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venerdì 20 agosto 2010

Iraq: via truppe Usa, la guerra è finita ma continua

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/08/2010

L’ultima brigata da combattimento statunitense ha lasciato ieri l’Iraq, oltre 2.500 giorni dopo l’invasione: la guerra ha fatto circa 4.400 caduti americani (oltre 5.000, contando le perdite alleate) e centinaia di migliaia di morti iracheni, militari, insorti, civili. I terroristi di al Qaida uccisi, invece, si contano appena a decine: loro, prima dell’attacco, non c’erano in Iraq e si sono infiltrati nel Paese nella scia dell’odio contro gli invasori alimentato dalle bombe e dai combattimenti.

Il bilancio, sette anni e mezzo dopo l’attacco all’Iraq voluto dal presidente Usa George W. Bush, è controverso, più negativo che positivo: Bush voleva rovesciare il regime di Saddam Hussein e completare così l’opera lasciata incompiuta dal babbo George, al tempo della vittoriosa Guerra del Golfo del 1991 per liberare il Kuwait dall’occupazione irachena. A giustificare l’azione, l’asserita minaccia delle armi di distruzione di massa in possesso del regime di Saddam (ma quelle armi non c’erano, come si accertò ben presto).

L’invasione di Bush, non avallato dalla comunità internazionale e definita “illegale” dall’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, trovò sostegno politico e militare nella ‘banda dei tre’, i leader più vicini al presidente americano e alla sua cricca neo-con: il premier britannico Tony Blair, il capo del governo spagnolo José Maria Aznar e il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi (l’Italia pagò un prezzo di vite drammatico, specie nel tragico attacco alla base di Nassiriya il 12 novembre 2003). Blair, anni dopo, e Aznar, quasi subito, sono stati politicamente chiamati a rispondere della loro scelta; solo Berlusconi ne è uscito finora indenne.

Le truppe da combattimento americane hanno lasciato l’Iraq con una decina di giorni di anticipo sulla scadenza fissata dal presidente Barack Obama, il 31 agosto: lasciano dietro di sé milioni d’iracheni preoccupati per la loro sicurezza, perché nelle ultime settimane gli attentati si sono intensificati –martedì, il più grave ha fatto almeno 59 morti e oltre cento feriti fra le reclute dell’esercito-, e un gruppo di leader divisi e incapaci di sormontare le diatribe politiche ed economiche, soprattutto religiose e tribali: a cinque mesi dalle elezioni parlamentari di marzo, un nuovo governo non è stato ancora formato e, anzi, le trattative fra i due maggiori schieramenti, quello dell’ex premier Iyyad Allawi, vincitore di misura della consultazione, e del premier uscente Nouri al Maliki, sono state appena rotte.

A parole, i leader iracheni e i generali americani si dicono sicuri che le forze armate e di polizia irachene possano garantire la sicurezza del Paese. Ma lo scetticismo è alto. Saddam Hussein, il rais della guerra all’Iran e dell’invasione del Kuwait, è stato rovesciato (venne catturato a fine 2003 ed è poi stato impiccato a fine 2006) e il potere, che era tutto nelle mani della minoranza sunnita, è ora ripartito senza concordia tra sciiti, sunniti e curdi. Ma la democrazia, che Bush credeva di esportare con i cannoncini dei carrarmati, è ancora lontana e le condizioni di vita della gente, la disponibilità di energia, la produzione e l’export di petrolio non sono tornati sui livelli di prima dell’invasione.

L’annuncio che il ritiro delle forze da combattimento statunitensi era stato completato è stato dato dal tenente colonnello Eric Bloom: “Gli ultimi elementi hanno traversato la frontiera con il Kuwait alle 06 del mattino ora locale”, l’una di notte in Italia. Ma Bloom ha precisato: “Questo non vuol dire che non restino più truppe da combattimento americane in Iraq”, perché “ci vorranno ancora alcuni giorni per fare uscire dall’Iraq materiali ed equipaggiamenti”. Solo allora gli ultimi soldati della 4.a Brigata Stryker della seconda divisione di fanteria, basata ad Abu Ghraib, un luogo ancora insicuro a ovest di Baghdad, potranno partire.

Abu Ghraib è uno dei nomi più sinistri della campagna d’Iraq: in quel carcere, soldati americani poi processati e puniti si macchiarono di violenze e si violazioni dei diritti dell’uomo su detenuti iracheni nudi e inermi. Le immagini di quell’ignominia fecero più danni alla lotta al terrorismo di quanti vantaggi abbia mai portato l’azione militare indiscriminata contro un obiettivo sbagliato, un regime sì dittatoriale, ma che non c’entrava nulla con gli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001 contro gli Stati Uniti.

Per la Brigata Stryker, l’ultima marcia non è stata una passeggiata: ci sono voluti due giorni perché 360 veicoli militari e 1.200 uomini per raggiungere il Kuwait. Altri 4.000 soldati sono partiti in aereo. Il 31 agosto resteranno in Iraq solo 50mila soldati americani, per addestrare le forze irachene nel quadro della missione New Dawn, Alba Nuova, destinata a protrarsi fino a tutto il 2011. Neppure il dipartimento di Stato Usa si fida degli iracheni per la sicurezza e vuole raddoppiare, fino a 7mila, gli agenti di sicurezza privati chiamati a proteggere cinque campi fortificati, finora ‘custoditi’ dalle truppe americane. Il generale Babaker Zebari, capo di Stato Maggiore iracheno, avalla i timori: per il generale, gli americani se ne vanno troppo presto, perché i suoi uomini non saranno pronti fino al 2020, fra dieci anni.

La guerra che ha bruciato mille miliardi di dollari è finita per gli americani, ma non per gli iracheni. E le truppe statunitensi cambiano solo fronte: in Afghanistan, il conflitto è più cruento di mai.

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