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domenica 27 novembre 2016

Usa 2016: Trump, il precedente di Reagan?, un parallelo azzardato

Scritto per Il Fatto Quotidiano dopo l'Election Day di Usa 2016 e non utilizzato

Un presidente che viene da un altro mondo?, estraneo alla politica e all’Amministrazione? Sai che novità! Gli Stati Uniti lo hanno già avuto. Ed è pure stato un grande presidente: Ronald Reagan, che fu alla Casa Bianca dal 1981 al 1989, aveva un passato da attore di film western di serie B. Fu capace di sconfiggere, in rapida successione, il capo indiano Tecumseh, la cui maledizione datata prima metà del XIX Secolo lo condannava a morte – lui, invece, schivò la pallottola dell’attentatore quel tanto che bastava per sopravvivere all’agguato – e la stagnazione dell’economia liberando l’energia del liberismo – con l’aiuto della sua grande amica Margaret Thacher, premier britannico – e di vincere, d’un colpo solo, la Guerra Fredda e l’Unione Sovietica, dopo averla sfidata sulla soglia di casa con gli euromissili ed avere poi fatto comunella a Reykjavik con Mikahil Gorbaciov.

Magari, fra qualche anno qualcuno occuperà questa stessa colonnina di giornale per raccontare come Donald Trump sarà stato un grande presidente, avrà sconfitto il terrorismo internazionale, ridotto a compagno di bisboccia Vladimir Putin e restituito l’America alla sua grandezza – termine di riferimento?, l’America di Reagan, ovvio -.

Ma a una qualsiasi analisi il parallelo tra Reagan e Trump appare per il momento azzardato. Perché Reagan, quando arrivò alla Casa Bianca, aveva abbandonato da parecchi anni, da quando cioè aveva appena superato i cinquanta, la colt e gli speroni da set ed aveva già esercitato un doppio mandato di governatore della California, il più popoloso Stato dell’Unione e allora la 7° economia mondiale. Eletto nel 1966, rieletto nel 1970, nel 1974 non si era più presentato perché voleva già prepararsi alla Casa Bianca: aveva fatto un tentativo da indipendente fallito, si mise in corsa nel 1976 per la nomination repubblicana, la ottenne nell’ ’80 e vinse.

Trump, che entra alla Casa Bianca più anziano di un anno di quando vi entrò Reagan la prima volta, non ha nessuna esperienza di gestione della cosa pubblica e, fino a questa campagna, non aveva mai manifestato l’interesse a farsela. Chissà se, per selezionare i ministri, userà i sistemi del boss del suo show tv The Apprentice.

giovedì 24 novembre 2016

Usa/Ue: Obama, l'ora degli addii. Trump, l'ora dell'ansia

Scritto per AffarInternazionali.it e pubblicato il 23/11/2016

Il presidente Obama è ormai entrato nel cono d’ombra della sua parabola: la sua ultima missione all’estero, in Europa per i commiati di rito e in Perù per un vertice dell’Apec, è stata un incontrarsi per dirsi addio - e per archiviare alcuni pezzi incompiuti del suo doppio mandato -.

In Perù, soprattutto: la partnership trans-pacifica, Tpp, recentemente definita, ma non ancora entrata in vigore, sarà infatti una delle prime vittime della nuova presidenza di Donald Trump, che ne mette l’abrogazione al primo posto della lista delle cose da fare nei primi cento giorni alla Casa Bianca.

Nel documento pubblicato a fine Vertice, i 21 Paesi Apec s’impegnano a continuare a lavorare verso un accordo di libero scambio ed a resistere “a tutte le forme di protezionismo". Ma Trump vuole sostituire quell’intesa regionale con accordi bilaterali, in cui gli Stati Uniti possano meglio fare valere il loro peso con i singoli interlocutori.

Mentre volava per il Perù, Obama aveva battuto un pugno sul tavolo del Congresso repubblicano, bloccando tutte le nuove trivellazioni nell’Artico, perché quell’ambiente è “unico e difficile”. Ma Trump ci metterà un rigo di penna a cancellare pure questa decisione, come a ripristinare il gasdotto Keystone dal Canada al Texas.

Arrivederci ai giardinetti della storia

In Europa, più cha addii, per Obama sono stati arrivederci: sulle panchine, ai giardinetti della storia. Perché quello di Berlino è stato il Vertice delle anatre zoppe: con la padrona di casa Angela Merkel, c’erano il presidente francese Fracois Hollande e i premier britannico Theresa May, spagnolo Mariano Rayoj e italiano Matteo Renzi, alcuni attesi a breve da appuntamenti elettorali determinanti per la loro sopravvivenza politica, altri in condizioni di governo precarie.

Espressioni d’amicizia spesso sincere, sorrisi un po’ tirati, strette di mano e pacche sulle spalle: se ne va un decano della combriccola transatlantica – solo la Merkel ha un’anzianità di servizio superiore -, si chiude una pagina lunga otto anni, se ne sta per aprire un’altra densa, per il momento, di punti interrogativi. Erano tutti lì, i leader europei, con un orecchio a Washington e con un occhio a casa loro, dove molti hanno problemi grossi - alcuni non sono neppure sicuri di avere il tempo d’incontrare il presidente Trump -.

Chi sperava che Obama spiegasse ai partner l’America che verrà è rimasto deluso (ed è ripartito preoccupato): se l’arrivo di Trump alla Casa Bianca “non è l’apocalisse”, ma solo perché “la fine del Mondo è quando il Mondo finisce”, l’analisi del presidente uscente equivale a “fin che c’è vita c’è speranza”. E l’invito a lavorare col suo successore per cercare soluzione “ai problemi comuni”, sulla base “dei valori condivisi”, suona ovvio e non troppo convinto.

Obama era seduto tra la Merkel e Matteo Renzi, nel Vertice nella Cancelleria. Dall’incontro non scaturiscono decisioni, ma piuttosto labili indicazioni: le sanzioni alla Russia per l’Ucraina restano, almeno fino a che Trump non s’insedierà alla Casa Bianca; e in Libia ci vuole un governo stabile. Di immigrazione, assicura la Merkel, non s’è parlato, perché gli europei non volevano affliggere Obama con lo spettacolo delle loro divisioni.

La nostalgia d’Obama e l’attesa di Trump

Formalmente, il 45° presidente degli Sati Uniti s’insedierà alla Casa Bianca il 20 gennaio, l’Inauguration Day. Ma, fin dai primi momenti dopo l’Election Day, l’8 novembre, parole e mosse di Trump sono state vagliate e scrutate per cercare di capire se, e in che misura, il presidente sarà diverso dal candidato, che aveva impressionato per il suo linguaggio più brutale che franco e per le posizioni sessiste e razziste, anti-immigrati e anti-musulmani, pro-armi e pro-vita (cioè, favorevoli alla cancellazione del diritto all’aborto, restituendo agli Stati dell’Unione il compito di legiferare in merito, com’era fino al 1973).

Una certa tendenza giornalistica ad allinearsi al potere, più forte da noi che in America, alimenta, dopo l’Election Day, l’ipotesi - e forse l’illusione - che Trump, da presidente, cambierà registro.

In realtà, quasi tutte le sue dichiarazioni e le sue prime scelte nella composizione della squadra di gestione e di governo sono state coerenti con l’immagine e i programmi della campagna elettorale: conferma dell’intenzione d’alzare e allungare la barriera tra Stati Uniti e Messico e di espellere milioni di immigrati irregolari; conferma dell’intenzione di abrogare, almeno in parte, la riforma sanitaria del suo predecessore, che non lascia i poveri senza assistenza; conferma dell’intenzione di rimettere in discussione gli accordi commerciali esistenti o in fase di negoziato – oltre al Tpp versante Pacifico, la Nafta con Messico e Canada e il Ttip versante Atlantico -.

E, mentre la scelta degli uomini dell’Amministrazione fa scorrere davanti agli occhi il film d’un’America nostalgica del segregazionismo e tutta ‘Law & Order’, ben diversa da quella d’Obama, variegata e progressista, in politica estera si profila una svolta nei rapporti con la Russia che può modificare il contesto in Europa e nel Medio Oriente. Il presidente siriano Bachar al-Assad saluta in Trump “un alleato naturale”, il premier israeliano Benyamin Netanyahu attende un rilancio dell’amicizia israelo-americana.

Gli scongiuri della cancelliera

Il viaggio di commiato di Obama in Europa – un passaggio ad Atene, prima del clou a Berlino – lascia una scia di rammarico e di preoccupazione: rammarico per l’uscita di scena di un leader carismatico e affidabile; preoccupazione per l’arrivo di un successore inesperto e inaffidabile, che, durante tutta la campagna elettorale, ha avuto poca attenzione e zero considerazione per i partner e gli alleati europei. E che, una volta eletto, si fa un baffo del protocollo e non risponde agli alleati che lo chiamano o gli scrivono.

Da un consulto a caldo fra i ministri degli Esteri europei, il 13 novembre, era già emersa grande e diffusa inquietudine, sensibile specie in Polonia e nei Baltici, timorosi dell’impatto su di loro dell’eventuale riavvicinamento Usa-Russia.

Una curiosità: non so come facciano gli scongiuri i tedeschi, ma di certo Angela Mekel li ha fatti, quando Obama ha detto che, “se fossi tedesco”, “la sosterrei” alle prossime elezioni, nel settembre 2017. Il presidente ne ha fatto un vero e proprio panegirico: “Angela ha grande credibilità ed è una donna che lotta per i valori … Non avrei potuto avere una partner più affidabile”, con buona pace di tutti gli altri che ambiscono ad essere il miglior amico europeo dell’America.

La cancelliera tedesca avrà subito pensato alle recenti sortite di Obama contro la Brexit ed a favore di Hillary Clinton e avrà mormorato fra sé e sé l’equivalente tedesco del nostro “non c’è il due senza il tre”. Vero è che, di qui a settembre, ci sono altre occasioni perché il proverbio si realizzi.

mercoledì 23 novembre 2016

Usa: Trump, il piano dei cento giorni e l'exit della California

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 23/11/2016

In testa alla lista delle cose da fare nei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca, Donald Trump, che s’insedierà il 20 gennaio, mette il ritiro degli Usa dal patto commerciale con i Paesi del Pacifico, il Tpp, che sarà sostituito da una rete di accordi commerciali bilaterali. Fra le priorità, non c’è il muro anti-immigrazione lungo il confine con il Messico - Trump prevede solo "indagini su tutti gli abusi che riguardano i programmi di rilascio dei visti che danneggiano i lavoratori americani" – e neppure l'abolizione dell’Obamacare e il lancio del piano da mille miliardi di dollari per le infrastrutture. Silenzio pure sulla riapertura dell’inchiesta sulle mail di Hillary Clinton.

Impegni già dimenticati? A parte l’inchiesta su Hillary, che è accantonata, dice Kellyanne Conway, portavoce del presidente eletto, Trump spiega, in un video di due minuti, che, nei suoi primi cento giorni, intende concentrarsi sulle promesse fatte in campagna elettorale che può realizzare senza l’approvazione del Congresso.

Agli ultimi piani del suo grattacielo sulla 5° Strada, Trump lavora su più fronti: oltre al programma dei cento giorni, il completamento della squadra di governo – dove restano vuoti significativi – ed un vero e proprio regolamento di conti con i media. Che non gli danno tregua: il magnate ha appena tacitato con cospicui rimborsi le cause contro la sua Università e il WP già lo accusa di aver usato soldi della sua Fondazione a scopo personale, violando la legge.

Eppure, due settimane dopo l'Election Day, nonostante il carattere ondivago delle mosse finora fatte, una maggioranza di americani – il 53% - pensa che il presidente eletto farà un buon lavoro; e il 40% ha fiducia nella sua capacità di trattare le questioni economiche: come termine di paragone, Obama, Bush jr, Clinton, Reagan avevano, prima del loro insediamento, indici peggiori. Ma la luna di miele del magnate con il suo popolo non è generalizzata: in California, si raccolgono firme per la Calexit, la secessione dello Stato dell’Unione, da sottoporre a referendum.

I primi cento giorni – Trump ha invitato il 'transition team' a lavorare perché, fin dal primo giorno, siano restaurati “ordine e giustizia e posti di lavoro”. In un breve messaggio di due minuti e mezzo, il magnate elenca le sue priorità: 'rottamare' l'intesa commerciale con 11 Paesi asiatici e del Pacifico, alzare i dazi con la Cina, cancellare alcune norme verdi del presidente Obama e potere così tornare a incrementare la produzione di carbone e di gas naturale. Via subito pure al divieto per chi lavora nell'Amministrazione di fare attività di lobby per cinque anni dopo avere lasciato il proprio incarico.

Iniziative che richiedono un iter legislativo più complesso, e non un semplice ordine esecutivo, saranno attuate successivamente: per almeno due anni, fino alle elezioni di midterm del 2019, l’azione legislativa sarà piuttosto spedita, avendo i repubblicani il controllo del Congresso.

La squadra è ferma – Dopo le nomine fatte la scorsa settimana, la composizione della squadra pare essersi fermata: s’attendono le nomine agli Esteri, al Tesoro, alla Difesa, posti chiave, mentre torna a galla Rudolph Giuliani – se ne parla come capo dell’intelligence nazionale -.

Tra mugugni in famiglia e marette nel suo ‘cerchio magico’, Trump fa sapere con un tweet di volere il leader dell'Ukip Nigel Farage come ambasciatore britannico negli Stati Uniti. Farage, che è stato vicino al magnate in campagna elettorale, definisce il messaggio un "fulmine a ciel sereno", ma aggiunge: “Sarei utile”. Downing Street, però, fa subito sapere che “il posto non è vacante”.

Lo scontro senza fine con i media – E’di nuovo guerra fra il presidente eletto e i media americani, tv e giornali. Poche ore dopo n burrascoso incontro con le rete televisive, Trump torna ad attaccare su Twitter, prendendosela con quanti cavalcano il tema del conflitto d’interessi. "Prima del voto era ben noto che avevo interessi in tutto il mondo. Solo i media corrotti ne fanno una grande notizia".

Il presidente eletto ha pure annullato, e poi riconfermato, un incontro con il New York Times, che – altro tweet – “continua a scrivere di me in modo impreciso e con un tono maligno!".

L’incontro con i network pareva l'occasione per un reale disgelo, o almeno per una tregua. Invece, c’è stata una vera e propria giaculatoria del magnate contro la stampa, che ha ostacolato “in tutti i modi” la sua corsa alla Casa Bianca. Trump ha usato parole durissime, inveendo contro i presenti "falsi e bugiardi", “disonesti che dovrebbero vergognarsi”.

"Sembrava che gli invitati fossero davanti a un plotone di esecuzione", hanno riferito testimoni. Diversa la versione della Conway: per la portavoce è stato uno "scambio d’opinioni" eccellente.

sabato 19 novembre 2016

Usa: Obama/Trump, il giro degli addii e l'ora delle nomine

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 19/11/2016

Incontrarsi per dirsi addio, anzi arrivederci: sulle panchine ai giardinetti della storia. A Berlino, ieri, il Vertice delle anitre zoppe è stato soprattutto questo: l'ultimo saluto del presidente Barack Obama ai leader europei; e viceversa. Amicizia in qualche caso sincera, sorrisi un po’ tirati, strette di mano e pacche sulle spalle: se ne va un decano della combriccola transatlantica – solo Angela Merkel ha un’anzianità di servizio superiore -, si chiude una pagina lunga otto anni, se ne sta per aprire un’altra fatta di punti interrogativi.

Erano tutti a Berlino, i leader europei, con un orecchio a Washington e con l’occhio a casa loro, dove molti hanno problemi grossi - alcuni neppure sono sicuri di avere il tempo di conoscere Donald Trump, il presidente eletto degli Stati Uniti -.

Chi sperava che Obama spiegasse ai partner l’America che verrà è rimasto deluso (ed è ripartito preoccupato): se l’arrivo di Trump alla Casa Bianca “non è l’apocalisse”, ma solo perché “la fine del Mondo è quando il Mondo finisce”, l’analisi del presidente uscente equivale a “fin che c’è vita c’è speranza”. E l’invito a lavorare col suo successore per cercare soluzione “ai problemi comuni”, sulla base “dei valori condivisi”, suona ovvio e non troppo convinto.

Obama era seduto tra la Merkel e Matteo Renzi, al tavolo del Vertice nella Cancelleria; e c’erano pure François Hollande, Mariano Rayoj, Teresa May. Dall'incontro non scaturiscono decisioni, ma piuttosto labili indicazioni: le sanzioni alla Russia per l’Ucraina restano, almeno fino a che Trump non s’insedierà alla Casa Bianca; e in Libia ci vuole un governo stabile. Di immigrazione, assicura la Merkel, non s’è parlato, perché gli europei non volevano affliggere Obama con lo spettacolo delle loro divisioni.

Quando già Obama è in volo per il Perù, dove, oggi e domani, lo attende un altro rito di congedo, stavolta dai Paesi del Pacifico, da Washington giunge notizia che il presidente ha battuto un pugno sul tavolo del Congresso repubblicano: ha bloccato tutte le nuove trivellazioni nell'Artico, tenuto conto del carattere “unico e difficile” di quell'ambiente.

Trump ci metterà un rigo di penna a cancellare questa decisione, come a ripristinare il gasdotto Keystone dal Canada al Texas. Ma, intanto, il magnate e showman snocciola nomine, che vanno tutte nello stesso senso: pare di stare in un film sul razzismo aristocratico del Profondo Sud, stile l’Alabama di ‘A spasso con Daisy’ o il Mississippi di ‘The Help’.

Ieri, Trump ha indicato due personaggi molto discussi per il ministero della Giustizia e la direzione della Cia: il senatore Jeff Sessions (Alabama) e il deputato Mike Pompeo (Kansas). Prima, Trump aveva scelto, come consigliere per la Sicurezza nazionale, il generale Michael T. Flynn, 57 anni, un democratico uscito dall'Amministrazione Obama ed entrato nelle sue fila in campagna elettorale.

Sessions, 69 anni, è favorevole all'espulsione degli immigrati irregolari ed è contrario all'aborto ed ai matrimoni fra omosessuali. Contro di lui, venature razziste, costategli il posto di giudice federale, e una battuta sul Ku Klux Klan: “Mi piacevano, ma poi ho saputo che fumano marijuana”.

Pompeo, 59 anni, origini italiane, è un Tea Parti vicino al vice-presidente Mike Pence: la priorità è l’abolizione dell’accordo sul nucleare con l’Iran, “disastroso” perché fatto “con lo Stato principale sostenitore del terrorismo al Mondo”.

Mancano ancora tasselli importanti, gli Esteri, la Difesa, il Tesoro. E, nel fine settimana, Trump vedrà, fra gli altri, Mitt Romney, il suo maggiore antagonista nel partito repubblicano.

venerdì 18 novembre 2016

Usa 2016: Trump, gente che va, Yellen che resta e le grane della squadra

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/11/2016

Se l’obiettivo era tenere Donald Trump lontano dallo Studio Ovale, i democratici sembra l’abbiano raggiunto, almeno per un anno. Ma se l’obiettivo era tenerlo lontano dal potere, allora è un altro discorso. Per un bel pezzo del suo mandato alla Casa Bianca, il presidente eletto sarà forse costretto a trasferirsi "nel vecchio ufficio di Richard Nixon nell'Old Executive Office Building". Un riferimento non proprio incoraggiante.

Lo rivela alla Fox Karl Rove, l’ex consigliere di George W. Bush: Barack Obama non ha voluto avviare i lavori di restyling del suo ufficio – questioni di sicurezza, non solo di tappezzeria -, preferendo lasciarne le scelte al suo successore. Per Trump, che è a suo agio anche nella lussuosa casa / ufficio sulla 5° Strada a New York, non sarà un grosso problema.

A impegnare il magnate in queste ore, non sono i problemi logistici, ma la definizione della squadra da mettere in campo alla guida dell’Unione. C’è chi se ne va – il direttore dell’Intelligence James Clapper -; e chi promettere di restare, magari remando contro-corrente – la presidente della Fed Janet Yellen -.

Clapper è il primo alto dirigente dell’Amministrazione Obama a dare le dimissioni, anche se – dice, durante un’audizione in Congresso – “ho ancora 64 giorni” (lascerà il giorno dell’uscita di scena d’Obama).

Le dimissioni dei vertici delle Agenzie federali dell'Amministrazione uscente sono una prassi, dopo l'elezione presidenziale, nell'ottica di un rinnovamento degli incarichi, soprattutto per i ruoli più delicati e di fiducia, come quelli dell’intelligence. Nessun segnale finora da altri alti dirigenti, come il direttore dell'Fbi James Comey, che ha giocato un ruolo forse decisivo nell’elezione di Trump, riaprendo le indagini sull’emailgate, a carico di Hillary Clinton, a dieci giorni dall’Election Day e richiudendole dopo una settimana, a ridosso del voto. Comey, se vuole, può restare al suo posto fino a fine mandato.

Chi non ci pensa proprio ad andarsene, né può essere rimossa, è la Yellen, che dal 2014 è alla guida della Federal Reserve: “Non vedo perché non potrei servire l'intero mandato alla Fed. Ho intenzione di restare per tutti i miei quattro anni''. Trump l'ha recentemente accusata di essere politicizzata, alimentando le indiscrezioni che in caso di una sua vittoria si sarebbe dimessa. Ma la Yellen non gli darà questa soddisfazione: mette in risalto i progressi dell’economia sotto la guida di Obama (e sua) ed è cauta sulle intenzioni espresse dal presidente eletto. ''Quando le nuove politiche saranno chiare, la Fed ne terrà conto nel fare le sue valutazioni'', guardando soprattutto all'impatto sull’occupazione.

Gente che va, gente che resta. E chi arriva? Qui, dopo le nomine degli addetti alla cucina interna della Casa Bianca, Priebus e Bannon, Trump s’è un po’ arenato sullo scoglio del segretario di Stato: alla sua prima scelta, Rudolph Giuliani, l’ex sindaco di New York, la stampa ha scovato conflitti d’interesse; al candidato del partito, l’ambasciatore John Bolton, molti rimproverano rigidità e asprezze di carattere. E’ saltato fuori il nome di Nikki Haley, governatrice della South Carolina, figlia d’immigrati indiani, astro nascente della destra moderata: una bella scelta, se non fosse che Nikki, in campagna elettorale, spesso s’è esplicitamente schierata contro Trump. Che, intanto, riceve Henry Kissinger, per cominciare a capirme qualcosa di esteri, e s’appresta a incontrare il primo leader straniero, il premier giapponese Shinzo Abe.

Il presidente eletto ha ancora problemi con il team che deve gestire la transizione – i lobbisti ne escono - e con le ambizioni dei familiari, figli e genero. Inoltre, alcuni ex rivali divenuti suoi sostenitori si presentano all’incasso: a parte il cado del governatore del New Jersey Chris Christie, che non si capisce se sia caduto in disgrazia, s’è fatto avanti il guru nero, ed ex neuro-chirurgo, Ben Carson, che si propone come responsabile dell’educazione nazionale: il suo credo oscurantista è il biglietto da visita giusto per l’America fondamentalista e creazionista.

Usa/Ue: Obama lusinga Merkel prima del consulto delle 'anatre zoppe'

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/11/2016

Non so come facciano gli scongiuri i tedeschi, ma di certo Angela Merkel li ha fatti, e forse li sta ancora facendo, dopo che, ieri sera, il presidente Usa Barack Obama ha detto che, “se fossi tedesco”, “la sosterrei” alle prossime elezioni, nel settembre 2017. Obama ne ha fatto un vero e proprio panegirico: “Angela ha grande credibilità ed è una donna che lotta per i valori … Non avrei potuto avere una partner più affidabile”, con buona pace di tutti gli altri che ambiscono ad essere il miglior amico europeo dell’America.

La cancelliera tedesca avrà subito pensato alle recenti sortite di Obama contro la Brexit ed a favore di Hillary Clinton e avrà mormorato fra sé e sé l’equivalente tedesco del nostro “non c’è il due senza il tre”. Vero è che, di qui a settembre, ci sono altre occasioni perché il proverbio si realizzi. Ma, per prudenza, la cancelliera ha messo i puntini sulle I: ha ribadito che annuncerà “al momento opportuno” se si ricandiderà o meno per la quarta volta nelle politiche 2017, raffreddando, quindi, indicazioni in tal senso diffusesi nelle ultime ore.

Come già ad Atene, ma ben più che ad Atene, Obama s’è rassegnato ad essere arrivato a Berlino con un compagno di viaggio immaginario, ma invadente: il suo successore Donald Trump. La Merkel ieri e i leader europei presenti, oggi, al ‘Vertice delle anatre zoppe’, Hollande, la May, Rayoj, Renzi, parlano a lui, ma perché Donald intenda. Renzi, addirittura, ha già indossato i panni dell’avvocato d’ufficio del presidente eletto, criticando le battutine “fuori luogo” del presidente della Commissione europea Juncker.

Pure Obama, però, parla agli europei pensando a Trump o mandandogli messaggi, mentre il premier francese Valls, pure a Berlino, per un convegno, avverte che l’ “Europa può morire” di populismi propri o importati – lui pensa alle presidenziali francesi del prossimo maggio -. Obama di dice “incoraggiato” dalle recenti dichiarazioni del suo successore sul rispetto degli impegni con la Nato, perché – osserva – senza L’alleanza atlantica “il mondo è un posto peggiore”; e lo invita a non farla facile alla Russia se Putin non rispetta le regole del gioco. Sul fronte interno, riconosce che Trump “è forse la maggiore scossa nella storia americana”, ma poi afferma che, se migliorerà la sua riforma sanitaria, lo sosterrà – l’obiettivo, però, è piuttosto di smantellarla -.

La Merkel assicura che la Germania e in generale l’Europa faranno di più per la sicurezza atlantica, venendo incontro alle attese di Trump, e s’impegna a darsi da fare per una buona collaborazione con la nuova Amministrazione. La cancelliera è pure certa che Usa e Ue riprenderanno a negoziare sul Ttip, la zona di libero scambio transatlantica (se, quando e su che basi, però, dipende anche, e forse soprattutto, dal nuovo presidente).

La tappa di Berlino è stata fitta di contatti fra Obama e la Merkel: una cena mercoledì al ristorante dell’Hotel Adlon, quello del film del 1932 Grand Hotel con Greta Garbo, senza giornalisti – si sa solo che nel menù c’era il currywurst, la tradizionale salsiccia berlinese con ketchup e curry -; un colloquio in cancelleria ieri pomeriggio con conferenza stampa; una cena di gala all’ottavo piano del palazzo del governo la sera, aperta a esponenti della scena politica, sociale e culturale tedesca distintisi nel rafforzamento dei legami transatlantici.

Fra gli invitati, il direttore d'orchestra Daniel Barenboim, il direttore del Museo ebraico di Berlino Michael Blumenthal, l'allenatore tedesco della nazionale di calcio Usa Juergen Klinsmann, il regista Tom Tykwer, gli astronauti Thomas Reiter e Alexander Gerst, il consigliere per la politica estera Christoph Heusgen, scienziati e politici. Più scarna la presenza Usa: con Obama, Susan Rice, consigliere per la sicurezza nazionale, e il suo vice Benjamin Rhodes, il consigliere per l'Europa Charles Kupchan e pochi altri.


Oggi, dopo il Vertice, Obama partirà per il Perù, per il suo congedo dai Paesi del Pacifico.

giovedì 17 novembre 2016

Usa 2016: Trump presidente, un uomo senza diga al proprio potere

Pubblicato da AffarInternazionali.it e, in versione diversa, da La Voce e Il Tempo il 17/11/2016

Due anni di tempo per realizzare due programmi: quello del presidente eletto Donald Trump e quello dei repubblicani. L’agenda del magnate è più fluida, funzione dell’umore e del momento; quella del partito è più prevedibile. Ci sono punti di contatto: la revoca, almeno parziale, dell’Obamacare, la riforma sanitaria dell’Amministrazione democratica. Ci sono punti d’attrito: l’attuazione del ‘piano migranti’, l’erezione del muro e l’espulsione d’irregolari. Ci sono concessioni ai fondamentalisti: la restituzione agli Stati del potere di decisione sull'aborto, riportando indietro gli Stati Uniti di oltre quarant'anni – questo è compito della Corte Suprema, che deve correggere l’impatto di una sentenza del 1973 -.

Indicazioni che gli analisti esprimono con cautela, dopo che sondaggisti, esperti, giornalisti, tutti siamo stati persino peggio degli economisti, che non ci azzeccano mai, nel leggere l’orientamento degli americani in vista dell’Election Day l’8 Novembre: la vittoria di Hillary Clinton, largamente pronosticata, s’è tramutata in una disfatta, nonostante l’ex first lady abbia ottenuto più voti popolari del suo rivale – ma, nel sistema federale Usa, contano i Grandi Elettori -.

Stavolta, gli elettori statunitensi hanno addirittura perso il loro senso dell’equilibrio paradigmatico: Trump e i repubblicani si trovano nelle mani tutto il potere, la Casa Bianca, il Congresso - Camera e Senato -, una netta maggioranza di governatori e di parlamenti statali; e possono inoltre imprimere alla Corte Suprema un orientamento decisamente conservatore – un giudice va nominato al più presto, per riempire il vuoto lasciato dalla morte di Antonin Scalia; e un altro posto sta per rendersi disponibile -. L’unico frangiflutti alla marea repubblicana è quello rappresentato da Yanet Yellen, che guida la Federal Reserve dal febbraio 2014 e che non può essere rimossa fino a fine mandato: nominata da Barack Obama, rispettata da tutti, la Yellen non è però una democratica d’ordinanza, ma piuttosto una tecnica.

Le proteste tardive di giovani (e donne) schizzinosi

Dopo il voto, l’America anti-Trump s’è messa in marcia e non s’è ancora fermata: ci sono state manifestazioni in decine di città e università, centinaia di arresti, un fiume in piena di giovani, donne, neri, ispanici che scandiscono lo slogan ‘Not My President’: sono reduci di Occupy Wall Street e militanti di Black lives matter, sono i Millennials, la cui neghittosità nel giorno del voto, però, è stata determinante, a favore del magnate. Ora vogliono smacchiarsi la coscienza. Ma è tardi.

Se i giovani – e le donne - l’8 novembre avessero votato numerosi come nel 2008 e nel 2012, oggi Hillary sarebbe il presidente eletto e loro non sarebbero in strada. Invece, la schizzinosità di chi – certo che Trump non ce l’avrebbe fatta – non è andato alle urne perché orfano di Bernie Sanders o perché non in sintonia con l’ex first lady ha messo le sorti dell’America nella mani di baby-boomers ormai pensionati o quasi, bianchi e maschi, consegnando la vittoria allo showman e alla sua cerchia di familiari, lobbisti e razzisti.

New York e Los Angeles hanno registrato le contestazioni più numerose, Portland in Oregon quelle più virulente. Il movimento coinvolge meno il Sud, le Grandi Pianure, le Montagne Rocciose, l’America più conservatrice ed evangelica, che Trump presidente l’ha voluto o se n’è fatta subito una ragione.

In chi manifesta, e in chi ne condivide la protesta, c’è il timore che Trump possa tradurre in pratica la deriva xenofoba, razzista e sessista sventolata durante la campagna elettorale. Si teme anche che prendano ulteriore vigore i gruppi suprematisti bianchi: il Ku Klux Klan, esagerando, si attribuisce un ruolo decisivo nell’elezione del magnate e annuncia un meeting a Charlotte, North Carolina, mentre sui muri delle città compaiono scritte inquietanti, ma non sorprendenti: "Rendiamo l'America bianca grande di nuovo", versione razzista dello slogan presidenziale.

I repubblicani fanno bingo, i democratici senza leader

La stampa americana risale indietro nel tempo, anche di un secolo, chiedendosi se e quando, vi sia mai stato un tale allineamento partitico dei tre poteri, l’esecutivo, il legislativo, il giuridico. Va, però, detto che i confronti sono difficili ed aleatori: il numero degli Stati varia, le modalità elettive del Senato pure. Nel recente passato, è accaduto a tutti e tre gli ultimi presidenti di avere dalla loro, almeno per un biennio, tutto il Congresso.

Il partito repubblicano, che pareva a pezzi, condannato alla minoranza dall’evoluzione demografica e diviso al proprio interno fra moderati, Tea Party, evangelici si ritrova padrone di tutto: con Trump, che doveva esserne l’esecutore testamentario, è risorto e ha fatto bingo, raccogliendo consensi che non aveva mai avuto (e che forse non avrà mai più).

Il partito democratico, che pareva destinato a tenere la presidenza e a riprendersi almeno il Senato, si ritrova con zero potere e senza squadra dirigente, perché nessuno dei suoi leader sarà spendibile nel 2020: Hillary Clinton è bruciata, dopo i flop 2008 e 2016; John Kerry è bruciato dal 2004; Bernie Sanders sarà troppo vecchio, come Joe Biden. E, se il mantra è il cambiamento, bisogna trovare qualcuno che lo rappresenti: Elizabeth Warren ha il volto giusto, ma l’età è un handicap – avrà 71 anni, uno in più di Trump oggi -.

Il New Yorker s’interroga su come il partito democratico possa uscire da questo incubo. La riscossa non potrà venire, se verrà, prima delle elezioni di midterm del 2018, quando le carte del Congresso potrebbero rimescolarsi.

Cambio di passo tra candidato e presidente?

Altroché cambio di passo, tra il candidato e il presidente: Trump, nella terra di mezzo tra l’elezione e l’insediamento, non abbandona il populismo. E l’ipotesi di un disimpegno degli Usa dagli accordi sul clima crea ansia e panico a livello planetario, proprio quando l’Onu diffonde i dati più allarmanti sul riscaldamento globale.

Preso in un vortice di interviste e telefonate, il presidente eletto annuncia che il suo stipendio sarà d’un dollaro l’anno, mentre anche i think tank conservatori s’interrogano su fattibilità ed efficacia d’alcune sue ricette, come il muro e le espulsioni.

Nel suo dire e fare post-voto, Trump fa il pendolo tra conferma della linea anti-establishment e ricerca di compromesso con i moderati: blandisce il presidente Obama, ma vuole smantellarne l’eredità; lusinga a modo suo Bill Clinton (“Ha talento”) e tranquillizza Hillary (l’inchiesta per sbatterla in carcere, minacciata nei dibattiti, non è una priorità); sceglie una colomba come capo dello staff alla Casa Bianca - Reince Priebus, uomo del partito – e un falco come “stratega e consigliere” – John Bannon, un razzista -.


Trump esce confortato da un colloquio telefonico con Vladimir Putin: rispetto reciproco e reciproca non ingerenza negli affari interni sarebbero i punti fermi del nuovo rapporto Usa-Russia. Invece, non dà eco ai messaggi dei leader dell’Ue e della Nato e riceve a casa sua il dandy euro-scettico Nigel Farage, l’artefice della Brexit, mentre il presidente Obama trova in Europa interrogativi cui non sa rispondere e inquietudini che non può stemperare.