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lunedì 21 marzo 2016

Usa 2016: Trump fa polemiche con tutti, Obama e le giornaliste

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 21/03/2016

E’ di nuovo vigilia di voto per le primarie di Usa 2016: domani, democratici e repubblicani vanno alle urne in Arizona e Utah (i democratici hanno pure assemblee nell’Idaho, dove i repubblicani l’hanno già fatto). Ci sono, inoltre, consultazioni repubblicane in alcuni Territori, le Isole Vergini e Samoa.

Ma l’attezione dell’America è concentrata, in queste ore, sulla visita a Cuba del presidente Obama, la prima dagli Anni Venti. Il battistrada repubblicano Donald Trump è saltato su questo carro, non lasciandone l’esclusiva al suo rivale Ted Cruz di origine cubana, e ha twittato: “Wow, il presidente Obama è appena atterrato a Cuba, gran cosa, e Raul Castro non era lì a salutarlo. Ha salutato il Papa e altri. Mancanza di rispetto”.

La Casa Bianca ha prontamente replicato di non sentirsi affatto “offesa” dall’assenza del presidente Castro all’aeroporto: “La sua presenza non era prevista né lo era mai stata”, ha spiegato, in quanto l’evento di benvenuto ufficiale al presidente Obama è una cerimonia in programma oggi.

Ad accogliere Obama in aeroporto, c’erano, fra gli altri, il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez e l’ambasciatore cubano in Usa José Cabanas. Il mese scorso, Castro aveva accolto, all’aeroporto, Papa Francesco e il patriarca ortodosso russo Kirill, che avevano scelto l’isola per il loro storico incontro.

Trump e le giornaliste: rissa continua - La furia polemica di Trump innesca un nuovo scontro: Fox News, la rete all news di tendenza conservatrice, risponde all’ennesimo tweet dello showman contro Megyn Kelly, popolare conduttrice da lui accusata di pregiudizi e faziosità.

Trump invita a boicottare la trasmissione della giornalista sostenendo che è ''malata ed è la persona più sopravvalutata in tv''. Immediata la replica della rete: ''Gli attacchi al vetriolo di Donald Trump contro Megyn Kelly, e la sua ossessione estrema, patologica, per lei, sono al di sotto della dignità d’un candidato alla presidenza che aspira al più alto ufficio del Paese''. ''Megyn – sottolinea la Fox - è una giornalista esemplare e una delle presentatrici di primo piano in America. Noi siamo estremamente fieri del suo fenomenale lavoro e continuiamo a sostenerla a pieno davanti alla raffica di aggressioni verbali rozze e sessiste di Trump''.

La fermezza della Fox cozza con l’atteggiamento condiscendente verso Trump del Breitbart News, un sito conservatore, da cui, una settimana fa circa, si sono dimessi una reporter, Michelle Fields, e il noto editorialista Ben Shapiro, dopo che la giovane giornalista, 28 anni, era stata strattonata e allontanata bruscamente mentre cercava di fare una domanda al magnate dopo una conferenza stampa in Florida.

La difesa della Fields da parte del sito era stata molto blanda, nonostante l’episodio sia stato confermato da testimoni e un livido sul braccio della cronista. “Sono più preoccupati di preservarsi l’accesso a Trump che di difendere la verità”, ha commentato la Fields, annunciando le dimissioni. Shapiro, a sua volta, s’è detto disgustato dal comportamento del sito nell’episodio. (fonti vv – gp)

domenica 20 marzo 2016

Usa 2016: Renzi/Berlusconi, briciole d'Italia nella campagna Clinton/Trump

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 20/03/2016

Briciole d’Italia nella campagna per Usa 2016: le hanno disseminate, nell’ultima settimana, sia Hillary Clinton, citando Matteo Renzi, sia i media più autorevoli, con paragoni tra Silvio Berlusconi e lo stesso Trump. Ed è stato tutto più notato e commentato in Italia che in America.

Il NYT tracciava un parallelo tra i due magnati in politica (l’immobiliare li accomuna, l’istrionismo li unisce) e invitava gli elettori americani a studiarsi “la lezione italiana”, mentre il WSJ ammoniva che la vicenda di Berlusconi costituisce un precedente di cui tenere conto prima di votare Trump.

Hillary, invece, ha esplicitamente citato solo Renzi tra i leader mondiali a suo dire preoccupati dall’ascesa di Trump. E Renzi ha apprezzato le considerazioni dell’ex first lady: "Il populismo s’afferma in Europa, ma non solo: se si guarda alle elezioni negli Usa in questo periodo, penso che il problema non sia solo europeo", ha detto il premier parlando al World Model United Nations.

Renzi commentava quanto detto dalla Clinton al forum elettorale alla Ohio State University, insieme a Bernie Sanders, il 13 marzo: “Ci sono leader stranieri che mi hanno chiesto se possono manifestare il loro sostegno per me pur di fermare Donald Trump". L'ex segretario di Stato non aveva fatto i nomi dei leader che sostengono la sua corsa per la Casa Bianca, tranne proprio quello del premier italiano, che – aveva spiegato – “le ha pubblicamente manifestato appoggio”. (gp)

Usa 2016: Trump, corsa a ostacoli; Hillary, corsa in discesa

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 20/03/2016

Per Hillary Clinton e per Donald Trump, è stata una settimana dalle valenze diverse: entrambi sono usciti vincitori dalle primarie cruciali di martedì 15, ma mentre Hillary s’è sensibilmente avvicinata alla nomination Trump incontra nuovi ostacoli sulla sua strada, dopo gli episodi di violenza che stanno segnando l’ultima fase della sua campagna. La battistrada democratica interpreta il momento dicendo che “ho dalla mia i numeri e il focus è contro Trump”.

Anche ieri ci sono stati tafferugli, nello Utah, a un comizio del magnate dell’immobiliare, che se l’è presa con Mitt Romney, il candidato repubblicano 2012, ora suo antagonista, mettendone in dubbio l’appartenenza alla chiesa mormone.

Molti leader del suo stesso partito, sempre alla ricerca di un’alternativa moderata e credibile, e pure di nuovo lo speaker della Camera Paul Ryan, criticano i toni della campagna di Trump e lo invitano a condannare le violenze. E c’è chi pensa di metterlo sotto inchiesta per istigazione alla rissa.

Anonymous gli dichiara una “guerra totale”, il cantante Graham Nash lo definisce “una barzelletta”, ma aggiunge che “è pericoloso”. E figure di spicco del pensiero liberal incoraggiano le proteste contro lo showman, purché non violente: di fronte alla Trump Tower a New York, manifestanti dicono no ai muri e sì alle buone maniere.

E ci sono pure episodi inquietanti: Eric Trump, figlio di Donald, riceve una lettera con una polvere bianca, rivelatasi poi innocua. L’allarme, il secondo in pochi giorni, evoca l’incubo delle lettere all’antrace, mortali, del 2001 – una prima busta era giunta a inizio settimana al ‘quartier generale’ di Marco Rubio a Washington -.

Il presidente Obama, che s’è già fatto sentire a più riprese, invita a cessare “la retorica volgare e violenta”, oltre che populista. La Clinton afferma che Trump “incoraggia la violenza e il caos”; Bernie Sanders lo definisce “un bugiardo patologico”.

Conservatori autorevoli e moderati anti-Trump lanciano l’idea di un ‘ticket di unità’. Ma Romney, che è un ‘papabile’, si tiene fuori e fa sapere, un po’ a sorpresa, che alle primarie nello Utah voterà per il senatore del Texas Ted Cruz, quando si sarebbe atteso un endorsement al governatore dell’Ohio John Kasic, che il WSJ giudica il candidato migliore, fra i tre superstiti, per la gestione dell’economia. Ryan, candidato vice 2012, continua a chiamarsi fuori.

Non giova a Trump il fuoco di sbarramento di alcuni interlocutori internazionali degli Stati Uniti, che l’ex first lady definisce “preoccupati” dalla prospettiva del magnate dell’immobiliare presidente. Se la tv di stati russa pare simpatizzare per lui, che ha toni talora ‘putiniani’, il Cremlino ne critica lo spot che “demonizza la Russia”. Per la Cina, l’ascesa di Trump è “una lezione alle democrazie”: come dire, guardate che cosa succede a scegliere i leader con quel sistema. E The Economist, che è uso emettere giudizi, mette una vittoria dello showman nell’Election Day fra i ‘rischi globali’, accanto al sedicente Stato islamico e al Brexit.

A fronte di tutto questo trambusto repubblicano, la campagna democratica scorre liscia come l’olio, nonostante le polemiche per un abbraccio tra Hillary e l’ex presidente George W. Bush ai funerali di Nancy Reagan o per il sostegno all’ex first lady di un capo locale del Ku Klux Klan; e, ancora, per la decisione di Sanders, ebreo, di non andare alla riunione dell’Aipac, potente lobby ebraica.

Il presidente Obama avrebbe detto ai finanziatori democratici che la corsa di Sanders s’avvia ormai alla fine e s’appresta a cercare di unire il partito, per la verità già abbastanza compatto, dietro la Clinton. (fonti vv - gp)

sabato 19 marzo 2016

Terrorismo: Bruxelles, capitale dell'Ue e dell'Is tra migranti e terrore

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 19/03/2016

Bruxelles, capitale dell’Europa; e Bruxelles, Raqqa dell’Europa, capitale del Califfo: nel cuore d’una città spesso dipinta come noiosa e sonnolenta, grigia e uggiosa di pioggia e di routine, esplodono e s’intrecciano e si sovrappongono l’una all’altra, lo stesso giorno, tutte le crisi e le paure di un’Unione incerta e divisa, soprattutto l’immigrazione e il terrorismo. Sembra la sceneggiatura d’un film, non certo dei fratelli Dardenne; invece, è uno stralcio di realtà di questo XXI Secolo, che sciorina l’orrore in diretta, dall’attacco all’America dell’11 Settembre 2001 alle stragi di Parigi del 13 novembre 2015.

Bruxelles è una città piccola – un milione di abitanti appena -, divisa in Comuni che sono ciascuno un quartiere di Roma. Eppure, dal Quartiere europeo, intorno al Rond Point Schuman, dove si leva il Justus Lipsius, il palazzo un po’ rigido e molto tetro del Vertice europeo, a Est del centro storico, a Molenbeek, a Ovest, sembra esserci, nelle cronache di questa giornata, la distanza di due mondi. E il sussulto decisivo nella caccia alla ‘primula rossa del Bataclan’, Salah Abdeslam, parte da Forest, a Sud del centro, dove si sono aree residenziali e che tutti i bruxellesi conoscono perché lì c’è l’arena coperta da 8000 posti che ospita i grandi spettacoli.

Per una quindicina d’anni, Molenbeek era quasi stato cancellato dalla mappa bruxellese: da quando, cioè, l’Rwdm, la squadra di calcio locale, capace di vincere un titolo negli Anni Settanta e di essere protagonista nelle coppe europee – chiedere ai tifosi del Torino, se se la sono dimenticata -, era fallita e retrocessa per disavventure finanziarie. Generazioni di bruxellesi sono cresciute senza esserci mai state, come generazioni di romani ignorano le borgate: e così, quel quartiere originariamente modesto ma dignitoso, operaio e fiammingo, è diventato un coagulo d’immigrazioni marginali e un incubatoio d’illegalità prima e di fondamentalismo poi.

Al punto che, evidentemente, Salah ha potuto nascondervisi per mesi, godendo di coperture e complicità, di silenzi e connivenze. E forse anche – ma questa è un’altra storia – dell’inadeguatezza delle forze dell’ordine belghe, a disagio di fronte a grande criminalità ed a terrorismo internazionale con cui finora avevano ben poco a che fare.

Eppure, in questo fazzoletto di territorio europeo, in mezzo pomeriggio, i leader dei 28 e la Turchia trovano un’intesa sulla gestione dei siriani in fuga dalla guerra e il più ricercato dei terroristi viene scovato, ferito, catturato. L’una cosa avviene indipendentemente dall’altra: se al Justus Lipsius tutti sanno quello che sta avvenendo a Molenbeek, forse Salah non ha nessuna idea del negoziato in atto nel Quartiere europeo.

Eppure le due vicende si concatenano l’una all’altra: il terrore integralista, con la guerra civile siriana, innesca l’esodo dei rifugiati; e l’esodo alimenta nell’Unione la paura del terrorismo, nonostante a colpire nel nome del Califfo siano, ovunque, non immigrati, ma gente che crediamo integrata, spesso belgi –o francesi- di nascita, scuole, frequentazioni. 

La sera di Bruxelles si riempie del suono delle sirene: le scorte dei leader che lasciano il Rond Point s’incrociano con le pattuglie che rientrano da Molenbeek. Chi l’ha detto che a Bruxelles non accade mai nulla? Oggi, un terrorista è stato arrestato e un accordo sull’immigrazione è stato fatto; e Forest National sta per riempirsi di nuovo di brava gente, perché è in arrivo Mariah Carey con il suo Tour.

Migranti: Ue; Vertice, accordo con Turchia, soldi, rimpatri e adesione agevolata

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 19/03/2016

Il D-Day della crisi dei migranti tra Europa e Turchia è domani, domenica 20 marzo: l’accordo, lungamente negoziato tra i leader dei 28 e il premier turco Ahmet Davutoglu, entrerà, infatti, in vigore subito. Per una volta, l’eurocrazia ha uno scatto d’efficienza: il responsabile delle operazioni è già sul posto; e le procedure da seguire sono già state definite.

L’intesa prevede che tutti i nuovi migranti irregolari, che cioè non hanno titolo per ottenere l’asilo, giunti nelle isole greche dal territorio turco siano riportati in Turchia, a spese dell’Ue. E l’Ue s‘impegna ad accogliere, per ogni irregolare ricondotto al luogo di partenza, un rifugiato siriano nei campi turchi con le carte in regola per l’asilo.

Salutato con favore – e con sollievo - dai leader europei e dal governo turco, l’accordo viene invece criticato dalle organizzazioni umanitarie, che parlano un “un giorno nero” per l’Europa e l’umanità. Il giudizio del premier Renzi è cauto: “vale lo schema di San Tommaso”, cioè vediamo se funziona.

L’uomo che deve garantire che tutto funzioni è Maarten Verwey, un olandese, già direttore generale del servizio di sostegno per le riforme strutturali della Commissione europea, ora coordinatore Ue per l'attuazione dell'accordo con Turchia. La nomina è stata annunciata dal presidente dell'Esecutivo di Bruxelles Jean-Claude Juncker, dopo la fine del Vertice di ieri e oggi. Ma tutto era stato predisposto per tempo: Verwey è già in Grecia a gestire la crisi dei rifugiati; e ora dovrà "organizzare il lavoro” di 4.000 persone circa che saranno fornite dalla Grecia e dagli altri Stati Ue, dall'Ufficio per l'asilo e da Frontex, l'agenzia per il controllo delle frontiere esterne".

L'intesa è stata perfezionata in due giorni di negoziati in formati diversi, dopo il Vertice del 7 marzo che aveva arato il terreno per l’accordo: ieri, un consulto fra i 28; oggi, il confronto a due riprese con la Turchia.

Il pacchetto prevede che la Commissione e il governo di Ankara definiscano, la prossima settimana, una lista di progetti da finanziare col fondo da tre miliardi d’euro garantito dall’Unione alla Turchia fin dall’autunno scorso; fondo che, una volta esaurito, sarà rifinanziato, a partire dal 2018, con altri tre miliardi di euro. La somma stanziata non è irrilevante, anche a fronte del numero impressionante di profughi siriani sul territorio turco, circa due milioni – sono circa 3000 euro a testa in media -.

Inoltre, l’accordo prevede un’accelerazione del negoziato d’adesione della Turchia, avviato da anni, ma ancora ben lontano dalla conclusione. Questa concessione è accompagnata da messe in guardia di varie leader, fra cui il premier Renzi, circa la necessità che il governo di Ankara rispetti i valori dell’Unione e in particolare la libertà d’espressione. E nel testo, che stempera le riserve di Cipro verso la Turchia, ci sono pure riferimenti alla Libia e all’Africa.

Stando alla dichiarazione conclusiva, i rimpatri dei migranti si faranno rispettando gli standard etici internazionali: non ci saranno, cioè, espulsioni collettive e l'analisi dei casi sarà individuale. Tutti gli immigranti che giungono nelle isole greche saranno registrati e le loro richieste d’asilo saranno poi valutate una per una dalle autorità elleniche, con l’aiuto di operatori europei, nell’osservanza della direttiva sull'asilo e in collaborazione con l’Alto Commissaraitao dell’Onu per i rifugiati.

Il rimpatri riguarderanno quanti non fanno domanda d’asilo e non hanno i requisiti per ottenerlo. Si tratta, per i leader dei 28, di una misura "temporanea e straordinaria", necessaria “per mettere fine alle sofferenze umane e restaurare l'ordine pubblico". La selezione di quanti saranno invece accolti nell’Ue si farà, invece, seguendo i criteri di vulnerabilità dell'Onu, ovvero prima donne e i bambini; e avranno priorità quanti non abbiano già tentato di entrare illegalmente nell’Unione. 

Per la cancelliera tedesca Angela Merkel, l’intesa, da lei fortemente voluta, è un colpo ai trafficanti di persone. Di "giornata storica" parla Davutoglu: questa – dice – è "una questione umanitaria”, ci sono in gioco “valori, non soldi". Ma il presidente Erdogan polemizza col sostegno dell’Ue ai curdi: l'Europa – avverte - "sta nutrendo la vipera nel suo grembo".

venerdì 18 marzo 2016

Migranti: Ue: Vertice, più facile arrivare su Marte che a Idomeni

Scritto per Metro del 18/03/2016

E’ un’Europa che sa mandare una missione su Marte, ma non riesce a strappare dal fango i bambini d’Idomeni, quella che, riunita ieri e oggi a Bruxelles, discute, insieme alla Turchia, come affrontare la crisi dei migranti. L’immagine è del presidente del Consiglio Matteo Renzi: rende l’impotenza, o meglio, l’incapacità e la mancanza di volontà dell’Ue di dare una risposta coerente coi propri valori alle legittime attese d’un’umanità dolente in fuga da guerre e persecuzioni.

Ma l’Europa non è, come vogliono fare credere i leader dei 28, quando non riescono a dare risposte ai problemi, un ente sovranazionale, un’Istituzione burocratica a se stante: l’Europa è la somma degli egoismi nazionali e delle visioni miopi dei 28 governi dei Paesi che la compongono.

Eppure, la via maestra appare facile e piana: nel medio termine, un approccio comune e una riforma degli accordi sull'asilo; nel breve termine, un’intesa con la Turchia, che ha due milioni di rifugiati sul proprio territorio, e una gestione della rotta dei Balcani che consenta a chi ha diritto all'asilo d’ottenerlo (e scoraggi chi non l’ha dall'intraprendere il viaggio). Il lungo termine è pacificazione, normalizzazione, cooperazione: storia di una generazione, almeno.

A sentire i leader dei 28 all’ingresso del Vertice, l’analisi è largamente condivisa. Forse per questo, Jean-Claude Junker si dice “abbastanza certo” almeno dell’accordo con Turchia, tanto più che c’è, sul negoziato, il viatico delle preghiere del Papa. Ma il presidente della riunione, Donald Tusk, è meno ottimista: ha misurato, negli ultimi giorni, le difficoltà dell’intesa, perché, come spesso accade, nei dieci giorni trascorsi dal Vertice incompiuto del 7 marzo a oggi, più che passi avanti si sono fatti passi indietro. Molti Paesi si sono ripresi in mano le carte mai davvero calate in tavola; e altri giocano ad alzare le condizioni d’un accordo in fondo scontato, perché inevitabile. E il fatto che il Vertice si svolga nel giorno in cui la Germania chiude l’ambasciata di Ankara e il consolato e il liceo di Istanbul per una minaccia terroristica acuisce l’urgenza, ma certo non l’ansia, di tutta questa trattativa.

Alla fine, forse già oggi, un’intesa ci sarà, perché nessuno può farne a meno: i 28 daranno più soldi alla Turchia e accetteranno il principio di un’accelerazione dei negoziati di adesione, nel perimetro del rispetto – almeno a parole – dei valori dell’Unione; e proveranno a regolare il flusso dei Balcani, cercando di evitare di chiudere una rotta per aprirne altre (con rischi di coinvolgimento dell’Italia). Si va verso un diritto d’asilo europeo e una gestione dei rimpatri europea. Ma non senza sussulti e altri litigi.

Usa 2016: Hillary fa cinquina, è oltre due terzi dei delegati necessari

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 18/03/2016

Hillary Clinton fa cinquina, dopo che Bernie Sanders ne riconosce il successo nel Missouri, in quello che, per l’ex first lady, è stato davvero un ‘martedì da leoni’, avendo vinto ovunque, in tutti e cinque gli Stati in palio. Fra i repubblicani, invece, il Missouri non è stato ancora assegnato: l’incertezza è fra Donald Trump, già vincitore a tre riprese il 15 marzo, e Ted Cruz, finora a secco nel secondo SuperTuesday di queste primarie (John Kasich ha vinto in Ohio).

Rifacciamo un punto sulla situazione dei delegati: Hillary Clinton ne ha oltre il 67%, cioè oltre i due terzi, dei necessari ad assicurarsi matematicamente la nomination democratica; Donald Trump è quasi al 55% dei necessari per la nomination repubblicana, ma la somma dei delegati dei suoi rivali è superiore alla sua e, quindi, la prospettiva di arrivare alla convention senza che nessuno abbia già vinto è reale (‘convention aperta’).

La differenza fra i due partiti sta nel sistema dei super-delegati che favorisce di fatto l’ex first lady: i super-delegati sono figure di spicco del partito democratico che possono scegliere chi appoggiare in qualsiasi momento.

Queste, comunque, le posizioni – fonte, il sito uspresidentialelectionnews.com -:

Democratici: delegati alla convention 4.765, delegati già assegnati 1.964 e super-delegati già pronunciatisi 493, delegati da assegnare 2.308, maggioranza necessaria 2.383.

Hillary Clinton s’è finora assicurata 1.139 delegati popolari e 467 super-delegati ed è quindi a 1.606; Bernie Sanders ha conquistato 825 delegati popolari, ma ha solo 26 super-delegati ed è a 851.

Hillary ha vinto in 17 Stati: in ordine alfabetico Alabama, Arkansas, Florida, Georgia, Illinois, Iowa, Louisiana, Massachusetts, Mississippi, Missouri, Nevada, North Carolina, Ohio, South Carolina, Tennessee, Texas, Virginia, oltre che nei territori delle Isole Samoa e delle Marianne. Sanders ha vinto in 9 Stati: Colorado, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, Nebraska, New Hampshire, Oklahoma, Vermont.

Repubblicani: delegati alla convention 2.472, delegati già assegnati 1.414, delegati da assegnare 1.058, maggioranza necessaria 1.237.

Donald Trump ne ha 673, Ted Cruz 411, Marco Rubio 169, John Kasich 143; e, inoltre, Ben Carson 8, Jeb Bush 4 e 6 non sono vincolati.

Trump ha vinto in 18 Stati: Alabama, Arkansas, Florida, Georgia, Hawaii, Illinois, Kentucky, Louisiana, Massachusetts, Michigan, Mississippi, Nevada, New Hampshire, North Carolina, South Carolina, Tennessee, Virginia, Vermont, oltre che alle Marianne. Cruz ha vinto in 8 Stati: Alaska, Idaho, Iowa, Kansas, Maine, Oklahoma, Texas, Wyoming, oltre che a Guam. Rubio ha vinto in Minnesota, nel Distretto di Columbia e a Portorico. Kasich ha vinto in Ohio. Il Missouri resta da assegnare. (gp)