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martedì 18 agosto 2015

Usa 2016: Trump balla per un'estate, Hillary e Jeb faticano

Scritto per La Presse il 17/08, ripreso passim da www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

Spendendo a dismisura e sparandole grosse, Donald Trump, magnate dell’edilizia e showman, balla l’estate in testa ai sondaggi fra i candidati alla nomination repubblicana, anche se nessuno gli presta chances di ottenerla.

La popolarità di Trump trae vantaggio dall'appannamento dei due favoriti per Usa 2016: Jeb Bush, repubblicano, rispettivamente figlio e fratello del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, e Hillary Rodham Clinton, democratica, già first lady, senatore dello Stato di New York e segretario di Stato.

Jeb patisce la prestazione scolorita nel dibattito coi rivali repubblicani del 6 agosto, che gli ha fatto perdere punti. Hillary subisce un’erosione di popolarità per lo scandalo Emailgate – quand'era segretario di Stato, usava un account privato, anziché quello ufficiale-. Inoltre, essendo, di fatto, l’unico serio candidato democratico, gli attacchi dei repubblicani si concentrano tutti su di lei. Senza contare che l’ex first lady comincia a fare i conti con l’antipatia che buona parte dell’opinione pubblica degli Stati Uniti nutre per lei.


Al punto che l’ipotesi di una discesa in campo del vice-presidente Joe Biden, un politico esperto e rispettato, ma non certo un trascinatore, viene letta in modi opposti. C’è chi vede in Biden una ruota di scorta democratica, su cui puntare se la Clinton non decolla e/o inciampa; e c’è chi lo considera, invece, una sorta di frangiflutti, che, attirando su di sé parte degli strali dei repubblicani, lascerebbe Hillary meno esposta alle critiche.


In questi giorni, l’attenzione è concentrata sullo Iowa, lo Stato che inaugurerà all'inizio del 2016 l’assegnazione dei delegati per la nomination: uno Stato rurale e conservatore, sulla carta poco favorevole alla Clinton e a Bush, entrambi relativamente ‘liberal’ rispetto ai rispettivi schieramenti. Lì, nello Iowa, i candidati fanno passerella, molti –che non hanno un’adeguata visibilità nazionale - per farsi conoscere. ...


Sui rivali di partito, Trump fa pure valere il fattore soldi, senza peritarsi di aprire fronti di polemica a raffica, alcuni dei quali alla fine gli si ritorceranno contro: gli immigrati, le donne, gli avversari. Gli fanno pure gioco le ‘rivelazioni’, poco suffragate dai fatti, in verità, del Sunday Times, secondo cui Trump sarebbe stato tra i corteggiatori della principessa Diana: dopo il divorzio con Carlo, l’avrebbe ‘bombardata’ di mazzi di fiori da centinaia di sterline l’uno. Un portavoce del magnate, interpellato dal Sunday Times, ha detto che "i due si piacevano molto”, ma che “tra loro non c'è stato mai nulla".


Trump è pronto a spendere, se necessario, anche un miliardo di dollari della sua fortuna personale: lui, a differenza degli altri, non ha bisogno di finanziamenti e non è condizionabile dai lobbisti. Ma c’è chi giudica a priori la spesa uno spreco, perché, tanto, non otterrà la nomination. E l’esibire la ricchezza può anche essere un handicap: l’imprenditore, che dispone di una flotta aerea, preferisce muoversi in auto nello Iowa, per non urtare la parsimonia degli abitanti.


Fra i suoi rivali, invece, c’è chi non ha più un dollaro in tasca o quasi: l’ex governatore del Texas Perry non paga più lo staff della sua campagna, che continua a lavorare per lui per volontariato. Fino a quando?


L'elettorato qualunquista e conservatore apprezza le dichiarazioni all'insegna del politicamente scorretto - ormai il suo marchio di fabbrica – di ‘Donald il rosso’, uscito dal dibattito di Cleveland sempre in testa al gruppo, con quasi un quarto delle preferenze della platea repubblicana (23%). Invece, il dibattito non ha giovato a Bush e neppure al governatore del Wisconsin Scott Walker. Bene i senatori del Texas Ted Cruz e dellaFlorida Marco Rubio, il neurochirurgo Ben Carson, l’unico nero, e la manager Carly Fiorina (ex ceo di Hp), l’unica donna. ...

lunedì 17 agosto 2015

Usa 2016: immigrazione, Trump vuole fare il ‘leghista’ alla Casa Bianca

Scritto per La Presse il 16/08/2015 e pubblicato pure su www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

Se sarà eletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump farà una politica dell’immigrazione ‘leghista’: espellerà tutti i migranti senza documenti e annullerà le disposizioni di segno contrario impartite dal presidente Barack Obama.

Il programma di Trump, delineato in un’intervista a uno dei programmi ‘cult’ dells Nbc News, ‘Meet The Press’, non stupisce, perché il magnate dell’immobiliare e showman televisivo aveva già messo in chiaro come la pensa in merito, quando aveva qualificato i messicani nel loro insieme come “trafficanti e stupratori”.

Le possibilità che Trump possa attuare il suo programma sono infime. Nello stuolo di 17 aspiranti alla nomination repubblicana, ‘Donald il rosso’, per via del colore dei capelli e basta, è ora in testa ai sondaggi, ma ha contro l’establishment del partito e, inoltre, ha l’handicap di polarizzare l’opinione pubblica: un conservatore su quattro è con lui, ma tre su quattro non lo vogliono proprio.
E se dovesse presentarsi da indipendente, come ha già ipotizzato, non avrebbe la forza di vincere, ma condannerebbe alla sconfitta il candidato repubblicano.

La sua campagna è stata, finora, un susseguirsi di gaffes che gli sono valse consensi da parte di chi apprezza il parlare schietto, a volte pure un po’ volgare: nel mirino dei suoi attacchi sono così finiti il presidente Barack Obama e la candidata democratica Hillary Clinton – fin qui, tutto normale - e gli altri aspiranti alla nomination repubblicana – ed è ancora normale -, ma anche eroi di guerra come il senatore John McCain, giornalisti ‘scomodi’ e intere categorie di potenziali elettori, come gli ispanici o le donne.

Nell’intervista televisiva, Trump, che ha compiuto un controverso sopralluogo al confine tra Texas e Messico, a Laredo, e che ha già sollecitato più volte la costruzione di un muro sulla frontiera – barriere, del resto, già ne esistono -, ha detto: "Terremo insieme le famiglie, ma gli illegali se ne devono andare". La riforma dell’immigrazione propugnata dal presidente Obama prevede, invece, procedure di riconoscimento della cittadinanza agli immigrati che vivono da tempo negli Usa e vi lavorano, sanandone così la posizione.

In attesa che il magnate dell’immobiliare metta per iscritto il suo programma, c’è però chi rileva delle contraddizioni fra il comportamento dell’imprenditore e le promesse del politico che difende dagli immigrati i posti di lavoro americani. Giorni fa, la Reuters aveva scoperto, consultando i dati del ministero del Lavoro Usa, che nove società di Trump, dal Duemila a oggi, hanno chiesto 1.100 visti per immigrati da impiegare come cuochi, camerieri o con altre mansioni. E continuano a farlo: a luglio, la Mar-a-Lago Club che gestisce un lussuoso complesso in Florida, ha sollecitato 70 visti per lavoratori stranieri. Inoltre, la Trump Model Management ed il Trump Management Group LLC hanno chiesto visti per 250 lavoratrici stranieri particolari: vogliono modelle.

Qualcuno dei lavoratori ispanici di ‘padron Trump’, irritato dalle sue dichiarazioni, gli si rivolta contro: lo chef spagnolo José Andres, ad esempio, l’ha piantato in asso. E lui lo cita in giustizia: vuole 10 milioni di dollari di risarcimento per il mancato rispetto dell’impegno a gestire il ristorante di punta del Trump International Hotel di Washington.

Andres, che dirige 18 ristoranti negli Stati Uniti, ha rotto il contratto proprio perché Trump insulta gli immigrati messicani e vuole costruire un muro al confine tra Usa e Messico. Nella citazione, depositata davanti a una Corte del Distretto di Columbia, i legali del magnate eccepiscono che lo chef "conosceva da tempo le opinioni del signor Trump e la sua franchezza".

domenica 16 agosto 2015

Usa2016: Obama critica i toni, "se mi ricandidassi vincerei ancora”

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 16/08/2015

Il presidente Barack Obama è in vacanza con la famiglia sull’isola di Martha’s Vineyard, ma l’eco delle sue recenti critiche aleggia sulla campagna elettorale per Usa 2016: "Il popolo americano merita di meglio", aveva affermato a fine luglio, mentre era in missione in Africa, criticando i toni della competizione e, in particolare, alcune sortite controverse del repubblicano Donald Trump. E chissà che cosa direbbe oggi, dopo gli strascichi polemici del dibattito repubblicano del 6 agosto e le ultime sortite dell’estroso miliardario.

Obama pensa che si stia “creando una cultura che non conduce a una buona politica": "Tra 18 mesi, lascerò la Casa Bianca –aveva detto-. Voglio essere sicuro di lasciarla a qualcuno che affronti seriamente i problemi del Paese e del Mondo". E, in un’altra occasione, nella stessa missione, Obama aveva affermato che, se potesse ricandidarsi alla Casa Bianca, “credo che potrei vincere”.

Oltre che con Trump, Obama ce l’aveva con l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee, che - commentando l'accordo sul nucleare iraniano - lo aveva accusato di "fare marciare gli israeliani verso i forni", con riferimento all'Olocausto: "I commenti di Huckabee rivelano un atteggiamento che sarebbe ridicolo se non fosse triste".

E il presidente aveva ancora aggiunto: "Un senatore ha definito John Kerry 'Ponzio Pilato'. Un altro, che corre per la nomination, ha parlato di me come del principale sponsor statale del terrorismo", riferendosi rispettivamente a Tom Cotton e Ted Cruz. Ricordati gli attacchi “offensivi” di Trump contro il senatore repubblicano ed eroe di guerra John McCain, Obama aveva sottolineato: "Questa non è la leadership di cui ha bisogno l'America". (fonti vv - gp)

sabato 15 agosto 2015

Usa 2016: repubblicani, Trump ne dice qualcuna giusta

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/08/2015

Uno che chiacchiera così tanto, e spesso a vanvera, qualcosa di giusto – statisticamente parlando - prima o poi lo dice. E Mother Jones, sito Usa per certi versi tipo DagoSpia, a Donald Trump gliene conta addirittura 13, di cose giuste dette. Intendiamoci, l’articolo ha un sapore fortemente sarcastico, perché - chiarisce l’attacco - “l’essenza di Trump è vomitare insulti sulla gente che gli si mette di traverso”.

E le cose giuste gli capita di dirle “quando non insulta i giornalisti che lo intervistano e che hanno l’ardire di fargli delle domande scomode, o quando non parla male di Hillary Clinton, delle donne in genere, dei neri, dei messicani, del presidente Obama, del senatore John McCain” e di altri ancora vittime dei suoi strali. Per di più, il pezzo ha la firma di un collega , Tim Murphy, il cui cognome evoca la devastante, ma azzeccatissima ‘legge di Murphy’, secondo la quale se qualcosa può andare male, puoi star sicuro che andrà male.

 Ma quali sono le 13 cose giuste che Mother Jones riconosce a Trump? Alcune appartengono al gossip dello showbiz e dello sport e, raccontate agli italiani, sono poco comprensibili (ammesso che lo siano per gli americani). Ma altre hanno rilevanza politica. Ad esempio, la condanna, espressa già nel 2003, dell’invasione dell’Iraq decisa da George W. Bush, “un disastro”. Il giudizio su Dick Cheney, il vice di Bush, “un uomo molto arrabbiato e cattivo”, parole del 2011. L’effetto corruttivo del meccanismo di finanziamento delle campagne elettorali. L’eccessivo attaccamento, anche il suo, alle ricchezze materiali. L’opportunità di legalizzare le droghe, perché reprimerle è uno spreco e ingrassa gli zar del traffico. La necessità di riesaminare la spesa sanitaria, espressa nel 2000. Di se stesso dice “sono una lagna”. Forse per invidia, definisce gli studenti di Harvard imbroglioni e bugiardi – e Tim Murphy commenta “a nessuno piace Harvard”.

L’idea dell’articolo di Mother Jones nasce dalla guerra verbale dichiarata dal magnate dell’immobiliare a Megyn Kelly, cronista della FoxNews, un network sulla carta amico dei conservatori, moderatrice del dibattito fra candidati alla nomination repubblicana per Usa 2016.

Trump ha già pagato con un cartellino rosso i reiterati –e volgari- attacchi contro la Kelly: è stato escluso da un importante incontro con attivisti conservatori ad Atlanta, in Georgia. L'organizzatore Erick Erickson, famoso blogger e fondatore del sito RedState –rosso è il colore dei repubblicani, negli Stati Uniti-, ha definito "umilianti" le frasi di Trump contro la giornalista. 

La polemica conferma che più gaffes fa e più enormità dice, più Trump rafforza la propria popolarità, ma anche polarizza l’opinione pubblca: chi lo ama lo idolatra; e chi non lo ama non lo sopporta più. E’ la sua forza, ma anche il suo limite: perché se c’è chi è pronto a votare per lui, c’è molta più gente che non lo può vedere. E, poi, molti di coloro che lo scelgono come campione sono quelli che, quando c’è da andare a votare, non ci vanno.

Nei sondaggi, Trump resta in testa al gruppone degli aspiranti alla nomination repubblicana. Ma, rispetto ai rivali più accreditati, è quello che perde in modo più netto il match per la Casa Bianca con il candidato democratico, sia contro Hillary Clinton, un’altra che polarizza fortemente l’elettorato, sia contro Joe Biden, il vice-presidente, un cavallo di riserva che non è ancora sceso in lizza. Ed è soprattutto per questo che l’establishment repubblicano non vuole Trump: lo considera una scelta perdente.

Usa-Cuba: vicini, non più nemici, ma i tre compañeros sono contro gli yankees

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/08/2015

E’ un’altra tappa miliare nella laboriosa normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba: dopo oltre 54 anni, l’ambasciata di Washington a L’Avana è stata riaperta, presenti il presidente cubano Raul Castro e il segretario di Stato Usa John Kerry. 

Ma questa volta il lider maximo Fidel Castro, il padre e l’artefice della rivoluzione cubana, non se ne sta zitto ai margini, non lascia tutta la ribalta al fratello Raul che ne ha preso il posto ai vertici dello Stato e del partito, dopo che la salute e l’età lo hanno quasi messo fuori gioco. Fidel riceve a Cuba gli epigoni castristi, e bolivaristi, dell’America Latina, Evo Morales, presidente della Bolivia, fresco della benedizione della visita a La Paz di Papa Francesco, e Nicolás  Maduro, successore in Venezuela di quell’Hugo Chavez che ha dato un’impronta originale ed evolutiva al retaggio castrista.

Morales e Maduro gli portano gli auguri per il suo 89° compleanno. L’incontro dei tre ‘compañeros’ è un gesto simbolico. Il messaggio politico Fidel lo affida a Gramma, la ‘Bibbia’ della sua rivoluzione: scrive che gli Stati Uniti non possono cavarsela con la fine dell’embargo, ma devono ancora pagare milioni di dollari di indennizzo a Cuba per gli effetti negativi del blocco degli scambi sull’economia dell’isola. 

La visita di Morales e Maduro fa da contraltare all’arrivo di Kerry per la cerimonia di apertura dell’ambasciata. Con il segretario di Stato, ci sono tre marines che il 3 gennaio 1961, poco più che ragazzi, ammainarono la bandiera statunitense nell’isola e che oggi, uomini di oltre 70 anni, tornano per issarla.

Parlando in inglese e in spagnolo, Kerry ha reso omaggio ai presidenti Obama e Castro per “la coraggiosa decisione di non restare prigionieri della storia”, ha ringraziato il Papa Francesco e la diplomazia vaticana per il ruolo avuto nella riconciliazione Usa-Cuba e ha affermato: “Non siamo più nemici, siamo vicini”, nell’attesa di diventare amici. Il segretario di Stato avverte che il processo potrà andare avanti “a singhiozzo”, ma assicura che andrà avanti, anche se “il cammino verso relazioni davvero normali è ancora arduo”. 

Un cammino cominciato con l’inattesa stretta di mano fra i presidenti Obama e Castro ai funerali di Nelson Mandela, proseguito con la ripresa delle relazioni diplomatiche, la fine delle limitazioni a comunicazioni e viaggi, e ora la riapertura delle ambasciate. Perché la normalizzazione sia completa manca l’ok del Congresso alla fine dell’embargo economico e commerciale. Una decisione è attesa a settembre, ma non sarà una formalità, perché l’opposizione dei repubblicani, che hanno la maggioranza al Congresso, è forte. I conservatori rimproverano all’amministrazione democratica di avere fatto aperture a Cuba senza ottenerne in cambio passi per l’evoluzione del castrismo verso la democrazia all’occidentale.

Nel suo discorso, ieri, Kerry ha insistito sui diritti dell’uomo nel rispetto delle differenti culture. E’ evidente il desiderio di Obama di rendere irreversibile, prima della fine della presidenza, la ‘pacificazione’ tra Usa e Cuba che, insieme a quella tra Usa e Iran, può costituire il maggiore lascito di politica estera del suo secondo mandato, cui fa da contrappeso il peggioramento delle relazioni con la Russia, ripiombate per la crisi ucraina in un clima da guerra fredda. 

L’ideale di un dialogo tra le civiltà come alternativa allo scontro tra Cristianesimo e Islam, affermato nel discorso del Cairo del giugno 2013, è invece impantanato nelle tensioni drammatiche del Medio Oriente, con gli strascichi irrisolti degli interventi militari in Afghanistan e in Iraq, e le involuzioni in senso repressivo o terroristico delle primavere arabe.

venerdì 14 agosto 2015

Usa 2016: democratici, Biden potrebbe correre per nomination, vede donatori

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 14/08/2015 

Joe Biden, dal 2009 vice-presidente di Barack Obama, starebbe seriamente valutando l'eventualità di correre per la nomination democratica a Usa 2016. Secondo il New York Times, Biden, ritenuto la carta di riserva dei democratici, in caso di fallimento della battistrada Hillary Rodham Clinton, ha avuto una serie di incontri con donatori e leader democratici che non hanno ancora dichiarato d’appoggiare Hillary.

Biden sarebbe fortemente spinto a questa scelta da un promessa fatta al figlio Beau, morto di cancro a soli 46 anni lo scorso maggio. A incoraggiare il padre sarebbe anche Hunter, il figlio minore: "E' ciò che Beau vorrebbe che io facessi", avrebbe detto Joe Biden conversando con Michael Thronton, un suo sostenitore. A giugno, il Wall Street Journal parlò delle pressioni su Biden di John Cooper, che raccolse fondi con successo per Obama.

A influenzare Biden, potrebbe pure essere il calo di consensi per Hillary, favorita per la nomination, ma la cui posizione di battistrada incontrastata s’è un po’ incrinata, mentre torna a farsi sentire l’antipatia per l’ex first lady, che fu un elemento decisivo nell'inattesa débacle alle primarie 2008 contro un allora semi-sconosciuto Barack Obama.

Lo scarto di Hillary sui suoi attuali improbabili rivali s’è ridotto da 60 punti a poco più della metà, mentre la percezione dell’ex segretario di Stato fra i potenziali elettori democratici si sarebbe rovesciata: prima dell’estate il 44% la apprezzava ed il 40% non ne aveva una buona opinione; oggi, il 48% non la ama, mentre solo il 37% continua a pensarne bene.

Peserebbe sul pubblico l'insoddisfazione per il cosiddetto Emailgate, ossia la scoperta che quand’era a capo della diplomazia americana Hillary usò un account di posta privato per la sua corrispondenza elettronica, privata od ufficiale che fosse, violando la regola che impone a tutti i funzionari pubblici, a prescindere dal grado, di usare i sistemi di posta governativi. Su tutti gli aspetti di questa vicenda, l’ex segretario di Stato testimonierà il 22 ottobre davanti alla commissione d’inchiesta della Camera sulla strage di Bengasi. (fonti vv - gp)

giovedì 13 agosto 2015

Usa 2016: lo scandalo delle mail mette Hillary alle strette

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 13/08/2015

Chissà se l’ 'Emailgate' andrà avanti fino alle primarie, l’inverno prossimo. E chissà se gli strascichi dello scandalo si faranno ancora sentire fra un anno, durante la campagna per le presidenziali Usa. Hillary Rodham Clinton, l’ex first lady protagonista della vicenda, spererebbe tanto che tutto finisca con la sua deposizione al Congresso, il 22 ottobre, e con l’inchiesta del Dipartimento della Giustizia in corso. I suoi rivali per la nomination democratica alla Casa Bianca vorrebbero che la vicenda l’azzoppi nella stagione delle primarie. I repubblicani, infine, avrebbero interesse a tirarla in lungo, per poterla poi impallinare a ridosso del voto.

Difficile, ora, prevedere l’impatto dell’errore di Hillary: l'uso non autorizzato d’un indirizzo privato di posta elettronica nel periodo 2009-2013, quando era alla guida della diplomazia statunitense. Si trattò senza dubbio di una leggerezza, ma la vicenda, per molti versi irrilevante ai fini pratici, e dalle forti tinte di speculazione elettorale, s’è aggrovigliata nelle ultime ore, dopo che l'ex segretario di Stato ha consegnato all'Fbi tutto il contenuto del server privato usato per le sue comunicazioni, ufficiali e private.

E’ infatti emerso che almeno due delle mail che il dipartimento di Stato ha già diffuso contenevano materiale esplicitamente classificato "top secret". Lo ha rivelato l'ispettore generale dell'Intelligence Charles McCullough II. Hillary ha sempre affermato che le mail scambiate sul suo server privato - e non su quelli governativi come deve fare ogni funzionario governativo a prescindere dal grado - non contenevano informazioni riservate.

Il clamore suscitato da tutta la storia è sproporzionato al potenziale vulnus alla sicurezza nazionale, se si considera che l’attuale segretario di Stato John Kerry, successore della Clinton, ha giudicato, in un’intervista televisiva, "molto probabile" che Cina e Russia leggano le sue mail. Lo spionaggio online, ha aggiunto Kerry, è "un tema molto forte nel dialogo tra Usa e Cina e a settembre, quando s’incontreranno, ne parleranno i presidenti Obama e Xi".

La Clinton comparirà il 22 ottobre davanti alla commissione d'inchiesta della Camera sull'attacco contro il consolato americano a Bengasi dell'11 settembre 2012, che costò la vita all'ambasciatore Usa in Libia, Chris Stevens, e ad altri tre cittadini statunitensi: l'udienza sarà pubblica. L'ex segretario di Stato, che era in carica al tempo dell’attacco, ha discusso a lungo con la commissione, presieduta da Trey Gowdy, repubblicano della North Carolina, le modalità della propria audizione.

E’ pure in corso un’inchiesta non penale del Dipartimento della Giustizia sulle mail contenenti materiale secretato. Se l’indagine scagionasse Hillary, lo ‘scandalo delle mail’ si sgonfierebbe.

Ma le perplessità per l’ ‘Emailgate’ si fanno già sentire. Lo scarto dell’ex first lady sui suoi attuali rivali s’è ridotto da 60 punti a poco più della metà, mentre la percezione dell’ex segretario di Stato fra i potenziali elettori democratici s’è rovesciata: prima dell’estate il 44% la apprezzava ed il 40% no; oggi, il 48% non la apprezza e solo il 37% sì. E si parla d’una candidatura alternativa forte: il vice-presidente Joe Biden, potrebbe essere la carta di riserva se la stella dell’ex first lady dovesse davvero declinare.