sopravvissuta al suo personaggio, più facile da alimentare e mitizzare ora, da morto, nel ricordo, che, prima, da vivo, col rito di video ripetitivi nei toni minacciosi e nei proclami apocalittici. (g.g.)
mercoledì 28 dicembre 2011
Missioni militari italiane all'esterno: Mr B = Monti, ma com'è diverso
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/12/2011
Forse, è meglio così. Ma, certo, la differenza è stridente. Sei mesi fa, il decreto di rifinanziamento delle missioni di pace militari dell’Italia all’estero fu motivo di forti tensioni: il centro-destra sfiorò la crisi, con la Lega che prima non ne voleva sapere, poi chiedeva un termine all’impegno in Libia e infine si contentò di una riduzione dei costi (scesi da 811 milioni di euro a 694 per un semestre). Gli allora ministri degli Esteri Frattini e della Difesa La Russa spesero fiumi di parole, con la stampa e in Parlamento.
Sei mesi dopo, l’Italia pare un altro mondo (e un po’ lo è): nell’ultima riunione prima di Natale, il 23 dicembre, il Consiglio dei Ministri ha varato –recita il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi- “un decreto che assicura la prosecuzione della partecipazione del personale delle Forze Armate e delle forze di polizia alle missioni internazionali e alle iniziative di cooperazione allo sviluppo, nonché il sostegno ai processi di ricostruzione e alle iniziative delle Organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione in aree critiche”. Il decreto legge ha molti padri: la proposta viene dal presidente del Consiglio Monti e dai ministri degli Esteri, Terzi, della Difesa, Di Paola, dell'Interno, Cancellieri, della Giustizia, Severino, e per la cooperazione, Riccardi.
Politicamente, non se n’è accorto (quasi) nessuno. Quasi perché le cronache di quel giorno registrano una dichiarazione del portavoce dell’IdV Leoluca Orlando, per “razionalizzare e ridurre le spese militari”, riconsiderando soprattutto quella in Afghanistan, dove il contingente è già stato ridotto e lo sarà ulteriormente –del resto, nel 2012 cominceranno ad andarsene pure gli americani-. I ministri, anche i più coinvolti, Terzi e Di Paola, non hanno neppure detto una frase di plauso. Magari, il passaggio parlamentare sarà più animato.
Quale fosse il clima, l’aveva spiegato due giorni prima il presidente della Repubblica Napolitano, facendo gli auguri in videoconferenza ai militari all’estero: "E' nostra profonda convinzione che l’impegno delle missioni di pace all'estero restari un punto fermo della politica internazionale dell'Italia", che dannio “un contributo grandissimo al rinnovato prestigio e alla credibilità dell'Italia". E Napolitano aveva aggiunto: "Ci sono impegni che non sopportano soluzioni di continuità tra una fase politica e l'altra" (Mr B o Monti, insomma, nulla cambia).
E, in effetti, è difficile pensare che il premier Monti e i suoi ministri, attenti a restaurare l’immagine dell’Italia compromessa dai comportamenti e dalle amicizie del governo Berlusconi, potessero cominciare con un taglio alle presenze militari in Afghanistan o in Libano o nel Kosovo, creandosi frizioni con gli Stati Uniti e con i partner mediorientali e nei Balcani. E i risparmi? Una riduzione, rispetto agli stanziamenti del secondo semestre 2011, è assicurata dalla fine del conflitto in Libia: per le missioni in corso, potrebbe bastare mezzo miliardi di euro.
Il ministro della Difesa Di Paola, ammiraglio, già presidente del comitato militare della Nato, non ha mai ipotizzato allentamenti dell’impegno italiano nelle missioni internazionali. A fine gennaio, anzi, il comando della missione Unifil in Libano sarà italiano. Confermati anche i compiti di lotta alla pirateria marittima e di addestramento di forze di sicurezza di vari Paesi, come Somalia e Iraq (fino al 31 dicembre 2012). Nuovi ruoli di formazione potrebbero essere assunti in Libia.
Forse, è meglio così. Ma, certo, la differenza è stridente. Sei mesi fa, il decreto di rifinanziamento delle missioni di pace militari dell’Italia all’estero fu motivo di forti tensioni: il centro-destra sfiorò la crisi, con la Lega che prima non ne voleva sapere, poi chiedeva un termine all’impegno in Libia e infine si contentò di una riduzione dei costi (scesi da 811 milioni di euro a 694 per un semestre). Gli allora ministri degli Esteri Frattini e della Difesa La Russa spesero fiumi di parole, con la stampa e in Parlamento.
Sei mesi dopo, l’Italia pare un altro mondo (e un po’ lo è): nell’ultima riunione prima di Natale, il 23 dicembre, il Consiglio dei Ministri ha varato –recita il comunicato ufficiale di Palazzo Chigi- “un decreto che assicura la prosecuzione della partecipazione del personale delle Forze Armate e delle forze di polizia alle missioni internazionali e alle iniziative di cooperazione allo sviluppo, nonché il sostegno ai processi di ricostruzione e alle iniziative delle Organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione in aree critiche”. Il decreto legge ha molti padri: la proposta viene dal presidente del Consiglio Monti e dai ministri degli Esteri, Terzi, della Difesa, Di Paola, dell'Interno, Cancellieri, della Giustizia, Severino, e per la cooperazione, Riccardi.
Politicamente, non se n’è accorto (quasi) nessuno. Quasi perché le cronache di quel giorno registrano una dichiarazione del portavoce dell’IdV Leoluca Orlando, per “razionalizzare e ridurre le spese militari”, riconsiderando soprattutto quella in Afghanistan, dove il contingente è già stato ridotto e lo sarà ulteriormente –del resto, nel 2012 cominceranno ad andarsene pure gli americani-. I ministri, anche i più coinvolti, Terzi e Di Paola, non hanno neppure detto una frase di plauso. Magari, il passaggio parlamentare sarà più animato.
Quale fosse il clima, l’aveva spiegato due giorni prima il presidente della Repubblica Napolitano, facendo gli auguri in videoconferenza ai militari all’estero: "E' nostra profonda convinzione che l’impegno delle missioni di pace all'estero restari un punto fermo della politica internazionale dell'Italia", che dannio “un contributo grandissimo al rinnovato prestigio e alla credibilità dell'Italia". E Napolitano aveva aggiunto: "Ci sono impegni che non sopportano soluzioni di continuità tra una fase politica e l'altra" (Mr B o Monti, insomma, nulla cambia).
E, in effetti, è difficile pensare che il premier Monti e i suoi ministri, attenti a restaurare l’immagine dell’Italia compromessa dai comportamenti e dalle amicizie del governo Berlusconi, potessero cominciare con un taglio alle presenze militari in Afghanistan o in Libano o nel Kosovo, creandosi frizioni con gli Stati Uniti e con i partner mediorientali e nei Balcani. E i risparmi? Una riduzione, rispetto agli stanziamenti del secondo semestre 2011, è assicurata dalla fine del conflitto in Libia: per le missioni in corso, potrebbe bastare mezzo miliardi di euro.
Il ministro della Difesa Di Paola, ammiraglio, già presidente del comitato militare della Nato, non ha mai ipotizzato allentamenti dell’impegno italiano nelle missioni internazionali. A fine gennaio, anzi, il comando della missione Unifil in Libano sarà italiano. Confermati anche i compiti di lotta alla pirateria marittima e di addestramento di forze di sicurezza di vari Paesi, come Somalia e Iraq (fino al 31 dicembre 2012). Nuovi ruoli di formazione potrebbero essere assunti in Libia.
martedì 27 dicembre 2011
Nigeria: Natale, strage di cristiani in nome della sharia
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/12/2011
Un anno fa, i copti in Egitto e i cristiani di Nigeria. Ora, ancora i cristiani in Nigeria. Le feste di fine anno, dalla forte impronta cristiana, tra i riti del Natale e dell’Epifania, sono una volta di più l’occasione di stragi di credenti. Ma, nel 2001, gli attacchi ai cristiani hanno segnato le cronache dall’India al Pakistan, nel Mondo arabo e nel Sud delle Filippine, ennesima testimonianza dei rischi dell’intolleranza religiosa.
Se gli assalti ai copti in Egitto finirono con l’essere uno degli incubatoi della primavera araba, le bombe in Nigeria fanno finire sotto accusa il potere: Muhammadu Buhari, un ex leader militare, che in aprile perse le elezioni contro il presidente uscente GoodLuck Jonathan, chiama pubblicamente in causa i governanti, che non hanno –sostiene- la competenza necessaria a garantire la sicurezza nel Paese e che reagiscono con lentezza alle azioni dei terroristi.
Gli attacchi di Natale in Nigeria –cinque, tre contro chiese- sono stati condotti da militanti islamici e hanno ucciso una quarantina di persone. A rivendicarli, è stato il gruppo islamico Boko Haram, che mira ad imporre la legge della sharia, cioè la legge islamica, nel più popoloso Paese africano (oltre 140 milioni di abitanti): per la comunità cristiana, è il secondo Natale di sangue consecutivo denso di lutti e sofferenze.
Le forze di sicurezza nigeriane considerano, inoltre, Boko Haram responsabile di altri attentati nel Nord del paese: c’è il timore che il gruppo islamico stia cercando di innescare una guerra civile settaria in un Paese nettamente diviso tra cristiani (quasi il 40%) e musulmani (43%), ma dove le due comunità riescono, in genere, a coesistere in pace.
Dietro gli attacchi di Buhari, un uomo del nord, a Jonathan, un cristiano del sud, ci sono, certo, anche contrasti politici ed etnico-tribali. Ma che il potere sia in difficoltà appare evidente dall’impacciata reazione del presidente agli attacchi terroristici, definiti “incresciosi” e “ingiustificati”: Boko Haram –dice Jonathan, che ordina un’inchiesta- “non esisterà per sempre ... un giorno, cesserà di esserci”. Campa cavallo; e intanto becchiamoci le bombe. Anzi, che se le becchino i cristiani che vanno in chiesa per Natale.
Di ben altro tono le reazioni del Vaticano e della comunità internazionale. All’Angelus, papa Benedetto XVI esprime il proprio dolore per “un gesto assurdo” e afferma che i cristiani nel Mondo sono “esposti al martirio e alle persecuzioni”. Il pontefice, che ha sempre condannato il ricorso alla violenza in nome di dio, chiede che tutti cooperino per ritrovare “sicurezza e serenità”. Parole di deprecazione anche dall’Onu, dagli Usa e dall’Ue: lady Ashley, ‘ministro degli esteri’ europeo, è “turbata e rattristata”.
Gli attacchi di Natale –una bomba in una chiesa vicino ad Abuja, la capitale, ha fatto 27 vittime- hanno seguito di pochi giorni una serie di scontri tra forze di sicurezza ed elementi di Boko Haram, che avrebbero provocato una settantina di morti. Il bilancio complessivo di questo picco di sangue e violenza sfiora, dunque, le 110 vittime.
Le cronache indicano che i terroristi hanno strategia d’azione e capacità di coordinazione, quanto basta per creare allarme ad Abuja, ma anche nella comunità internazionale. L’episodio più grave s’è verificato a Madala, circa 40 chilometri da Abuja, dove è stata attaccata la chiesa cattolica di Santa Teresa. Poche ore dopo, sempre nel giorno di Natale, ci sono state esplosioni a Jos, nel centro del Paese, e a Gadaka, nel nord. Nel nord-est, invece, a Damaturu, un attacco suicida ha ucciso quattro funzionari durante una cerimonia civile; e, dopo, ci sarebbero stati saccheggi e incendi di negozi cristiani.
Un anno fa, i copti in Egitto e i cristiani di Nigeria. Ora, ancora i cristiani in Nigeria. Le feste di fine anno, dalla forte impronta cristiana, tra i riti del Natale e dell’Epifania, sono una volta di più l’occasione di stragi di credenti. Ma, nel 2001, gli attacchi ai cristiani hanno segnato le cronache dall’India al Pakistan, nel Mondo arabo e nel Sud delle Filippine, ennesima testimonianza dei rischi dell’intolleranza religiosa.
Se gli assalti ai copti in Egitto finirono con l’essere uno degli incubatoi della primavera araba, le bombe in Nigeria fanno finire sotto accusa il potere: Muhammadu Buhari, un ex leader militare, che in aprile perse le elezioni contro il presidente uscente GoodLuck Jonathan, chiama pubblicamente in causa i governanti, che non hanno –sostiene- la competenza necessaria a garantire la sicurezza nel Paese e che reagiscono con lentezza alle azioni dei terroristi.
Gli attacchi di Natale in Nigeria –cinque, tre contro chiese- sono stati condotti da militanti islamici e hanno ucciso una quarantina di persone. A rivendicarli, è stato il gruppo islamico Boko Haram, che mira ad imporre la legge della sharia, cioè la legge islamica, nel più popoloso Paese africano (oltre 140 milioni di abitanti): per la comunità cristiana, è il secondo Natale di sangue consecutivo denso di lutti e sofferenze.
Le forze di sicurezza nigeriane considerano, inoltre, Boko Haram responsabile di altri attentati nel Nord del paese: c’è il timore che il gruppo islamico stia cercando di innescare una guerra civile settaria in un Paese nettamente diviso tra cristiani (quasi il 40%) e musulmani (43%), ma dove le due comunità riescono, in genere, a coesistere in pace.
Dietro gli attacchi di Buhari, un uomo del nord, a Jonathan, un cristiano del sud, ci sono, certo, anche contrasti politici ed etnico-tribali. Ma che il potere sia in difficoltà appare evidente dall’impacciata reazione del presidente agli attacchi terroristici, definiti “incresciosi” e “ingiustificati”: Boko Haram –dice Jonathan, che ordina un’inchiesta- “non esisterà per sempre ... un giorno, cesserà di esserci”. Campa cavallo; e intanto becchiamoci le bombe. Anzi, che se le becchino i cristiani che vanno in chiesa per Natale.
Di ben altro tono le reazioni del Vaticano e della comunità internazionale. All’Angelus, papa Benedetto XVI esprime il proprio dolore per “un gesto assurdo” e afferma che i cristiani nel Mondo sono “esposti al martirio e alle persecuzioni”. Il pontefice, che ha sempre condannato il ricorso alla violenza in nome di dio, chiede che tutti cooperino per ritrovare “sicurezza e serenità”. Parole di deprecazione anche dall’Onu, dagli Usa e dall’Ue: lady Ashley, ‘ministro degli esteri’ europeo, è “turbata e rattristata”.
Gli attacchi di Natale –una bomba in una chiesa vicino ad Abuja, la capitale, ha fatto 27 vittime- hanno seguito di pochi giorni una serie di scontri tra forze di sicurezza ed elementi di Boko Haram, che avrebbero provocato una settantina di morti. Il bilancio complessivo di questo picco di sangue e violenza sfiora, dunque, le 110 vittime.
Le cronache indicano che i terroristi hanno strategia d’azione e capacità di coordinazione, quanto basta per creare allarme ad Abuja, ma anche nella comunità internazionale. L’episodio più grave s’è verificato a Madala, circa 40 chilometri da Abuja, dove è stata attaccata la chiesa cattolica di Santa Teresa. Poche ore dopo, sempre nel giorno di Natale, ci sono state esplosioni a Jos, nel centro del Paese, e a Gadaka, nel nord. Nel nord-est, invece, a Damaturu, un attacco suicida ha ucciso quattro funzionari durante una cerimonia civile; e, dopo, ci sarebbero stati saccheggi e incendi di negozi cristiani.
sabato 24 dicembre 2011
Un racconto di Natale: la vigilia alla Posta
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 24/12/2012
Vigilia di Natale: come al solito, mi sono ridotto all’ultimo momento a fare i versamenti che mettono in pace la coscienza a buon mercato, se si è pronti a spendere un po’ d’ipocrisia: l’Unicef, Amnesty, Medici senza frontiere, la lotta contro il cancro e compagnia bella. E’ sabato e, per essere a Roma, fa quasi freddo: spero che in posta ci sia poca gente e mi presento all’ufficio vicino a casa, a due passi da via Merulana, alle 9 del mattino. In effetti, c’è poca gente: davanti a me, invece della solita folla, solo una decina di numeri. Mi siedo e aspetto: organizzato, ho già comprato i giornali, così ho da leggere, e non ho ancora compilato i bollettini. Meglio che mi sbrighi, perché magari mi chiamano prima che abbia finito.
Però, i numeri vanno avanti con la lentezza della carrozza dell’Innominato. Che accade? E già, c’è poca gente, ma c’è ancora meno personale: solo due sportelli aperti. Le impiegate, poi, non sono proprio in gran forma: stare lì al lavoro la vigilia di Natale, e di sabato per di più, quando magari hai ancora compere da fare e stai a pensare ai pacchetti da preparare e alla cena da mettere in tavola… Guai a chi si presenta con il plico da spedire non fatto su a regola d’arte o con il bollettino mal compilato, anziano, suora o immigrato in difficoltà con l’italiano che sia.
Fortuna che, a un certo punto, compare una responsabile: uno si aspetta che il ritmo di lavoro aumenti, se non altro per gettare un po’ di fumo nell’occhio. Errore! La responsabile, consapevole della cattiva disposizione delle sue colleghe, si preoccupa solo di tenerne su il morale: “Un caffè?, o magari un the?”. Si apre un dibattito, cui finiscono per partecipare i clienti in attesa, se non altro nel tentativo di tagliare corto. Alla fine, la responsabile parte per il bar con l’ordinazione ben in testa. E la litania delle chiamate può riprendere.
Tocca a me. Ho un sacco di bollettini: chi sa che lavata di capo mi prendo adesso. L’impiegata, la più brusca, mi squadra con disapprovazione, biascica giaculatorie contro il destino baro (del tipo “Che me tocca fa’”), poi mette sotto il primo formulario. Un attimo di esitazione: il volto si distende, mi guarda meno ostile. E’ quello contro la sclerosi multipla: “Questo lo faccio anch’io”, dice; scorre gli altri: “Sono gli stessi che faccio io”. E sorride persino: ci siamo scoperti più buoni insieme. E’ andata, ho finito, vado: “Buon Natale”, ci diciamo all’unisono. E lo scorrere dei numerini diventa, per un istante, più rapido e più leggero.
Vigilia di Natale: come al solito, mi sono ridotto all’ultimo momento a fare i versamenti che mettono in pace la coscienza a buon mercato, se si è pronti a spendere un po’ d’ipocrisia: l’Unicef, Amnesty, Medici senza frontiere, la lotta contro il cancro e compagnia bella. E’ sabato e, per essere a Roma, fa quasi freddo: spero che in posta ci sia poca gente e mi presento all’ufficio vicino a casa, a due passi da via Merulana, alle 9 del mattino. In effetti, c’è poca gente: davanti a me, invece della solita folla, solo una decina di numeri. Mi siedo e aspetto: organizzato, ho già comprato i giornali, così ho da leggere, e non ho ancora compilato i bollettini. Meglio che mi sbrighi, perché magari mi chiamano prima che abbia finito.
Però, i numeri vanno avanti con la lentezza della carrozza dell’Innominato. Che accade? E già, c’è poca gente, ma c’è ancora meno personale: solo due sportelli aperti. Le impiegate, poi, non sono proprio in gran forma: stare lì al lavoro la vigilia di Natale, e di sabato per di più, quando magari hai ancora compere da fare e stai a pensare ai pacchetti da preparare e alla cena da mettere in tavola… Guai a chi si presenta con il plico da spedire non fatto su a regola d’arte o con il bollettino mal compilato, anziano, suora o immigrato in difficoltà con l’italiano che sia.
Fortuna che, a un certo punto, compare una responsabile: uno si aspetta che il ritmo di lavoro aumenti, se non altro per gettare un po’ di fumo nell’occhio. Errore! La responsabile, consapevole della cattiva disposizione delle sue colleghe, si preoccupa solo di tenerne su il morale: “Un caffè?, o magari un the?”. Si apre un dibattito, cui finiscono per partecipare i clienti in attesa, se non altro nel tentativo di tagliare corto. Alla fine, la responsabile parte per il bar con l’ordinazione ben in testa. E la litania delle chiamate può riprendere.
Tocca a me. Ho un sacco di bollettini: chi sa che lavata di capo mi prendo adesso. L’impiegata, la più brusca, mi squadra con disapprovazione, biascica giaculatorie contro il destino baro (del tipo “Che me tocca fa’”), poi mette sotto il primo formulario. Un attimo di esitazione: il volto si distende, mi guarda meno ostile. E’ quello contro la sclerosi multipla: “Questo lo faccio anch’io”, dice; scorre gli altri: “Sono gli stessi che faccio io”. E sorride persino: ci siamo scoperti più buoni insieme. E’ andata, ho finito, vado: “Buon Natale”, ci diciamo all’unisono. E lo scorrere dei numerini diventa, per un istante, più rapido e più leggero.
Iscriviti a:
Post (Atom)