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domenica 18 ottobre 2015

Storie Vere: Comune di Roma, quando l’efficienza sorprende

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 18/10/2015

Comune di Roma, uffici di via Petroselli: ore 09.16 di un giorno di questa settimana. Devo fare autenticare una foto per rinnovare la patente internazionale, in vista di un viaggio all’estero. Entro nell’atrio agitato e maldisposto: qui dentro, non sai mai quanto tempo ci vuole per sbrigare una qualsiasi pratica, né quant’è lunga la coda che ti attende, né quanto sarà collaborativo l’impiegato. Pochi giorni fa, ho persino sperimentato la coda con numerino per pagarsi il diritto a fare un’altra coda, con altro numerino, per ritirare una notifica.

Seguendo l’indicazione dell’usciere, entro nella sala d’attesa principale dove devo –ovviamente- prendermi il numerino: lo faccio con apprensione, perché ho i minuti contatti. E, infatti, il mio numero -mi viene detto da una macchina estremamente efficiente- sarà ‘evaso’ alle 10.24, oltre un’ora di attesa. Ma io non posso aspettare: ho un appuntamento alle 10.30 cui non posso presentarmi in ritardo.

Chissà se posso dare a qualcuno la procura per venire a fare l’autentica in vece mia. Mi guardo intorno: c’è uno sportello con su scritto ‘informazioni’, praticamente senza coda: c’è solo una giovane signora straniera che vuole farsi il certificato di residenza e che non capisce bene le istruzioni che l’impiegato, di là dal vetro, le dà pazientemente, variando le inflessioni dell’italiano sperando che prima o poi lei capisca.

Poi tocca a me. Spiego il problema, pongo il quesito. L’impiegato, un uomo minuto e socievole, sorride, ammicca, mi fa: “Mi lasci il biglietto della prenotazione e vada a procurarsi una marca da bollo da 24 centesimi. Poi torni qui”. Eseguo: ci vuole un attimo, perché l’addetto alle marche da bollo sembra lì solo ad aspettare proprio me.

E adesso? L’impiegato alle informazioni, sempre con fare un po’ complice, mi passa un formulario che compilo, ci incolla la foto e la marca da bollo, sparisce un istante, torna con il timbro nel posto giusto, mi consegna il tutto con un sorriso di trionfo: “Ha visto? E’ tutto fatto”.

Sono le 09.28. Ringrazio sbalordito, ho sbrigato la mia pratica –anzi, ha sbrigato- in una dozzina di minuti: roba da sogno, anzi da Guinness dei Primati. Me ne esco dal Comune estasiato: macchinette che funzionano, impiegati efficienti –e pure gentili-, tempi per i disbrighi delle pratiche brevissimi.

Mi resta un dubbio, anzi due: uno è tecnico, ma perché, se potevo fare tutto così in fretta, la macchinetta mi diceva di aspettare fino alle 10.24? L’altro è maligno: non sarà che in Comune festeggiano le dimissioni di Marino? Non cerco una risposta: arriverò in perfetto orario al mio appuntamento e posso anche prendermi un caffè lungo la strada. E non piove neppure, nonostante le previsioni avverse.

MO: Kissinger striglia Obama, ci vogliono strategia e priorità

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/10/2015

Il ‘grande vecchio’ della diplomazia americana, e mondiale, alza la vice si fa sentire, adesso che l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente non è forse mai stata così bassa. Henry Kissinger afferma, sul Wall Street Journal, che la situazione attuale "è l'ultimo sintomo della disintegrazione del ruolo Usa nello stabilizzare l'ordine in Medio Oriente emerso dopo la guerra del 1973", l’anno in cui lui otteneva con Le Duc Tho il Nobel per la Pace per la fine della guerra in Vietnam (che sarebbe in realtà finita solo nel 1975).

Kissinger, 92 anni, consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato durante le presidenze Nixon e Ford dal 1969 al 1976, l’uomo della ‘diplomazia del pingpong’ con la Cina e della politica del disgelo con la Russia (l’Atto di Helsinky è del 1975), sostiene che gli Stati Uniti hanno bisogno in Medio Oriente di una nuova strategia e di nuove priorità, perché la presenza della Russia in Siria scombussola una struttura geo-politica durata per decenni.

Difficile dargli torto, nel momento in cui il presidente Obama e la diplomazia statunitense paiono incapaci di esercitare un’influenza sia sugli israeliani che sui palestinesi per stemperare l’incubo dell’ ‘Intifada dei coltelli’, mentre, sui fronti contrapposti anti-Califfo e anti-Assad, subiscono l’iniziativa della Russia di Putin più spregiudicata sul piano militare e con priorità più definite.

Kissinger non è una figura adamantina: le complicità degli Usa nel colpo di Stato in Cile del 1973 appannano il giudizio storico nei suoi confronti. Ma è indubbio che la sua politica estera, brillante e innovativa, a tratti spregiudicata, gli valse, nella prima metà degli Anni Settanta, grande prestigio e portò risultati agli Usa.

Nessun segretario di Stato americano del dopoguerra è entrato nella leggenda della diplomazia, neppure – solo per citarne alcuni dei più noti - George Schulz, James Baker, Madeleine Albright, Colin Powell, Condoleeza Rice. Hillary Clinton potrebbe meritare un discorso diverso: se diventerà presidente degli Stati Uniti sarà il primo segretario di Stato a compiere il percorso.

Ora – dice, da grande guru - bisogna “trovare una via per evitare il collasso del Medio Oriente”: "Gli Stati Uniti devono decidere il ruolo che avranno nel 21o Secolo e il Medio Oriente sarà il test più immediato e probabilmente più difficile. In gioco non c'è la forza dell'America, ma la sua determinazione a capire e a gestire il nuovo mondo".

E, nell’immediato, c’è la capacità di tenere a freno le tensioni che sono ormai riesplose tra israeliani e palestinesi: arrivando a Milano, dove ieri è stato all’Expo, esaltando il rapporto Usa-Italia, “mai così forte”, il segretario di Stato John Kerry ha chiamato i leader palestinese Abu Mazen e israeliano Benjamin Netanyahu, sollecitando il ritorno alla calma. Un invito che le cronache hanno subito coperto di sangue.

Kerry vedrà Netanyahu in Germania la prossima settimana e intende recarsi presto nella Regione, per cercare di frenare l’escalation delle violenze: "Cercherò di vedere se c’è modo di riavviare il negoziato e di evitare il precipizio". Ma il deterioramento della situazione nasce dall’intreccio delle frustrazioni di israeliani e palestinesi verso gli Stati Uniti: Netanyahu si sente ‘tradito’ da Obama, da ultimo per l’accordo sul nucleare con l’Iran; e i palestinesi avvertono distrazione e disattenzione nei loro confronti.

Il tempo gioca contro Obama: gli restano 16 mesi alla Casa Bianca e il suo peso negoziale s’assottiglia giorno dopo giorno. Israeliani e palestinesi possono pure aspettare il suo successore: ci saranno vittime, ma nessun vuole svendere la pace a un presidente svalutato.

venerdì 16 ottobre 2015

Usa 2016: i conti in tasca ai candidati, chi incassa e chi spende,

Scritto per LaPresse il 16/10/2015

Hillary Clinton e il suo rivale Bernie Sanders, di cui si direbbe che nessuno potrebbe scommettere un penny sulla sua elezione a presidente Usa, sono davanti a tutti gli aspiranti alla nomination repubblicana, nella classifica delle donazioni avute nel trimestre luglio/settembre. Una ragione -aritmetica, non politica- c'é: i democratici in lizza sono, di fatto, solo loro due, mentre i repubblicani sono ancora 15 e le donazioni sono, quindi, molto più distribuite.

La trasmissione dei dati alla Federal Electoral Commission (Fec), obbligatoria entro la mezzanotte del 15 ottobre, fornisce indicazioni utili a capire l'andamento della campagna. Hillary è, in assoluto, quella che incassa di più, ma pure quella che spende di più, intorno ai 30 milioni di dollari in entrata e oltre i 26 in uscita, mentre l'altro democratico, Sanders, incassa un po' meno e spende molto meno. Un'eventuale discesa in campo del vice-presidente Joe Biden ri-orienterebbe i flussi di denaro.

In campo repubblicano, il battistrada Donald Trump, magnate dell'immobiliare e showman, sta spendendo del suo e non è attivo nella raccolta dei fondi: la sua campagna è quasi in pareggio, avendo raccolto 5,8 milioni di dollari e avendone spesi 5,6 (ma nella sua dichiarazione non figurano spese per lo staff , che di solito sono la voce più grossa). Nel terzo trimestre 2015, Trump ha raccolto quasi 4 milioni: donazioni non sollecitate da circa 75 mila persone.

Lo showman non ha bisogno di pagarsi pubblicità perché radio e tv gliene fanno ampiamente, dando grande rilievo alle sue sortite, che sono veri e propri spettacoli. Per cui, le voci di spesa maggiori sono i cappelli e le magliette con il suo logo che regala ai suoi comizi (825 mila dollari) e le spese per il suo jet privato (725 mila dollari). Impossibile, però, dire, da questo quadro se la campagna di Trump sta davvero 'stallando', come molti sostengono, o se ha ancora margini di crescita.

I dati della raccolta dei fondi riportano decisamente in primo piano Jeb Bush. L'ex governatore della Florida, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, va sempre male nei sondaggi, ma di soldi continua a metterne un sacco in cassa; e i medici che gli hanno appena fatto un check-up assicurano che è un uomo di 62 anni di sana e robusta costituzione fisica, perfettamente abile a fare il presidente per i prossimi quattro e magari pure per otto anni.

Nell'estate, Jeb era un po' sparito dai radar dell'informazione, offuscato dalle mediocri prestazioni nei dibattiti televisivi e dagli alfieri dell'anti-politica repubblicani, Trump, Ben Carson il nero e Carly Fiorina la donna. I dati ora pubblicati lo confermano come uno degli aspiranti alla nomination più credibile, agli occhi dei domatori. Bush ha raccolto 13,4 milioni di dollari nel terzo trimestre: fra i candidati repubblicani, è secondo solo a Carson (l'ex neurochirurgo iper-conservatore è arrivato a 20 milioni). Il senatore del Texas Ted Cruz ha raccolto 12,2 milioni, l'ex ceo della Hp, la Fiorina, 6,8 milioni; il senatore della Florida Marco Rubio 6 milioni, il senatore del Kentucky Rand Paul 2,5.

Un'altra prospettiva è quella dei soldi in tasca ai candidati, che misura il rapporto tra quanto raccolgono e quanto spendono. Bush, che ha una campagna molto dispendiosa, e che partì in giugno con una dote di 114 milioni di dollari, ha 10,3 milioni, meno di Rubio (11), Carson (11,5), la Fiorina (13,5).

Una terza prospettiva è quella dei sondaggi. E qui Trump è stabile oltre il 20%, Carson è sopra il 19%, Rubio intorno al 10%, la Fiorina, lanciata dal dibattito di settembre, all'8,3%, Jeb solo al 7,3%, gli altri sono più giù.

Ma i dati del terzo trimestre significano che il partito e i suoi sostenitori finanziari tradizionali, che non si riconoscono di certo nel 'trio dell'anti-politica', e che anzi lo temono, continuano ad aggrapparsi a Bush. Per arrivare alla Casa Bianca, o almeno per evitare l'8 novembre 2016 una sconfitta rovinosa.

Usa 2016: repubblicani; toh!, chi si rivede, Jeb meglio coi soldi che con i sondaggi

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 16/10/2015

Toh, chi si rivede: Jeb Bush. Nei sondaggi, l’ex governatore della Florida, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, va decisamente male. Ma di soldi continua a metterne un sacco in cassa; e i medici assicurano che è un uomo di 62 anni di sana e robusta costituzione fisica, perfettamente abile a fare il presidente per i prossimi quattro e magari pure per otto anni.

Nell’estate, Jeb era un po’ sparito dai radar della campagna, offuscato dalle mediocri prestazioni nei dibattiti televisivi e dagli alfieri dell’anti-politica repubblicani, Donald Trump, Ben Carson e Carly Fiorina.

Ma i dati della raccolta di fondi continuano a farne uno degli aspiranti alla nomination su cui più puntano gli investitori. Che, però, va detto, giocano soprattutto democratico: sia Hillary Clinton che il suo rivale Bernie Sanders fanno più soldi dei rivali repubblicani, che sono molti di più (ma il loro battistrada Trump si accontenta del suo e non raccoglie contributi).

Jeb Bush ha raccolto 13,4 milioni di dollari nel terzo trimestre di campagna elettorale, Le cifre sono state riferite dal suo manager. La somma, registrata tra inizio luglio e fine di settembre, colloca Bush al secondo posto, dietro il neurochirugo nero e conservatore Carson con 20 milioni di dollari, tra tutti i 15 candidati repubblicani: Marco Rubio ha raccolto  6 milioni, Rand Paul 2,5; bene, invece, Ted Cruz con 12,2 milioni.

Ma un’analisi dettagliata dei finanziamenti la faremo nelle prossime ore, perché il termine ultimo per presentare i dati è appena scaduto (alla mezzanotte del 15 ottobre, ora di Washington). E così pure i conti in tasca ai singoli candidati, nel rapporto tra quanto raccolgono e quanto spendono. Qui, mettiamo in evidenza il dato di Bush, che, anche se frena rispetto all'inizio della campagna quando raccolse 11,4 milioni di dollari in poche settimane, continua a essere ‘vivo’: più in banca che nei sondaggi. (fonti varie - gp)

giovedì 15 ottobre 2015

Usa 2016: democratici; Hillary e Bernie, sorpassi a destra e sinistra

Scritto per LaPresse il 14/10 e, in forma diversa, per Il Fatto Quotidiano del 15/10/2015. Pure su www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

A destra o a sinistra, si sono reciprocamente scavalcati a più riprese: Hillary Clinton voleva lucidare la sua patina liberal un po’ appannata negli ultimi tempi; e Bernie Sanders provava, senza troppo crederci neppure lui, a piantare delle bandierine al centro. Le incursioni nel campo del rivale sono riuscite meglio alla ex first lady che al senatore del Vermont, incollato, proprio dal suo Stato rurale e libertario, a difendere il diritto a possedere un’arma, mentre l’ex first lady sposa la linea di Obama per limitare in qualche modo la portata del secondo emendamento della Costituzione.

E quando Hillary ricorda che Sanders votò a favore dell'immunità dei produttori e dei rivenditori, lui si giustifica affermando che “la legge era troppo complicata”. Incroci di posizione ci sono pure sulla politica estera, dove Sanders appare un po’ generico e impacciato; sulla libertà degli scambi, dove la Clinton ripudia la sua linea liberista per  un tradizionale protezionismo democratico; e sull’immigrazione. Posizioni rispettate, invece, sulla finanza e sulla sicurezza nazionale: Sanders attacca Wall Street e difende Edward Snowden, l’uomo che svelò segreti dell’intelligence; Hillary, che motiva il proprio sì al Patriot Act, pensa che ‘la talpa’ debba pagare per quanto ha fatto.

Sull’economia, Hillary si definisce una progressista “concreta” che non guarda alla convenienza, mentre Sanders vuole distribuire la ricchezza e cita il Nord Europa dove tasse più alte significano migliori servizi sociali. Lei replica "Qui non siamo in Danimarca", però condivide che “i più ricchi paghino il giusto”.

La “migliore Hillary” di questa campagna – lo scrive il Washington Post – vince il primo dibattito in diretta tv fra i cinque aspiranti alla nomination democratica per Usa 2016 e indebolisce l’ipotesi d’una candidatura sostitutiva del vice-presidente Joe Biden, che segue la sfida da casa e che prepara un consulto familiare nel fine settimana per decidere se scendere in lizza.

Anche Sanders, indipendente e, per sua definizione, socialista, se la cava bene e strappa un applauso al pubblico - e a Hillary un “Grazie Bernie”, con stretta di mano-, dandole un assist sull’ ‘emailgate’ (lo scandalo dell’utilizzo di un account privato quand’era segretario di Stato): "Gli americani sono stanchi e stufi di sentire parlare di queste email, quando ci sono 27 milioni di persone che vivono in povertà. Parliamo di ciò che interessa agli americani".

Hillary e Sanders non esitano a ‘forzare’ fatti e cifre per tirare acqua al proprio mulino. E la stampa fa subito loro le pulci: l’ex first lady nega d’avere cambiato opinione sull’accordo di libero scambio trans-Pacifico, ma sue citazioni passate l’inchiodano; e Sanders afferma che “quasi tutta la nuova ricchezza va all’1% più ricco”, mentre gli economisti riducono quel ‘quasi tutto’ al 58% - non è poco, però – e notano che il 99% restante ha visto il proprio reddito aumentare del 3,3% nel 2014, la percentuale più alta nel XXI Secolo.

La prestazione di Hillary sul palco del Wynn Hotel di Las Vegas, trasmessa dalla Cnn, potrebbe rilanciarne la campagna, dopo un’estate difficile, e consentirle di mettersi alle spalle l’ ‘emailgate’, cavallo di battaglia degli attacchi dei repubblicani.

La Clinton, che si presenta come ex first lady, madre e nonna, nota che un presidente donna sarebbe un grande cambiamento (“La differenza che c’è tra me e Barack Obama? Io sono una donna”, nota, ponendosi in una linea di continuità con l’Amministrazione attuale); e dice di non volere essere votata  per il suo nome, mentre il marito, l’ex presidente Bill, twitta “merita di essere presidente”.

Il duello è civile e tutto fair play, senza colpi bassi né scintille. Donald Trump, l’attuale battistrada alla nomination repubblicana,  lo segue rendendo publici smorfie e sbadigli; e, a cose fatte, si dice impaziente di confrontarsi con il campione democratico, come se lui avesse la nomination in tasca.

mercoledì 14 ottobre 2015

Usa 2016: democratici, dibattito, Hillary bene, Sanders le dà l’assist

Scritto, in forme diverse, per www.GpNewsUsa2016.eu, Formiche.net e LaPresse il 14/10/2015

Per giornalisti e politologi, di primo acchito ha vinto Hillary Clinton, più preparata e più esperta. Ma l’azione più bella è stata di Bernie Sanders, che ha offerto all’ex fist lady un assist inatteso, che gli è valso un grande applauso: per il senatore del Vermont, gli americani “sono stanchi e stufi” dell’ ‘emailgate’, lo scandalo dell’uso delle mail private da parte di Hillary quand’era segretario di Stato, cavallo di battaglia degli attacchi dei repubblicani; “Grazie, Bernie”, ha risposto l’ex first lady, stringendogli la mano, tra la calorosa approvazione del pubblico presente.

Episodio ‘cavalleresco’ a parte, la Clinton, più pacata, e Sanders, più focoso, si sono scontrati quasi su tutto: il controllo delle armi, l’economia, la Siria, la sicurezza nazionale.

Per molti americani, il dibattito in diretta sulla Cnn dal Wynn Hotel di Las Vegas in prima serata è stata l’occasione di ‘scoprire’ Sanders, indipendente e, per sua stessa definizione, ‘socialista’, l’elemento sorpresa, finora, della campagna democratica. Secondo le prime reazioni giornalistiche, non unanimi, Hillary ha però dominato il dibattito: manca ancora il riscontro del pubblico.

Un sondaggio Ipsos-Reuters dice che solo due americani su cinque erano al corrente del confronto, anche perché la campagna democratica, dove Hillary non ha un’alternativa credibile –Sanders pare improbabile, come presidente- , si svolge più in sordina ed è meno seguita della repubblicana, dove i candidati alla nomination sono 15 e dove Donald Trump, l’attuale battistrada, tiene desta l’attenzione dei media con le sue sortite – durante il dibattito, rendeva pubblici smorfie e sbadigli -.

Il prossimo appuntamento televisivo per gli aspiranti alla nomination democratici è il 14 novembre alla Drake University di Des Moines, in Iowa, il primo stato che l’anno prossimo, il 1° febbraio, sceglierà i delegati alla convention. Per quella data, quasi certamente si saprà se il vice-presidente Joe Biden, che questa volta ha seguito il confronto da casa sua, intende o meno candidarsi, creando una vera alternativa a Hillary Clinton. Nel frattempo, ci sarà il terzo dibattito televisivo repubblicano –i primi due sono stati in agosto a Cleveland, Ohio, e in settembre a Simi Valley, California-. Entrambi i partiti hanno programmato sei confronti, prima dell’inizio delle primarie.

L’inizio del dibattito fra democratici è stato da copione: sul palco, in piedi, la mano destra sul cuore, i cinque protagonisti, Hillary Clinton, Bernie Sanders, Lincoln Chafee, Martin O'Malley, Jim Webb, hanno ascoltato l’inno nazionale. Poi il moderatore Anderson Cooper, giornalista vedette della Cnn, ha aperto i giochi.

Occhi puntati sulla ex senatrice dello Stato di New York e sul senatore del Vermont: nei sondaggi della vigilia, Chafee, O’ Malley e Webb hanno percentuali da figuranti. Sull’economia, Hillary si definisce una progressista “concreta” che non guarda alla convenienza, mentre Sanders, socialista, vuole distribuire la ricchezza "in mano all'1% degli americani al restante 99%, creando una società più equa". Sanders cita i paesi del Nord Europa dove tasse più alte corrispondono a migliori servizi sociali; Hillary replica "Ma qui non siamo in Danimarca", però condivide che “i più ricchi paghino il giusto”. Si discute pure di immigrazione e sanità.

Sul controllo della vendita delle armi, invece, Hillary vuole limitare la portata dell’emendamento della Costituzione che ne consente il possesso, mentre Sanders, che proviene da uno Stato rurale e libertario, non è in linea con il presidente Obama e la sua campagna anti-armi. E Hillary ricorda che Sanders votò a favore dell'immunità dei produttori e dei rivenditori.

Sulla politica di sicurezza e sulla Siria, Hillary considera le armi nucleari la principale minaccia e mostra i muscoli ai russi: “Non accetteremo che Putin crei il caos in Siria” (dove, del resto, c’è già). O’Malley le contesta la mancata ‘no fly zone’ sulla Siria. Web ricorda di “avere combattuto e dato il sangue” per il suo Paese.

Altro punto di frizione, Edward Snowden, l’uomo che ha rivelato molti segreti dell’intelligence americana: Sanders lo difende; per Hillary, che difende il Patriot Act, deve pagare per quanto fatto.

La Clinton, che si presenta come ex first lady, madre e nonna, nota che un presidente donna sarebbe un grande cambiamento per gli Stati Uniti (“La differenza che c’è tra me e Barack Obama? Io sono una donna”) e dice di non volere un voto per il suo nome, mentre il marito, l’ex presidente Bill, tweetta “merita di essere presidente” e diffonde foto del dibattito.

Chafee attacca la Clinton, “io non ho mai avuto scandali”, ma innesca Sanders nel passaggio clou della serata: letteralmente, "Permettetemi di dire qualcosa che non è di alta politica, ma ritengo che il pubblico americano sia stufo di sentire parlare di queste email quando ci sono milioni di persone che vivono in povertà. Parliamo di ciò che interessa agli americani".

In chiusura O’Malley mette tutti d’accordo, attaccando i repubblicani, l’avversario da battere l’8 novembre 2016.

martedì 13 ottobre 2015

Usa 2016: democratici, Hillary sul podio che scotta del dibattito

--> Scritto per LaPresse il 13/10/2015

Hillary contro se stessa, sul palco che scotta del dibattito fra i candidati democratici, che la Cnn manda in diretta in prima serata (in Italia, saranno le 02.30 del mattino): nessuna donna è mai stata così vicina a diventare la candidata alla Casa Bianca di uno dei due maggiori partiti statunitensi, ma lei c’è già passata nel 2008 e allora finì male. La paura che la storia si ripeta c’è: l’ex first lady, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato deve riuscire a sconfiggerla, dando l’impressione agli americani di potere reggere la pressione (e, magari, scrollandosi un po’ di dosso quella patina d’antipatia che l’accompagna).

Rispetto a otto anni or sono, la differenza –e non è da poco- è che il suo avversario non è Barack Obama. Anzi, il presidente Obama, nelle ultime ore, s’è quasi schierato con lei, alleggerendo il suo fardello nello scandalo ‘emailgate’ (l’avere usato l’account privato quand’era segretario di Stato fu “un errore”, ma “non compromise la sicurezza nazionale”). E, già che c’era, il presidente ha categoricamente ‘silurato’ il battistrada dei repubblicani per la nomination, Donald Trump, magnate dell’immobiliare e showman: “Non mi succederà alla Casa Bianca”.

L'avversario di Hillary sul palco è molto meno temibile che nel 2008: Bernie Sanders, senatore del Vermont, indipendente e ‘socialista’ per sua stessa definizione, è meno giovane di lei (74 anni contro 68) ed è molto più ‘liberal’ di lei. L’establishment democratico è terrorizzato dall’idea che possa ottenere la nomination: lo ‘scenario McGovern’, il candidato di sinistra che nel 1972 subì una batosta storica da Richard Nixon, vincendo solo in due Stati su 50, sarebbe dietro l’angolo.

Con lui, che adesso beneficia dell’effetto curiosità, Hillary dovrebbe spuntarla. Ma un rivale sulla carta più insidioso non sale sul palco del dibattito, anche se la Cnn, che lo ha invitato, gli tiene pronto –si dice- un podio per un ingresso a sorpresa: il vice-presidente Joe Biden, che deve ancora decidere se candidarsi o meno (lo farà, forse, nel fine settimana, che trascorrerà in famiglia a Wilmington, nel Delaware, di cui è stato per decenni senatore).

Neppure se Hillary ‘fora’ per strada, o inciampa, Sanders ha una chance, anche se finora sta facendo meglio di Obama nel 2008, secondo la stampa Usa. Biden è l’ ‘usato sicuro’ cui il partito democratico potrebbe affidarsi: una carta potenzialmente vincente, soprattutto se i repubblicani dovessero puntare su quel ‘cavallo pazzo’ che è Trump.

A confronto con il 2008, Hillary ha più carte da giocare: l’esperienza di vari incarichi, l’essere donna, ma anche l’essere nonna -di Charlotte, la figlia di Chelsea-.  Nelle ore che hanno preceduto il dibattito, ha festeggiato, domenica, i 40 anni di matrimonio con Bill e ha pure partecipato a un picchetto dei sindacati davanti all’Hotel di Trump a Las Vegas.

Ma scandali e scheletri nell’armadio sono sempre in agguato, per una che ha un passato così denso come il suo: in un’intervista radiofonica, è rispuntata fuori un’amante di Bill di prima della presidenza, Gennifer Flowers, contestando all’ex first lady il diritto di dirsi ‘dalla parte delle donne’.
C’è però pure chi l’appoggia e la sostiene: Warren Buffett, il miliardario democratico, è sicuro che sarà presidente, un po’ anche grazie ai suoi soldi. E le casse di Hillary sono finora le più pingui della campagna presidenziale: i soldi non sono voti, ma spesso lo diventano.

Il dibattito di Las Vegas rischia di essere poco vivace perché la Clinton, Sanders e i loro tre ‘sparring partners’, gli ex governatori Lincoln Chafee e Martin O’ Malley e l’ex senatore Jim Webb saranno spesso concordi: ad esempio, diranno certo sì al controllo sulla vendita delle armi, come chiede Obama.