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lunedì 16 marzo 2015

Usa 2016: Jeb Bush usò mail privata da governatore Florida

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu il 16/03/2015

2015/03/16 – Chi di mail ferisce di mail perisce: l’eco delle polemiche per l’uso della mail privata da parte di Hillary Rodham Clinton, quand’era segretario di Stato Usa, tra il 2009 e il 2013, s’è appena attenuata ed ecco saltare fuori un ‘mail gate’ anche per Jeb Bush, al momento il battistrada fra i potenziali pretendenti alla nomination repubblicana. L’ex governatore della Florida, figlio e fratello del 41° e del 43° presidente degli Stati Uniti, usò la sua posta elettronica personale, quand’era in carica, per discutere argomenti relativi alla sicurezza statale. Lo rivela il Washington Post, il giornale che aveva già inguaiato Hillary per una storia di finanziamenti dall’Algeria alla sua Fondazione in violazione di un patto stretto con il presidente Obama –niente fondi da Stati esteri fin quando era segretario di Stato-. Invece, il ‘mail gate’ dell’ex first lady ed ex senatore dello Stato di New York era stato sollevato dal New York Times. La bufera su Hillary per avere usato la posta privata per mail ufficiali non s’è placata, nonostante lei abbia ammesso il suo errore e autorizzato la pubblicazione di tutte le sue comunicazioni. Sul suo account privato (jeb@jeb.org) Jeb Bush ha discusso dell'impiego della Guardia nazionale della Florida dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001. Alcuni collaboratori dell’ex governatore minimizzano l'accaduto, sostenendo che nessun messaggio conteneva dati sensibili o informazioni riservate, anche se gli esperti di sicurezza spiegano che le mail private sono più vulnerabili agli attacchi degli hacker. Lo stesso Bush aveva reso pubblici centinaia di migliaia di sue mail, in un’operazione trasparenza, in vista della sua probabile candidatura. (AGI – gp)

domenica 15 marzo 2015

Usa 2016: Hillary seleziona staff, mette a Brooklyn quartier generale

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu il 15/03/2015 

2015/03/15 – Sarà a Brooklyn il quartier generale della campagna elettorale di Hillary Clinton. Secondo la Cnn, l'ex segretario di Stato sta per firmare il contratto di affitto dei locali, nell’attesa dell’annunciare la candidatura –questione di settimane-. Gli uffici saranno nel complesso MetroTech: una scelta legata alla capacità di Brooklyn di attirare talenti e alla vivacità del quartiere. La Clinton sta, inoltre, completando lo staff che dovrà sostenerla nella corsa verso la nomination: l'ex first lady –riferisce la stampa americana- sta svolgendo personalmente i colloqui di selezione nella sua abitazione di Chappaqua ed è concentrata sulla scelta degli addetti alla comunicazione e del team che dovrà gestire i social network. Hillary spera d’essersi messa alle spalle, per ora almeno, la polemica sulle mail di quand’era segretario di Stato, scritte utilizzano il suo account personale e non quello ufficiale. La vicenda non è però archiviata:  l'Associated Press ha avviato un'azione legale contro il Dipartimento di Stato per ottenere la pubblicazione di documenti ed email della Clinton quand’era a capo della diplomazia Usa. In una conferenza stampa super-affollata, l'ex first lady ha ammesso che avrebbe fatto meglio a utilizzare il server governativo, ma ha spiegato d’avere usato il proprio "solo per comodità" e ha affermato di non avere mai messo a repentaglio messaggi riservati. (dispacci d’agenzie – gp)

sabato 14 marzo 2015

Usa 2016: Obama scherza su tweet velenosi e mail Hillary

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu il 14/03/2015

2015/03/14 - Battute scherzose sullo scandalo delle mail che coinvolge Hillary Clinton e manciate d’autoironia: dai suoi capelli divenuti grigi dopo l’arrivo alla Casa Bianca alla passione per il golf, che gli è costata molte critiche. Non s’è sottratto a nessuna domanda il presidente Barack Obama, ospite del 'Jimmy Kimmel Live' dell'emittente Abc. Caratteristica del programma, la consuetudine che gli ospiti leggano tweet velenosi che li riguardano. Così è stato anche per il presidente Obama: "I capelli di Obama sembrano più grigi in questi giorni. Non capisco perché, visto che non sembra per nulla preoccupato di tutto quello che sta succedendo", scrive un utente; e un altro chiede se "c'è modo di spedire il presidente su qualche campo di golf dall'altra parte del mondo e lasciarcelo". Obama è stato al gioco, rilevando, nell'intervista con Kimmel, che i tweet "non erano poi così cattivi: dovreste vedere quello che il Senato –controllato dai repubblicani, ndr- dice di me...". Battute anche sulle illazioni, ormai stantie, sul fatto che sarebbe nato in Kenya, e non alle Hawaii, nonostante il certificato di nascita diffuso tempo fa dalla Casa Bianca. Alla domanda di Kimmel se sapesse guidare, Obama ha risposto: "No, o meglio, posso ma...". Il presentatore lo incalza: "E' perché non ha il certificato di nascita?". "In Kenya guidiamo dall'altra parte della strada", replica il presidente. Non solo frivolezze, però. Tra i temi affrontati, pure la sparatoria a Ferguson, Missouri, durante proteste razziali, nella quale mercoledì notte due poliziotti sono rimasti feriti. "Quello che è successo a Ferguson meritava una protesta, ma non ci sono scuse per gli atti criminali", osserva Obama, esortando affinché "le persone di buona volontà di entrambe le parti, le forze dell'ordine che fanno un durissimo lavoro e le persone che non vogliono essere fermate e maltrattate a causa della loro razza possano lavorare insieme per provare a venirne fuori con buone risposte". (agi-gp)

venerdì 13 marzo 2015

Usa: razzismo; Ferguson, il ritorno delle Pantere Nere

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 13/03/2015

Spari contro la polizia a Ferguson, il sobborgo di St.Louis nel Missouri epicentro, dall'estate scorsa, delle tensioni razziali negli Stati Uniti: due agenti vengono feriti, uno al volto, l’altro alla spalla; non sono gravi. Accade durante una manifestazione anti-razzista: quasi una festa dopo le dimissioni del capo della polizia locale, sollecitate da tempo dagli attivisti per i diritti civili.

L’episodio riaccende la febbre razziale in tutta l’Unione, di nuovo alta dalla scorsa settimana. Quegli spari non sono l’eco della protesta non violenta del movimento di Martin Luther King, di cui sabato scorso il presidente Obama ha celebrato il 50° anniversario della marcia di Selma, ma piuttosto della lotta dura delle Pantere Nere, storica organizzazione rivoluzionaria afro-americana.

Dalla Casa Bianca, Obama interviene: "La violenza contro la polizia è inaccettabile”, afferma, condannando il ferimento dei due agenti. "Le nostre preghiere vanno a loro. La via per la giustizia è una, dobbiamo percorrerla tutti insieme", scrive in un messaggio sull'account Twitter ufficiale.

A Ferguson, la situazione non s’è mai completamente normalizzata, dopo l’uccisione, il 9 agosto, d’un ragazzo nero di 18 anni, Michael Brown, disarmato, a opera di un poliziotto, Darren Wilson.

La scorsa settimana, la pubblicazione di un rapporto del Dipartimento di Giustizia federale aveva rinfocolato asti e polemiche: l’agente che sparò resta non perseguibile, ma la polizia del sobborgo viene aspramente criticata, per le discriminazioni e le vessazioni compiute contro cittadini afro-americani, per le strade, in commissariato, in tribunale.

Il rapporto innesca le dimissioni del sindaco John Shaw, in carica dal 2007, del giudice municipale Ronald J. Brockmeyer e, infine, del capo della polizia Thomas Jackson, bersaglio delle critiche più dure.

La manifestazione di mercoledì notte, cui partecipavano decine di persone, era cominciata pacifica. Poi, c'è stato qualche disordine e una ventina di poliziotti in tenuta antisommossa sono intervenuti e hanno fermato due persone. Intorno a mezzanotte, quando molti manifestanti se ne erano già andati, si sono sentiti dei colpi d'arma da fuoco, non è chiaro quanti.

Gli agenti feriti non prestavano servizio a Ferguson: quello colpito al volto, 32 anni, è di stanza altrove nella contea; quello ferito alla spalla, 41 anni, è della polizia della contea. Le ferite, inizialmente definite "molto gravi", si sono rivelate leggere: entrambi sono sempre rimasti vigili e, dopo qualche ora, sono stati dimessi.

Contrastanti le prime versioni di quanto accaduto, di cui esiste pure un video amatoriale, che non fa però luce sulla dinamica. Jon Belmar, nuovo capo della polizia, parla di un agguato e dice che chi ha sparato era fra i protestatari. DeRay McKesson, uno degli organizzatori della manifestazione, che era sul posto sostiene, invece, che "chi ha sparato non era tra noi, era in cima alla collina”. Ci sono stati dei fermi, degli interrogatori, ma nessuna incriminazione.

Le manifestazioni davanti al commissariato di South Florissant Road sono ormai divenute routine. Il rapporto federale nota che, negli ultimi due anni, a Ferguson, i cittadini neri, che sono il 67% della popolazione, sono stati oggetto dell'85% dei controlli di traffico, del 93% degli arresti e dell'88% dei casi in cui la polizia ha usato la forza.

Ma il problema non è solo Ferguson. La scorsa settimana, subito prima delle celebrazioni di Selma, a Madison in Wisconsin un poliziotto uccideva un ragazzo nero di 19 anni, sospettato d’aggressione, ma non armato. E nelle stesse ore un altro nero era freddato da un agente ad Aurora, un sobborgo di Denver in Colorado: la vittima aveva 37 anni, era ricercato, ma era disarmato.

Episodi la cui frequenza nel tempo e distribuzione sul territorio dell’Unione dimostrano che l’America deve ancora fare i conti con il razzismo, anche se ha eletto un nero presidente. Anzi, Obama, che vinse le elezioni nel 2008 dichiarando l'obiettivo di unire il Paese, è in realtà percepito come il presidente più divisivo degli ultimi 60 anni. Le sue scelte, e forse la sua stessa presenza, hanno polarizzato l’opinione pubblica: progressisti contro conservatori, sostenitori di una nuova frontiera dei diritti civili contro razzisti e bigotti.

giovedì 12 marzo 2015

Grecia/Ue: attento!, Tsipras, che vai a sbattere sulle compensazioni

Scritto per EurActiv.il il 12/03/2015 e per Metro del 13/03/2015

Attenta!, Grecia. Attento!, Tsipras. Avanti così, andate a sbattere: contro la Germania, ma pure contro tutta l’Unione. Che già finora, a fare un po’ la voce grossa e un po’ orecchie da mercanti, non avete ottenuto nulla, se non una risibile, sul piano concreto, variazione del vocabolario europeo: l’abolizione della parola ‘troika’ sostituita dalle ‘istituzioni competenti’, oppure – ultima versione - dal ‘gruppo di Bruxelles’, composto -guarda caso!- da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, cioè la ‘banda dei tre’ della ‘troika’.

La ricorrente evocazione/rivendicazione da parte del premier greco delle riparazioni di guerra dovute dalla Germania alla Grecia avvelena la trattative tra Atene e i suoi creditori, riprese mercoledì. A inizio settimana, l’Eurogruppo aveva ammonito ‘Basta fare melina e perdere tempo’, due settimane dopo il faticoso compromesso con cui i Paesi dell’Eurozona concedevano alla Grecia un’estensione di quattro mesi del programma di aiuti in atto, in cambio di riforme concrete che, finora, però, il governo Tsipras -sinistra radicale e nazionalisti- non ha presentato.

L’obiettivo, a parole condiviso, è concludere il programma di aggiustamento economico in atto ed erogare nuovi aiuti. L'intesa dev’essere trovata presto, per sbloccare il pagamento entro fine aprile di 7,2 miliardi così da riuscire a fare fronte alle prossime scadenze. E il ministro dell’Economia Varoufakis assicura: “Per ora, abbiamo solo fatto qualche esempio. Adesso, negoziamo sul serio”.

Condiscendenti a Bruxelles, Tsipras e i suoi ministri rivoltano la frittata ad Atene, dove la gente che li ha votati rimprovera loro di non ottenere nulla. Così, martedì il premier era tornato a chiedere riparazioni di guerra alla Germania; e mercoledì il ministro della Giustizia Paraskevopoulos s’è detto pronto a firmare un decreto che permetterebbe l’esproprio di proprietà tedesche in Grecia.


La mossa giusta per incoraggiare investimenti tedeschi e ammorbidire le diffidenze della Germania verso la Grecia. Senza contare che le orecchie potrebbero fischiare pure all’Italia, che partecipò, anzi lanciò l’invasione della Grecia nella Seconda Guerra Mondiale. A Berlino, la Cancelleria fa notare che “la questione dei danni di guerra è stata politicamente e legalmente risolta tempo fa”, roba vecchia di ben oltre mezzo secolo. Ma la stampa tedesca è molto meno distaccata: Tsipras è più bravo a farsi nemici che amici.

mercoledì 11 marzo 2015

Usa 2016: dopo Israele l’Iran, lo scontro è (anche) in politica estera

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu l'11/03/2015 

2015/03/12 - Dopo l’invito del Congresso al premier israeliano Benjamin Netanyahu, ora la lettera al regime di Teheran di 47 senatori repubblicani –solo una manciata non l’hanno firmata-. L’opposizione conservatrice all’Amministrazione democratica del presidente Obama ha ormai ‘esportato’ la campagna elettorale in politica estera: una scelta che contrasta con il carattere tradizionalmente bypartisan delle posizioni internazionali degli Stati Uniti e fa infuriare, e contestualmente imbarazza, la Casa Bianca. Che denuncia le iniziative nella forma e nella sostanza. L’invito del Congresso a Netanyahu, che la scorsa settimana non venne ricevuto da Obama e neppure vide il vice Biden, in missione all’estero, era stata giudicata un inopportuno assist repubblicano alla campagna del leader del Likud nell’imminenza del voto in Israele –martedì 17- e un siluro contro la conclusione dei negoziati con l’Iran sul nucleare. La lettera che mette in guardia Teheran sul fatto che l’Amministrazione non avrebbe il potere di concludere accordi internazionali viene contestata con tanto di dettami costituzionali e precedenti storici, il più importante dei quali è repubblicano: l’apertura di Nixon alla Cina. Ma è ormai chiaro che il clima di confronto e la partita dei veti che s’è aperta sulla politica interna contagiano la politica estera: pesano le presidenziali 2016, dove i repubblicani non hanno –ancora?- un candidato forte e credibile, mentre i democratici sembrano relativamente compatti dietro Hillary Clinton, uscita per ora indenne dalle trappole tesele, più dai suoi che dagli avversari per, per azzopparla, aspettano l’ultimo miglio della campagna vera e propria. (gp)

martedì 10 marzo 2015

Usa 2016: Sondaggi; WSJ/Nbc, Hillary dribbla scandali, più "nuova" di Jeb

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu il 10/03/2015

2015/03/10 - L’immarcescibile Hillary, da sempre esposta alle intemperie della politica Usa, appare all'opinione pubblica statunitense più “nuova” di Jeb, rimasto in naftalina quasi dieci anni: lo indica un sondaggio di Wall Street Journal e Nbc, in vista delle presidenziali 2016. E Hillay Rodham Clinton esce alla grande, almeno per ora, dagli scandaletti delle ultime settimane, finanziamenti ‘proibiti’ e mail personali, mentre Jeb Bush non riesce a separare la propria immagine da quella del fratello, deleterio 43° presidente dell’Unione. L'ex first lady, ex senatore dello Stato di New York ed ex segretario di Stato di Barack Obama, che l'aveva sconfitta nelle primarie 2008, raccoglie il consenso del 44% degli intervistati per la nomination democratica alla Casa Bianca. Jeb Bush, figlio e fratello di presidenti ed ex governatore della Florida, è gradito al 23% degli intervistati per la nomination repubblicana. Il 60% del campione vede Jeb come un ritorno alle politiche del passato, il 51% giudica Hillary allo stesso modo. Solo il 27% ritiene Jeb portatore di nuove idee e di una visione del futuro originale, mentre il 44% attribuisce a Hillary queste peculiarità. Tra gli elettori repubblicani, il candidato preferito sarebbe Marco Rubio, senatore della Florida, conservatore, con il 53% dei consensi, seguito da Scott Walker, governatore del Wisconsin, in ascesa, al 53%, da Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, al 52% e da Jeb Bush al 49% -con un 42% contro-, pari merito con Rand Paul, ‘libertario’, senatore del Kentucky. Il senatore texano vicino al Tea Party Ted Cruz è al 40%. Fra gli elettori democratici, ben l’86% è pronto ad appoggiare Hillary, che proprio oggi ha rotto il silenzio sulla vicenda delle mail inviate dal suo account personale quando era segretario di Stato e di cui aveva già sollecitato la pubblicazione con un tweet. (dispacci d’agenzia – gp)