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venerdì 5 agosto 2016

Usa 2016: Trump a picco nei sondaggi, Obama lo rimbecca

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 05/08/2016 

Sondaggi a raffica negativi per Donald Trump: il candidato repubblicano alla Casa Bianca affonda, in questa fase della campagna elettorale, mentre Hillary Clinton, senza fare nulla, lievita in testa. Trump fa tutto da solo, dice e si smentisce, tanto, come nota la stampa anglosassone, “per i suoi fan i fatti non contano”.

Per gli elettori, però, forse sì. La Fox, che pure è dalla parte del magnate, nonostante i litigi dell’estate 2015, assegna all’ex first lady il 49% delle preferenze contro il 39% allo showman.

Il Wall Street Journal, che è tendenzialmente vicino ai repubblicani, e la Nbc danno il 48% a Hillary e il 39% a Donald. E il quadro per Trump è ancora più preoccupante se si guardano alcuni sondaggi in Stati chiave nell’Election Day: New Hampshire, Hillary è avanti 15 punti, 47 a 32%; Pennsylvania, di 11 (49 a 38%); Michigan, di nove (41 a 32%). Nel New Hampshire e in Michigan, Hillary perse le primarie con Bernie Sanders: sono, quindi, due Stati in cui l’ex first lady non è fortissima.

Trump ha ricevuto due risposte secche dal presidente Obama su sue affermazioni dei giorni scorsi: aveva avanzato sospetti di brogli sul voto e aveva accusato l’Amministrazione democratica d’avere pagato un riscatto di 400 milioni di dollari per tre americani liberati dall’Iran dopo gli accordi sul nucleare, sostenendo che c’era un video che lo dimostrava.

Obama, che compie 55 anni e celebra il suo ultimo compleanno alla Casa Bianca,  definisce "ridicole" le affermazioni di Trump sulle elezioni 'truccate': "Il signor Trump evoca teorie cospiratorie ... E’ ridicolo”. Quanto al riscatto all’Iran, la smentita della Casa Bianca è netta e pure la campagna di Trump riconosce l’errore: il video non mostrava quel che il magnate asseriva.

Una buona notizia per il candidato repubblicano arriva da Hollywood: intervistato da Esquire, l’attore e regista Clint Eastwood annuncia che tra il magnate e la Clinton sceglie il primo, soprattutto per la sua ostilità al presidente Obama e alle sue politiche. Eastwood, che come regista ha dimostrato notevole sensibilità, non è imbarazzato dal cattivo gusto del candidato repubblicano nelle sue dichiarazioni: "Si limita a dire quello che pensa e talvolta sbaglia … Posso capire da dove viene ciò che dice, ma non sempre concordo con lui".

Per Eastwood, 86 anni, la chiave del successo di Trump è proprio l’essere politicamente scorretto: "Tutti sono infastiditi dalla correttezza politica di questa generazione di 'kiss-ass' (leccaculo, ndr) che ci ritroviamo oggi. Tutti si comportano come se camminassero su gusci d'uovo”. (fonti vv – gp)

giovedì 4 agosto 2016

Usa 2016: repubblicani, Trump provoca un "senso di panico"

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 04/08/2016 

Il Los Angeles Times parla di “senso di panico” fra i repubblicani e sonda addirittura l’ipotesi, poco verosimile, che Donald Trump abbandoni la corsa alla Casa Bianca, mentre   si acuisce lo scontro tra il candidato repubblicano e il suo partito. I giorni della convention di Cleveland e dell’unità posticcia di quella kermesse sono lontani due settimane appena, ma sembrano remoti.

Per Trump, è un momentaccio: non ne azzecca una, perché ogni cosa che fa o dice gli si ritorce contro – in genere, a ragione -. Il primo passo falso di questa serie fu l’invocazione, magari scherzosa, al presidente russo Vladimir Putin perché scovasse le mail della rivale Hillary Clinton, nel pieno dei sospetti d’ingerenza di hacker russi in Usa 2016; l’ultimo, ieri, è stato la cacciata da un suo comizio di un bimbo che piangeva e dei suoi genitori.

L’unico episodio che non gli si è ritorto contro è stato la pubblicazione, sul New York Post, giornale che, tra l’altro, lo sostiene, di nuove foto della moglie Melania senza veli e in vago atteggiamento lesbico, risalenti a quando faceva la modella. La bellezza di Melania e l’inutilità della provocazione hanno attutito ogni possibile impatto negativo di quelle foto.

Lo scontro tra Trump e i leader del suo partito è riesploso dopo che il magnate ha rifiutato di sostenere lo speaker della Camera Paul Ryan e il senatore John McCain, già candidato alla Casa Bianca nel 2008, nelle rispettive campagne per la loro rielezione: l’8 Novembre, si voterà pure per rinnovare la Camera e un terzo del Senato, oltre che diversi governatori.

Sfidando per l’ennesima volta il ‘fair play’ politico, Trump ha detto al Washington Post che non sosterrà Ryan nelle primarie in Wisconsin o McCain in quelle in Arizona: entrambi hanno dato un consenso riluttante alla sua candidatura, criticando a più riprese alcune sue sortite e, in particolare, negli ultimi giorni il botta-e-risposta con i genitori di un capitano dell'esercito Usa, morto in Iraq, Humayum Khan, musulmano.

Trump ha lodato Paul Nehlen, il rivale di Ryan, e ha aggiunto: "Mi piace Paul, ma … abbiamo bisogno di una leadership molto forte. E non sono sicuro che lui sia abbastanza tosto, non ne sono affatto sicuro". Parole che echeggiano quelle di Ryan a maggio, quando gli chiesero se era pronto a sostenere la candidatura di Trump: "Non ce la faccio proprio".

Il fermento tra i repubblicani è altissimo: martedì, Richard L. Hanna è stato il primo esponente repubblicano al Congresso a dichiarare pubblicamente che voterà per Hillary.

E anche Meg Whitman, presidente e amministratore delegato di Hewlett-Packard, sosterrà la Clinton: "Come repubblicana orgogliosa, per me votare per il presidente è sempre stato semplice. Quest'anno è diverso", scrive su Facebook: "Votare repubblicano per lealtà sarebbe avallare un candidato che fa leva sull'odio, la xenofobia, la divisione razziale".

La ceo di Hp, che nel 2010 era stata candidata repubblicana a governatore della California, ha definito Trump un "demagogo", "imprudente" e "mal informato" e ha rivolto un appello agli elettori repubblicani perché lo "boccino" a novembre. La Whitman, tra i ricchi donatori del partito, con una fortuna valutata due miliardi di dollari, ha pure detto al New York Times che raccoglierà fondi per la Clinton: ha già donato 100mila dollari agli anti-Trump.

La raccolta di fondi dello showman, cui i fratelli Koch, tradizionali donatori repubblicani, hanno negato un solo centesimo, è nettamente indietro rispetto a quella dell'ex first lady, che a luglio ha messo insieme 90 milioni di dollari per le campagne sua e democratica – Trump poco più d'un terzo -.

Nonostante corra in sordina, rispetto al clamore che fa il suo antagonista, Hillary si ritrova in netto vantaggio in tutti gli ultimi sondaggi: se il poll Cbs la dà sette punti avanti, quello Cnn/Orc, che la vedeva dietro di tre punti dopo la convention repubblicana, la vede ora avanti di nove (52 a 43%).

 L’orco e il bambino - Donald Trump caccia il bebè che piange a un comizio e lo disturba. E' l'ultimo scivolone dal candidato repubblicano alla Casa Bianca. In un primo momento, Trump é stato conciliante: "Non preoccuparti per il bambino … Amo i bambini … Che bel bimbo"; e ha continuato il suo comizio, ad Ashburn, in Virginia.

Ma siccome il piccolo non la smetteva, poco dopo ha cambiato idea. "In realtà, stavo solo scherzando: porti via il bambino di qui", ha detto, tra timide risate e accenni di applauso. Poi, con aria di sfida, s’è giustificato dinanzi al pubblico: "Mi ha creduto quando ho detto che mi piacciono i bambini che piangono quando parlo … La gente non capisce".

Il comizio di Ashburn è stato anche turbato dall'espulsione di due gruppi di manifestanti. (fonti vv – gp)

mercoledì 3 agosto 2016

Libia: nei comunicati ufficiali, la guerra d'agosto è una blitzkrieg

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/08/2016 

Nei bollettini ufficiali, la guerra d’agosto somiglia alla Blitzkrieg, la guerra lampo di tetra memoria: il giorno dopo i primi raid aerei Usa contro le postazioni jihadiste nella loro roccaforte libica, Sirte, le truppe del governo di unità nazionale Fayez al Serraj annunciano di essere riuscite ad avanzare nella città, conquistando il quartiere centrale di Al-Dollar.

Negli scontri con i guerriglieri del sedicente Stato islamico, sono caduti cinque soldati governativi e 17 sono rimasti feriti. L’offensiva per strappare Sirte agli uomini del califfo, che la tengono da oltre un anno, dal giugno 2015, è in corso da maggio. Dall'inizio delle operazioni oltre 300 soldati sono stati uccisi e oltre 1.500 sono rimasti feriti. Non si hanno stime attendibili delle perdite jihadiste.

 La caduta della città sulla costa, dove Gheddafi nacque e venne ucciso, sarebbe un colpo per l’Is, che sta già subendo rovesci sui fronti siriano ed iracheno. Gli jihadisti, che a un certo punto qui sarebbero stati alcune migliaia, si sarebbero ridotti a un migliaio, se non a poche centinaia: cifre che variano a seconda delle fonti e su cui il ministri degli Esteri italiano Gentiloni ha più volte mostrato scetticismo: i conti della guerra e quelli della propaganda non sempre tornano.

Scattata in un momento di torpore dell’opinione pubblica americana ed europea, e mentre la paura del terrorismo ottunde le resistenze all’intervento armato, la guerra dei raid in Libia è nel filone degli interventi militari ‘stile Obama’: in Pakistan, in Iraq, in Siria – in Afghanistan, il quadro è diverso perché restano militari sul terreno-, il nemico si combatte dal cielo, con raid e droni. Operazioni raramente decisive, ma che sono un paravento dietro cui schivare le accuse d’inazione – ma il tema è già diventato polemica elettorale tra Hillary Clinton e Donald Trump -.

 Obama ha per il momento autorizzato operazioni per 30 giorni. Sette i raid già compiuti. L’obiettivo è conseguire la stabilità della Libia e stemperare la crisi dei migranti.

 In questo caso, però, i raid risuscitano rivalità interne libiche e divisioni occidentali e non passano in proiezione la prova dell’Onu. Il Parlamento libico eletto, che siede a Tobruk e che non ha ancora riconosciuto il governo al Serraj, ritiene “inaccettabile l’intervento straniero” e giudica la richiesta da parte del premier “una violazione della Costituzione e dell'accordo politico". Il presidente dell’Assemblea Aguila Saleh, intervistato da Sky News Arabiya, chiede piuttosto “sostegno e aiuto alle nostre forze armate, guidate dal generale Haftar, nella lotta al terrorismo".

La Francia riafferma a denti stretti il "pieno sostegno" al governo al Serraj, che la scorsa settimana aveva chiesto conto della presenza in Cirenaica di commando francesi a fianco delle forze di Haftar appoggiate pure dall’Egitto. Ma Parigi mantiene un atteggiamento ambivalente: con il governo d’unità nazionale, ma non contro il Parlamento di Tobruk.

La Russia, alleata di fatto dell’Occidente nella guerra al terrorismo, boccia i raid: l’inviato di Mosca in Libia Ivan Molotkov li bolla come “illegali”. Il Pentagono replica citando il diritto all’autodifesa contro i terroristi. Su queste basi, un confronto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu non promette bene, anche se fonti del Palazzo di Vetro giudicano l’azione americana “in linea con le risoluzioni.

L’Italia, nelle parole del ministro Gentiloni, si augura che l'intervento Usa in Libia sia "risolutivo”: Daesh a Sirte “è concentrato in 4-5 compound" e sradicarlo "sarebbe una messaggio molto forte contro il terrorismo e per la stabilizzazione della Libia", cui le autorità di Roma sono interessate perché "il 90% dei migranti in Italia arrivano dalla Libia". In una telefonata con al Serraj, Gentiloni ribadisce la disponibilità ad aiuti umanitari.

Oggi, le questioni intrecciate dei raid americani, della richiesta libica e del coinvolgimento italiano saranno discusse in Parlamento. Sull’eventuale utilizzo delle basi italiane, specialmente Sigonella, da parte dei caccia Usa impegnati nei raid, il ministro ha detto: "Valuteremo se ci saranno richieste; e, se prenderemo una decisione in questo senso, ne daremo informazione al Parlamento".

Libia: Usa 2016, sintonia Obama/Hillary, Trump ‘ci umiliate’

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 03/08/2016 

C’è sintonia sulla Libia tra il presidente Barack Obama e la candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton, mentre il candidato repubblicano Donald Trump ritiene che il duo stia “umiliando l’America”. L’ennesimo non sorprendente contrasto in politica estera emerge dopo la ripresa, lunedì  1° agosto, di raid Usa sul territorio libico, contro le postazioni jihadiste a Sirte. I raid sono compiuti su richiesta del governo di unità nazionale libico del premier al Serraj.

Lo scontro sulla Libia si inserisce nel più generale scontro tra il presidente e il magnate. Obama ha appena invitato in modo esplicito il partito repubblicano a prendere le distanze da Trump, che “non è adeguato” a fare il presidente.

Per tutta risposta, lo showman ha affermato che l'accoppiata Barack/Hillary ha ''consegnato l'Iraq, la Libia e la Siria all'Isis'': ''ci hanno umiliato all'estero'' e ''hanno tradito la nostra sicurezza''. Obama e la Clinton, che è stata suo segretario di Stato dal 2009 al 2013, ''hanno ripetutamente ammesso migranti che si sono poi rivelati implicati nel terrorismo''.

Secondo quanto detto a La Stampa da Jake Sullivan, consigliere di Hillary per la politica estera, "quello che il presidente Obama ha fatto e sta facendo in Libia non è pienamente conosciuto né apprezzato”.

Per Sullivan, “la combinazione delle politiche attuate dall’Amministrazione democratica in Libia coincide con le posizioni di Hillary, che intende continuarle ed espanderle … La linea di Obama è quella del doppio binario: sostegno alla mediazione dell'Onu e libertà di colpire i terroristi".

Un analista italiano, Mattia Toaldo, dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), pensa che i raid possono aiutare la candidatura della Clinton, perché una sconfitta degli jihadisti in Libia realizzata con il concorso dei caccia-bombardieri Usa porterebbe acqua al suo mulino. Sempre che l’operazione non si riveli un boomerang. (fonti vv – gp)

martedì 2 agosto 2016

Libia: cinque anni dopo, di nuovo raid Usa a gentile richiesta

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/08/2016 

Cinque estati dopo, caccia-bombardieri Usa tornano a bombardare in Libia: l’obiettivo, questa volta, non sono le roccaforti e i soldati del regime di Muammar Gheddafi, ma postazioni libiche del sedicente Stato islamico. L’annuncio viene dal Pentagono, specificando che l’operazione è stata lanciata su richiesta del governo libico del premier Fayez al Serraj. L’esecutivo è stato messo su dalla comunità internazionale e deve essere ancora legittimato dai parlamenti libici, pur essi a legittimazione debole; ma il suo operato viene preso per buono perché così fa comodo.

Dopo l’annuncio del Pentagono, al Serraj diligentemente conferma, parlando in tv e facendo una conferenza stampa: "I primi raid aerei americani su specifiche postazioni dell’Is sono stati condotti causando gravi perdite su Sirte". Il governo di Tripoli "ha chiesto agli Stati Uniti sostegno diretto per condurre attacchi aerei contro lo Stato islamico a Sirte e nei dintorni della città". Al Sarraj ha pure precisato che il suo governo “respinge qualsiasi intervento straniero senza la sua autorizzazione". E ci mancherebbe! Del resto, è stato messo lì proprio per chiedere gli interventi e autorizzarli.

Il Pentagono non ha specificato da dove siano decollati i jet che hanno bombardato Sirte. Ma non dovrebbero essere partiti dall’Italia, perché il governo di Roma ha sempre specificato che le operazioni offensive devono essere esplicitamente avallate volta a volta. I aid non si fermeranno qui: "Proseguiranno", ha affermato il portavoce Peter Cook.

L'azione è stata autorizzata dal presidente Barack Obama, su raccomandazione dei vertici del Pentagono Al Serraj ha insistito che i raid sono stati coordinati con il suo governo e ha ribadito che non ci sono truppe straniere in Libia. Dichiarazione però smentita dai fatti, poiché è accertata la presenza di forze speciali francesi: tre commando di Parigi sono stati uccisi il 17 luglio quando l'elicottero su cui si trovavano venne abbattuto vicino a Bengasi. E da tempo si parla di forse speciali americane, britanniche e pure italiane, la cui presenza sul territorio è assolutamente necessaria in caso di raid – si tratta di individuare gli obiettivi e di dirigervi sopra le missioni -.

Il premier libico ha garantito che l'impegno degli americani sarà "limitato nel tempo e non andrà oltre Sirte ed i suoi sobborghi". Ma le lezioni del passato insegnano che è difficile mantenere i limiti fissati a queste operazioni.

Positive le reazioni italiane. In una nota della Farnesina, si legge che "l'Italia valuta positivamente le operazioni aeree avviate oggi dagli Stati Uniti … a Sirte. Esse avvengono su richiesta del Governo di Unità Nazionale, e a sostegno delle forze fedeli al Governo, con l’obiettivo comune di contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia". La nota ricorda che "l'Italia incoraggia dalla sua formazione il Governo di Unità nazionale a realizzare le iniziative necessarie per ridare stabilità e pace al popolo libico”.

L'Italia apprezza gli sforzi di al Serraj e delle forze a lui fedeli per sconfiggere il terrorismo, in particolare l'operazione Bunyan al Marsous per liberare la Sirte dai jihadisti. Il sostegno italiano a tale operazione s’è finora concretizzato in forme diverse negli ultimi mesi, specie attraverso “operazioni umanitarie per la cura dei feriti e a beneficio delle strutture sanitarie del Paese".

Non è detto che vi sia nesso tra i due eventi, ma l’inizio dei raid coincide con l’annuncio, da parte del governo, della "riapertura senza condizioni" dei porti petroliferi orientali che erano sotto il controllo delle guardie petrolifere di Ibrahim Jadhran.

Usa 2016: sondaggi; convention e polemiche, vantaggio a Hillary

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 02/08/2016

La convention democratica, e fors’anche le polemiche in cui Donald Trump è rimasto impaniato negli ultimi giorni, mettono il vento in poppa a Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca, almeno secondo i sondaggi più recenti. Ma la popolarità dei due candidati resta molto bassa: un campanello d’allarme per entrambi, che suona a dire il vero dall’inizio della campagna e che non ha loro impedito la conquista della nomination.

Secondo il rilevamento della Cbs, Hillary ha oggi il 46% delle intenzioni di voto e Trump il 39%. Dopo la convention repubblicana e prima della democratica, il vantaggio di Hillary, per la Cbs, s’era ridotto a tre punti, mentre, secondo altri sondaggi, il magnate aveva addirittura scavalcato l’avversaria per la prima volta a livello nazionale.

Il giudizio dell'opinione pubblica resta, però, globalmente negativo, sia per Hillary che per Trump. La metà dei cittadini americani iscritti nelle liste elettorali non apprezza l’ex first lady e solo il 36% ne dà una valutazione positiva: i giudizi positivi aumentano, quelli negativi diminuiscono, ma il gap resta ampio. Il magnate va peggio: è malvisto dal 52% degli elettori e piace ad appena il 31% - e, qui, la nomination non sembra avere avuto alcun impatto-.

Il New York Times calcola – dati e non sondaggi alla mano – che appena il 9% degli americani ha finora espresso il suo sostegno all’uno o all’altro dei due candidati. Questo il calcolo del giornale: dei 320 milioni di persone che vivono negli Stati Uniti, 103 sono bambini o minori o non possono comunque votare. Dei 217 milioni restanti, 88 milioni di persone non votano e altri 73 milioni non hanno votato alle primarie ma potrebbero votare alle elezioni.

Dei 60 milioni di persone che hanno votato alle primarie, metà ha votato per i repubblicani e metà per i democratici. E la metà degli elettori delle primarie ha preferito altri candidati rispetto a Trump e Hillary: dunque, solo 30 milioni di americani si sono finora espressi per Hillary o per Trump, appunto il 9%, meno del 5% ciascuno. (fonti vv – gp)

lunedì 1 agosto 2016

Usa 2016: cento giorni, dibattiti all’ora del football, Trump contesta

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 01/08/2016 

La coincidenza con match del campionato di football americano di due dei tre dibattiti in diretta tv tra i candidati alla Casa Bianca democratico e repubblicano non piace a Donald Trump, che la giudica “inaccettabile”.  Il pubblico del football è tendenzialmente considerato più favorevole a lui che a Hillary Clinton.

Come spesso capita, in quello che dice Trump c’è del vero, ma c’è anche di più. In un'intervista tv, il magnate ha affermato di avere ricevuto una lettera dalla Lega di football americano (Nfl), che lamentava la coincidenza tra gli eventi televisivi. Ma un portavoce dell'Nfl ha negato che la Lega abbia mai scritto tale lettera.

I dibatti in questione sono i primi due, fissati per il 26 settembre e per il 9 ottobre – il terzo dibattito sarà il 19 ottobre, mentre quello fra i candidati vice si svolgerà il 4 ottobre -. Il compito di scegliere e fissare le date dei dibattiti spetta a una commissione ‘ad hoc’, indipendente dai candidati: tutto avviene con largo anticipo, almeno un anno prima.

Si sono, dunque, aperti nel segno d’una polemica i cento giorni dall’Election Day, l’8 Novembre. Trump e Hillary non cesseranno un solo giorno di fare campagna e darsi contro l’un altro, anche se, almeno fino al Labour Day, il 5 settembre, l’attenzione dei media e il programma degli eventi saranno prevedibilmente meno intensi rispetto alla stagione delle primarie e delle convention.

La candidata democratica è partita per il suo ‘Clinton-Kaine bus tour’, iniziando da Pennsylvania e Ohio la conquista di quella classe lavoratrice bianca su cui l'avversario repubblicano riesce a fare più presa. Il ‘Clinton-Kaine bus tour’ rievoca il ‘Clinton-Gore bus tour’ del 1992, cui pure Hillary partecipò come aspirante first lady.

Il magnate e showman repubblicano ha già fissato diverse tappe e comizi in più parti dell’Unione e sarebbe determinato a giocare la ‘carta Pence’, ovvero a mandare il candidato vice Mike Pence - considerato una scelta solida e particolarmente apprezzata dai conservatori - a fare campagna dove il consenso della tradizionale base repubblicana scricchiola, a partire dall’Arizona. (fonti vv – gp)