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domenica 24 luglio 2016

Monaco: maestri di rabbia, una strage nata tra Columbine e Utoya

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 24/07/2016

Quando accadde a Winnenden, vicino a Stoccarda, nel marzo 2009, nessuno evocò il terrorismo: piuttosto, il disagio sociale d’un ragazzo psicolabile che, a 17 anni, uccise 18 persone nella sua ex scuola con la pistola del padre e si suicidò. Altri tempi: i cattivi maestri di quella strage che vennero subito in mente non erano il Califfo e Jihadi John, i cui ruoli non esistevano ancora, ma piuttosto Eric Harris e Dylan Klebold, i due psicopatici autori del massacro alla Columbine High School – 15 le vittime, il 20 aprile 1999 -, rimasto il paradigma di tutte le stragi d’America a scuola o sul posto di lavoro.

Quando, invece, successe a Oslo, cinque anni fa giorno per giorno, il 22 luglio 2011, tutti subito parlarono di terrorismo: Anders Breivik, un templare del XXI Secolo, fondamentalista cristiano, compì un eccidio di giovani sull’isola di Utoya – 69 morti -, dopo avere ammazzato otto persone con un’autobomba nel centro di Oslo. Il mondo stava riscoprendo gli orrori dell’integralismo e capì che quello cristiano può essere spiegato come quello musulmano.

Ali Sonboly, l’autore della strage di Monaco, era ossessionato da quei due folli massacri: non aveva legami con il terrorismo ispirato dal sedicente Stato islamico, non aveva rapporti coi rifugiati siriani di recente arrivo in Germania. Aveva un culto per le stragi e lo nutriva leggendo libri come 'Furia nella testa: perché gli studenti uccidono', di Peter Langman, uno psicologo americano, che adesso dice all’Ap: “Spesso i killer più giovani studiano gli autori delle stragi per trovare un modello”.

Langman l’ha scritto per "mettere al sicuro le persone, per insegnare che cosa serve per prevenire questi attacchi". Leggendolo Ali vi ha però incontrato studenti arrabbiati come probabilmente lui era (o era diventato) e cattivi maestri. Il computer e i profili social diranno del killer di Monaco forse più della sua famiglia, dei suoi professori e dei suoi compagni, che magari non sapevano o magari saranno reticenti – se dietro la rabbia ci sono episodi di bullismo, non molti vorranno ammetterli -.

La polizia giudica "evidente il legame" tra il gesto del ragazzo tedesco di origini iraniane e i crimini di Breivik, un esaltato sopravvissuto ai suoi delitti e che sta scontando la sua condanna in una cella ‘a cinque stelle’, secondo gli standard norvegesi, tv e fitness. Fra i punti di contatto, la coincidenza della data, certo non casuale, la scelta di vittime essenzialmente giovani e il fatto che il piano prevedesse una sorta di trappola per colpire meglio: il templare usò l’autobomba in centro come diversivo, per distrarre le forze dell’ordine e potere uccidere indisturbato sull’isola di Utoya; Ali avrebbe cercato d’indurre con uno stratagemma sui social più giovani possibile a ritrovarsi al McDonald della strage.

Il capo della polizia di Monaco Hubertus Andrae sostiene che Breivik è una “figura di riferimento” per chi si interessa di massacri e, magari, ne è affascinato e ‘posseduto’: squinternati e psicopatici, che vogliono magari vendicare torti – reali o presunti – subiti o riscattare vite sbagliate o fallite. La storia di Ali ha elementi in comune con quelle dei killer di Orlando e di Nizza, loro radicalizzatisi, ammesso che lo fossero, per disagi personali.

Il modus operandi del ragazzo tedesco-iraniano fonde elementi del piano di Breivik – ben diversa, però, la preparazione tecnica e militare - con comportamenti propri di Tim Kretshmer, lo studente che, nel marzo 2009, si presentò nella sua ex scuola tutto vestito di nero, imbracciando un mitra, e aprì il fuoco in due classi dell'istituto tecnico Albert Schweitzer: uccise 15 allievi tra i 13 e i 17 anni e tre professori, prima di suicidarsi.

Kretshmer fu descritto come un ragazzo normale, che non dava particolarmente nell'occhio. A casa, c’erano però 16 armi detenute legalmente, fra le quali scelse quella per la sua missione omicida. La disponibilità delle armi è un elemento che accresce sempre la pericolosità di comportamenti deviati: se Ali avesse abitato Phoenix, invece di Monaco, avrebbe sparato con un’arma automatica, invece che con una pistola, e gli sarebbe pure stato più facile procurarsela.

Usa 2016: Hillary & Tim all'esordio, "Todos somos americanos"

Scritto per www.GpNwsUsa2016.eu e Formiche.net il 24/07/2016

"Todos somos americanos": così, in spagnolo, Tim Kaine ha esordito, a Miami, nella prima sortita dell’appena costituito ticket democratico. Hillary Clinton e Kaine, il suo vice, un senatore ed ex governatore della Virginia, un cattolico di 58 anni impegnato nel sociale, si sono presentati insieme di fronte a un pubblico costituito in gran parte da elettori ispanici.

L’impatto mediatico della ‘prima volta’ di Hillary e Tim insieme è stato un po’ offuscato dalle cronache di sangue della giornata, dalla Germania e dall’Afghanistan.

Alternando l'inglese allo spagnolo, imparato quando faceva il volontario in una missione gesuita in Honduras, Kaine, che è cattolico, ha attaccato il candidato repubblicano Donald Trump, il cui messaggio pessimistico è che bisogna risollevare gli Stati Uniti da dove i democratici li hanno sprofondati in otto anni di amministrazione Obama.

Kaine ha ricordato che "l'America non e' stata costruita sulla paura". La Clinton lo ha definito “tutto ciò che Donald Trump e Mike Pence (il suo candidato vice, ndr) non sono". E ha definito il rivale “un despota”: “Lui non è vera democrazia”, lui non capisce l’America se pensa di potere fare tutto da solo; e non è vero che gli Usa sono in declino.

L’ex first lady aveva annunciato solo venerdì la sua scelta. Per il proprio esordio il duo democratico ha optato per un banco di prova abbastanza ostico, cioè uno Stato come la Florida spesso schierato con gli avversari repubblicani.

Domani, si aprirà a Filadelfia la convention democratica in cui la Clinton e Kaine riceveranno l'investitura ufficiale del partito per le elezioni presidenziali dell’8 Novembre. (fonti vv – gp)

sabato 23 luglio 2016

Monaco: no al baratto libertà / sicurezza, ma non sia alibi per passività

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/07/2016

Quasi un anno dopo l’apertura della cancelliera Angela Merkel ai rifugiati siriani, il gesto più coraggioso e più lungimirante di un leader europeo nel XXI Secolo, la Germania e l’Europa sono preda dell’angoscia da terrorismo. E’ la nemesi degli errori e delle esitazioni che hanno finora impedito all’Unione e ai singoli Paesi Ue d’affrontare i problemi intrecciati della virulenza jihadista tra Iraq e Siria (e del suo impatto anche fra i giovani musulmani qui da noi) e della spinta dei rifugiati verso l’Europa.

E’ un problema europeo più che americano, nonostante Donald Trump ne faccia un tema della sua campagna, impegnandosi a chiudere le frontiere a chiunque venga da un Paese “coinvolto nel terrorismo” – cioè, anche a francesi e tedeschi -; ma è un problema comune a tutte le società aperte, democratiche, occidentali.

Perché, come diceva il ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere, commentando l’aggressione d’un rifugiato afghano di 17 anni - un ragazzo - ai passeggeri di un treno, prima che arrivassero le notizie da Monaco, in una società libera e democratica non c’è sicurezza assoluta contro l’infiltrazione terroristica: la cosa, detta da un tedesco, per di più originario dell’Est, ha un peso forte, perché, nella sua storia, c’è l’esperienza di totalitarismi di segno diverso, ma che anteponevano entrambi la sicurezza alla libertà.

E’ un prezzo che l’Europa e l’Occidente non vogliono oggi pagare. Il che, però, non deve diventare un alibi: siamo liberi, quindi siamo esposti. Sono passati 18 mesi dal massacro di Charlie Hebdo, che ci colse impreparati – colpevolmente, perché quello era un obiettivo -: la notte di fuoco a Parigi il 13 novembre, il marzo di sangue a Bruxelles, il tir assassino del 14 Luglio a Nizza, ora gli episodi tedeschi sono pure effetto di ritardi e lentezze nella risposta di sicurezza europea, a livello d’intelligence e di prevenzione, soprattutto a livello di cooperazione e di scambio d’informazioni.

Un conto è rifiutare fermi il baratto tra libertà e sicurezza; un conto è consegnarci inermi ed esposti, per inefficienza, non per democrazia, a chi ci vuole colpire.

Usa 2016: Hillary ha scelto, Tim Kaine è il suo vice

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 23/07/2016

Hillary Clinton ha scelto il senatore della Virginia Timothy Kaine come candidato vice-presidente. Lo ha reso noto la campagna della ex first lady. La presentazione ufficiale del ticket democratico per la Casa Bianca è prevista in Florida nelle prossime ore.

Tim Kaine era dato da tutti gli osservatori in pole position nelle ultime settimane: ''Sono entusiasta di annunciare il mio candidato vice-presidente, un uomo che ha dedicato la sua vita a lottare per gli altri'', ha scritto la Clinton sul suo profilo Twitter.

"Kaine – ha aggiunto Hillary - è un inguaribile ottimista, convinto che non ci sia un problema che non possa essere risolto se ci s’impegna a fondo''.

Politico molto popolare, considerato un pragmatico e un mediatore, Kaine, 58 anni, bianco, è stato governatore della Virginia prima di essere eletto senatore nello stesso Stato, che è molto importante in chiave elettorale perché da sempre in bilico tra democratici e repubblicani.

Il senatore della Virginia ha battuto la concorrenza di Thomas Perez, attuale ministro del lavoro, del senatore Cory Booker, che sarebbe stato il primo candidato afro-americano alla vicepresidenza, e dell'ex ammiraglio James Stavridis, che è stato Saceur della Nato – comandante supremo delle forze alleate in Europa -.

Alla luce della campagna del suo rivale Donald Trump, che s’è alienato il voto degli ispanici e non ha quello dei neri, Hillary non aveva bisogno di un vice ‘etnico’, ma piuttosto di uno capace d’incidere sulla constituency bianca e maschile del candidato repubblicano. (fonti vv – gp)

Monaco: Usa 2016; Obama vs Trump, ma Schaeuble ora ci crede

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 23/07/2016

Al di là del cordoglio per le vittime e della vicinanza alle loro famiglie, l’attacco di Monaco innesca un confronto sulla lotta al terrorismo tra il presidente Barack Obama e il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump.

Trump, parlando alla fine della convention di Cleveland, aveva annunciato che chiuderà le frontiere dell’Unione a tutti coloro che provengono da Paesi coinvolti con il terrorismo, E, ad evento ancora in corso, scriveva su Facebook di quello che definisce “l’orribile attacco di Monaco”: “Tutto ciò non può continuare: l’avanzata del terrorismo minaccia lo stile di vita di tutti i popoli civilizzati. Dobbiamo fare ogni cosa in nostro potere per fermarla”.

Intervistato dalla Cbs, il presidente Obama afferma, invece, che l’attacco di Monaco non conferma la visione cupa del Mondo e dell’America sostenuta da Trump: “Il terrorismo è una reale minaccia, ma il modo migliore per prevenirlo è non dividere il Paese, non cedere alla paura, non sacrificare i nostri valori”.

“Se cominciassimo a seguire il tipo di proposte che ho ascoltato dal signor Trump, o da alcuni suoi surrogati, come il signor Gingrich – Newt, l’ex speaker della Camera, ndr – e se avallassimo l’idea di test religiosi per coloro che vengono in America, o di varare controlli sui musulmani diversi da quelli cui sono sottoposti gli altri, allora tradiremmo i valori che rendono eccezionale l’America”.

Pure nella conferenza stampa congiunta con il presidente messicano Enrique Pena Nieto, ricevuto alla Casa Bianca in palese polemica con le posizioni anti-messicane di Trump, Obama aveva battuto su questo tasto: “Non prenderemo buone decisioni basandoci su paure che non hanno fondamento nei fatti". Il presidente contesta le affermazioni del magnate sulla crescita della violenza negli Usa e precisa che, durante i suoi mandati, il tasso di violenza s’è abbassato: “La descrizione di un'America assediata dalla violenza e dal caos non corrisponde ai fatti”.

In Germania, solo il 5% dei tedeschi spera che Trump sia il prossimo presidente degli Stati Uniti, mentre l'88% è favorevole all'elezione di Hillary Clinton: lo indica il sondaggio mensile della tv pubblica Zdf Politbarometer. Al di là delle preferenze personali, il 68% degli interpellati crede che sarà proprio l'ex first lady a succedere a Obama, il 22% vede invece vincitore Trump.

Ma il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble dice alla Bild: “Mesi addietro, tutti dicevano che un’elezione di Trump era inimmaginabile. Oggi, nessuno pensa che una sua elezione sia inconcepibile”. Le dichiarazioni del ministro sono state pubblicate in coincidenza con l’attacco di Monaco. (fonti vv – gp)

venerdì 22 luglio 2016

Usa 2016: Cleveland, Trump "sarò la voce" dell'America ignorata e dimenticata

Scritto per www. GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 22/07/2016

Nel primo discorso da candidato ufficiale del partito repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump si presenta come l’uomo di ‘Law and Order’: s’impegna a sospendere immediatamente l’immigrazione negli Stati Uniti “da tutti i Paesi coinvolti nel terrorismo” e ad innalzare un muro al confine con il Messico; afferma che “l’americanismo e non il globalismo è il nostro credo”; e mette in dubbio la solidarietà atlantica. Tutto condito con il superamento del “politicamente corretto”: “Non possiamo più permettercelo”, ci sono da ripristinare “la forza e la sicurezza”.

“Un discorso cupo e terribile: spaventoso”: non è il giudizio di un polemista ‘liberal’ sull’intervento con cui Trump chiude la convention repubblicana a Cleveland, accettando la nomination e offrendosi come “la vostra voce” a chi, negli Stati Uniti, “è ignorato o dimenticato”. “Spaventoso” è la prima reazione filtrata dal clan Bush, assente alla convention: viene da Mary Cary, la donna che scriveva i discorsi di papà George, presidente dal 1989 al 1993, e che oggi è autorevole opinionista.

La platea di Cleveland accoglie con un’ovazione, tutti in piedi, l’accettazione della nomination. Hillary Clinton, la candidata democratica, gli ribatte: “Non sei la nostra voce” e, soprattutto, “costruiremo un muro tra te e la presidenza”, perché il discorso di Cleveland dimostra che Trump “è inadatto alla Casa Bianca”.

Introdotto sul palco dalla figlia Ivanka, che completa così il ritratto di famiglia della convention – mancava solo lei -, il magnate e showman fa un intervento fiume: il più lungo – nota la stampa Usa - dai tempi di Bill Clinton, che quando comincia a parlare non la finisce più.

Il canale pubblico C-span calcola sia durato 75 minuti e 6 secondi, oltre i 64 minuti e 44 secondi di Clinton nel 1996, un record dal 1972, da quando si tengono i conti. Nel 2012 il discorso di Obama durò 38 minuti e 23 secondi, quello del rivale Mitt Romney 37 minuti e 47 secondi.

Trump garantisce sicurezza e franchezza: “Se volete bugie – dice -, andate la prossima settimana alla convention democratica”. E attacca l’Amministrazione democratica e la sua antagonista: “Serve un cambio di leadership per risolvere i problemi”; e ancora “chi non comprende i pericoli non può guidare il Paese”. E assicura che d’ora in poi la sua missione è solo “lavorare per l’Unione”.

Prima di fare il suo discorso, il candidato repubblicano, in dichiarazioni alla stampa, aveva sollevato riserve sulla clausola di mutuo soccorso in caso di attacco di uno dei membri dell’Alleanza atlantica e aveva pure escluso pressioni sulla Turchia per fare cessare le purghe e ripristinare stato di diritto e rispetto dei diritti dell’uomo.

La convention di Cleveland s’è conclusa dopo quattro giorni di kermesse e discorsi.  Nell’ultima giornata, c’è stato pure spazio per uno speaker dichiaratamente omosessuale: Peter Thiel, miliardario, co-fondatore di PayPal, azionista di Facebook ha detto "Sono orgoglioso di essere gay, di essere repubblicano e soprattutto di essere americano".

Lunedì 25, s’aprirà a Filadelfia la convention democratica. (fonti vv - gp)

giovedì 21 luglio 2016

Usa 2016: Cleveland; il vice, gli incidenti, il plotone d'esecuzione per Hillary

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 21/07/2016, a partire da un testo per Il Fatto Quotidiano del 21/07/2016

"Sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest'ordine". Il governatore dell'Indiana Mike Pence, vice di Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca, s’è presentato così sul palco della Convention di Cleveland accettando la nomination come vice di Donald Trump nella corsa per la Casa Bianca. "Non avrei mai immaginato di trovarmi qui ...Trump è noto per la sua forte personalità e per il suo carisma: immagino cercasse un po' di equilibrio nel ticket", ha scherzato.

Per la stragrande maggioranza degli elettori americani, il discorso è stata l’occasione per conoscere il governatore dell’Indiana, ultra-conservatore e Tea Party, anti-gay e pro-armi. Stasera, la chiusura della convention sarà l’apoteosi di Trump: accettando l’investitura, il candidato parlerà, fra l’altro, di controlli sull’immigrazione e di lotta al terrorismo.

La terza giornata della convention repubblicana è stata anche segnata da incidenti e arresti, fuori dall’Arena, oltre che dallo sgarbo del senatore Ted Cruz, rivale di Trump per la nomination, che non sostiene il magnate. Sul palco, pure l’ennesimo Trump, Eric, il terzo figlio.

Il discorso di Pence - "In politica – ha raccontato di sé il vice-Trump - ho iniziato in un altro partito ma poi mi sono unito alla rivoluzione reaganiana". E ha presentato la sua famiglia, la madre Nancy, seduta in platea, "luce della mia vita"; la moglie Karen, "donna dei mie sogni"; e i suoi tre figli. Intanto, la platea intonava "Ci piace Mike".

Pence ha elogiato il candidato presidente: "un po' duro con i politici", ma rispettoso "del prossimo" e "devoto alla famiglia", con figli straordinari. Quanto alla candidata democratica Hillary Clinton, l’ha definita, con un gioco di parole, "il segretario dello status quo", che non può essere comandante in capo dopo l'attentato di Bengasi in Libia.

La scelta, ha ribadito Pence, "è tra il cambiamento e lo status quo": una volta eletto presidente Trump, “il cambiamento sarà enorme". Al termine dell’applaudito intervento, il governatore è stato raggiunto sul palco dal magnate e dai familiari per i saluti di rito.

Lo strappo di Cruz - Sì al muro contro gli immigrati, ma no a Trump. Ted Cruz, il più agguerrito ex rivale del magnate nella corsa alla nomination repubblicana, crea la sorpresa negando l’endorsement a Trump sul palco della Convention di Cleveland. "Votate secondo coscienza", dice, fra i fischi di molti delegati. "Meritiamo leader che si battono per i principi, che ci uniscono dietro valori comuni e che mettono da parte l'odio per l'amore. Questo è lo standard che ci meritiamo".

E il senatore texano, ultra-conservatore ed evangelico, ha proseguito: "Non rimanete a casa l’8 Novembre. Se amate il vostro Paese e i vostri figli come me, alzatevi e parlate. Votate secondo coscienza per un candidato di cui vi fidate perché difenda la nostra libertà e sia fedele alla Costituzione". Trump, che era presente, non s’è scomposto e lo ha salutato; Cruz l’ha congratulato per la nomination.

Gli altri interventi - La terza e penultima serata della convention è stata aperta dal governatore della Florida Rick Scott, seguito, tra gli altri, da Eileen Collins, la prima donna ad avere comandato una missione dello shuttle. "L'ultima volta che gli Stati Uniti hanno lanciato in orbita loro astronauti dal suolo Usa è stata cinque anni or sono ... Abbiamo bisogno di una leadership che renda l'America di nuovo grande", ha detto, riproponendo lo slogan della campagna di Trump.

Sul palco è salita pure una dipendente del magnate, Lynne Patton, afroamericana, che ha decantato le virtù del suo boss. Prima di Cruz, con un video, ha parlato un altro ex rivale di Trump nella corsa per la nomination, Marco Rubio, che s’è guadagnato un applauso con un appello all'unità: "Il tempo degli scontri è finito - ha detto -: è arrivato il momento di unirci e lottare per imprimere all'America una nuova direzione".

Gli incidenti e gli arresti – La giornata di mercoledì è stata quella finora più segnata da proteste e arresti fuori dall'arena di Cleveland, dove alcuni uomini e una donna hanno dato fuoco, in due episodi distinti, a una bandiera americana. Due poliziotti sono rimasti leggermente feriti in scontri con manifestanti anti-Trump e almeno 17 persone sono state arrestate.

I manifestanti non hanno obbedito all'ordine di disperdersi, gli agenti sono avanzati per farlo rispettare e ne sono nati tafferugli. Lo riferisce il dipartimento di polizia di Cleveland. Le tensioni sono esplose solo ad un isolato di distanza dalla Quicken Loans Arena che ospita la convention.
Le misure di sicurezza sono massime per la tensione persistente tra neri e bianchi e il rischio d’attentati.

“Plotone d’esecuzione” per Hillary, imbarazzo e scuse – A Cleveland, l’unità repubblicana resta basata su un unico minimo comune denominatore: gli attacchi a Hillary Clinton, che un consigliere dello showman, Al Baldasaro, vorrebbe davanti a un plotone d’esecuzione per tradimento.

Donald Trump ha preso le distanze dalle frasi shock su Hillary Clinton del suo consigliere, deputato del New Hempshire, che è ora sotto inchiesta. "Dovrebbe essere portata davanti ad un plotone d’esecuzione e fucilata per alto tradimento", ha detto ad una radio di Boston Baldasaro, che fa parte della coalizione dei veterani che sostengono Trump ed è delegato alla convention.

Hillary "è una disgrazia per tutti, per le bugie che disse alle madri di quanti sono morti a Bengasi", ha detto il deputato, reclamando giustizia per l’uccisione di quattro americani nell'attentato in Libia nel settembre del 2012.

Dopo le esternazioni di Baldasaro, è stato aperto un dossier a suo carico, mentre Hope Hicks, portavoce della campagna di Trump, ha precisato che il candidato alla presidenza non ne condivide le dichiarazioni.

Non è certo bastato ad evitare la reazione della Clinton. "La costante escalation di retorica offensiva da parte di Trump rischia di alimentare quel tipo di odio che da tempo era stato relegato ai margini della politica americana", ha dichiarato Hillary tramite i suoi portavoce. "Questa settimana si assiste alla convention repubblicana a un rafforzamento di questo pericoloso fenomeno”.

Di Trump in Trump sul palco – Se restano vivaci le polemiche sul discorso di Melania, la moglie di Trump, ‘copiato’ da quello fatto nel 2008 da Michelle Obama, lo showman fa spallucce: “Tutta pubblicità”. Ma Meredith McIver, l’autrice del testo, ammette la colpa e offre le dimissioni, però respinte.

Orchestrata quasi come una festa di famiglia, la convention di Cleveland offre spazio a tutta la prole del magnate: lunedì, la moglie; martedì, due figli Donald Jr e Tiffany; mercoledì, un altro figlio, Eric, tanta politica e pochi aneddoti personali, per la commozione di papà in platea; e oggi, per il gran finale, la prediletta Ivanka, un prodotto da esibizione. (fonti vv – gp)