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domenica 17 marzo 2013

Ue: Cipro; Eurogruppo, aiuti, ma mannaia sui conti correnti

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 17/03/2013

Un risveglio all'italiana per gli 850 mila ciprioti e pure per i correntisti stranieri attirati nelle banche dell’isola dalle condizioni favorevoli: i loro depositi saranno colpiti da una tassa straordinaria, che l’Eurogruppo ha deciso in una sessione notturna tra venerdì e sabato, convocata a seguire il Vertice dei 27. L’Eurozona ha così voluto penalizzare il settore creditizio cipriota definito dal presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, “ipertrofico”.

L’11 luglio ‘92, il governo italiano – premier Giuliano Amato, ministro delle finanze Piero Barucci – varò un decreto legge da 30 mila miliardi (di lire), con un prelievo forzoso retroattivo al 9 luglio del 6% sui conti correnti bancari: dettata da un “interesse di straordinario rilievo per una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica”, l’azione non evitò, in autunno, una manovra ‘lacrime e sangue’ da 93mila miliardi, la madre di tutte le italiche manovre. Le eccezioni d’incostituzionalità piovvero, ma furono respinte.

Colti di sorpresa, i ciprioti hanno fatto la fila per tutta la giornata di sabato ai bancomat per ritirare quanto potevano dai loro conti e sottrarlo così alla mannaia euro-azionata. Per gli italiani, quanto loro accaduto suona campanello d’allarme: se le cose da noi vanno male, la politica s’impantana e la crisi riprendesse il sopravvento, l’Europa potrà magari venirci in aiuto, ma a condizioni capestro. Anche se il nostro sistema creditizio non è certo “ipertrofico”, coi tassi d’interesse sui conti corrente che filano rasoterra più dei tiri dal limite di Pogba.

"La situazione di Cipro è unica" e per questo "abbiamo ritenuto giustificato il tassare i depositi", tranquillizza Dijsselbloem. L’isola ha l’acqua alla gola: il tasso di disoccupazione al 22%, il debito al 145% del Pil a febbraio. Per Mario Draghi, “l’economia di Cipro è piccola ma il rischio sistemico per l’Eurozona non lo è”.

Il nuovo governo, guidato dal neo-eletto presidente Nikos Anastasiades, aveva chiesto 17,5 miliardi di euro di aiuti, una cifra non enorme, ma comunque pari al 100% del Pil dell’isola. E ha ottenuto l'ok a interventi "fino a 10 miliardi" che serviranno a sostenere il sistema bancario dell'isola, messo a dura prova, negli ultimi tre anni, dalla crisi greca e dalla ristrutturazione del debito di Atene, dove le banche cipriote s’erano molto esposte. Il Fondo monetario internazionale dovrebbe contribuire con un miliardo di euro.

Il programma di assistenza prevede, però, una tassa straordinaria sui depositi bancari pari al 6,75% per quelli fino a 100 mila euro e del 9,9% per quelli superiori; e sarà pure introdotta una ritenuta alla fonte sugli interessi. Le entrate così previste, calcola Dijsselbloem, sono pari a 5,8 miliardi.

Le autorità di Nicosia le hanno provate tutte per evitare la mannaia di Bruxelles. Avevano persino chiesto soldi alla Grecia, due miliardi di euro: mossa disperata, risposta scontata, “Ci restano solo lacrime per piangere, altro che soldi”.

Le banche cipriote più inguaiate sono Bank of Cyprus e Popular Bank, le più esposte in Grecia (si calcola per un totale di 17,5 miliardi). La bolla bancaria s’è andata gonfiando nel tempo, si sospetta anche a causa di attività illecite: nei negoziati in seno all’Eurogruppo, è stato evocato il “riciclaggio di denaro sporco”, specie d’origine russa; e Berlino pretendeva “più trasparenza” come condizione degli aiuti.

A Cipro, la gente ha reagito prima con incredulità, poi con rabbia. I governi, vecchio e nuovo, avevano promesso che i risparmi non sarebbero mai stati toccati; e non era mai successo finora che un piano di aiuti europeo colpisse i depositi bancari, in Grecia, Irlanda, Portogallo o Spagna. E c’è chi invoca una franchigia per i piccoli correntisti.

Le banche effettueranno i prelievi martedì mattina, dopo la festività religiosa del 'Lunedì pulito’, equivalente ortodosso del Mercoledì delle Ceneri. Ieri, anche le banche cooperative, di solito aperte il sabato, sono rimaste chiuse. E il governo ha disposto il blocco dei trasferimenti di denaro via internet.

sabato 16 marzo 2013

Presidenze Senato e Camera - Storie Vere: per fortuna che Fabrizio c'è!

Scritto per il blog de Il Fatto il 16/03/2013

Quando ho sentito delle candidature di Pietro Grasso al Senato e di Laura Boldrini alla Camera ho istintivamente pensato “E bravo Bersani!” (e, magari, pure “E bravo Vendola!”): hanno tirato fuori due nomi che, a mio giudizio, portano segnali di novità –entrambi alla prima legislatura-, ma che, nel contempo, hanno una loro storia e incarnano valori positivi. Però, fra me e me, trovavo un po’ difficile esprimere in sintesi il perché del favore suscitatomi dentro da Grasso e dalla Boldrini.

Poi, ho sentito alla radio Fabrizio Cicchitto, capogruppo uscente del Pdl alla Camera, uno di quei politici italiani –e sono molti- che hanno traversato nel tempo gran parte dell’arco politico, inseguendo il potere da sinistra a destra (io, giovane cronista, lo conobbi socialista lombardiano), Cicchitto spiegava perché Grasso e la Boldrini sono scelte negative e, comunque, non condivisibili dal Pdl.

Con la sintesi di cui lui, ormai allenato ai ‘sound bites’ radiofonici e televisivi, è maestro, Cicchitto ha bocciato Grasso perché è un simbolo “giustizialista” e la Boldrini perché è l’espressione di “un estremismo terzomondista”. Grazie, Fabrizio: mi hai fatto chiarezza!, due formulette e mi è stato tutto nitido.

Grasso, dal 2005 fino alla candidatura al Senato procuratore generale anti-mafia, significa attenzione e rispetto per la giustizia e per l’impegno di chi lotta contro la criminalità organizzata. E la Boldrini, che è stata portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, testimonia –e lo ha fatto pure in momenti ostici- la capacità di opporre sentimenti e atteggiamenti d’umanità e di solidarietà alle fobie xenofobe che talvolta attraversano l’opinione pubblica.

E poi si dice che i ‘vecchi tromboni’ vanno rottamati! Invece, possono ancora servire a vederci giusto… Purché, poi, non vada a finire come dicono loro…

giovedì 14 marzo 2013

Punto: Ue; Vertice, tra rigore e crescita solo "sfumature di grigio"

Scritto per l'Indro il 14/03/2013. Altra versione su EurActiv.it
Nonostante lo scossone della vigilia, con l’altolà del Parlamento europeo al bilancio pluriennale Ue 2014/2’20, quello che s’è oggi aperto a Bruxelles è un Vertice incolore, senza decisioni alla ‘o la va o la spacca’. Anzi, è un Vertice cromaticamente descritto dal suo presidente Herman Van Rompuy: a chi gli chiede le differenze fra chi dei 27 spinge per la crescita e chi è paladino del rigore, l’ex premier belga risponde parlando di “sfumature di grigio”. Il colore standard della capitale europea.
Quanto all’Italia, quel che le preme pare già acquisito, almeno stando alla bozza di conclusioni all’esame dei leader: maggiore flessibilità nella disciplina dei conti pubblici, con il riconoscimento che gli investimenti produttivi non vanno considerati nel computo del deficit di bilancio. Guidata dal premier Mario Monti, al passo dell’addio europeo nel ruolo, la delegazione italiana può contare su una forte sponda francese: Parigi chiede a sua volta di allargare le maglie dei piani di rientro –e pure qui la partita pare vinta prima del fischio d’inizio-.
Questa volta, probabilmente, non ci sarà modo di testare la teoria di Der Spiegel, secondo cui sono le capacità di veglia marcatamente diverse dei leader dei 27 a determinare il successo o il fallimento dei negoziati di un Vertice europeo. Non si profilano, infatti, trattative ad oltranza, come a febbraio, quando bisognava varare le prospettive finanziarie a medio termine dell’Unione europea. Eppure, gli orari delle riunioni sono da nottambuli incalliti: inizio dei lavori alle 17.00, dopo le consultazioni di partito; e un Vertice dell’Eurogruppo, riservato ai 17 dell’euro, a partire dalle 22.00 (e forse consacrato, almeno ufficialmente, alle difficoltà di Cipro).

A smorzare gli ottimismi, le dichiarazioni all’arrivo di tedeschi e finlandesi: i primi escludono piani ‘pro Cipro’; i secondi negano flessibilità su investimenti e deficit.

Il caso Italia
Anche se non figura all’ordine del giorno, la situazione politica italiana coagula attenzioni e timori dei partner europei. E se n’è pure parlato molto nei pre-Vertice di partito, specie in quello, molto affollato, del Ppe.
A parole, prevale la fiducia nella solidità delle istituzioni italiane e nella continuità delle scelte politico-economiche. Van Rompuy esorta l’Italia a proseguire sulla via del consolidamento dei conti, seppure con aggiustamenti che “tengano conto dell’esito del voto”; e si dichiara fiducioso che “la leadership italiana ritroverà il cammino del buon senso”. Il lussemburghese Jean-Claude Juncker esclude che l’Italia abbia bisogno di salvataggi.
Ma, in realtà, nessuno sa chi ci sarà la prossima volta, al posto di Monti, e ciò rende tutti nervosi. Il premier professore incassa dai suoi - ormai quasi ex - pari il via libera sugli investimenti produttivi, a riprova della stima di cui gode, e ostenta ottimismo: “L’Italia continuerà ad essere ascoltata anche in futuro; il popolo italiano ha dimostrato nei fatti di avere fiducia nell'Europa e ha saputo ritrovare da sé il riequilibrio delle finanze pubbliche che tanto preoccupava gli italiani e gli europei”.
Però, il vice-presidente della Commissione europea Antonio Tajani afferma che “tutti pensano che l’Italia ha bisogno di un governo stabile” e riferisce di un pressing del Ppe per un’intesa Pd-Pdl.
Roma e Parigi
Sul piano del negoziato, la vicenda italiana dimostra, a giudizio di Monti, come non sia sufficiente, per uscire dalla crisi, raggiungere il pareggio di bilancio e seguire alla lettera le indicazioni dell’Ue  in fatto di rigore. Roma è stata un’ottima allieva della classe europea nel liceo della preside Merkel, ma la crescita non accenna a ripartire.
E, allora, ci vuole un allentamento dell’austerità, attraverso –parole di Monti- “margini ragionevoli di flessibilità nella disciplina dei conti pubblici”, escludendo appunto gli “investimenti produttivi” dai vincoli comunitari. "Il Consiglio - si legge nella bozza delle conclusioni, che soddisfa l’Italia - ricorda che, pur nel pieno rispetto del Patto di Stabilità e Crescita, si possono sfruttare le possibilità offerte dalle norme di bilancio esistenti per equilibrare i bisogni di investimenti produttivi con gli obiettivi della disciplina di bilancio".
La Francia del presidente Francois Hollande ha un cruccio analogo: l’alleggerimento dei piani di rientro del deficit, se la crescita è peggiore del previsto. E l’asse Roma-Parigi mette in difficoltà la Germania e tutti i ‘campioni del rigore’. I segnali che arrivano dall’Unione, dai governi e dai popoli alle urne, sono inequivocabili: c’è un’insofferenza crescente verso le ricette europee, direttamente proporzionale alla loro inefficacia.
Prendendo anche spunto dal voto di ieri dell’Assemblea di Strasburgo sul bilancio pluriennale, bisogna “rivedere qualcosa nella politica economica dei prossimi anni”, scrive su EurActiv.it Giuseppe Latour. Il Vertice, con le prime discussioni sulle linee del Semestre europeo del 2013, pare la sede giusta per iniziare a farlo.

Papa: la sorpresa del Francesco che non t'aspetti in mondovisione

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/03/2013

La notizia che il nuovo papa è il cardinale argentino Giorgio Mario Bergoglio va in diretta sulle tv, le radio e i siti di tutto il Mondo. Ma l’annuncio fatto in latino dal cardinale Tauran innesca pause di panico sugli schermi, come c’è un momento di silenzio sulla piazza: “Chi?”, s’interrogano smarriti i conduttori, che avevano sottomano le schede biografiche di altri ‘papabili’, aspettando che i vaticanisti vengano in loro soccorso. L’imbarazzo è palese alla Cnn: “Non abbiamo capito bene, parlavano in latino…”. Per la tv all news Usa, non è stata una prestazione memorabile: per dare notizia della fumata bianca, aveva titolato “Habemus Papem”, sempre tradita dal latino.

I primi titoli sono quasi fotocopia e di circostanza: “Il cardinale Bergoglio è il nuovo pontefice”, Wall Street Journal; “il nuovo Papa si chiamerà Francesco I”, Bbc; “il Papa è un argentino”, Fox. Poi, i toni si diversificano: "Elezione sensazionale in Vaticano! Un argentino al soglio di Pietro. Franziskus I", scrive il tabloid tedesco Bild, che dopo l’elezione del tedesco Ratzinger titolo "Wir sind Papst!", cioé "Noi siamo Papa".Altri media puntano su “il cardinale dei poveri diventa pontefice”. E la stampa nord-americana fa subito di Bergoglio “il Papa dei record”: il primo che arriva dal Sud America, il primo che non viene dall’Europa, il primo gesuita, il primo a chiamarsi Francesco; e anche il primo, si può aggiungere, il primo ‘pauperista’ -almeno dell’Era Moderna- ed il primo ad estendere l’indulgenza della benedizione a chi lo segue via internet.

Nelle reazioni e nei commenti dagli Stati Uniti, trapela un filo di delusione, perché lì ci s’aspettava  il francescano di Boston O’Malley o il cardinale di New York Dolan. Il NYT spiega che “forse era troppo presto per un papa statunitense”. Che l’attesa fosse particolarmente viva negli Usa, lo indica pure il fatto che il presidente Obama sia stato informato della fumata bianca mentre era a pranzo con i leader dell’opposizione repubblicana; e il suo vice Biden, un cattolico, ha seguito l’annuncio davanti alla tv nel suo studio.

Da Bruxelles, i leader dell’Ue Barroso e Van Rompuy si augurano "un lungo e benedetto pontificato" che permetta alla Chiesa di "difendere e promuovere i valori fondamentali della pace, della solidarietà e della dignità umana", avvicinando “popoli e religioni". Il britannico Cameron e lo spagnolo Rajoy affidano gli auguri a un tweet. Mentre, dal Cairo, i Fratelli Musulmani e la moschea di al Azhar auspicano una "fase nuova e importante” della Chiesa, per ristabilire “il dialogo con le altre fedi –e con l’Islam, in particolare-… e per assicurare l'unità dei credenti".

Mentre i vaticanisti presentano su tutti i media il nuovo Papa d’origini piemontesi –il primo, dopo 450 anni-, s’intrecciano, sui siti, le interpretazioni geo-politiche, che si ricollegano a una frase detta da Francesco I, “sono venuti a prendermi quasi alla fine del Mondo”. La Chiesa si dà un leader che viene dal Continente dove essa è oggi più forte; e, in tal modo, la Chiesa contribuisce ad accrescere il peso nel Mondo dell’America Latina. Sulle tv americane, è un crescendo sud-americano: “Ora pure il Papa, dopo la Coppa del Mondo di calcio e i Giochi Olimpici".

A fare il giro del mondo era stata pure la fumata bianca: breaking news nel mondo cattolico –subito, i maggiori media latinoamericani, magari presaghi- e cristiano, ma anche altrove. Al Jazeera annunciava “Scelto il nuovo Papa”; e così facevano pure Russia Today, l’iraniana Press Tv, l’israeliano Haaretz, l’indiano Hindustan Times. E le campane suonavano a festa a Roma, ma anche a Beirut. Le maggiori tv mondiali, Cnn, Fox, Bbc, al Jazeera, e siti di grandi media, dal New York Times a El Pais, hanno seguito in diretta l’attesa tra la fumata bianca e l’annuncio del nuovo Papa.

E, in tutto questo, il Vaticano guadagna punti sull’Italia nella considerazione internazionale, almeno dal punto di vista dell’efficienza organizzativa: Rachel Donadio, inviata a Roma del NYT, nota che “i cardinali scelgono il Papa prima che l’Italia scelga un nuovo governo”. Sì, ma in conclave non c’era Grillo. 

mercoledì 13 marzo 2013

Punto: Ue; Parlamento boccia bilancio, chiede leader negoziare

Scritto per l'Indro il 13/03/2013
Alla vigilia di una riunione dai contorni incerti del Vertice europeo, il Parlamento di Strasburgo, riunito in sessione plenaria, getta un sasso nello stagno dell’Ue e respinge il bilancio 2014/2020 dell'Unione messo a punto a febbraio dai leader dei 27. L’Assemblea chiede al Consiglio l’apertura di un negoziato. Con 553 voti a favore, passa la mozione bipartisan presentata da popolari, socialisti, liberali e verdi: le conclusioni del Vertice di febbraio sono derubricate a mero “accordo” tra capi di Stato e di governo e respinte “nella forma attuale''.
Il Consiglio europeo di domani e venerdì si apre, quindi, in un clima di crisi fra le Istituzioni dell’Unione: una grana in più, che non era all’ordine del giorno della riunione, ma che non potrà essere ignorata. I leader dei 27 dovranno, infatti, discutere la risposta da dare agli eurodeputati, senza il cui consenso non si possono varare le prospettive finanziarie a medio termine dell’Ue.
Senza l’atto di forza del Parlamento, che vuole fare sentire il proprio peso, a poco più di un anno dalle elezioni europee del maggio 2014, il Vertice non si annunciava particolarmente teso, e neppure difficile. Le indicazioni che emergono dai conciliaboli della vigilia lasciano intravvedere un alleggerimento dei vincoli per il deficit dei Paesi in crisi e, soprattutto, la possibilità per quelli con i conti in ordine di fare investimenti “produttivi” fuori dai limiti del patto di stabilità. Non è nulla di rivoluzionario, come scrive oggi su EurActiv Giuseppe Latour, perché si lavora su decisioni già prese nei mesi scorsi. Ma qualche passettino in soccorso, in particolare, di Francia e Italia. Venerdì pomeriggio, poi, si terrà un Eurogruppo straordinario: all'ordine del giorno, la questione degli aiuti a Cipro e, forse, finalmente, una decisione.
Il Vertice europeo sarà caratterizzato dai molti volti nuovi, bel quattro, anche se l’Italia sarà ancora rappresentata dal premier Monti, in carica per gli affari correnti. Slovenia, Bulgaria, Malta e saranno rappresentati da nuovi leader, o perché il paese è andato al voto, o perché ci sono stati rivolgimenti politici  interni, senza passare dalle urne.
In attesa di quella italiana, le novità già acquisite danno il senso d’un cambio del clima politico Ue: il Consiglio europeo, infatti, si sta sempre più spostando verso sinistra, con gli esponenti del Partito socialista europeo che guadagnano terreno rispetto ai loro colleghi del Partito popolare, che hanno già perso la maggioranza assoluta. Infatti, ora sono ‘solo’ 13 su 27 i Paesi con leader politici incasellabili sotto l’ombrello del Ppe: Angela Merkel (Germania), Mariano Rajoy (Spagna), Antonis Samaras (Grecia) e poi i leader di Polonia, Ungheria, Romania, Irlanda, Lussemburgo, Svezia, Finlandia, Lettonia, Portogallo e Cipro. Quelli riconducibili all’area socialista sono otto –e, fra essi, il presidente francese François Hollande- e potrebbero diventare 9 con l’Italia.

Conclave: paese e media che vai, papa che trovi; e sgambetto che fai

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 13/03/2013

Paese e media che vai, papa che trovi. C’è il giornale che ‘tira la volata’ al ‘campione’ nazionale; e c’è quello che ‘fa lo sgambetto’ all’avversario ben piazzato. C’è chi tenta l’identikit del successore di Benedetto XVI e chi ne definisce a priori le caratteristiche, sempre con richiami alla spiritualità. E, alla fine, trionfano i luoghi comuni, tipo ‘nemo propheta in patria’: un professore dell'Università cattolica brasiliana, Francisco Borba, dice che i quattro cardinali brasiliani in conclave non “faranno lobby” per Odilo Scherer, arcivescovo di San Paolo, uno dei favoriti della vigilia. Una tesi avallata dai giornali di San Paolo e di Rio: Scherer non avrebbe il sostegno unanime dei porporati brasiliani.

Dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, arriva invece un siluro destinato al ‘front runner’ italiano, Angelo Scola, cardinale di Milano. ''Discuterò di Comunione e Liberazione in Conclave”, fa sapere al Wall Street Journal un cardinale europeo che chiede l’anonimato. Il quotidiano finanziario punta l’attenzione sul movimento fondato da don Luigi Giussani e sui legami con Scola, giudicato “troppo vicino alla politica” –e, magari, all’ex presidente della Lombardia Roberto Formigoni-. Il Guardian, con qualche forzatura, collega le prospettive di elezione dell’arcivescovo di Milano con operazioni dell’antimafia per appalti e forniture ad aziende ospedaliere lombarde.

Proprio il Guardian, quello che ai suoi lettori sulle elezioni italiane aveva offerto una sorta di gioco dell’oca, propone stavolta una specie di kit ‘fai da te’: “Scegli il tuo papa”. Alcuni fra i media più prestigiosi decretano una vigilia da ‘too close to call’: la Bbc non vede nessuno “chiaramente in testa”; Le Monde descrive un conclave dove manca “una personalità dominante”. Libération, invece, rilancia l’ipotesi del ‘papa nero’, così come fanno siti Usa ‘tweettati’ in Italia; ed El Mundo gioca la carta del papa sudamericano. Per la Cnn, il cardinale di New York Timothy Dolan “incanta i fedeli” che ne ascoltano l’omelia.

La diplomazia internazionale è più prudente dei media; e, apparentemente, meno coinvolta. Un papa –è la tesi- non sposta, solo in base alla sua provenienza, gli equilibri geo-politici e l’asse del potere economico o militare. Vero. Ma poi si pensa a Wojtyla e alla caduta del Muro; e, allora, magari, viene in mente che un papa cinese potrebbe aprire una breccia nel regime comunista ed incidere sulla rotta della Super-Potenza del XXI Secolo. Pechino, infatti, il papa cinese non lo vuole proprio.

Se l’Italia al papa ci tiene per consuetudine, gli altri Paesi europei non paiono sentirne il richiamo, in questo momento. I Grandi sembrano fuori gioco: Germania e Polonia hanno già avuto; Francia e Spagna non hanno candidati. Fra i piccoli, Belgio, Ungheria, Austria offrono loro porporati, senza crederci troppo. E, comunque, un papa europeo sposta ormai poco in Europa.

Diverso sarebbe, invece, il discorso se il papa venisse da altre regioni del Mondo: un pontefice che arrivasse dall’Africa o dall’America latina non solo accenderebbe i riflettori su quei cattolicesimi, ma renderebbe il suo continente un po’ meno periferia del Mondo. E un papa che venisse dal Nord America sembrerebbe confermare l’egemonia culturale di quell’area sul resto del Mondo, almeno Occidentale. Anche se, il cardinale francescano di Boston Sean O’Malley, origine irlandese, riassume in sé diverse forti tradizioni cattoliche e apparirebbe l’erede di una vocazione alla povertà spesso poco riconoscibile nella Chiesa moderna. Quanto all’Asia, quella che conta, la Cina, l’India, il Giappone, resta una periferia cattolica. Le Filippine  hanno Luis Antonio Tagle, 55 anni, un campione troppo giovane –ha ancora un giro davanti-, anche se il Daily Mail già lo insedia Papa Facebook 1.

Nell’attesa della fumata bianca, l’attenzione dei media non è sempre deferente. L’Indipendent parla d’una sauna gay nei palazzi vaticani. Il Guardian vede il lascito di Ratzinger nella sua moda papale. Tutti puntano sulla lotta di potere per la riforma dello Ior, la banca curiale, e sulle ferite lasciate dagli episodi di pedofilia, che inseguono fin dentro la Cappella Sistina l'arcivescovo di Sydney George Pell.
Divisioni e contrasti minano, per molti media esteri, le candidature italiane: torniamo al WSJ, che cita un secondo cardinale, sempre anonimo, secondo cui il consenso su Scola è forte fuori d’Italia, mentre i legami con Cl ne hanno eroso l’appoggio tra gli italiani e nella Curia.

Il Guardian ricorda che il cardinale, considerato il più illustre portavoce ecclesiastico del gruppo, ha poi allentato i legami con Cl e un anno fa ha pubblicamente preso le distanze dai ciellini. Al WSJ, alcuni cardinali tessono l’elogio del movimento, altri esprimono scetticismo per i legami tra gruppo e politica. “Due decenni fa Cl ha aiutato a mettere Silvio Berlusconi sulla mappa del potere”, scrive la bibbia della finanza.

martedì 12 marzo 2013

Punto: Italia-India, marò, furiosi a New Delhi, freddi all'Ue

Scritto per l'Indro il 12/03/2013

Di sicuro, non ci siamo fatti degli amici. La decisione di fare rimanere in patria i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone viene ovviamente accolta male dall'India e viene commentata freddamente dall’Unione europea, che pure era stata vicina all'Italia nella vicenda.
                      
Certo, gli occhi dell’umanità non sono tutti puntati su questa vicenda, proprio nel giorno in cui, qui, si apre il Conclave e, altrove, guerra e violenza lasciano la loro consueta striscia di sangue e dolore. Ma chi ci guarda lo fa, spesso, senza capire e senza mostrarci simpatia.

La notizia, sparata con toni critici dalla stampa indiana, trova spazio in tutto il Mondo: ne parlano Ap e Reuters e pure Bbc, NYT, WP e molti altri.  Il Wall Street Journal of India fa un ampio pezzo: “L'India ribolle di rabbia per la decisione italiana, … sale l'ira”. E gli attacchi mediatici sono pure indirizzati contro le autorità indiane, colpevoli di avere lasciato partire in licenza i marò. Zeenews scrive che il caso è fonte di grande imbarazzo per la coalizione al governo, Ibn-Live si chiede se “l'India lascerà che gli italiani la passino liscia dopo un omicidio?”.  L’edizione europea del WSJ è più oggettiva: “L’Italia ricusa l’India su marines”. 

Per la Farnesina, New Delhi ha violato "gli obblighi di diritto internazionale", perché non accetta che i due militari italiani siano processati in patria. "I due marò devono essere processati in India, secondo le leggi indiane", è invece il ritornello indiano, almeno a livello mediatico. I magistrati della Procura di Roma attendono di procedere nei confronti dei due militari. E l’Unione europea, che era stata al fianco dell’Italia in tutta la vicenda, si limita a prender atto della decisione italiana, senza esprimere condivisione.

A livello di governo, il premier Singh definisce la situazione “inaccettabile” e chiede al ministro degli Esteri di sollevare la questione con Roma. E, infatti, l'ambasciatore d'Italia a New Delhi, Daniele Mancini, viene convocato al ministero per fornire spiegazioni “al massimo livello” – ma senza vedere il ministro Khurshdie-. L'opposizione di centrodestra denuncia l’inganno italiano contro la Corte Suprema: “Pensano che siamo una repubblica delle banane”. E lo stato del Kerala ribadisce la richiesta di processare Latorre e Girone. Protestano anche i pescatori colleghi ed amici delle due vittime; la moglie di uno dei due giovani uccisi denuncia la mancanza di giustizia.

Lo strappo di ieri sui marò è stato l’ennesimo colpo di scena di una vicenda difficile e complicata, che l’Italia aveva finora gestito con equilibrio e correttezza, rivendicando la competenza giuridica per un episodio che aveva coinvolto "organi dello Stato operanti nel contrasto alla pirateria sotto bandiera italiana e in acque internazionali". Fino al 30 maggio, Girone e Latorre erano rimasti sotto custodia; poi avevano ottenuto di uscire su cauzione, godendo man mano di maggiore libertà.

Il 20 dicembre, mentre il tribunale di Kollam continuava a rinviare l'avvio del processo, e mentre s’attendeva il verdetto della Corte Suprema di New Delhi sulla giurisdizione del caso, i due marò ottenevano, su cauzione e con dichiarazione giurata, una prima licenza di due settimane per passare il Natale a casa. Rientravano in India il 4 gennaio. Il 18, la Corte Suprema disponeva la creazione d’un tribunale speciale a New Delhi per vagliare la questione della giurisdizione. Il 22 febbraio, la seconda licenza, che l’Italia trasforma in un ‘libera tutti’.

Altrove, in Afghanistan, cinque membri delle forze Isaf sotto il controllo Nato, di cui non si conosce la nazionalità, sono morti in seguito a un incidente di elicottero la cui causa resta da accertare. Secondo i primi dati ottenuti,  “non c'era attività nemica nella zona al momento dell'incidente”: il disastro, avvenuto nella provincia meridionale di Kandahar, una delle più insicure, potrebbe essere stato causato dal maltempo

Nelle Falklands, gli abitanti dell'arcipelago dell’Atlantico del Sud che l'Argentina rivendica come Malvinas, hanno scelto con un referendum a schiacciante maggioranza (il 98,8%) il mantenimento del controllo britannico sul loro territorio. L'Argentina ha già fatto sapere di ritenere lo scrutinio nullo, come non avvenuto. Nel 1982, la sovranità sulle isole, che l’Argentina occupò, fu la causa d’un conflitto che portò alla caduta della dittatura a Buenos Aires.