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martedì 25 ottobre 2011

Italia-Germania: Frau Angela ci serve il conto con un sorrisino

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/10/2011

Quei due non si sono proprio mai presi. Eppure, la storia di Italia e Germania è fitta di leader che se la sono intesa bene (pensiamo solo al dopoguerra, sia ben chiaro): De Gasperi e Adenauer, anche fisicamente simili, determinati a ricostruire i loro Paesi e a costruire insieme un’Europa di pace; Andreotti e Kohl, loro fisicamente diversissimi, ma protagonisti insieme di una stagione che portò l’Europa fuori dal comunismo e ne accelerò l’integrazione –tedesca e continentale, con il Trattato di Maastricht- (e neppure una battuta di Andreotti contro l’unificazione della Germania rovinò il rapporto); Prodi e Schroeder, insieme alla nascita dell’euro e nella stagione dell’allargamento dell’Ue -sarebbero stati insieme anche nel no all’invasione dell’Iraq, ma lì, in Italia, comandava già Berlusconi, che scelse di stare con Bush-.

Invece, quei due, Berlusconi e la Merkel, non si sono mai presi. Eppure, l’Italia 2011, anno terzo della crisi dei mutui fondiari, non è così forte e solida da fare spallucce all’appoggio della Germania. Ma vaglielo a fare capire a Mr B, che le intese si creano sui fatti e la sostanza e non sulle battute e le gags. Non c’era lui, al Vertice del G8 di Heiligendamm, nel 2007, quando Angela, presidente di turno, si sentì fare sulle spalle il ‘popi-popi’ dal presidente Bush: lei sussultò, visibilmente sorpresa e non divertita.

Ma a quel gesto sembrò ispirarsi il siparietto con cui Mr B accolse a Trieste, il 19 novembre 2008, quella che, a quanto si sa, non era ancora diventata, nelle chiacchiere con gli amichetti suoi, la ‘culona inchiavabile”: niente corna, esercizio goliardico d’una foto di gruppo fra leader, ma il gioco del nascondino. Al vertice italo-tedesco, il Cavaliere si cela, a piazza Unità d’Italia, dietro un pennone portabandiera e, all’arrivo della cancelliera, ne sbuca fuori esclamando “Cucù. Sono qui”. La Merkel, allarga le braccia e risponde con un laconico e desolato: “Silvio”.

Poi c’è la gaffe in trasferta, il Germania: una telefonata, ufficialmente al premier turco Erdogan, induce Berlusconi a ritardare l’arrivo a una cerimonia sul Reno che apre la seconda giornata del vertice Nato, il 4 aprile 2009. Sulla spianata del Ponte dell'Europa a Kehl, la Merkel accoglie l'uno dopo l'altro i capi di Stato e di governo. Ma il Cavaliere, sceso dall’auto, si ferma a parlare al cellulare, chiedendo a gesti ad Angela di attendere un attimo. La cancelliera un po’ lo osserva imbarazzata, poi se ne va e avvia i lavori senza di lui.

Certo, nel rapporto che non funziona, anche lei ha le sue responsabilità: non solo non apprezza le battute e non sta troppo volentieri agli scherzi, ma è proprio tedesca. Cioè, se uno le dice che farà una cosa, poi va a vedere se è stata davvero fatta. Se no, gliene chiede ragione. Sotto la rigidità della Merkel, c’è un po’ di diffidenza teutonica nei nostri confronti: senza risalire all’8 Settembre, una copertina di der Spiegel 1977 sintetizzava l’Italia con una pistola su un piatto di spaghetti, condensato di stereotipi da Anni di Piombo. Storia passata, uno direbbe. Ma il giochino venne aggiornato e reiterato nel 2007. E il 18 luglio, Der Spiegel s’è ripetuto: in uno speciale dal titolo ‘Basta’, il settimanale analizzava "il declino del Paese più bello al mondo"; sulla copertina, Berlusconi in versione gondoliere con ai piedi due sirenette e al centro dell'Italia un piatto di spaghetti con una pistola.

E non era ancora saltata fuori la storia della ‘culona inchiavabile’, valsa al Cavaliere, una bella sequela di pesanti commenti crucchi, poca ironia, molte mazzate. Certo, il sorrisino d’intesa, domenica, tra Angela e il suo partner di direttorio Nicolas Sarkozy non era proprio il massimo della raffinatezza diplomatica. E pure la pezza messaci fa un po’ (sor)ridere: la risatina nasceva dall’incertezza su chi dovesse rispondere sull’Italia, stile ‘Vai avanti tu, che a me vien da ridire’. O da piangere, se sei italiano: perché ci toccano le battute di lui e il sarcasmo di lei.

Italia/Europa: sovranità a rischio?, l'Ue è nostra, riprendiamocela

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/10/2011

Sul pennone di Palazzo Chigi sventola la bandiera dell’orgoglio nazionale: guai a chi (sor)ride di noi, Sarkozy o Merkel che siano. Ma, domani, a Bruxelles, che cosa andrà a raccontare il Cavaliere, dopo avere promesso mari –riduzione del debito- e monti –innalzamento dell’età delle pensioni-? Un pastrocchio di condoni e di mezze misure: né quel che vuole né quel che deve fare, ma quel che può fare perché il ‘governo dei comprati’ non si squagli.

Se vuole affermare la propria sovranità, le cose che servono per restare nell’euro e nell’Ue l’Italia deve farle per scelta propria, non perché glielo dicono con scherno, che è peggio che con imperio, Francia e Germania o anche il Consiglio europeo, l’aeropago dei leader dei 27. Perché l’Unione europea è un progetto nostro, italiano come francese e tedesco e dei Paesi del Benelux: ne fummo ispiratori e fondatori.

Fra le due vie più battute in queste ore, quella dello spirito patriottardo (giù le mani dalla nostra sovranità) e quella da ‘muoia Sansone con tutti i filistei’ (giù Berlusconi, anche se con lui va giù il Paese), la strada maestra è tutta un’altra: un’Italia europea per scelta e per volontà, dove la riduzione del debito e le politiche di sviluppo, l’innalzamento dell’età pensionabile e l’utilizzo efficace e pronto dei fondi europei sono scelte partecipi e volute.

Certo, i comportamenti grotteschi e paradossali del premier Berlusconi, che chiede pubblicamente a Bruxelles che la riforma delle pensioni gli venga imposta dall’Ue, perché lui non riesce a farla, o che annuncia a raffica programmi che poi neppure presenta, comportano un rischio di perdita di sovranità implicito: come è avvenuto per la Grecia, se conti frottole e poi non riesci e mettere in ordine casa tua, Bruxelles ti aiuta, ma devi fare a modo suo: “lavoreremo con l’Italia mano nella mano”, dice Van Rompuy, come si fa coi bambini.

L’Italia non è ancora la Grecia e mai lo sarà: è un Paese dove le famiglie hanno risparmi superiori al debito pubblico; e con un’industria manifatturiera solida. Eppure, il mix letale di un premier senza credibilità e di un governo senza nerbo consegna fette di sovranità all’Ue, e quindi oggi al duo franco-tedesco, e alla Bce (dove, ora, c’è un italiano che tutti rispettano, Mario Draghi).

La risposta è più Italia in Europa: decidere, e fare, insieme, come facemmo nel ’57, nel ’91, nel 2001. Quando l’Unione si fa, noi ci siamo. Almeno, finora è stato così.

domenica 23 ottobre 2011

Libia: Gheddafi ucciso, la fine dei satrapi, dubbi e incognite

Scritto per L'Indro, quotidiano online

Se le foto non ci sono, c’è chi le reclama: dopo l’eliminazione di Osama bin Laden, il primo maggio, media e opinione pubblica internazionale contestarono agli Stati Uniti la carenza di documentazione fotografica. Se ci sono, c’è chi ne deplora la pubblicazione: le immagini di Muammar Gheddafi prima colpito a morte e poi ormai cadavere, vilipeso e trascinato senza alcuna ‘pietas’, appaiono a molti un’ostentata esibizione della miseria umana, ma sono anche, indubitabilmente, un documento storico. La fine tragica e cruenta del tiranno è forse inevitabile, come fu per Mussolini e Hitler, per Ceausescu e Saddam Hussein: un modo per liberare il popolo dalla fascinazione che ne subisce (e, magari, dalle sudditanze che gli restano).

Il dittatore è morto, viva la Libia. L’uccisione di Gheddafi chiude una fase della partecipazione internazionale al conflitto libico e lascia gli insorti di ieri che sono i vincitori di oggi alle prese con i problemi della riconciliazione, della ricostruzione e della definizione dei nuovi assetti istituzionali e politici. La fine del conflitto, che il Consiglio atlantico si appresta a sancire, è già stata annunciata nelle prime reazioni dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ky-moon, che chiede di “fermare i combattimenti” innescati da una risoluzione delle Nazioni Unite il cui mandato –proteggere i civili- è stato molto dilatato dai raid Nato, e pure dal presidente statunitense Barack Obama.

Le circostanze dell’eliminazione del colonnello che, per 42 anni, ha esercitato in Libia un potere assoluto sono tuttora incerte e confuse: probabilmente, la loro ricostruzione resterà, per anni, oggetto di indagini e rivelazioni, come sta già accadendo per l’eliminazione di bin Laden. Alcuni punti apparentemente fermi appaiono, però, simbolici: il rais è stato ucciso a Sirte, la città dov’era nato e la sua roccaforte; ed è stato scovato in una sorta di fogna, una condotta dell’acqua, dove aveva cercato un ultimo rifugio, lui che definiva “ratti” i ribelli. E’ morto in Libia, come aveva più volte detto di volere fare, ma non combattendo, bensì scappando e, all’ultimo, implorando una clemenza (“Non sparate”) che non gli è stata concessa.

La sua fine non è stata gloriosa: nulla di eroico, in quella morte. Ma nulla di eroico, neppure, nella festa rozza e barbara sul suo cadavere vilipeso da una folla in festa. Se ci indignarono negli Anni Novanta le immagini del soldato americano trascinato per le strade di Mogadiscio, dopo essere stato ucciso, così ci devono indignare pure queste.

Il regime del colonnello finisce nel sangue: che Gheddafi, almeno, possa esserne l’ultima vittima. Dopo 42 anni di dittatura, dal suo colpo di Stato e dopo otto mesi d’insurrezione e di conflitto, la Libia, ora, ha in qualche modo chiuso con il suo passato e può guardare al suo futuro: Il Paese deve restare unito, ma deve muoversi verso la riconciliazione e il rinnovamento democratico, dicono quasi all’unisono i commenti dal Mondo, nella consapevolezza che le incognite sul futuro sono molte e pesanti: la coalizione degli insorti è traversata da divisioni tribali, religiose, sociali, politiche.

Con Gheddafi dopo Mubarak e Ben Ali, la primavera araba spazza via le illusioni di immortalità dei vecchi dittatori. Ma non ha ancora sostituito ad essi certezze democratiche.

sabato 22 ottobre 2011

Libia: Gheddafi ucciso, più facile ammazzarlo che seppellirlo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 22/10/2011

Trovarlo, è stato difficile: ci sono voluti otto mesi d’insurrezione e combattimenti. Ammazzarlo è stato facile: roba di minuti, pochi. Seppellirlo è un bel problema. All’atto di ucciderlo, non c’era nessuno a intromettersi: fotografi e cameramen, sì, ma senza di loro la storia non si fa più. Adesso, invece, sotto gli occhi del Mondo, le cose bisogna farle come dio comanda (e che sia Allah non semplifica per nulla le cose).

Le circostanze della morte di Muammar Gheddafi sono già divenute un caso internazionale. Secondo il medico legale che ha esaminato il cadavere del colonnello dittatore, il decesso è sopravvenuto per un colpo d’arma da fuoco alla testa: un colpo da esecuzione, vien da pensare. Amnesty International, chiede un’indagine: se Gheddafi è stato ucciso a freddo, dopo la cattura, questo è “un crimine di guerra”, i cui responsabili andranno giudicati.

Il rais alla macchia sarebbe stato catturato vivo dai ribelli e sarebbe poi morto, non è chiaro se per le ferite già subite o perché colpito di nuovo. Il dottor Ibrahim Tika dice ad Al Arabiya: “Un proiettile è penetrato nell’intestino. Un altro è penetrato nella testa e ne è fuoriuscito”. Il dottor Tika ha pure esaminato la salma di Mutassim, il figlio di Gheddafi ucciso dopo il padre. Di un altro figlio, Saif al Islam, il Cnt annuncia la cattura: era l’ultimo di cui s’ignorava la sorte.

Il cadavere, custodito e fotografato a Misurata, costituisce, adesso, un impiccio: meno grosso, certo, di quanto sarebbe stato un Gheddafi prigioniero e ben vivo, perché di questa salma prima o poi ci si libererà. Ma si tratta, appunto, di decidere come e dove seppellirlo. Nell’attesa, il corpo è in una cella frigorifera di un vecchio mercato: lì l’ha visto un giornalista della Reuters, insieme al capo del Cnt Jibril, famiglie con bambini, una scolaresca delle medie.

Gli americani con Osama bin Laden l’avevano pensata bene: sepoltura in mare, dove nessuno mai potrà andare a ripescarne il corpo per farne oggetto di venerazione. Forzando la tradizione islamica, che vuole che la sepoltura avvenga nel giro di 24 ore, le autorità libiche tergiversano. Ali Tarhouni, ministro del petrolio, uno che non c’entra nulla, annuncia: “Lo terremo nel congelatore fin quando tutti sappiano che è morto”. Come se ci fosse ancora qualcuno, in Libia e altrove, che lo ignori.

Poi, l’indicazione viene corretta: la sepoltura avverrà entro oggi, forse è già avvenuta, ma se ignora se a Sirte, a Misurata o altrove. Abdul-Salam Eleiwa, comandante degli insorti a Misurata, assicura che i riti e i precetti dell’Islam saranno rispettati: il corpo sarà lavato e trattato con dignità. Contatti sarebbero in corso con la tribù di Gheddafi, l’unico soggetto legato al defunto che possa farsi carico delle esequie, in assenza di familiari, tutti o fuggiti o uccisi, di altri parenti o di vicini. Se gli anziani di Qaddafia non riconoscessero il rais morto come loro membro, saranno gli insorti a provvedere alla sepoltura: con il dittatore, saranno inumati gli armati che erano con lui e che sono stati uccisi nello scontro.

Nel tempo di un funerale, l’Alleanza atlantica liquida una guerra: il comandante supremo Nato, l’ammiraglio James Stavridis, chiede “la fine della missione” in Libia al Consiglio atlantico riunitosi al quartier generale di Bruxelles. L’ammiraglio lo anticipa sulla sua pagina di Facebook: ''24 ore straordinarie in Libia –scriveStavridis nel suo post - … raccomando al Consiglio Atlantico la fine di questa missione. E’ un buon giorno per la Nato. E un grande giorno per il popolo libico”.

Un giorno che Obama sceglie per dichiarare finita la guerra in Iraq: otto anni e mezzo là, otto mesi e basta qui in Libia. Solo i russi, sempre contrari all’intervento contro Gheddafi, fanno i guastafeste: il ministro degli esteri Serguei Lavrov nota che il convoglio del colonnello non minacciava nessuno, quando la Nato l’ha attaccato. Un’azione illegittima, dunque. E un crimine di guerra l’uccisione.

venerdì 21 ottobre 2011

Libia: Gheddafi ucciso, meglio nella tomba che alla sbarra

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 21/10/2011

Meglio nella tomba che alla sbarra: il filo rosso di un pensiero inconfessabile cuce fra di loro le dichiarazioni un po’ rituali che accompagnano la notizia dell’uccisione di Muammar Gheddafi, colonnello dittatore, prima nemico bandito, poi amico accettato di un Occidente distratto nella difesa, in Libia, dei diritti dell’uomo e dei valori della democrazia, perché petrolio e gas, lì, contavano di più. Fatta salva la pietas sempre concessa a una persona morta, c’è, in molti commenti, la convinzione che la fine della guerra è più vicina e il senso d’una sorta di ‘missione compiuta’, anche se nessuno, nemmeno l’Onu, aveva affidato all’Alleanza atlantica il compito di scovare e uccidere il leader libico.

Il sollievo nasce anche dalla considerazione che un Gheddafi vivo sarebbe stato ingombrante per i nuovi leader libici e per i suoi nemici delle ultime settimane, che furono suoi amici almeno negli ultimi dieci anni, dopo il suo sdoganamento dal’inferno dei protettori del terrorismo internazionale e la sua collocazione nel limbo di quelli con cui fai affari cercando, però, di averci poco a che fare. Naturalmente, con una gradualità d’atteggiamenti: dal distacco americano alle strette di mano francesi; dal baratto britannico del ‘boia di Lockerbie’ con un po’ di commesse fino al bacio dell’anello italico.

Ve lo immaginate un Gheddafi da custodire prigioniero prima e da chiamare alla sbarra poi, per rendere conto dei crimini suoi e del suo regime? Ci sarebbe stato da litigare fra i nuovi libici e i loro alleati: i primi volevano processarlo ‘in casa’; i secondi fare valere il mandato di cattura della Corte dell’Aja, spiccato per crimini contro l’umanità. Quali che fossero i giudici, libici o, a maggior ragione, internazionali, il Colonnello poteva denunciare la combutta con il suo regime di molti degli attuali capi ribelli, oppure chiamare a rendere conto della loro amicizia nei suoi confronti i leader che lo avevano sdoganato, Bush jr e Blair, o quelli che gli avevano lasciato piantare la sua tenda nei loro giardini, Berlusconi e Sarkozy, senza parlare di una miriade di signorotti africani e del Terzo Mondo. Germano Dottori, docente di studi strategici alla Luiss, dice in un tweet: “Un’esecuzione di Gheddafi sembra probabile e pure logica: un processo internazionale sarebbe stato troppo imbarazzante”.

Un’Italia di complici – E, invece, Berlusconi può ora cavarsela con un classico, ma sbrigativo e, soprattutto, fuori luogo, “Sic transit gloria mundi”, lui che di Gheddafi aveva fatto un grande amico, abbracci, genuflessioni e processioni di vergini ai corsi d’Islam del rais. Il latino vale al Cavaliere uno sberleffo di Famiglia Cristiana, “more solito”: “da uno che gli ha baciato l’anello non potevamo aspettarci che una glorificazione in morte”. Una battuta destinata a restare nell’antologia delle frasi celebri e infelici di Mr B, accanto a quella “non gli ho ancora telefonato per non disturbarlo” detta all’inizio dell’insurrezione. Fortuna che, come al solito, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ci mette dignità e misura, “s’è chiusa una pagina drammatica”.

Il ministro degli esteri Franco Frattini si tiene più sull’usato sicuro, “L’uscita di scena di Gheddafi –da apprezzare l’under statement tutto britannico, ndr- è una grande vittoria del popolo libico”; e sotto a ricordare il ruolo dell’Italia nel conflitto, così come fa il ministro della difesa Ignazio La Russa, che attribuisce al fu dittatore la colpa, anzi l’invenzione, “del risentimento libico per il colonialismo italiano”, con tutto il bene che gli abbiamo fatto a quella brava gente. Il leader leghista Bossi va al sodo: “adesso subito a casa i libici clandestini”. E l’eurodeputato Mario Borghezio incastona nella tiara delle banalità la perla di un “onore al templare di Allah”.

Se Gheddafi non c’è più, l’intreccio di affari tra Italia e Libia resta: il petrolio e il gas dell’Eni, che ha già provveduto da sé a metterseli al sicuro, le partecipazioni in Unicredit, Finmeccanica, Fiat, Juventus e molte altre società, i soldi depositati nelle nostre banche, le oltre cento aziende italiane che operano laggiù. Nessuno può dire che piega prenderà la nuova Libia; ma noi sappiamo per cento che ne saremo amici, anzi che ne vorremo essere i migliori amici.

Un Mondo di spettatori - Mentre la ricostruzione delle circostanze dell’uccisione di Gheddafi s’intreccia già con intuizioni e invenzioni – ne avremo per decenni, come per l’uccisione di Osama bin Laden-, sul web parte il dibattito sulla pubblicazione delle immagini della fine del dittatore: foto da voyeurs dell’orrore o documenti storici? E, intanto, le reazioni s’inanellano. Prima del presidente Obama, parla il segretario di Stato Clinton, che solo martedì era a Tripoli: “La fine di Gheddafi non significa, di per sé, la fine delle violenze”.

Il premier britannico Cameron dedica un pensiero alle vittime del dittatore; il presidente francese Sarkozy saluta “l’inizio di un nuovo periodo di democrazia e di libertà”; entrambi sono “orgogliosi” del ruolo giocato dal loro Paese nella vicenda libica. I leader dell’Ue e della Nato sono su lunghezze d’onda analoghe –e l’Alleanza valuta se e quando dichiarare conclusa la missione-. Il presidente russo Medvedev auspica, ora, “la pace”. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon chiede di “fermare i combattimenti” e dice che “non è tempo di vendetta, ma di riconciliazione”. Che gli alleati, e i libici, lo ascoltino.

giovedì 20 ottobre 2011

SPIGOLI: Lavitola sull'uscio, tra guaiti, latrati e ringhii

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 20/10/2011

Per fortuna che ci sono i cani, che, a dichiararci sopra, si rischia poco, o nulla. Cosi' il ministro degli esteri Franco Frattini, su carta intestata della Farnesina, esprime ‘expressis verbis’ “apprezzamento per l’approvazione della dichiarazione scritta del Parlanmento europeo sulla protezione e gestione dei cani nell’Ue”: ecco come fare sentire la propria voce in Europa, questo mica e' un guaito, è un latrato, che il ministro lancia “certo di farsi interprete del sentimento degli italiani”. Certo, uno puo' pensare che meglio sarebbe se il ministro, di tale sentimento, si facesse interprete su altri fronti, ad esempio quello dei faccendieri. E, invece, li' Frattini ‘the messenger’ colleziona, nelle ultime 48 ore, una serie di scivolini: una frana, vien da dire. Su Canale 5, nella Telefonata con Maurizio Belpietro, che li' si gioca in casa, afferma che l'inquisito e pure ricercato Lavitola “mai ha partecipato a incontri istituzionali”. Il ministro si riferisce a intercettazioni e immagini che collocano l'ormai Valterino nazionale alla Farnesina durante una visita del collega albanese Ilir Meta. Frattini rivendica a merito di non averlo fatto partecipare all'incontro nel suo studio , come pure Lavitola avrebbe voluto, ma di averlo tenuto in anticamera, grazie anche alla fermezza di una segretaria, per presentarlo a Meta a colloquio ufficiale concluso. Poi, ai giornalisti che l’incalzano su una vicenda appesa al sottile confine tra lo studio e l’anticamera, il ministro aggiunge: “All’epoca, nessuno si immaginava o sapeva minimamente chi fosse Lavitola per quanto riguarda affari illeciti e indagini”. Ed è pur vero che il buon Franco aveva modelli fuorvianti davanti a sé: il Cavaliere Premier, ad esempio, gli telefona, lo frequenta e se lo porta appresso fino a Panama. Infine, salta di nuovo fuori la carta intestata della Farnesina: poche tighe icastiche, più di quelle sui cani, "mai a incontri istituzionali sono stati presenti estranei alle delegazioni ufficiali". E la foto dove Valterino fa capolino non è stata scattata nello studio del ministro, me nella Sala Riunioni, dove ci sono le bandiere. Diamo per buono che tutto quello che Frattini e la Farnesina dicono sia vero, anche se Bocchino accusa il ministro di mentire e Briguglio, Donadi, Nencini e altri gli chiedono di dimettersi (come Liam Fox, il responsabile della difesa britannico fattosi da parte per un’amicizia impropria). Ma le parole stesse del ministro e del Ministero sono ingombranti e inquietanti: fosse pure l'anticamera, ma che ci faceva li' uno come Lavitola, di cui, per tua stessa ammissione, non sai nulla? Da tutta questa storia, ne esce bene solo la segretaria: un cerbero che ringhia, altro che latrare.

mercoledì 19 ottobre 2011

SPIGOLI: Libia, Hillary a Tripoli da Malta, Frattini respira

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 19/10/2011

Hillary Clinton porta a Tripoli il sostegno dell’Amministrazione Obama al governo dei ribelli che sono riusciti a rovesciare il regime di Muammar Gheddafi: le agenzie internazionali parlano di una visita a sorpresa, anche se il progetto era stato già svelato la settimana scorsa. Ma, invece di arrivarci da Napoli, la Clinton, alla fine, sbarca a Tripoli da Malta: due piccioni con una fava, evita all’Italia l’umiliazione d’un transito senza salamelecchi del premier e dell’omologo; e riporta l’isola del Mediterraneo ai fasti del Vertice delle Navi, nel 1989, quando George Bush, quello vero, il padre, e Mikhail Gorbaciov s’incontrarono su unità alla fonda di fronte all’isola. Ai nuovi leader libici, ancora alla caccia del colonnello dittatore, che si cela nel deserto come uno scorpione, il segretario di Stato assicura protezione militare americana e alleata fino alla cattura di Gheddafi e fin quando lui e i suoi accoliti “costituiranno una minaccia” -è giorno di battaglia alla Sirte-. E, per fare buon peso, Hillary porta in dono un po’ di aiuti e di programmi d’assistenza e di cooperazione. Ma senza fretta: in Libia, Washington lascia che a fare le corse siano Parigi, Londra e Roma. Per non restare indietro, Frattini incontra le Pmi italiane attive in Libia e assicura che le autorità di Tripoli hanno confermato tutti i contratti preesistenti.