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domenica 8 dicembre 2013

Presidenza italiana: il rebus delle assise parlamentari

Scritto per EurActiv lo 08/12/2013

Le assise parlamentari non compaiono nella bozza di programma del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Unione europea. E la circostanza alimenta gli interrogativi sull’evento, che prima doveva precedere la presidenza e poi esserne un momento forte.

Il calendario della presidenza non è stato ancora reso pubblico, ma è già stato trasmesso a Bruxelles per un confronto con le Istituzioni europee e con i Paesi Ue. A quanto si apprende da fonti bene informate, il progetto delle assise continua a incontrare ostacoli, organizzativi e anche politici, proprio a livello parlamentare.

Il ministro degli esteri italiano Emma Bonino, favorevole all’appuntamento, ne avrebbe di nuovo parlato con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e vorrebbe discuterne con i premier Enrico Letta. Ma la Camera frappone difficoltà, evidenzia i costi e, per il momento, punta a un incontro a Roma in primavera dei presidenti dei Parlamenti europeo e nazionali: un’iniziativa che i fautori delle assise giudicano valida se preliminare al più vasto incontro, ma non se sostituiva.

L’idea originaria del comitato italiano del Movimento europeo (cime), presieduto da Virgilio Dastoli, prevedeva la convocazione delle assise parlamentari prima delle elezioni europee di fine maggio 2014. In tal modo, le assise, che dovrebbero coinvolgere il Parlamento europeo e tutti i Parlamenti nazionali dei 28 Paesi Ue, potevano diventare un’occasione di confronto fra i candidati espressi dai principali partiti politici europei alla presidenza della Commissione europea, oltre che di ampio dibattito su temi e priorità del semestre di presidenza italiana.

Nonostante gli elementi di suggestione indubbi e malgrado un voto in tal senso del Parlamento italiano e l’interessamento del presidente Napolitano e di esponenti governativi, questo progetto è, di fatto già svanito.

Resta in piedi l’ipotesi di convocare le assise, che potrebbero anche chiamarsi, a quel punto, conferenza o congresso, durante la presidenza di turno italiana, prima del Consiglio europeo di dicembre 2014, cioè quando le Istituzioni europee rinnovate (il Parlamento, la Commissione e il presidente del Consiglio europeo) saranno già insediate. Le assise potrebbero essere precedute da una convenzione della società civile, che il Movimento europeo organizzerebbe a metà novembre.

Ma anche questa ipotesi non trova riscontro nella bozza di programma della presidenza, dopo che i due rami del Parlamento italiano si erano impegnati a fine giugno a promuoverne la realizzazione e dopo che il comitato di pilotaggio del semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dei Ministri dell'Ue aveva recepito tale indicazione nella sua prima riunione il 7 agosto.

Secondo le fonti, ostacoli e riserve continuano a venire da uffici e da gruppi vicini alla presidente della Camera Laura Boldrini. Nessuno nega che le assise costituiscano un grosso impegno politico e organizzativo e che debbano svolgersi in condizioni ottimali, per garantirne il successo; ma è pure vero che esse potrebbero dare una scossa al processo d'integrazione e incoraggiare una nuova politica economica per più crescita e più lavoro.

Ovviamente, non si tratta di portare a Roma tutti i membri dei Parlamenti nazionali di tutti i 28 Paesi Ue e del Parlamento europeo, ma delegazioni di essi. I servizi della Camera paiono paventare un impegno eccessivo per le risorse umane disponibili, anche se l'evento sarebbe molto concentrato nel tempo -alcuni giorni- e avrebbe dimensioni economiche relativamente modeste – le missioni a Roma dei parlamentari europei e nazionali sarebbero a carico delle istituzioni di appartenenza -.

sabato 7 dicembre 2013

Visti dagli Altri: Renzi, un favorito dai molti volti

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 07/12/2013

C’è chi –Die Welt- lo annuncia come “il Tony Blair italiano”, destinato a battere “Gianni il rosso” (ma chi, Cuperlo?). C’è chi –il Financial Times- lo preannuncia come “un terremoto”. E c’è chi, come El Pais- è fermo a “renzisconi”. Pochi hanno dubbi che Matteo Renzi, sindaco di Firenze, vincerà le primarie del Pd; e quasi tutti pensano che, dopo averle vinte, darà l’assalto al governo. E l’Ft consiglia Letta di guardarsi le spalle: “Renzi è ansioso di mostrare le credenziali da premier”.
Delle primarie del Pd, i media esteri parlano molto, ma forse meno di quanto noi ci aspetteremmo. Die Welt ripropone l’equivalenza un po’ intellettuale e di presa modesta tra Renzi - Cuperlo e Mozart - Salieri: il genio contro l’artigiano (una sortita di Cuperlo a settembre, una sorta d’autogol perché nessuno la capisce e chi la capisce non ha alcuna simpatia per l’intrigante Salieri).
Il giornale tedesco, però, ci aggiunge un pizzico di banalità del suo, paragonando Renzi a due leader innovatori di partiti della sinistra europea, il premier britannico Tony Blair, laburista, e il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, socialdemocratico –né l’uno né l’altro hanno un’immagine limpida-. Invece, un quotidiano tedesco meno noto, il Potsdamer Neueste Nachrichten, s’interroga su Renzi come fanno molti italiani: "E’ giovane, è vivace ... ma che cosa davvero vuole?", delle tante cose, spesso contraddittorie, che dice.
Per il Financial Times la marcia verso la vittoria del sindaco sta già scuotendo “come un terremoto” il "confuso paesaggio politico italiano". Il quotidiano della City attribuisce, al favorito alle primarie, l'intenzione di trascinare il Partito democratico "lontano dalle sue radici di sinistra": Renzi "non piace particolarmente” al popolo dei vecchi partiti della sinistra italiana; “lo si guarda con sospetto, ma ottiene voti”, lui “che vuole, letteralmente, rottamare le vecchie strutture e l'apparato, personale brizzolato incluso". Alcune frasi del candidato segretario appaiono “un ultimatum” a Letta, anche se il campionario delle affermazione di Renzi è ad ampio spettro.

El Pais spiega l’ascesa del sindaco con una somma di fattori ben combinati: "l’assoluta mancanza di peli sulla lingua … la capacità di levarsi di torno il nemico, una volta individuatolo … e, infine, la giovane età”. E in lui, per i modi schietti e l'abbigliamento disinvolto, "molti vedono un infiltrato del centrodestra, qualcuno un impostore".

giovedì 5 dicembre 2013

Ue: elezioni europee, la valanga degli euro-scettici

Pubblicato da AffarInternazionali lo 04/12/2013

“Populisti di tutta l’Europa unitevi”, sotto l’insegna dell’euro-scetticismo. L’invito a una voce viene dalla presidente del Front National francese Marine Le Pen e dal leader del Partito per la libertà olandese (Pvv) Geert Wilders: insieme per liberare i popoli dell’Unione, “dal mostro chiamato Bruxelles”.

L’accordo, generosamente definito “storico”, è stato siglato all'Aia in vista delle elezioni europee del maggio 2014: l’alleanza euro-scettica punta a crescere con ulteriori adesioni, vuole coagulare altri movimenti e guarda, in Italia, alla Lega Nord, che ha deputati a Strasburgo dagli anni ‘90, e al Movimento 5 Stelle (M5S), che potrebbe portarcene parecchi nella primavera prossima.

Matrimonio politico
I partiti di Le Pen e di Wilders divergono su molti punti, dal giudizio sull'Islam ai diritti dei gay. A fare da collante al loro matrimonio politico è il comune rigetto dell'integrazione europea: Marine predica “'sovranità nazionale” su moneta e bilancio, mentre Geert ci va giù pesante definendo l'Europa uno “stato nazista”.

Altro minimo comune denominatore euro-scettico è la volontà di contare di più a Strasburgo, dove, per formare un gruppo politico, sono necessari almeno 25 deputati provenienti da 7 diversi stati Ue - ad oggi il Fronte nazionale di Le Pen ne conta 3, il Pvv di Wilders 4. 

Se il progetto va in porto si ottengono uffici, funzionari, interpreti, fondi e maggior tempo di parola nei dibattiti parlamentari. E i sondaggi, al momento, promettono ai due partiti e ai loro possibili sodali ben più di 25 seggi. C’è chi li vede come una delle forze principali della prossima Assemblea, a contendere il terzo posto, dietro popolari e socialisti, ai ‘liberali e democratici’. Quando si voterà, nella prossima primavera, conterà l’affluenza alle urne, oltre che il clima politico ed economico.

Reclutando nuove leve
Nata l'alleanza, bisogna quindi reclutare nuovi membri per darle efficacia. Wilders si è detto pronto a inglobare i secessionisti fiamminghi del Vlaams Belang, i Democratici svedesi - estrema destra -, l’Alternativa per la Germania (Afd), il Partito della Libertà austriaco (Fpoe) e la Lega Nord.

Interessano anche gli euro-scettici britannici dell'Ukip, guidati da Nigel Farage, partito che da solo conta 13 eurodeputati e che, però, sembrerebbe, per ora, volersi smarcare dalla neonata alleanza franco-olandese. Esclusi invece i greci di Alba Dorata, i bulgari di Ataka e gli ungheresi di Jobbik, tutti accusati di derive razziste e antisemite. Se la predica viene da quel pulpito c’è da credere vi sia del vero.

La porta dovrebbe rimanere aperta anche per il M5S che la Le Pen segue con interesse da tempo. Ad ottobre la leader del Fonte nazionale aveva sollecitato Beppe Grillo ad avviare una “riflessione” su una possibile alleanza verso le elezioni europee. Grillo non ha ancora risposto ufficialmente all'invito della Le Pen, ma sui media sono circolate voci di avvicinamento, smentite però dal guru del Movimento Roberto Casaleggio: “Non ho mai avuto né ho intenzione di avere alcun contatto con esponenti del Front National. Chi afferma il contrario mente”.

È però vero che le prese di posizione dei leader del M5S sull'immigrazione, ad esempio, accostano il movimento più alla destra euro-scettica che alla sinistra euro-critica, da cui, per altro, Sel vorrebbe smarcarsi per entrare nel Partito socialista europeo. E i discorsi di Genova il 1° dicembre, con la prospettiva, ad esempio, di un referendum sull'appartenenza all'euro, sono musica per la Le Pen e Wilders.

Allarme germanico
Gli ultimi segnali d’allarme elettorali d’una valanga euro-scettica alle prossime europee sono stati germanici: il balzo in avanti nelle politiche austriache del partito di estrema destra, euro-scettico e xenofobo, è venuto una settimana dopo le politiche tedesche, dove gli anti-euro di Alternativa erano sì rimasti fuori dal Bundestag, ma avevano sfiorato la soglia del 5%: un dato accolto con un sospiro di sollievo a Bruxelles. Ma l’impatto dell’Afd potrebbe essere ben maggiore fra sei mesi: la posta in gioco per i cittadini sarà meno alta e il voto di protesta più facile.

In Austria, l’Fpoe creata da Joerg Haider e oggi guidata da Heinz-Christian Strache, ha guadagnato quasi quattro punti ed è salito al 21,4%, senza, però, scalzare la grande coalizione tra socialdemocratici e popolari, nonostante i maggiori partiti abbiano perso ciascuno più del 2% dei voti: Werner Faymann è ancora cancelliere di quella subito ribattezzata “la coalizione dei perdenti” e Michael Spindelegger è suo vice.

Il voto austriaco ha rilanciato lo spettro ricorrente dell’avanzata di un’estrema destra euro-scettica, reso più concreto dall'alleanza Le Pen - Wilders. I leghisti insistono sul concetto che “i popoli vogliono un’altra Europa: la gente è contro l’euro e l’Unione, non vuole l’immigrazione selvaggia né la corruzione politica”. Strache predica lotta alla corruzione e pugno di ferro sull'immigrazione, ce l’ha con l’Europa dei tecnocrati e dell’euro: i manifesti della destra euro-scettica s’assomigliano e si sovrappongono, nell'Unione.

Ampio spettro euro-scettico
In ogni paese, i movimenti di destra o estrema destra euro-scettici hanno caratteristiche diverse, talora sono radicati sul territorio e hanno radici forti, talora varcano il limite dell’euro-delirio: attenti a non farne un unico fascio neo-nazista nel segno di Alba Dorata. E vi è pure un populismo euro-scettico di sinistra, rafforzato dalle ferite sociali inferte dal mix crisi e rigore.

I paesi nordici democratici per antonomasia hanno una cospicua forza leghista in Finlandia e punte neo-naziste in Svezia. In Ungheria, c’è al potere il partito del premier Viktor Orban che è nel Partito popolare europeo, ma ha inquietanti venature anti-democratiche. E la Repubblica Ceca è stata una culla dell’euro-scetticismo ai tempi del presidente Vaclav Klaus che si propone di scendere in campo alle europee, quando l’affluenza alle urne ridotta e il basso rapporto apparente voto-governo inducono a scelte di protesta dimostrative.

Alcune forze euro-scettiche hanno avuto esperienze di governo, in Olanda, in Austria, in Italia; altre vivono d’opposizione. E resta da approfondire il rapporto ‘grandi intese-area della protesta’. La formula dilaga nell'Ue: Italia a parte, Belgio, Olanda, Austria, Germania. Con il rischio di portare a coincidere l’area dell’opposizione con quella dell’euro-scetticismo.

mercoledì 4 dicembre 2013

Italia/Ue: Letta vs Rehn, il premier maramaldo e il finlandese scettico

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 04/12/2013
Qualche volta, diamo proprio il peggio di noi stessi: sfoggiamo un mix di ‘Come si permette? Lei non sa chi sono io’ e di spavalderia alla Maramaldo, quello che ‘Vile!, tu uccidi un uomo morto’. Prendiamo le reazioni alla sortita di Olli Rehn, responsabile europeo degli Affari economici, che dichiara e reitera il proprio scetticismo sull’abbattimento del debito italiano nel 2014.
Ora, uno può benissimo contestare che l’abbattimento del debito, così come il mantenimento del deficit sotto il 3% del Pil, siano delle priorità. Ma alzi la mano chi non è scettico sull'impatto della Legge di Stabilità, della spending review, delle dismissioni e di quant'altro il governo ci propina per fare quadrare i conti:  lo sforzo atteso dalle autorità comunitarie l’anno prossimo è di almeno sette miliardi (di riduzione del debito); Roma per ora è in grado di assicurarne al più uno e mezzo.
L’appuntamento tra Italia e Ue per fare le pulci al bilancio è a febbraio 2014: di qui ad allora, possiamo aspettarci punzecchiature e moniti, che un po’ lasciano il tempo che trovano. Ma la sortita di Rehn è stata accolta da un fuoco di sbarramento pesante: il presidente Napolitano, il premier Letta, il ministro dell’Economia Saccomanni, tutti –chi più chi meno- se la sono presa con il vice-presidente della Commissione.
Mi viene, e mi resta, il sospetto che se Rehn non avesse dichiarato, giorni fa, l’intenzione di candidarsi al Parlamento europeo e alla ‘nomination’ liberal-democratica alla presidenza della Commissione - mosse che implicano un'auto-sospensione dall’incarico -, le reazioni non sarebbero state così dure. Né, forse, a onor del vero, le sue parole non sarebbero state così schiette.
Il premier Letta è quasi vittima di una crisi di nervi (e, senz'altro, d'una caduta di gusto): afferma che il vice-presidente della Commissione "non si deve permettere" di esprimere scetticismo sull'Italia –che è?, lesa maestà?-, ma deve svolgere un ruolo di "garante dei Trattati" dell’Unione, dove  "la parola scetticismo non c'è”. Quindi, Rehn non può azzardarsi ad “esprimere un concetto di scetticismo, ma deve parlare di stabilità e di equilibro finanziario".
Il presidente Napolitano è più ecumenico: "A livello delle istituzioni europee si impone una correzione di rotta e un impegno nuovo per promuovere la crescita e l'occupazione". Il ministro Saccomanni, favorito dalla distanza e dal fuso –sta a New York-, smorza i toni –forse perché il primo a essere scettico sui nostri conti è proprio lui-: "Non c'è niente di nuovo in quello che Rehn ha detto", riconosce.
Finisce, così, che Rehn ci impartisce una lezione di valori fondanti dell’integrazione europea –di solito, siamo noi a darne-, facendo l’elogio della libertà d’espressione e, quindi, di scetticismo; e confermando, a distanza, l’analisi di Saccomanni, nulla di nuovo, solo la conferma di cose già dette: "Abbiamo imparato dall'esperienza che gli stati hanno tendenza a sovrastimare le entrate delle privatizzazioni".
E allora, premier Letta, perché prendersela tanto?, forse per evitare che i mercati diano più retta a Rehn che a lei?, o perché la preoccupa la prospettiva di un Rehn alla presidenza della Commissione?, o perché ha la coda di paglia di essere un po’ scettico anche lei sui nostri conti? Certo che ieri parevate uno sketch di Totò e Peppino.

Ucraina: la sfiducia non passa, la protesta non si placa

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/12/2013

La mozione di sfiducia non passa. Ma la protesta continua e i palazzi del potere restano assediati. Il presidente Yanucovich e il suo governo “chiedono perdono” per la violenza con cui la polizia, domenica, ha represso le manifestazioni scoppiate dopo che l’Ucraina, seguendo il diktat di Mosca, non aveva firmato un accordo di associazione con l’Ue.

La mozione di sfiducia, presentata da tre movimenti d’opposizione, ha raccolto 186 voti, contro i 226 necessari: il testo denunciava le violenze sui manifestanti e “la vendita dell’Ucraina alla Russia”.

Prima del voto, il premier Azarov ha annunciato un rimpasto del governo, a seguire le dimissioni del capo della polizia di Kiev. Ma il premier ha pure avvertito gli oppositori sulle conseguenze “penali” di atti “illegali”. Tre manifestanti sono stati arrestati, con l’accusa di avere fomentato gli incidenti di domenica.

Il dibattito in Parlamento è stato animato. Secondo Azarov, l’integrazione europea dell’Ucraina va avanti (ma l’Unione deve mettere sul tavolo un aiuto economico). Dopo tre anni di negoziati, l’accordo di associazione doveva essere firmato a Vilnius il 29 novembre, al Vertice dell’Ue con i vicini dell’Europa orientale: Moldavia e Georgia l’hanno sottoscritto; Ucraina ed Armenia, più ligie a Mosca, no.

Dopo il voto, decine di migliaia di persone si sono riunite sulla piazza dell’Indipendenza, arringate da uno dei leader dell’opposizione, il pugile Klitschko: “Non mollate”. L’ex presidente Yushenko, leader nel 2004 dalla Rivoluzione Arancione, chiede al potere di dialogare con i manifestanti, “altrimenti la situazione potrebbe divenire incontrollabile nei prossimi giorni”. Ma se Kiev è in subbuglio, Donetsk, roccaforte di Yanukovich, resta tranquilla.


Il presidente è in missione in Cina: il momento non è propizio alle visite all’estero –ammette-, ma – dice -il viaggio recherà benefici all’economia ucraina . Dopo Pechino, Yanucovich andrà a Mosca, a firmare un piano di cooperazione con la Russia (che intanto concede una dilazione nel pagamento del gas). E l’Ucraina torna a essere terreno di frizione tra Usa ed Ue, da una parte, e Russia, dall’altra.


I quattro protagonisti di dieci anni di saga ucraina

Viktor Yushenko - Segnato in volto dal tentativo d’eliminarlo con la diossina, Yushenko, 59 anni, premier dal 1999 al 2001, leader della Rivoluzione Arancione, è stato presidente dal 2005 al 2010. Uscito vittorioso da un braccio di ferro elettorale con Yanucovich, Yushenko perse presto seguito: nel 2010, non arrivò al ballottaggio nelle presidenziali vinte da Yanukovich sulla Tymoshenko.

Yulia Tymoshenko - Alleata di Yushenko nella Rivoluzione Arancione, premier a due riprese, Yulia, 54 anni, è la leader del partito Patria. Condannata nel 2011 a sette anni, sconta in carcere la pena. Prima di fare politica era in affari nell’industria del gas ed era una delle persone più ricche d’Ucraina. Nel 2005 Forbes la considerava la terza donna più potente al mondo.

Viktor Yanukovich - Originario di Donetsk, filo-russo, 63 anni, Yanukovich, leader del partito delle Regioni, è stato premier per tre volte tra il 2002 e il 2007: sconfitto a due riprese da Yushenko nelle presidenziali del 2005, è presidente dal 2010. E’ più vicino a Mosca che a Bruxelles e ha una linea meno incline all’avvicinamento con l’Ue di Yushenko e della Tymoshenko.

Vitali Klitschko - Come in un film di Stallone, Klitschko, 42 anni, è il campione del mondo dei massimi Wbc: eletto al Parlamento  per l'Alleanza democratica ucraina per la riforma, è oggi un leader dell’opposizione. Soprannominato ‘Dr. Iron Fist’, Klitschko intende partecipare alle elezioni presidenziali del 2015, una scadenza che condiziona in questo momento la politica ucraina.

martedì 3 dicembre 2013

Ucraina: la piazza spinge il Paese verso l'Ue, via dalla Russia

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/12/2013

Che sia un pretesto, un simbolo, o davvero la posta in palio, l’Unione europea smuove le masse. Almeno in Ucraina, dove mezzo milione di persone ha manifestato contro presidente e governo, dopo il no all’intesa con l’Ue ribadito venerdì al Vertice di Vilnius in obbedienza a Mosca.

Il premier ucraino Mykola Azarov parla di “colpo di stato” in atto a Kiev, dove, da domenica, oppositori bloccano il palazzo del governo e –dice il potere- si appresterebbero a lanciare l’assalto al Parlamento. La tensione è altissima: le organizzazioni internazionali e i Paesi vicini predicano calma ed esprimono preoccupazione.

“Esercitiamo la pazienza, ma non vogliamo che si pensi che in Ucraina tutto è permesso”, dice Azarov, ricevendo gli ambasciatori di Ue, Usa e Canada, turbati dalla piega degli eventi. La repressione delle manifestazioni ha fatto centinaia di feriti, fra cui una cinquantina di giornalisti.

In Ucraina, in 22 anni d’indipendenza post-sovietica, il pendolo ha più volte oscillato tra Ue e Russia. E la piazza ha già dimostrato di potersi imporre, come fece la Rivoluzione Arancione, che portò al potere nel 2004 figure pro-occidentali. Corruzione, rivalità,  l’impatto della crisi hanno però smorzato il movimento: così, gli ucraini hanno ridato il potere un leader più vicino alla Russia che all’Ue, l’attuale presidente Viktor Yanukovich, mentre Yulia Timoshenko, eroina della rivoluzione, sconta in carcere una condanna politica.

Le proteste di domenica a Kiev e altrove, senza uguali dal 2004, sono proseguite, con l’occupazione nella capitale di piazze e strade. Le regioni dell’Ovest, nazionaliste e pro-occidentali, aderiscono allo sciopero generale. L’opposizione appare rafforzata e invita la gente a mantenere ma mobilitazione fino alle dimissioni del presidente e del governo.

In difficoltà, il regime manda segnali di dialogo. Il presidente del Parlamento Volodymyr Rybak accetta di mettere ai voti oggi una mozione di sfiducia al governo, che il partito al potere non appoggia. E Yanukovich riconosce in tv che le forze dell’ordine “sono andate troppo oltre”.

Il governo non intenderebbe proclamare lo stato d’emergenza. Ma da Mosca Vladimir Putin getta benzina sul fuoco: le manifestazioni –dice- sono “preparate dall’estero” e “assomigliano più a un pogrom che a una rivoluzione”.

Lo stesso Yanukovich chiama il presidente della Commissione europea Manuel Barroso, promette un’inchiesta su quanto avvenuto in piazza e gli chiede di ricevere una delegazione ucraina: bisogna discutere “certi aspetti dell’accordo di associazione”, come se la questione fosse ancora aperta. Ma Yanukovich conferma pure una missione in Cina questa settimana e annuncia un viaggio a Mosca, per firmarvi une piano di cooperazione. E Putin è in Armenia, l’altro Paese indotto, come l’Ucraina, a non firmare a Vilnius l’accordo con l’Ue.

Italia/Ue: Rehn, il guardiano del rigore, si candida e lascia

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/12/2013
Exit Olli Rehn: il commissario per gli Affari economici e monetari si candida alle elezioni europee e punta alla nomination dei ‘liberali e democratici’ alla presidenza dell'Esecutivo comunitario. Ciò comporta l’auto-sospensione dall’incarico di commissario e apre un intreccio di partite che tutte coinvolgono l’Italia.
Inutile, però, illudersi d’essersi già liberati di Rehn. Fin quando sarà al suo posto, il finlandese che giocava al pallone -in serie A-, invece che ad hockey, come la maggior parte dei suoi connazionali, si farà sentire: ancora ieri, teneva sul filo la legge di stabilità italiana, rinviando il giudizio a dopo l’approvazione definitiva da parte del Parlamento italiano. Per valutarne l'impatto sui conti, e quindi il rispetto del limite del deficit al 3%, bisognerà poi aspettare febbraio, quando la Commissione pubblicherà le sue previsioni economiche invernali: lui, forse, ci sarà ancora.
Rehn, 51 anni, fu già deputato europeo dal 1995 al ’96. E’ commissario dal 2004, quando subentrò, sul finire della  Commissione Prodi, a Erkki Liikanen -imprese e della società dell'informazione-. Nelle Commissioni Barroso, Rehn ha prima gestito l'allargamento e, poi, come vice-presidente, l’economia e la moneta, uno dei portafogli più importanti.
Lo conosce bene l'Italia, di cui è l’interlocutore europeo più costante: dall’Imu alla golden rule, dalla legge di stabilità al risanamento dei conti, Rehn è arbitro severo: non sa lasciare correre e ha il cartellino facile. Dopo Barroso, è forse il commissario più noto da noi, non certo il più amato.
La mossa di Rehn di candidarsi poggia su un ampio sostegno e innesca, nella Commissione, i giochi per la sua successione, sia pure ad interim, e, fra i ‘liberali e democratici’, quelli per la nomination a candidato presidente dell’Esecutivo comunitario.
Il codice di condotta in vigore a Bruxelles prevede che Rehn si auto-sospenda al più tardi dopo l'ultima plenaria del Parlamento europeo prima della scadenza elettorale, cioè entro la metà di aprile 2014. Ma è probabile che Rehn lo faccia prima, per condurre la campagna senza pastoie e, anche, per evitare di lasciare a metà l’esercizio di valutazione dei bilanci nazionali, quindi pure l’italiano, che avviene in primavera.
Ufficialmente, l’Esecutivo per ora non sa nulla. Ma i portavoce giudicano la situazione che si verrà a creare “gestibile”. Tocca a Barroso scegliere chi rimpiazzerà Rehn per i pochi mesi di vita restante a questa Commissione, in scadenza l’anno prossimo. Il presidente potrebbe decidere d’assumere lui l’interim, ma l’ampiezza e la delicatezza del portafoglio sconsigliano questa soluzione. Meglio, magari, affidarsi a un commissario esperto e autorevole, come lo spagnolo Joaquim Almunya, che gestì economia e moneta dal 2004 al 2009 –ora è alla concorrenza-, o il francese Michel Barnier –mercato interno-. Potrebbe essere uno di loro il prossimo interlocutore europeo del governo italiano.
I ‘liberali e democratici’ (Alde) hanno 85 deputati europei, compresi gli IdV: sono il terzo gruppo dell’Assemblea di Strasburgo, dopo Ppe e S&D – socialisti e Pd -. Rehn contende la nomination a candidato del partito alla presidenza della Commissione all’ex premier  belga Guy Verhofstadt, fiammingo,  federalista, capace di esprimere una visione europea più accattivante di quella grigia e un po’ monocorde del finlandese. La scelta avverrà a febbraio a Bruxelles, dopo che a Londra l’Alleanza ha approvato il proprio manifesto politico elettorale per un’Europa più forte e più semplice, capace di rispondere meglio ai bisogni dei cittadini.

Il candidato Alde si batterà con quelli dei socialisti –Martin Schulz in pole position-, della sinistra – Alexis Tsypras-, dei verdi –in lizza nelle primarie, l’italiana Monica Frassoni-, dei conservatori –si parla del premier irlandese Enda Kenny-, mentre i popolari decideranno a marzo se mettersi in corsa e con chi –Barroso e Barnier sono due ipotesi-. La designazione del presidente della Commissione spetterà poi al Consiglio europeo, con successiva investitura del Parlamento europeo: una procedura che l’Italia, presidente di turno del Consiglio dal 1.o luglio, dovrà pilotare.