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mercoledì 15 aprile 2015

Usa 2016: Hillary; 7 uomini 7 contro una donna (e una scusa per perdere)

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/04/2015 -in breve- e sul blog de Il Fatto il 14.

7 uomini 7 contro una donna: le primarie e poi la corsa alla presidenza degli Stati Uniti echeggiano il titolo di un musical western, Sette spose per sette fratelli. I repubblicani hanno già calato il tris, di senatori, più che di assi, Ted Cruz, Texas, Rand Paul, Kentucky, Marco Rubio, Florida; ma hanno altre carte in mano, Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente, ex governatore della Florida, Chris Christie, governatore del New Jersey, magari Mike Huckabee, ex governatore dell’Arkansas, magari Rick Santorum, ex senatore della Pennsylvania, magari altri ancora. Scartine o briscole? I cavalli di razza lì sono pochi, uno in meno dopo il ritiro preventivo di Mitt Romney.

Invece, i democratici hanno calato la loro donna, che non sarà di cuori, ma certamente è di denari, perché le casse della campagna di Hillary non faticheranno a riempirsi del sostegno concreto di chi pensa di fare la puntata vincente.

Una corsa a mani basse verso la Casa Bianca?, per l’ex first lady, ex senatore dello Stato di New York, ex segretario di Stato. E’ presto per dirlo: le trappole, le insidie sono spesso invisibili, ma ci sono sempre su questo percorso. E i repubblicani non hanno troppo interesse a tirarle fuori ora: se hanno di che impallinare la battistrada democratica, lo faranno dopo le convention dell’estate 2016, quando loro avranno scelto il loro campione e Hillary sarà la loro avversaria.

Però, dubbi e sospetti cominciano a insinuarli nell’opinione pubblica: un loro video a commento dell’annuncio della candidatura di Hillary la addita come personaggio opaco, dal passato zeppo di zone d’ombra. E la più virulenta contro di lei è stata proprio l’unica possibile alternativa femminile al Settebello maschile repubblicano: Carly Fiorina, manager di successo, ma politica esordiente, che di Hillary condivide le spigolosità del carattere.

Intendiamoci, qualcosa di vero c’è, nelle critiche a Hillary: mica è una santa laica, ha fatto errori, probabilmente più di quanti già non le conosciamo. Ma dietro le critiche c’è pure una dose robusta di stereotipi e a qualche goccia della malevola gelosia per cui siamo soliti dare spiegazioni negative delle fortune altrui.

Di Bill Clinton, dicevano che era il primo presidente nero d’America, per la sua popolarità presso l’elettorato afro-americano e per l’empatia che sviluppava con il pubblico, di qualsiasi estrazione fosse. Di Barack Obama, che è il primo nero alla Casa Bianca, dicono che non è un nero, perché approccia l’interlocutore con freddezza e distacco, quasi un ritrarsi fisico, e per la razionalità un po’ concettuale dei suoi sogni.

Hillary sarà, forse, la prima donna alla Casa Bianca, ma se ci arriverà lo farà –il ritornello è già partito- rinunciando a qualcosa del proprio femminile, nonostante sia moglie, madre, nonna –e lo ostenti-. E ci sono anche illazioni non inedite sugli orientamenti sessuali.

Malignità gratuite quasi a prescindere che le donne di potere hanno sempre subito, Golda Meyr, Margaret Thatcher, Angela Merkel: “E’ un uomo”, di dice di loro, magari a mo’ di complimento, non come lo si diceva un tempo delle atlete bulgare. E se, invece, le donne in carriera politica sono ‘troppo’ femminili, scatta allora la malignità opposta, di dovere alla loro avvenenza (e, magari, alla loro disponibilità) il loro successo.

L’idea che siano semplicemente brave, o comunque migliori, dei loro colleghi concorrenti maschi, è difficile da trangugiare. Brave lo sono, ma … 7 uomini 7 contro una donna, mica possono perdere senza inventarsi una scusa.

martedì 14 aprile 2015

Armenia: genocidio; Turchia contro il Papa, e l'Italia lo lascia solo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/04/2015 

L’Italia mette il dito negli ingranaggi della crisi diplomatica tra Santa Sede e Turchia. E ce lo lascia, troppo preoccupata di non dispiacere ai turchi, partner economici importanti e presto protagonisti dell’Expo 2015. Così si merita le rimostranze dell’Armenia, che quasi la sfida a esserci, il 24 aprile, alla commemorazione del centenario del massacro di un milione e mezzo di cristiani armeni. 

Le affermazioni di Papa Francesco sullo sterminio degli armeni tra 1915 e ‘17, definito domenica un "genocidio", durante una celebrazione in San Pietro, continua a suscitare polemiche. Convocato il nunzio apostolico Antonio Lucibello e richiamato per consultazioni l’ambasciatore in Vaticano, Ankara definisce le parole del pontefice “un’inaccettabile strumentalizzazione politica”.

Il premier Davutoglu insinua che il papa difende gli armeni perché argentino, leggasi filo-nazista. E il ministro degli Esteri Cavusoglu afferma che le parole del pontefice rivelano "una discriminazione dei musulmani e dei turchi di fronte ai cristiani". Secondo Cavusoglu, i massacri degli armeni sotto l'Impero ottomano non rientrano nella definizione di genocidio, ma furono effetto d’un conflitto in cui morirono anche musulmani. 

Papa Francesco, ieri, non ha ripetuto le sue parole, ma ha ricordato che "il cammino della Chiesa è quello della franchezza: dire le cose con libertà, senza timore", a costo di una frattura con Ankara proprio quando la Turchia è essenziale nella lotta al sedicente Califfato e alla minaccia jihadista che incombe anche sulle minoranze cristiane.

La diplomazia internazionale non è mai stata coraggiosa sul genocidio armeno, denunciato come tale dalla Francia e dal Parlamento europeo. Pilatescamente, la Commissione europea chiede che Turchia e Armenia imbocchino la strada delle riconciliazione.


Il ministro degli Esteri Gentiloni pattina: "La durezza dei toni turchi non è giustificata”, dice, anche perché “Giovanni Paolo II s’era già espresso così". Ma l'Italia, che “ha più volte espresso solidarietà e vicinanza al popolo armeno per la violenza e le sofferenze subite cento anni fa”, non riconosce giuridicamente il genocidio: “Invitiamo Turchia e Armenia, nostri amici, a dialogare".

Il sottosegretario Gozi con delega agli affari europei scivola, distingue la storia dalla politica e ‘scarica’ Francesco: "Non è mai opportuno che un governo prenda posizioni ufficiali su questo tema. Un governo non deve utilizzare la parola genocidio", dice in tv. "Con Ankara –prosegue- parliamo di democrazia, diritti umani e minoranze. Riteniamo che il dialogo e il negoziato servano a risolvere questi problemi e non il muro contro muro … Non esiste una lettura storica assoluta e la lettura della storia crea forti divisioni … Per chi fa politica è meglio guardare ai problemi di oggi … Nessun governo si esprime in maniera ufficiale: questo è compito degli storici”. Il coraggio della verità lo lasciamo al Papa.

Usa 2016: democratici, agnelli sacrificali cercansi per 'aquila' Hillary

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 14/04/2015 

Sull’altare mediatico delle primarie democratiche, qualche agnello dovrà offrirsi all’aquila rapace della competizione 2016: Hillary Clinton vincerà a mani basse, ma qualche rivale bisognerà pur trovarglielo. I repubblicani hanno il problema opposto: sono tanti, ma una nidiata di pulcini, che, Jeb Bush a parte, pochi conoscono. La loro lista ufficiale ne conta già tre: Marco Rubio, senatore della Florida, s’è ieri aggiunto a Ted Cruz e Rand Paul, senatori anch’essi, di Texas e Kentucky – tutti ultra-conservatori -. Alla fine, saranno almeno sette.

Fra i democratici, invece, Hillary corre al momento sola. L’avversario per lei più temibile, donna, brava, grintosa e liberal –troppo-, s’è chiamata fuori: Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, colei che riconquistò il seggio dei Kennedy strappato dai repubblicani dopo la morte di Ted, non correrà. I maggiorenti del partito hanno accolto la decisione con un sospiro di sollievo: Elizabeth poteva insidiare Hillary, ma, se avesse ottenuto la nomination, sarebbe poi stata una palla al piede nelle presidenziali, perché troppo di sinistra per un’America che non è solo, anzi è sempre meno New England.

Di pezzi grossi, fra i democratici ce ne sono pochi. Due che possono provarci, e che sono indubitabilmente presidenziabili, sono Joe Biden, il vice di Obama, un ex senatore del Maryland, persona per bene che parla molto –talora a sproposito- e vicina al centro. E John Kerry, il segretario di Stato in carica –Hillary gli cedette il posto nel 2013-, che alla Casa Bianca andò vicino nel 2004, quando, da senatore del Massachusetts, ottenne la nomination e sfidò Bush, perdendo però.

Entrambi, più che alternative alla Clinton, sono ruote di scorta del partito: fallisse Hillary, o cadesse in una delle mille trappole che le saranno tese, ecco due modelli di ‘usato sicuro’. Kerry, a chi gli chiede se si candiderà, risponde ‘Mai dire mai’. Biden, forse, ci proverà: molti vice lo hanno fatto nel dopoguerra, con successo –Bush padre nel 1988- o più spesso senza successo –Nixon nel 1960, Humprey nel 1968, Gore nel 2000-, ma sempre però ottenendo almeno la nomination.

E, allora, chi correrà con Hillary? Facciamo qualche ipotesi. Il senatore del Vermont Bernie Sanders, che si autodefinisce “un democratico socialista” e propugna una democrazia “alla scandinava”. Lui sarebbe poco più di una meteora: un sito di ricercatori della Stanford University, che analizza i voti e le dichiarazioni dei potenziali candidati, lo considera il più liberal di tutti, a 8,3 su una scala 10. Hillary sta a 6,4, a metà strada tra Biden (4,4) e la Warren (8,2).

Poi ci sono Martin O’Malley, astro nascente, governatore del Maryland per due mandati dopo essere stato sindaco di Baltimora, poco noto a livello nazionale, e Jim Webb, senatore della Virginia per un mandato, che nel 2013 decise di non brigare un secondo mandato –‘per provarci nel 2016, si pensò-.

Uno che non farà l’agnello sacrificale è Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York, figlio di quel Mario che non ci volle mai provare. A 58 anni, Andrew è abbastanza giovane per potere aspettare 4 o 8 anni. E provare a fare filotto: il primo nero, la prima donna, il primo italo-americano.

lunedì 13 aprile 2015

Usa 2016: repubblicani, contro le ombre del passato di Hillary

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Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu il 13/04/2015

2015/04/13 – Fuoco di sbarramento dei repubblicani sulla candidatura di Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca: l’annuncio ufficiale non era ancora stato fatto che già partivano raffiche d’attacchi contro l’ex ‘first lady’, ex senatore dello Stato di New York, ex segretario di Stato, spesso centrate sulle presunte opacità del suo passato. E un video della contro-campagna repubblicana mostra proprio Hillary di spalle, o una silhouette che pare la sua, con un’immagine sfocata che vuole evocare la nebbia da cui uscirebbe. E Jeb Bush, che non è ancora formalmente sceso in campo, ma che sulla carta è l’antagonista più probabile di Hillary, ha diffuso un proprio video, dove dà di sé un’immagine molto presidenziale: guardando dritto nella telecamera, come se parlasse al Paese e fosse già in campagna elettorale, esorta a voltare pagina rispetto all’Amministrazione democratica. "Possiamo fare meglio", dice; e attacca proprio il binomio Obama-Clinton: "Dobbiamo fare meglio della politica estera di Obama-Clinton che ha danneggiato il rapporto con i nostri alleati e galvanizzato i nostri nemici. Meglio delle loro politiche che fanno crescere il nostro debito e impediscono il vero sviluppo economico e la prosperità". Bush conclude con un vero e proprio appello elettorale: "Credo che saranno le idee conservatrici a rinnovare l'America, a far crescere la nostra economia, a rendere il nostro grande Paese ancora più forte. So che possiamo fare meglio e, insieme, lo faremo". (dispacci d’agenzia – gp)

domenica 12 aprile 2015

Usa 2016: democratici; Hillary candidata, focus su economia e famiglie

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu il 12/04/2015

2015/04/12 - Un tweet e un video postato sui social network: parte senza fanfare e senza familiari sul palco, la campagna di Hillary Rodham Clinton per ottenere la nomination democratica e, poi, per conquistare la Casa Bianca l’8 novembre 2016. L’annuncio della candidatura di Hillary, che ci riprova dopo lo smacco del 2008, non rispetta dunque i riti della politica americana e non arriva neppure puntuale: giunge un po’ in ritardo, rispetto alle previsioni della vigilia, lasciando un alone di giallo. Nel video, l'ex 'first lady' dice di voler essere "la paladina degli americani" e promette di lottare contro le diseguaglianze, mentre già circola fra i suoi sostenitori un documento dal titolo che suona slogan “Siamo Hillary per l’America”. L'autore del testo, scrivono media Usa che ne hanno preso visione, è proprio Robby Mook, il capo della campagna. In una pagina, Mook sintetizza la missione della squadra che lavorerà per l’ex segretario di Stato: dare "a ogni famiglia, a ogni piccola impresa, a ogni americano, un percorso verso la prosperità duratura". Sono questi i temi su cui Hillary cercherò di convincere gli americani ad eleggerla 45° presidente degli Stati Uniti, il primo donna. Focus sull'economia, quindi, e sulle opportunità delle famiglie: "Questa campagna non riguarda Hillary Clinton e non riguarda noi -si legge nella nota di Mook-, riguarda gli americani che tentano di costruire una vita migliore per se stessi e le loro famiglie". Altri consiglieri dell'ex segretario di Stato hanno fatto sapere alla stampa americana che Hillary eviterò un avvio di campagna vistoso, preferendo toni sobri, da conversazione con gli elettori, proprio sui temi che si presume stiano più loro a cuore in questo momento, quindi l’economia ed i bisogni delle famiglie della classe media e delle prossime generazioni. La strategia tratteggiata dai consiglieri della Clinton riecheggia i temi della campagna che nel 2012 portò Barack Obama alla rielezione. La Clinton, che ha messo molta cura nel formare la propria squadra, è il primo candidato ufficiale alla nomination democratica e parte largamente favorita: nel suo partito, non s’intravvede al momento un avversario per lei temibile. Fra i repubblicani, due candidati si sono già dichiarati: i senatori Ted Cruz del Texas e Rand Paul del Kentucky. Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente, non ha ancora annunciato la sua candidatura, ma ha diffuso proprio oggi un video ‘presidenziale’, per contrare le mosse della Clinton: un match Clinton – Bush, una sorta di remake del 1992, è l’ipotesi più attendibile al momento, stando ai sondaggi. (dispacci d’agenzia – gp)

Usa 2016: Barak e Hillary; c'eravamo tanto odiati, ora inseparabili

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 12/04/2015; altra versione su www.GpNewsUsa2016.eu

Non si sopportavano proprio, ai tempi della combattuta stagione delle primarie 2008. Poi, invece, sono diventati legati l’uno all’altra a doppio filo. Lei ha messo al suo servizio il ‘brand Clinton’ nelle campagne elettorali 2008 e 2012. Lui le ha consentito di farsi un’esperienza internazionale, con i quattro anni da segretario di Stato; e, adesso, le passa pezzi pregiati della sua squadra.

Lontani, lontanissimi, i tempi dell’astio dei Clinton per quel loro ‘protetto’ nero che osava sfidare, e battere, l’ex first lady nelle primarie 2008, ribaltando l’ordine delle cose e la gerarchia del potere: prima, una donna alla Casa Bianca; poi, eventualmente, un nero o un ispanico.

Perché Hillary Clinton, che oggi formalizza la candidatura alla nomination per Usa 2016, è l’unica opzione seria del partito democratico per restare alla Casa Bianca. Intorno a lei, il vuoto: le ipotesi Joe Biden, vice-presidente, e John Kerry, segretario di Stato, più che vere e proprie alternative sono ruote di scorta, se strada facendo l’ex first lady dovesse essere azzoppata da qualche scandalo.

Il rischio c’è e le avvisaglie si sono già viste. Prima il Washington Post, poi il New York Times hanno tirato fuori polemiche scomode: i finanziamenti alla Fondazione Clinton da Paesi esteri, mentre Hillary era segretario di Stato; e l’uso della mail privata, invece di quella ufficiale, sempre quand’era a capo della diplomazia statunitense. I repubblicani non ci sono andati giù pesanti: loro cercheranno di affondare Hillary quando sarà la candidata dei democratici; per il momento, sono ‘siluri di partito’.

Gli attacchi però non vengono da Obama, che sta anzi cedendo all’ex first lady gli elementi migliori del suo staff: John Podesta, fedelissimo clintoniano, già capo dell’apparato di Bill alla Casa Bianca, ha lasciato il Pentagono per il ‘team Hillary’; e Jennifer Palmieri, direttore della comunicazione dell’Amministrazione Obama, è diventata responsabile della comunicazione della candidata.  Un altro ‘obamiamo’, Joel Benenson, potrebbe essere il sondaggista capo.

L’uomo nuovo, e forte, del ‘team Hillary’ sarà Robby Mook: giovane -36 anni- e molto qualificato, Mook, nato e cresciuto nel progressista Vermont, ha l’età per parlare ai ‘Millennial’, che voteranno per la prima volta e che potrebbero risultare determinanti. Toccherà a lui, pare, guidare con Podesta la squadra.

Il quartier generale della campagna elettorale di Hillary Clinton, che fu dal 2001 al 2007 senatrice dello Stato di New York, sarà a Brooklyn, nel complesso di uffici MetroTech. L'ex first lady ha personalmente svolto i colloqui di selezione nella casa di Chappaqua per completare lo staff e s’è concentrata in particolare sugli addetti alla comunicazione e di chi gestirà i social network.

Oggi come oggi, il risultato appare blindato, ma all’8 novembre 2016 mancano ancora 575 giorni, trappole, sorprese, passi falsi. I sondaggi si succedono, i risultati sono sempre uguali: Hillary batte tutti. Per la nomination, non ha rivali; per la Casa Bianca è favorita: vince largo su Jeb Bush, l’avversario repubblicano più probabile, dopo il ritiro di Mitt Romney. L’ex ‘first lady’ è molto nota; i potenziali candidati repubblicani –tranne Jeb, figlio e fratello del 41° e 43° presidente- hanno problemi d'immagine. Vale per Ted Cruz e per Rand Paul, gli unici due a essere formalmente scesi in lizza, più o meno come per l’astro nascente Scott Walker, o Chris Christie, o Marco Rubio, o l’unica donna repubblicana ‘papabile’, Carly Fiorina.

Eppure, che possa toccare a una donna lo pensano in molti: pure Laura Bush, moglie di George W. e cognata di Jeb. Intervistata dalla Cnn, alla domanda ‘una donna presidente?’, risponde “Non vedo l’ora”, salvo poi aggiungere: “Ma per il 2016 ho già un candidato: mio cognato Jeb". Insomma, Laura se la cava bene, lusingando l’elettorato femminile, senza penalizzare il fratello del marito.

Non ci va giù sottile, invece, Chelsea Clinton, la figlia unica della ex ‘prima coppia’ d’America: “Una donna alla Casa Bianca farebbe la differenza”, dice in una lunga intervista a Elle, anticipata con voluto tempismo alla vigilia dell’annuncio di Hillary. Per Chelsea, è importante che il 20% circa degli eletti al Congresso siano donne, ma l’affermazione politica delle donne Usa sarà definitiva solo con una donna alla Casa Bianca, "un fattore assoluto, anche per ragioni simboliche".

Chelsea sarà al fianco della madre nella campagna, che inizierà con un giro dello Iowa, lo Stato che inaugura le primarie e dove nel 2008, Hillary partì male, superata sia da Obama che dall'ex senatore e candidato vice-presidente nel 2004 con John Kerry John Edwards.

sabato 11 aprile 2015

Usa 2016: democratici; Chelsea tira volata a Hillary, che domani si candida

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu l'11/04/2016

2015/04/11 – “Una donna alla Casa Bianca farebbe la differenza”: uno slogan per Hillary, che, però, perde un po’ d’efficacia se a proporlo è Chelsea Clinton, figlia unica della ex ‘prima coppia’ d’America e presto candidata a diventare il primo cittadino americano i cui genitori siano stati entrambi presidenti. Adolescente un po’ goffa alla Casa Bianca, poi brillante studentessa e quindi ‘donna in carriera’, sposata dal 2010 con un banchiere, mamma di Charlotte dall’anno scorso, Chelsea sarà di sicuro al fianco della madre nella campagna elettorale, come già fece nel 2008, quando la presentò alla Convention democratica. L'annuncio ufficiale della candidatura di Hillary alla nomination democratica alle presidenziali 2016 avverrà domani, con un tweet largamente anticipato. Alla vigilia, con voluto tempismo, la figlia ha concesso una lunga intervista a Elle, di cui sono stati anticipati alcuni passaggi, e s’è fatta fotografare sulla copertina di maggio del magazine (tubino nero e capelli al vento), in edicola dal 21 aprile. Chelsea dice che è importante che il 20% circa degli eletti al Congresso siano donne, ma rileva che l’affermazione politica delle donne Usa sarà definitivo con una donna alla Casa Bianca, "un fattore assoluto, anche per ragioni simboliche". Hillary, ex ‘first lady’ quando Bill Clinton era presidente dal 1993 al 2001, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato nel primo mandato del presidente Obama (2009/2013) è la battistrada dei democratici per la nomination e potrebbe correre quasi senza avversari. I sondaggi la danno pure nettamente davanti a qualsiasi candidato i repubblicani possano mettere in campo. Al tweet di domani, Hillary farà seguire un video, una email e una serie di telefonate collettive, per preparare il suo giro dello Iowa, lo Stato che inaugura le primarie con la formula delle assemblee di partito (i caucuses) e dove nel 2008, a sorpresa, Hillary partì male, superata sia da Barak Obama –che avrebbe poi ottenuto la nomination- che dall'ex senatore e candidato vice-presidente nel 2004 con John Kerry John Edwards. (dispacci d’agenzie – gp)