Scritto per Il Fatto Quotidiano del 30/03/2012
Riuniti a Baghdad, i leader arabi si dicono solidali col popolo siriano, ma non decidono se armare o meno gli oppositori del regime del presidente Bashar al-Assad, le cui forze proseguono l’offensiva in diverse città del Paese –oltre venti le vittime di giornata, otto i militari-. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon lancia un appello al presidente siriano perché accetti e applichi senza indugi il piano di pace dell’inviato speciale dell’Onu Kofi Annan, avallato dalla Lega araba. Ma, in un messaggio al vertice dei Brics, a New Delhi, al-Assad afferma che Damasco e' pronta ad accettare il piano in sei punti e “non risparmierà gli sforzi” perché funzioni”, ma ha da fare qualche "osservazioni" –quali, non viene detto-.
Al Vertice, convocato a Baghdad per la prima volta dopo oltre vent’anni, solo la Tunisia, il cui governo è espressione della Primavera araba dello scorso anno, chiede l’uscita di scena di al-Assad. L’Arabia saudita e il Qatar, favorevoli ad armare l’opposizione, snobbano la riunione, inviandovi delegazioni di secondo piano. Il premier iracheno Nouri al-Maliki è recisamente contro la fornitura di armi: “La nostra esperienza ci dice che ciò condurrebbe a una guerra regionale o internazionale” e preparerebbe il terreno “a un intervento armato straniero in Siria, il che “metterebbe a repentaglio la sovranità d’un paese arabo fratello”. Di segno ben diverso il discorso del presidente tunisino Moncef Marzouki: “Bisogna accrescere la pressione e convincere gli ultimi alleati” di al-Assad “che il regime è morto e che bisogna porvi termine”. E il presidente del Consiglio nazionale transitorio libico Mustafa Abdeljalil invita “a prendere una posizione forte per risolvere la crisi”.
L’incontro di Baghdad è carico di significati e denso di novità portate dal vento di rinnovamento che soffia nel Mondo arabo: è il primo nell’Iraq del dopo Saddam; e segna il ritorno qui dell’emiro del Kuwait, vent’anni e più dopo l’annessione irachena del suo Paese. E ancora: l’ultimo Vertice della Lega araba s’era svolto alla Sirte, in Libia, nel 2010 ed era stato presieduto dal dittatore libico Muammar Gheddafi, che vi aveva invitato, unico leader occidentale, il premier italiano Berlusconi.
La Siria a Baghdad non c’é, essendo stata sospesa dalla Lega a causa della sanguinosa repressione della protesta popolare, che va avanti da oltre un anno. Nella dichiarazione conclusiva, i leader arabi appoggiano “il legittimo desiderio di libertà e democrazia del popolo siriano”, chiedono una transizione pacifica, denunciano “violenze, omicidi e spargimenti di sange” e puntano su “una soluzione politica attraverso negoziati nazionali senza ingerenze straniere”. I Brics, invece, considerano “il dialogo la sola risposta” alle crisi siriana e iraniana.
Il piano di Annan, condiviso dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, prevede lo stop alla violenza, l’invio di aiuti umanitari e la liberazione di quanti sono detenuti in modo arbitrario. Sul terreno, però, le cronache restano cruente: nel giorno del maggiore flusso di rifugiati siriani in Giordania, oltre 3000, l’Onu stima a un milione i bisognosi di assistenza e il Belgio chiude l’ambasciata.
Ma la violenza non è solo siriana: a Baghdad, un obice di mortaio cade nei pressi del Vertice, senza fare vittime. Nonostante misure di sicurezza eccezionali, gli jihaddisti iracheni mostrano la capacità di costituire una minaccia per i leader arabi.
venerdì 30 marzo 2012
giovedì 29 marzo 2012
Razzismo: Haima l'irachena, il suo hijab e il cappuccio di Trayvon
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 29/03/2012
Quasi come in un episodio di Ncis, serial americano di successo sulle tv italiane: un’irachena di 32 anni, Haima Alawadi, madre di 5 figli, è stata massacrata di botte a casa sua, a El Cajon, vicino a San Diego, nel Sud della California. Accanto a lei, riversa in una pozza di sangue, c’era un biglietto con la scritta ‘torna al tuo Paese, sei una terrorista”. Qualche tempo fa, Ncis aveva proposto la vicenda di una giovane mamma irachena minacciata (ma, in tv, erano i suoi familiari a volerla punire per avere sposato un soldato Usa).
Il decesso di Haima, sopravvenuto quando i medici hanno staccato la spina, dopo giorni d’agonia, ripropone il tema dei delitti dettati dall’odio razziale ed è l’episodio più grave di violenza anti-islamica, dopo gli anni immediatamente successivi agli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001.
La Alawadi era in America dalla metà degli Anni Novanta, venuta via dall’Iraq dopo la Guerra del Golfo e prima dell’invasione del 2003. Le indagini, finora senza esito, non escludono nessuna pista: la polizia parla di “crimine isolato”, ma l’ipotesi del delitto razziale pare la più fondata: settimane fa, fuori dalla casa, qualcuno aveva già lasciato un avvertimento, che la famiglia non aveva denunciato (un biglietto con scritto “Questo è il nostro Paese, non il vostro, terroristi”); e l’assassino non ha preso nulla.
A trovarla, colpita più volte, probabilmente con un attrezzo di ferro, era stata Fatima, figlia adolescente. Haima andava in giro con il velo, l’hijab. Il marito collabora, come mediatore culturale, con l’esercito Usa. S’erano da poco trasferiti in California dal Michigan.
El Cajon ospita la seconda comunità di iracheno-americani, dopo quella di Detroit. Sul web, è subito scattato il parallelo tra l’hijab di Haima e il cappuccio di Trayvon, teenager di colore ucciso in Florida dal capo di una ronda di quartiere che si sentiva minacciato perché quel ragazzo disarmato aveva un cappuccio in testa (l’assassino è tuttora libero). Per Trayvon, ci sono state proteste e la commozione del presidente Obama; per Haima, martedì, il dolore della comunità d’origine araba della contea, oltre 50 mila persone.
E il filo rosso sangue dei delitti dell’odio e della paura scende fino al Cile, dove ieri è morto Daniel Zamudio, 24 anni, gay, torturato un mese fa da un gruppo neo-nazista: lo avevano seviziato per oltre sei ore, staccandogli un orecchio, bruciandogli una gamba e tracciandogli col vetro svastiche sul corpo (tre giovani tra i 19 e i 24 anni sono in carcere per quella barbarie).
Quasi come in un episodio di Ncis, serial americano di successo sulle tv italiane: un’irachena di 32 anni, Haima Alawadi, madre di 5 figli, è stata massacrata di botte a casa sua, a El Cajon, vicino a San Diego, nel Sud della California. Accanto a lei, riversa in una pozza di sangue, c’era un biglietto con la scritta ‘torna al tuo Paese, sei una terrorista”. Qualche tempo fa, Ncis aveva proposto la vicenda di una giovane mamma irachena minacciata (ma, in tv, erano i suoi familiari a volerla punire per avere sposato un soldato Usa).
Il decesso di Haima, sopravvenuto quando i medici hanno staccato la spina, dopo giorni d’agonia, ripropone il tema dei delitti dettati dall’odio razziale ed è l’episodio più grave di violenza anti-islamica, dopo gli anni immediatamente successivi agli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001.
La Alawadi era in America dalla metà degli Anni Novanta, venuta via dall’Iraq dopo la Guerra del Golfo e prima dell’invasione del 2003. Le indagini, finora senza esito, non escludono nessuna pista: la polizia parla di “crimine isolato”, ma l’ipotesi del delitto razziale pare la più fondata: settimane fa, fuori dalla casa, qualcuno aveva già lasciato un avvertimento, che la famiglia non aveva denunciato (un biglietto con scritto “Questo è il nostro Paese, non il vostro, terroristi”); e l’assassino non ha preso nulla.
A trovarla, colpita più volte, probabilmente con un attrezzo di ferro, era stata Fatima, figlia adolescente. Haima andava in giro con il velo, l’hijab. Il marito collabora, come mediatore culturale, con l’esercito Usa. S’erano da poco trasferiti in California dal Michigan.
El Cajon ospita la seconda comunità di iracheno-americani, dopo quella di Detroit. Sul web, è subito scattato il parallelo tra l’hijab di Haima e il cappuccio di Trayvon, teenager di colore ucciso in Florida dal capo di una ronda di quartiere che si sentiva minacciato perché quel ragazzo disarmato aveva un cappuccio in testa (l’assassino è tuttora libero). Per Trayvon, ci sono state proteste e la commozione del presidente Obama; per Haima, martedì, il dolore della comunità d’origine araba della contea, oltre 50 mila persone.
E il filo rosso sangue dei delitti dell’odio e della paura scende fino al Cile, dove ieri è morto Daniel Zamudio, 24 anni, gay, torturato un mese fa da un gruppo neo-nazista: lo avevano seviziato per oltre sei ore, staccandogli un orecchio, bruciandogli una gamba e tracciandogli col vetro svastiche sul corpo (tre giovani tra i 19 e i 24 anni sono in carcere per quella barbarie).
mercoledì 28 marzo 2012
Immigrazione: Italia, boom asili, boomerang respingimenti
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 28/03/2012
Uno scorre le cifre e pensa: che brava l’Italia, che era fra gli ultimi della classe europea nel dare asilo a chi fugge la guerra, la persecuzione e la fame e, invece, è balzata d’un colpo in testa alle classifiche europee nel 2011. Poi, arrivano quei pignoli dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, l’UnHcr, quelli che hanno la voce ferma e lo sguardo dritto di Laura Boldrini, mal sopportati dalla ‘banda del ghigno’ La Russa / Maroni ai tempi loro, a spiegarci che il boom del 2011 non è stato un ravvedimento virtuoso, ma piuttosto un boomerang dopo il giro di vite del 2010, quando le politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia avevano drasticamente ridotto gli arrivi. Poi, nell’Africa del Nord è successo quel che è successo e in Libia ancor peggio e quelli che non avevano potuto partire l’anno prima sono partiti l’anno dopo, insieme agli esuli d’annata.
E mentre si ragiona sui picchi delle domande di asilo, che sono ricorrenti, la senatrice olandese Tineke Strik ci preannuncia risultati “agghiaccianti” dall'inchiesta condotta dal Consiglio d'Europa sulla morte nel marzo 2011 di 63 persone che fuggivano via mare dalla Libia. Una tragedia avvenuta nel Mediterraneo, in un tratto di mare in cui erano presenti unità italiane, maltesi, dell'Ue e della Nato. “Chi è responsabile di quelle 63 vite perdute?” è la domanda cui prova a rispondere il rapporto che la Strik s'appresta a presentare, dopo nove mesi d’indagini e accertamenti, per conto dell’Assemblea parlamentare dell’Istituzione di Strasburgo, raccogliendo le testimonianze dei superstiti, ma anche degli equipaggi delle unità di ricerca e salvataggio. La senatrice olandese si definisce “scioccata” da quanto accertato.
Orrori che vengono a galla. Errori di giudizio che un anno di generosità non cancella. Nel 2011, le richieste di asilo in Italia sono state circa 36mila per l’UnHcr e oltre 34mila per l’Ue, che ha appena pubblicato i dati Eurostat. Ne risulta che l’Italia è stata il primo paese europeo per numero di domande di asilo politico accolte lo scorso anno per motivi umanitari. Su un totale di 7.155 domande di rifugio politico accettate dall'Italia, ben 3.085 sono state giustificate con ragioni umanitarie. Eurostat conta 301mila richiedenti asilo nell'Ue nel 2011; e l'Italia è terzo fra i 27 per numero di richieste ricevute.
Rispetto al 2010, si sono registrate nell'Ue 42mila domande d'asilo in più: il Paese che ne ha ricevute di più è la Francia, con 56.250, seguito dalla Germania, 53.260, e, appunto, dall'Italia, 34.115. Su un totale di 301mila domande, quelle accolte sono state 59.465: una su cinque.
Fra le domande accettate per motivi umanitari, l’Italia è in testa con 3.085, davanti a Olanda, 2.050, e Germania, 1.910. Nei 27, le richieste accettate per motivi umanitari sono state in totale 9.070, molte meno rispetto alle altre due motivazioni. Le richieste accettate per lo statuto di rifugiato politico sono state 28.995, 21.400 per la protezione sussidiaria.
Nei 27, i Paesi da cui provengono i richiedenti asilo sono principalmente l'Afghanistan (28.005), la Russia (18.245) e il Pakistan (15.700). In Italia, invece, i richiedenti sono originari per lo più della Nigeria (6.210), della Tunisia (4.560) e del Ghana (3.130).
Stefano Manservisi, direttore generale per gli affari interni della Commissione europea, ha recentemente dichiarato che l'80% dei richiedenti asilo nell'Unione si concentra in quattro paesi: Germania, Francia, Gran Bretagna e Svezia. Ma picchi italiani già si ebbero nel 2008 (oltre 30.000), prima che venissero effettuati i respingimenti in alto mare; e nel 1999 (oltre 33.000), a seguito della crisi del Kosovo.
Uno scorre le cifre e pensa: che brava l’Italia, che era fra gli ultimi della classe europea nel dare asilo a chi fugge la guerra, la persecuzione e la fame e, invece, è balzata d’un colpo in testa alle classifiche europee nel 2011. Poi, arrivano quei pignoli dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, l’UnHcr, quelli che hanno la voce ferma e lo sguardo dritto di Laura Boldrini, mal sopportati dalla ‘banda del ghigno’ La Russa / Maroni ai tempi loro, a spiegarci che il boom del 2011 non è stato un ravvedimento virtuoso, ma piuttosto un boomerang dopo il giro di vite del 2010, quando le politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia avevano drasticamente ridotto gli arrivi. Poi, nell’Africa del Nord è successo quel che è successo e in Libia ancor peggio e quelli che non avevano potuto partire l’anno prima sono partiti l’anno dopo, insieme agli esuli d’annata.
E mentre si ragiona sui picchi delle domande di asilo, che sono ricorrenti, la senatrice olandese Tineke Strik ci preannuncia risultati “agghiaccianti” dall'inchiesta condotta dal Consiglio d'Europa sulla morte nel marzo 2011 di 63 persone che fuggivano via mare dalla Libia. Una tragedia avvenuta nel Mediterraneo, in un tratto di mare in cui erano presenti unità italiane, maltesi, dell'Ue e della Nato. “Chi è responsabile di quelle 63 vite perdute?” è la domanda cui prova a rispondere il rapporto che la Strik s'appresta a presentare, dopo nove mesi d’indagini e accertamenti, per conto dell’Assemblea parlamentare dell’Istituzione di Strasburgo, raccogliendo le testimonianze dei superstiti, ma anche degli equipaggi delle unità di ricerca e salvataggio. La senatrice olandese si definisce “scioccata” da quanto accertato.
Orrori che vengono a galla. Errori di giudizio che un anno di generosità non cancella. Nel 2011, le richieste di asilo in Italia sono state circa 36mila per l’UnHcr e oltre 34mila per l’Ue, che ha appena pubblicato i dati Eurostat. Ne risulta che l’Italia è stata il primo paese europeo per numero di domande di asilo politico accolte lo scorso anno per motivi umanitari. Su un totale di 7.155 domande di rifugio politico accettate dall'Italia, ben 3.085 sono state giustificate con ragioni umanitarie. Eurostat conta 301mila richiedenti asilo nell'Ue nel 2011; e l'Italia è terzo fra i 27 per numero di richieste ricevute.
Rispetto al 2010, si sono registrate nell'Ue 42mila domande d'asilo in più: il Paese che ne ha ricevute di più è la Francia, con 56.250, seguito dalla Germania, 53.260, e, appunto, dall'Italia, 34.115. Su un totale di 301mila domande, quelle accolte sono state 59.465: una su cinque.
Fra le domande accettate per motivi umanitari, l’Italia è in testa con 3.085, davanti a Olanda, 2.050, e Germania, 1.910. Nei 27, le richieste accettate per motivi umanitari sono state in totale 9.070, molte meno rispetto alle altre due motivazioni. Le richieste accettate per lo statuto di rifugiato politico sono state 28.995, 21.400 per la protezione sussidiaria.
Nei 27, i Paesi da cui provengono i richiedenti asilo sono principalmente l'Afghanistan (28.005), la Russia (18.245) e il Pakistan (15.700). In Italia, invece, i richiedenti sono originari per lo più della Nigeria (6.210), della Tunisia (4.560) e del Ghana (3.130).
Stefano Manservisi, direttore generale per gli affari interni della Commissione europea, ha recentemente dichiarato che l'80% dei richiedenti asilo nell'Unione si concentra in quattro paesi: Germania, Francia, Gran Bretagna e Svezia. Ma picchi italiani già si ebbero nel 2008 (oltre 30.000), prima che venissero effettuati i respingimenti in alto mare; e nel 1999 (oltre 33.000), a seguito della crisi del Kosovo.
martedì 27 marzo 2012
Ostaggi: India e non solo, trattare sempre, liberarli spesso
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/03/2012
Per Paolo Bosusco, si continua a trattare “in un clima positivo”, dicono i negoziatori. La liberazione, sabato, di Claudio Colangelo, uno dei due escursionisti italiani rapiti in India, nello Stato dell’Orissa, il 17 marzo, ridà vigore agli sforzi per portare a casa l’organizzatore di trekking rimasto nelle mani dei guerriglieri maoisti.
Al premier Mario Monti, che lo incontra a Seul, a margine del Vertice sulla sicurezza nucleare, il premier Manmohan Singh garantisce il proprio impegno per la liberazione dell’ostaggio piemontese. E Monti esce dal colloquio fiducioso in una “soluzione amichevole” pure della vicenda dei due marò detenuti nel Kerala perché accusati di avere ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati. I premier si terranno in contatto fino a che i problemi non saranno risolti.
Di a che punto siano le trattative per la liberazione di Bosusco, come quelle per gli altri nove italiani tenuti ostaggio nel mondo, non si sa assolutamente nulla. Il principio è che non si viene a patti con i terroristi. Ma l’ambiguità, quasi inevitabile, di queste situazioni è tutta nelle parole del ministro degli esteri Giulio Terzi: “I canali sono aperti –dice per Bosusco, ma vale per tutti-, ma non abbassiamo la guardia”. Insomma, negoziamo e, se serve, paghiamo, senza stare a dirlo in giro.
In questi casi, il lieto fine non è assicurato neppure quando tutto sembra fatto: basta ricordare il caso di Nicola Calipari, l’agente segreto ucciso a Baghdad il 4 marzo 2005 dal ‘fuoco amico’ d’un marine americano, dopo avere negoziato e ottenuto la liberazione di Giuliana Sgrena, una giornalista sequestrata; o quello più recente dell’ingegnere piemontese Franco Lamolinara, ucciso l’8 marzo nel Nord della Nigeria con un compagno di prigionia durante un blitz delle squadre speciali britanniche e nigeriane, mentre i servizi segreti italiani ne stavano forse trattando la liberazione previo riscatto. Monti da Seul non nega il negoziato, dicendo che “con prove muscolari –un riferimento al blitz in Nigeria?- ci sono meno possibilità di successo”.
Colangelo, prima di lasciare l’India, racconta i “giorni difficili” nella selva tropicale, caldo e marce. E dice: “Sto bene. Spero che ora liberino anche Paolo”. I ribelli maoisti ribadiscono: “sarà rilasciato solo se saranno accolte almeno due delle nostre richieste”, tra cui la scarcerazione della moglie del loro leader e di altri detenuti e la punizione di militari responsabili di violenze su donne; “ci devono prendere sul serio”. Il governo dell’Orissa replica con una flebile intimazione: “Rilasciate l’ostaggio!” (e, se no, che succede?).
La liberazione di Colangelo sarebbe stata una prova di buona volontà, dopo che, sabato, la situazione s’era complicata con il sequestro di un deputato dell’Orissa, che aveva portato –s’era detto- a una sospensione del negoziato. Il leader dei guerriglieri Sabyasachi Panda aveva condannato il rapimento, giudicandolo una mossa sbagliata in quel momento, ma aveva pure criticato le autorità per non avere rapidamente risolto la questione degli italiani: un pioniere della solidarietà come Colangelo e uno “spirito libero” che gioca a scacchi con i suoi carcerieri come Bosusco. Il loro sequestro sarebbe stato fortuito, perché i maoisti volevano catturare elementi dei servizi d’intelligence –ma è difficile scambiare due italiani per due indiani-.
I rovelli indiani del governo Monti non si riducono a ‘portare a casa’ Bosusco e i due marò. Ci sono pure Tomaso Bruno di Albenga e Elisabetta Boncompagni di Torino, condannati all’ergastolo per avere ucciso un compagno di viaggio e detenuti in un carcere di Varanasi da due anni, in attesa del processo di appello. Anche di loro si occuperà il sottosegretario agli esteri Staffan De Mistura, che sta per tornare in India.
Le situazioni indiane, pur profondamente diverse l’una dall’altra –la detenzione dei marò non può essere confrontata con il sequestro di Bosusco-, lontane e non correlate, non sono le uniche spine del governo Monti alla voce ‘ostaggi’: ci sono altri nove di italiani da portare a casa, a cominciare da Rossella Urru, 30 anni, la cooperante sarda rapida nel sud dell’Algeria in ottobre e di cui s’era erroneamente sperata, a febbraio, la liberazione. Nella stessa zona, resta sequestrata dal febbraio 2011 Maria Sandra Mariani, 53 anni. Per la Urru e la Mariani, si sospetta al Qaida per il Maghreb islamico. Un gruppo talebano tiene invece prigioniero Giovanni Lo Porto, un cooperante siciliano rapito il 19 gennaio nel Punjab, in Pakistan. E poi ci sono i sei marittimi della ‘Enrico Ievoli’, trattenuti da pirati somali dal 27 dicembre.
Per Paolo Bosusco, si continua a trattare “in un clima positivo”, dicono i negoziatori. La liberazione, sabato, di Claudio Colangelo, uno dei due escursionisti italiani rapiti in India, nello Stato dell’Orissa, il 17 marzo, ridà vigore agli sforzi per portare a casa l’organizzatore di trekking rimasto nelle mani dei guerriglieri maoisti.
Al premier Mario Monti, che lo incontra a Seul, a margine del Vertice sulla sicurezza nucleare, il premier Manmohan Singh garantisce il proprio impegno per la liberazione dell’ostaggio piemontese. E Monti esce dal colloquio fiducioso in una “soluzione amichevole” pure della vicenda dei due marò detenuti nel Kerala perché accusati di avere ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati. I premier si terranno in contatto fino a che i problemi non saranno risolti.
Di a che punto siano le trattative per la liberazione di Bosusco, come quelle per gli altri nove italiani tenuti ostaggio nel mondo, non si sa assolutamente nulla. Il principio è che non si viene a patti con i terroristi. Ma l’ambiguità, quasi inevitabile, di queste situazioni è tutta nelle parole del ministro degli esteri Giulio Terzi: “I canali sono aperti –dice per Bosusco, ma vale per tutti-, ma non abbassiamo la guardia”. Insomma, negoziamo e, se serve, paghiamo, senza stare a dirlo in giro.
In questi casi, il lieto fine non è assicurato neppure quando tutto sembra fatto: basta ricordare il caso di Nicola Calipari, l’agente segreto ucciso a Baghdad il 4 marzo 2005 dal ‘fuoco amico’ d’un marine americano, dopo avere negoziato e ottenuto la liberazione di Giuliana Sgrena, una giornalista sequestrata; o quello più recente dell’ingegnere piemontese Franco Lamolinara, ucciso l’8 marzo nel Nord della Nigeria con un compagno di prigionia durante un blitz delle squadre speciali britanniche e nigeriane, mentre i servizi segreti italiani ne stavano forse trattando la liberazione previo riscatto. Monti da Seul non nega il negoziato, dicendo che “con prove muscolari –un riferimento al blitz in Nigeria?- ci sono meno possibilità di successo”.
Colangelo, prima di lasciare l’India, racconta i “giorni difficili” nella selva tropicale, caldo e marce. E dice: “Sto bene. Spero che ora liberino anche Paolo”. I ribelli maoisti ribadiscono: “sarà rilasciato solo se saranno accolte almeno due delle nostre richieste”, tra cui la scarcerazione della moglie del loro leader e di altri detenuti e la punizione di militari responsabili di violenze su donne; “ci devono prendere sul serio”. Il governo dell’Orissa replica con una flebile intimazione: “Rilasciate l’ostaggio!” (e, se no, che succede?).
La liberazione di Colangelo sarebbe stata una prova di buona volontà, dopo che, sabato, la situazione s’era complicata con il sequestro di un deputato dell’Orissa, che aveva portato –s’era detto- a una sospensione del negoziato. Il leader dei guerriglieri Sabyasachi Panda aveva condannato il rapimento, giudicandolo una mossa sbagliata in quel momento, ma aveva pure criticato le autorità per non avere rapidamente risolto la questione degli italiani: un pioniere della solidarietà come Colangelo e uno “spirito libero” che gioca a scacchi con i suoi carcerieri come Bosusco. Il loro sequestro sarebbe stato fortuito, perché i maoisti volevano catturare elementi dei servizi d’intelligence –ma è difficile scambiare due italiani per due indiani-.
I rovelli indiani del governo Monti non si riducono a ‘portare a casa’ Bosusco e i due marò. Ci sono pure Tomaso Bruno di Albenga e Elisabetta Boncompagni di Torino, condannati all’ergastolo per avere ucciso un compagno di viaggio e detenuti in un carcere di Varanasi da due anni, in attesa del processo di appello. Anche di loro si occuperà il sottosegretario agli esteri Staffan De Mistura, che sta per tornare in India.
Le situazioni indiane, pur profondamente diverse l’una dall’altra –la detenzione dei marò non può essere confrontata con il sequestro di Bosusco-, lontane e non correlate, non sono le uniche spine del governo Monti alla voce ‘ostaggi’: ci sono altri nove di italiani da portare a casa, a cominciare da Rossella Urru, 30 anni, la cooperante sarda rapida nel sud dell’Algeria in ottobre e di cui s’era erroneamente sperata, a febbraio, la liberazione. Nella stessa zona, resta sequestrata dal febbraio 2011 Maria Sandra Mariani, 53 anni. Per la Urru e la Mariani, si sospetta al Qaida per il Maghreb islamico. Un gruppo talebano tiene invece prigioniero Giovanni Lo Porto, un cooperante siciliano rapito il 19 gennaio nel Punjab, in Pakistan. E poi ci sono i sei marittimi della ‘Enrico Ievoli’, trattenuti da pirati somali dal 27 dicembre.
domenica 25 marzo 2012
Usa 2012: Santorum vince Louisiana; 'spara' a Romney, non a Obama
Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 25/03/2012
Quanto ha scoperto che una sua fan lo incitava a sparare, in senso letterale, al presidente Obama, Rick Santorum, integralista cattolico e italo-americano, candidato alla nomination repubblicana alla Casa Bianca, s’è infuriato: lui, per guadagnarsi un po’ di voti, era andato a tirare con la pistola in un poligono a West Monroe, nella Louisiana, e, con le cuffie addosso, non aveva sentito quell’incitamento a mirare facendo finta che la sagoma fosse Obama. Quando glielo hanno riferito, s’è irritato: “Sono affermazioni terribili e orribili, sono contento di non averle udite”. Anche perché lui, in questo momento, ‘spara’, metaforicamente, più sul rivale di partito Mitt Romney, milionario e mormone, che sul presidente democratico.
Con o senza poligono, Santorum rivince al Sud, in Louisiana, ma Romney non perde quasi nulla. Il successo dell’integralista cattolico non sposta, infatti, di molto la conta dei delegati in vista della convention di Tampa, che, a fine agosto, consacrerà il candidato repubblicano alla Casa Bianca: dei 46 dello Stato di New Orleans, infatti, solo 20 sono stati assegnati nelle primarie di ieri, ripartiti in modo proporzionale, mentre gli altri saranno assegnati in un secondo tempo.
L’italo-americano s’è imposto con circa il 40% dei suffragi –i dati non sono definitivi-, mentre Romney non è andato oltre il 30%.. L’ex senatore della Pennsylvania s’è finora imposto in 11 Stati, l’ex governatore del Massachusetts in 14 e in una mezza dozzina di territori. Ma, in termini di delegati, il mormone ne ha più del doppio del cattolico e la metà circa di quelli necessari (1144) per garantirsi la nomination a Tampa.
L’esito del voto della Louisiana consente una doppia lettura politica: conferma che, al Sud, dove l’elettorato repubblicano è più conservatore e religioso, Romney non fa proprio presa –ha sempre perso, in questa regione dell’Unione-; e conferma pure che il terzo incomodo di questa corsa, l’ultra-conservatore Newt Gingrich, ex speaker della Camera negli Anni Novanta, è fuori gioco, perché, a parte i successi in South Carolina e Georgia, cioè a casa sua, viene sempre battuto da Santorum sul suo terreno d’elezione (poco più del 20% in Louisiana). Quanto al libertario Ron Paul, lui, fin dall’inizio, è in lizza per il principio, più che per la vittoria: finisce di nuovo ultimo, com’è scontato, qui.
Dopo la Louisiana, Romney resta il favorito, oltre che il battistrada, e Santorum è sempre più il suo unico vero rivale, con la sua campagna tutta basata sulla difesa dei valori cristiani e familiari, che fa presa, oltre che al Sud, nella ‘cintura della Bibbia’ e negli ambienti ultra-conservatori ed evangelici. Crescono le pressioni su Gingrich perché si ritiri e consenta all’ex senatore di essere l’unico portabandiera della destra repubblicana.
Santorum, per il momento, fa più campagna contro Romney che contro il presidente Obama, che, anzi, giudica migliore del suo rivale, contro cui lancia a ripetizione l’accusa di essere troppo moderato, di non essere “un autentico conservatore”. Immediata, e facile, la replica di Romney: “Santorum preferisce un democratico a un repubblicano alla Casa Bianca”.
“Qui, in Louisiana –ha detto l’italo-americano, a urne chiuse-, Romney ha speso un sacco di soldi, ma gli elettori non si sono lasciati impressionare dalle sue menzogne e dalla sua campagna negativa e hanno votato per un vero conservatore”. E, su twitter, condivide coi suoi followers una preghiera per Dick Cheney, l’ex vice-presidente di George W. Bush, cardiopatico, che ha appena subito un trapianto di cuore dopo diversi by-pass.
Ma i repubblicani moderati e gli osservatori indipendenti continuano a ritenere che il ‘Santo’, come lo chiamano i media Usa, con la sua campagna contro l’aborto, la contraccezione, le unioni omosessuali, sia troppo a destra per fare presa, nelle presidenziali, sui centristi. Una sua candidatura voterebbe, cioè, i repubblicani alla sconfitta il 6 novembre.
Dopo una settimana di pausa, la corsa alla nomination riprenderà il 3 aprile, nel Wisconsin, a Nord, e nel Maryland e nel distretto di Washington, sulla costa atlantica: tre terreni favorevoli, sulla carta, a Romney. Ma la conta dei delegati, che ne dà più di 560 al mormone contro circa 260 al cattolico, resterà ancora lontana da quota 1144.
Quanto ha scoperto che una sua fan lo incitava a sparare, in senso letterale, al presidente Obama, Rick Santorum, integralista cattolico e italo-americano, candidato alla nomination repubblicana alla Casa Bianca, s’è infuriato: lui, per guadagnarsi un po’ di voti, era andato a tirare con la pistola in un poligono a West Monroe, nella Louisiana, e, con le cuffie addosso, non aveva sentito quell’incitamento a mirare facendo finta che la sagoma fosse Obama. Quando glielo hanno riferito, s’è irritato: “Sono affermazioni terribili e orribili, sono contento di non averle udite”. Anche perché lui, in questo momento, ‘spara’, metaforicamente, più sul rivale di partito Mitt Romney, milionario e mormone, che sul presidente democratico.
Con o senza poligono, Santorum rivince al Sud, in Louisiana, ma Romney non perde quasi nulla. Il successo dell’integralista cattolico non sposta, infatti, di molto la conta dei delegati in vista della convention di Tampa, che, a fine agosto, consacrerà il candidato repubblicano alla Casa Bianca: dei 46 dello Stato di New Orleans, infatti, solo 20 sono stati assegnati nelle primarie di ieri, ripartiti in modo proporzionale, mentre gli altri saranno assegnati in un secondo tempo.
L’italo-americano s’è imposto con circa il 40% dei suffragi –i dati non sono definitivi-, mentre Romney non è andato oltre il 30%.. L’ex senatore della Pennsylvania s’è finora imposto in 11 Stati, l’ex governatore del Massachusetts in 14 e in una mezza dozzina di territori. Ma, in termini di delegati, il mormone ne ha più del doppio del cattolico e la metà circa di quelli necessari (1144) per garantirsi la nomination a Tampa.
L’esito del voto della Louisiana consente una doppia lettura politica: conferma che, al Sud, dove l’elettorato repubblicano è più conservatore e religioso, Romney non fa proprio presa –ha sempre perso, in questa regione dell’Unione-; e conferma pure che il terzo incomodo di questa corsa, l’ultra-conservatore Newt Gingrich, ex speaker della Camera negli Anni Novanta, è fuori gioco, perché, a parte i successi in South Carolina e Georgia, cioè a casa sua, viene sempre battuto da Santorum sul suo terreno d’elezione (poco più del 20% in Louisiana). Quanto al libertario Ron Paul, lui, fin dall’inizio, è in lizza per il principio, più che per la vittoria: finisce di nuovo ultimo, com’è scontato, qui.
Dopo la Louisiana, Romney resta il favorito, oltre che il battistrada, e Santorum è sempre più il suo unico vero rivale, con la sua campagna tutta basata sulla difesa dei valori cristiani e familiari, che fa presa, oltre che al Sud, nella ‘cintura della Bibbia’ e negli ambienti ultra-conservatori ed evangelici. Crescono le pressioni su Gingrich perché si ritiri e consenta all’ex senatore di essere l’unico portabandiera della destra repubblicana.
Santorum, per il momento, fa più campagna contro Romney che contro il presidente Obama, che, anzi, giudica migliore del suo rivale, contro cui lancia a ripetizione l’accusa di essere troppo moderato, di non essere “un autentico conservatore”. Immediata, e facile, la replica di Romney: “Santorum preferisce un democratico a un repubblicano alla Casa Bianca”.
“Qui, in Louisiana –ha detto l’italo-americano, a urne chiuse-, Romney ha speso un sacco di soldi, ma gli elettori non si sono lasciati impressionare dalle sue menzogne e dalla sua campagna negativa e hanno votato per un vero conservatore”. E, su twitter, condivide coi suoi followers una preghiera per Dick Cheney, l’ex vice-presidente di George W. Bush, cardiopatico, che ha appena subito un trapianto di cuore dopo diversi by-pass.
Ma i repubblicani moderati e gli osservatori indipendenti continuano a ritenere che il ‘Santo’, come lo chiamano i media Usa, con la sua campagna contro l’aborto, la contraccezione, le unioni omosessuali, sia troppo a destra per fare presa, nelle presidenziali, sui centristi. Una sua candidatura voterebbe, cioè, i repubblicani alla sconfitta il 6 novembre.
Dopo una settimana di pausa, la corsa alla nomination riprenderà il 3 aprile, nel Wisconsin, a Nord, e nel Maryland e nel distretto di Washington, sulla costa atlantica: tre terreni favorevoli, sulla carta, a Romney. Ma la conta dei delegati, che ne dà più di 560 al mormone contro circa 260 al cattolico, resterà ancora lontana da quota 1144.
venerdì 23 marzo 2012
SPIGOLI: corruzione, l'Europa bacchetta l'Italia
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/03/2012
E dire che l’Unione europea ha affidato la sua Agenzia anti-corruzione, l’Olaf, a un italiano, il trentino Giovanni Kessler, che sta lavorando bene e prepara un codice penale europeo. Il Greco, il gruppo anticorruzione del Consiglio d’Europa, che comprende 48 Paesi, tra cui gli Usa, sollecita Governo e Parlamento a irrobustire le regole in materia di concussione e di finanziamento ai partiti. La ‘bacchettata’ degli 8 ispettori, per ora, è solo in bozza: sarà resa pubblica con le controdeduzioni italiane. Ma l’entrata in scivolata del Greco fa rumore: gli ispettori individuano 16 pecche nelle norme italiane, ben 7 sul finanziamento dei partiti. Il rapporto ci invita a “verificare” se il reato di concussione non sia stato applicato in modo “improprio rispetto al reato di corruzione”; e sollecita l’introduzione del reato di corruzione tra privati e del traffico di influenze, così da sanzionare il gioco delle raccomandazioni. E ci chiede di intervenire sul finanziamento dei partiti con misure idonee a garantirne la trasparenza ed a scoraggiare la corruzione. Dalla pubblicazione del documento, l’Italia avrà 18 mesi per adeguarsi. Dopo di che, il Consiglio d’Europa potrà intervenire con un richiamo formale oppure constatare che le pecche sono state sanate. Ma c’è poco da sperarci: il rapporto 2010 dell’Olaf vede l’Italia seconda solo alla Bulgaria nell’Ue per numero di indagini anti-corruzione condotte dall’Agenzia europea, 41, contro le 34 della Germania (e le zero della Danimarca).
E dire che l’Unione europea ha affidato la sua Agenzia anti-corruzione, l’Olaf, a un italiano, il trentino Giovanni Kessler, che sta lavorando bene e prepara un codice penale europeo. Il Greco, il gruppo anticorruzione del Consiglio d’Europa, che comprende 48 Paesi, tra cui gli Usa, sollecita Governo e Parlamento a irrobustire le regole in materia di concussione e di finanziamento ai partiti. La ‘bacchettata’ degli 8 ispettori, per ora, è solo in bozza: sarà resa pubblica con le controdeduzioni italiane. Ma l’entrata in scivolata del Greco fa rumore: gli ispettori individuano 16 pecche nelle norme italiane, ben 7 sul finanziamento dei partiti. Il rapporto ci invita a “verificare” se il reato di concussione non sia stato applicato in modo “improprio rispetto al reato di corruzione”; e sollecita l’introduzione del reato di corruzione tra privati e del traffico di influenze, così da sanzionare il gioco delle raccomandazioni. E ci chiede di intervenire sul finanziamento dei partiti con misure idonee a garantirne la trasparenza ed a scoraggiare la corruzione. Dalla pubblicazione del documento, l’Italia avrà 18 mesi per adeguarsi. Dopo di che, il Consiglio d’Europa potrà intervenire con un richiamo formale oppure constatare che le pecche sono state sanate. Ma c’è poco da sperarci: il rapporto 2010 dell’Olaf vede l’Italia seconda solo alla Bulgaria nell’Ue per numero di indagini anti-corruzione condotte dall’Agenzia europea, 41, contro le 34 della Germania (e le zero della Danimarca).
giovedì 22 marzo 2012
Usa 2012: Romney in fuga dal 'Santo', Obama da De Niro
Scritto per Il Fatto Quotidiano del 22/03/2012
Sulla via di Tampa, Mitt Romney è a metà strada, dopo le primarie nell’Illinois vinte bene (45% dei voti). Ma Washington, e la Casa Bianca, sono molto più lontane e, forse, si riveleranno irraggiungibili. Tampa è la città in Florida dove, a fine agosto, ci sarà la convention repubblicana: lì, bisognerà arrivarci con 1144 delegati, per essere certi della nomination a candidato repubblicano nelle elezioni presidenziali del 6 novembre. Dopo l’Illinois, Romney ne ha quasi la metà, circa 550: per metterli insieme, gli ci sono voluti cento e più giorni, dall’inizio delle primarie nello Iowa il 3 gennaio; e forse ce ne vorranno quasi altrettanti, fino a giugno e alle primarie in California, perché la partita sia matematicamente chiusa. Ma le posizioni della corsa appaiono ormai definite.
In Illinois, dove i delegati in palio erano 54, da ripartire su base proporzionale, Romney ha battuto l’integralista cattolico Rick Santorum (35%), l’ultra-conservatore Newt Gingrich (12%) e il libertario Ron Paul (8%). Prima di questa conta, il sito specializzato RealClearPolitics attribuiva a Romney 516 delegati, a Santorum 236, a Gingrich 141 e a Paul 66.
L’italo-americano, che i media Usa chiamano ‘Santo’, deve sperare in un miracolo, anzi in due: uno per la nomination, l’altro per la Casa Bianca. Così, in vista delle primarie di sabato in Louisiana, va in una chiesa battista, dove il reverendo Dennis Terry ‘arringa’ i suoi fedeli contro gli omosessuali, le donne che abortiscono e i ‘liberals’, gli intellettuali di sinistra, e invita a buttare i non cristiani “fuori dagli Usa”. I fedeli applaudono e il ‘Santo’ applaude con loro: se c’è un buon dio, il miracolo non avverrà.
L’ex governatore del Massachusetts intasca l’appoggio di Jeb Bush, figlio e fratello d’un presidente. E fa un discorso sull’economia che è tutto un attacco contro Barack Obama: “Per 25 anni ho creato lavoro, ho prodotto ricchezza, ho fatto affari. Non puoi capire queste cose, quando sei un professore di diritto costituzionale…”.
Il ‘professorino’, però, si dà da fare. Attaccato per il ‘caro benzina’, coi prezzi alla pompa che s’avvicinano ai 4 dollari a gallone, più o meno un dollaro al litro, il presidente va in Nevada, New Mexico, Oklahoma e Ohio, a predicare la scelta delle energie alternative per rendere l’America meno dipendente dall’altrui petrolio.
Obama si lascia alle spalle le polemiche, artificiose, suscitate da una battuta di Robert De Niro, che, a un ‘pranzo di stelle’ pro- presidente, si chiede, lui sposato due volte a due donne nere, se “l’America sia pronta per una first lady bianca”. Gingrich si scatena contro il commento “razzista” e la Casa Bianca fa un passo indietro, definendo la battuta “inappropriata”.
La tempesta ‘politically correct’ non frena il rialzo di popolarità del presidente, che resta fortissimo online: il suo sito elettorale, in un mese, è stato cliccato da 4,2 milioni di visitatori, mentre i quattro aspiranti repubblicani insieme non ne hanno neppure tre milioni. E un sondaggio dà Obama davanti ai suoi rivali fra gli indipendenti di 10 Stati cruciali: nettamente su Romney, in doppia cifra su Santorum.
Sulla via di Tampa, Mitt Romney è a metà strada, dopo le primarie nell’Illinois vinte bene (45% dei voti). Ma Washington, e la Casa Bianca, sono molto più lontane e, forse, si riveleranno irraggiungibili. Tampa è la città in Florida dove, a fine agosto, ci sarà la convention repubblicana: lì, bisognerà arrivarci con 1144 delegati, per essere certi della nomination a candidato repubblicano nelle elezioni presidenziali del 6 novembre. Dopo l’Illinois, Romney ne ha quasi la metà, circa 550: per metterli insieme, gli ci sono voluti cento e più giorni, dall’inizio delle primarie nello Iowa il 3 gennaio; e forse ce ne vorranno quasi altrettanti, fino a giugno e alle primarie in California, perché la partita sia matematicamente chiusa. Ma le posizioni della corsa appaiono ormai definite.
In Illinois, dove i delegati in palio erano 54, da ripartire su base proporzionale, Romney ha battuto l’integralista cattolico Rick Santorum (35%), l’ultra-conservatore Newt Gingrich (12%) e il libertario Ron Paul (8%). Prima di questa conta, il sito specializzato RealClearPolitics attribuiva a Romney 516 delegati, a Santorum 236, a Gingrich 141 e a Paul 66.
L’italo-americano, che i media Usa chiamano ‘Santo’, deve sperare in un miracolo, anzi in due: uno per la nomination, l’altro per la Casa Bianca. Così, in vista delle primarie di sabato in Louisiana, va in una chiesa battista, dove il reverendo Dennis Terry ‘arringa’ i suoi fedeli contro gli omosessuali, le donne che abortiscono e i ‘liberals’, gli intellettuali di sinistra, e invita a buttare i non cristiani “fuori dagli Usa”. I fedeli applaudono e il ‘Santo’ applaude con loro: se c’è un buon dio, il miracolo non avverrà.
L’ex governatore del Massachusetts intasca l’appoggio di Jeb Bush, figlio e fratello d’un presidente. E fa un discorso sull’economia che è tutto un attacco contro Barack Obama: “Per 25 anni ho creato lavoro, ho prodotto ricchezza, ho fatto affari. Non puoi capire queste cose, quando sei un professore di diritto costituzionale…”.
Il ‘professorino’, però, si dà da fare. Attaccato per il ‘caro benzina’, coi prezzi alla pompa che s’avvicinano ai 4 dollari a gallone, più o meno un dollaro al litro, il presidente va in Nevada, New Mexico, Oklahoma e Ohio, a predicare la scelta delle energie alternative per rendere l’America meno dipendente dall’altrui petrolio.
Obama si lascia alle spalle le polemiche, artificiose, suscitate da una battuta di Robert De Niro, che, a un ‘pranzo di stelle’ pro- presidente, si chiede, lui sposato due volte a due donne nere, se “l’America sia pronta per una first lady bianca”. Gingrich si scatena contro il commento “razzista” e la Casa Bianca fa un passo indietro, definendo la battuta “inappropriata”.
La tempesta ‘politically correct’ non frena il rialzo di popolarità del presidente, che resta fortissimo online: il suo sito elettorale, in un mese, è stato cliccato da 4,2 milioni di visitatori, mentre i quattro aspiranti repubblicani insieme non ne hanno neppure tre milioni. E un sondaggio dà Obama davanti ai suoi rivali fra gli indipendenti di 10 Stati cruciali: nettamente su Romney, in doppia cifra su Santorum.
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