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giovedì 4 giugno 2015

Usa 2016: repubblicani; Perry ci riprova, annuncia candidatura

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 04/06/2015

Rick Perry ci riprova. E chissà se questa volta s’è studiato bene il proprio programma e s’è almeno imparato le sue priorità. L'ex governatore del Texas ha annunciato oggi la sua candidatura alla nomination repubblicana per la Casa Bianca. Perry, ritiratosi dalla corsa nel 2012 alla vigilia del voto in South Carolina, ha sciolto la riserva con un video pubblicato sul suo sito web, che concentra il messaggio sul recupero del sogno americano –un mantra ricorrente fra i candidati repubblicani e non solo, conservatori e ‘liberal’-. Il primo impegno da candidato è poi stato un comizio a Dallas. Governatore del Texas per 14 anni in tre mandati consecutivi, dopo essere succeduto a George W. Bush quando questi divenne presidente degli Stati Uniti, Perry naufragò nel 2012 alle prime battute delle primarie repubblicane: di quella sua campagna, si ricordano sole le ripetute gaffes in discorsi e interviste e il clamoroso incidente televisivo, quando non riuscì a ricordarsi neppure le tre priorità del suo programma, impappinandosi alla seconda. Con la candidatura di Perry, i repubblicani in lizza salgono a 10, ma saranno presto una dozzina, con Jeb Bush che scioglierà la riserva il 15 giugno e Donald Trump che lo farà il giorno dopo, il 16 giugno. Perry non è l’unico ‘superstite’ del 2012: anche Mike Huckabee, un veterano, e Rick Santorum parteciparono a quella competizione. Il cui vincitore, Mitt Romney, ha invece deciso di tenersi fuori. (fonti varie – gp)

Turchia: scoop = ergastolo, Erdogan stia pure fuori dall'Ue

Scritto per Metro dello 04/06/2015

Mi è sempre stato difficile capire perché sarebbe stata una buona cosa l’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Per loro, che, del resto, a furia di essere tenuti lì sull’uscio neppure vogliono più entrare. E per noi, che già sentiamo a darci un’identità così diversi come siamo, latini e nordici, anglosassoni e slavi, e che faremmo sempre più fatica in un’Unione senza confini.

Adesso, ho un motivo in più per dubitare che questa Turchia, la Turchia del premier ora presidente Recep Tayyp Erdogan, che rinnega la laicità della repubblica di Ataturk e che sposa l’islamismo, se non l’integralismo, possa avere un posto nell’Ue. Anzi, mi sento quasi di sostenere che non debba averlo.

Su istigazione del presidente Erdogan, la magistratura turca, evidentemente non attenta al principio dell’indipendenza dei poteri l’uno dall’altro, ha chiesto la condanna all'ergastolo per Can Dundar, direttore del Cumhuriyet, un giornale d’opposizione, dopo la pubblicazione il 29 maggio di foto di armi destinate a gruppi islamici in Siria su camion scortati dai servizi segreti di Ankara, l’Mit.

L’iniziativa del presidente contro la libertà di stampa arriva a pochi giorni dalle elezioni legislative e desta un'ondata di solidarietà verso Dundar, da parte di giornalisti, intellettuali – come il Nobel per la letteratura Pamuk -, politici all’opposizione. Ma la voce di critica dell’Ue dovrebbe levarsi più forte di tutte, anche se pure dentro l’Unione vi sono cattive condotte di questo tipo – il caso Ungheria su tutti -.

Venerdì, la procura di Istanbul aveva subito avviato un'inchiesta per violazione di segreti di Stato; e lo stesso Erdogan aveva denunciato Dundar per spionaggio, perché quelle rivelazioni imbarazzano il governo e ne svelano i doppi giochi, avvertendolo che avrebbe pagato “un caro prezzo”: così, quel che altrove sarebbe uno scoop, magari meritevole d’un riconoscimento, diventa un delitto, nella Turchia illiberale dei giorni nostri. 

E dire che per decenni, nel secondo dopoguerra, fin verso la fine del 20° Secolo, la Turchia è stata l’avamposto a Est dell’Occidente, terra di confine con l’Impero comunista e l’integralismo sciita della teocrazia iraniana. Neppure l’ascesa al potere di Erdogan fu subito percepita nei suoi rischi d’islamismo e di assolutismo. Ma ora i veli sono caduti: ai nostri confini, c’è uno ‘stato canaglia’. Che ne resti fuori.

mercoledì 3 giugno 2015

Usa 2016: repubblicani, si candida Graham, un moderato 'interventista'

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 03/06/2015 

In attesa di Rick Perry, domani, e di Donald Trump, il 16 giugno, di Jeb Bush quando sarà e magari di qualcun altro, anche Lindsey Graham, un falco che in Senato non ha mai risparmiato attacchi a Barack Obama, ha annunciato la sua candidatura alla nomination repubblicana. Senatore della South Carolina, Graham, 59 anni, ha ufficializzato lunedì la sua decisione, parlando a Central, la cittadina dov’è cresciuto, e sostenendo di essere il più qualificato sui temi della sicurezza. Con lui, sono nove i repubblicani in lizza. "Voglio essere – ha detto Graham - il presidente che sconfiggerà i nemici che cercano di ucciderci, sarò il vostro comandante in capo", usando toni bellicosi e facendo del sarcasmo verso l'ex segretario di Stato Hillary Clinton, in corsa per la nomination fra i democratici: "Ho molta più esperienza nei problemi di sicurezza nazionale che qualsiasi altro candidato, inclusa te, Hillary". Con Graham, per decenni riservista nell'aviazione militare, la pattuglia di repubblicani inclini all'intervento militare e che sentono il fascino dell'uniforme s’infoltisce: da Marco Rubio a Jeb Bush fioccano slogan contro l'intesa sul nucleare con l’Iran, la distensione con la Russia e, naturalmente, il disgelo con Cuba; e per l’intervento anti-Is. Sul palco di Central, Graham ha sostenuto che la presidenza Obama ha reso l’America un posto meno sicuro. Ma il senatore, che in politica interna è considerato un moderato ‘alla Reagan’, ostile al Tea Party, ha pure cercato di commuovere il pubblico, non solo di spaventarlo: Darline, la sorella minore, ha ricordato che Lindsey, allora 21 anni, si prese cura di lei, appena 13, quando i loro genitori morirono a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra. (fonti varie - gp)

Is: cambio di strategia?, gli alleati a Parigi fanno solo chiacchiere

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/06/2015

Certo, non si possono accusare gli Stati Uniti e i loro alleati di mancare d’incoerenza sull’Iraq. Pochi giorni or sono, quando le milizie jihadiste prendevano senza colpo ferire Ramadi e, in Siria, entravano a Palmira, il presidente Obama e i suoi generali progettavano un cambio di strategia e denunciavano senza mezzi termini l’inefficienza del premier iracheno Haider al-Abadi e del suo esercito imbelle. Oggi, con le bande del Califfo accampate sulla strada di Baghdad, la loro capitale per circa 500 anni, fino alla metà del 13° Secolo, i Paesi della coalizione, riuniti a Parigi, riconfermano il sostegno ad al-Abadi e l’impegno contro le milizie, ma senza intervento di terra, cioè senza cambio di strategia.

Una fonte Usa dice: "Non cambieremo i fondamenti della nostra strategia, i raid aerei e il sostegno alle forze irachene, ma è cruciale che tutti in Iraq lottino contro il sedicente Stato islamico", il che, come sanno tutti, non avviene. Il ministro italiano Paolo Gentiloni spiega: “L'Iraq ci chiede di più, ma per i rifugiati e, sul piano militare, per training, armamenti, aiuti economici. La coalizione sa che lo scontro sul terreno è innanzitutto nelle mani degli iracheni". Eppure, al Pentagono, si calcola che le forze armate irachene (in passato uno degli eserciti più numerosi al mondo) contino da 4 a 7 divisioni in piena efficienza, per un massimo di 50 mila soldati.

In questo contesto, la conferenza di Parigi pare una recita a soggetto, in cui tutti dicono le battute del copione, ma nessuno ci crede. Il rischio, scrive su AffarInternazionali.it Roberto Iannuzzi, è che “l’Iraq sprofondi sempre più nel caos: in ballo non c’è solo la minaccia del Califfato, ma il rischio sempre più concreto del disfacimento dello stato iracheno”. Così come, in Siria, i margini di tenuta del regime di al-Assad si assottigliano.

La battuta d’arresto sulla via del cambio di strategia non può essere dovuta alla caduta di bicicletta, domenica, in Francia, del segretario di Stato Usa Kerry: ricovero a Ginevra, femore rotto, trasporto d’urgenza a Boston; così, alla ‘riunione dei volenterosi’ si presenta il suo vice, Anthony Blinken, Che segue le istruzioni: esalta la coalizione, “la soluzione migliore” contro le milizie jihadiste; promette ad al-Abadi nuovi aiuti, anche cannoni anticarro.

Il padrone di casa, il ministro francese Laurent Fabius, si rassegna ad ammettere che “la guerra sarà lunga” –e questo già lo sapevano-; il problema è che rischia di essere persa. Gli unici successi sono, di questi tempi, l’eliminazione, via droni Usa, di figure di spicco fra gli integralisti: domenica, sono stati fatti fuori il ‘regista’ dei video del sedicente Stato islamico e un presunto ‘documentarista’ d’origine americana.

Mentre a Parigi si celebrano gli stanchi riti della ritrovata intesa tra l’Iraq e i suoi alleati, una raffica d’attentati a Baiji, nella provincia di Salahudin, fa una trentina di morti e decine di feriti fra i soldati di al-Abadi. Invece, droni Usa colpiscono presunti terroristi in Pakistan e lungo il confine afghano, lontano dalla provincia di Herat dove, lunedì, il premier Renzi ha visitato le truppe italiane ancora impegnate su un fronte che doveva essere abbandonato a fine 2014.

Agli alleati, al-Abadi dice che i foreign fighters arrivano in Iraq sempre più numerosi per arruolarsi con i miliziani, afferma che il Califfato "continua ad avere sostegno anche perché vende petrolio e vestigia archeologiche", sostiene che per arginarne l’avanzata ci vuole anche una soluzione politica nella vicina Siria, dove lo Stato islamico è nato.

Ma quando Blinken contrappone “le vittoriose battaglie dei peshmerga curdi” ai rovesci ripetuti dell’esercito iracheno,  si sfiora l’incidente, perché i leader curdi denunciano d’essere stati esclusi dal governo di al-Abadi, uno sciita moderato con poca presa sulla minoranza sunnita del suo Paese.  E il premier cade nel patetico sostenendo che l’Iraq non soffre di divisioni tra le diverse comunità musulmane.

L’esercito del dopo Saddam, sostanzialmente sciita, ha una struttura clientelare e corrotta ed è percepita come un corpo estraneo nelle province sunnite, spesso non ostili agli jihadisti. Si stima che vi siano circa 23 mila ‘soldati fantasma’ sciiti a libro paga nella sola provincia di Al-Anbar. E l’assenza di divisioni a maggioranza sunnita rende una chimera la riconquista di città sunnite come Ramadi e Mosul.

martedì 2 giugno 2015

Usa: un repubblicano libertario spegne (per poco) il Grande Fratello

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/06/2015 

Una delle sue priorità è tenere gli americani al riparo dal proprio Governo, che considera un’idra cui mozzare le nove teste. L’altra delle sue priorità è farsi conoscere dagli americani, perché Rand Paul, senatore del Kentucky, oculista, figlio di ginecologo, è uno dei tanti –già otto, ma presto andranno in doppia cifra- candidati alla nomination repubblicana alla Casa Bianca per Usa 2016; ma, fuori dal Kentucky, pochi sanno chi sia. 

D’un colpo solo, Rand Paul, 52 anni, due volte figlio d’arte –il padre è un deputato del Texas ed è stato candidato libertario alla Casa Bianca e più volte candidato alla nomination repubblicana-, ha parzialmente centrato i suoi obiettivi: campione del Tea Party, il più conservatore fra quanti corrono per la Casa Bianca, ha bloccato con un cavillo il rinnovo dell’articolo del Patriot Act che consentiva alla National Security Agency di intercettare le comunicazioni degli americani (telefoniche, di mail, di dati). 

E’ stata una battaglia di procedura fra i due senatori del Kentucky, entrambi repubblicani: il più esperto Mitch McConnell, il leader della maggioranza al Senato, s’è fatto infinocchiare da Rand, quasi un pivello, al primo mandato. Ora, McConnell cerca di recuperare quel che può con voti a raffica. 

Così, dalle 24.00 di ieri, le 06.00 in Italia, gli Stati Uniti non vivono più sotto la tettoia delle norme anti-terrorismo varato dall’Amministrazione repubblicana di George W. Bush dopo gli attacchi dell’11 Settembre 2001: magari, più esposti a nuovi attacchi, ma al riparo dal Grande Fratello denunciato, a più riprese, da Wikileaks e, poi, con l’Nsagate, da Edward Snowden, un ex analista dell’Agenzia. 

Nei prossimi giorni, il Patriot Act sarà sostituito dal Freedom Act, ma lo stop alle intercettazioni dovrebbe rimanere. La Nsa ha già chiuso il programma di sorveglianza di massa la cui portata venne rivelata da Snowden: gli 007 Usa non possono più raccogliere in modo indiscriminato metadati telefonici (numeri di telefono del chiamante e del ricevente, durata delle conversazioni, pure per le email o gli sms) con accesso diretto alle utenze dei cittadini statunitensi. 

Con il Freedom Act, l’Amministrazione potrà accedere a quei dati solo previa autorizzazione. Non è chiaro, al momento, quale sarà il destino di tutte le informazioni raccolte e registrate dal 2006. 

La Casa Bianca ha giudicato "uno scivolone irresponsabile" la mancata proroga dello ‘statu quo’, nell’attesa dell’adozione del Freedom Act, già approvato dalla Camera a larghissima maggioranza (338 sì e 88 no), ma non ancora dal Senato, che s’è comunque pronunciato con 77 sì e 17 no per esaminare il provvedimento. Il presidente Obama spinge per la riforma, considerata un compromesso per rispondere alle preoccupazioni sulla privacy e, nel contempo, mantenere strumenti di protezione dell’Unione. 

"Questa legge alla fine passerà", ha ammesso lo stesso Paul. Secondo gli esperti, un vuoto di soli pochi giorni avrà scarsi effetti immediati. Le autorità sono infatti autorizzate a continuare la raccolta d’informazioni legata a indagini d’intelligence esterna iniziate prima della scadenza. 

La mossa di Paul gli gioverà, in chiave Casa Bianca? Senz’altro, gli ha dato immediata visibilità nazionale; ma non è sicuro che ne abbia aumentato la popolarità fra i repubblicani, perché molti, conservatori, ma non libertari, difendono il Patriot Act e la legislazione anti-terrorismo. 

Paul, però, sa che la sua corsa alla nomination è segnata in partenza: come riuscì al padre nel 2012, può divenire la mina vagante delle primarie repubblicane, ma non potrà mai diventare il candidato del partito: con lui in corsa, sarebbe una disfatta assicurata, quale che sia l’antagonista democratico

lunedì 1 giugno 2015

Usa 2016: repubblicani, Jeb fa giro d’Europa, poi decide

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 01/06/2015 

Un giro d’Europa per trovare l’ispirazione presidenziale: s’appresta a compierlo Jeb Bush, figlio e fratello rispettivamente del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, prima di rendere eventualmente ufficiale la sua candidatura alla nomination repubblicana alla Casa Bianca. Nell’itinerario europeo dell’ex governatore della Florida, che non ha grande esperienza di relazioni internazionali, ci sono, a quanto si apprende, Polonia, Estonia e Germania. Al suo ritorno, saprà di esteri più del fratello quando divenne presidente. Prima di partire, Jeb ha detto: “Spero di essere candidato, spero di esserlo nel prossimo futuro”, battute che lasciano pochi dubbi sulle sue intenzioni. In quasi tutti i sondaggi finora condotti, Jeb Bush emerge come lo sfidante più accreditato di Hillary Clinton per Usa 2016; e di tutti i candidati alla nomination repubblicana è senz’altro quello più noto, grazie al nome che porta, all’opinione pubblica statunitense. Quando tornerà dall’Europa, tuttavia, Jeb troverà il campo dei rivali ulteriormente infoltito: giovedì 4, infatti, scioglierà le riserve l’ex governatore del Texas Rick Perry, anche lui legato ai Bush – prese il posto di George, quando questi lasciò il Campidoglio di Austin per installarsi alla Casa Bianca-. A parte Bush, Perry e magari Donald Trump, che promette un annuncio il 16 giugno, sono già in lizza, in ordine alfabetico, Ben Carson, Ted Cruz, Carly Fiorina, Mike Huckabee, Rand Paul, George Pataki, Marco Rubio, Rick Santorum. (ANSA – gp)

Il violinista dell'Oceano compie cent'anni: Auguri!, zio Adrio

Scritto per La Nuova Ferrara lo 01/06/2015 

Ha suonato sulle navi da crociera in tutto il mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, dal Mediterraneo ai mari tropicali. Professore di violino, esperto anche di sassofono tenore e di clarinetto, Guerrino Adrio Bottoni compie oggi cento anni nella sua casa di via Dogali a Ferrara. Lì vive con Christa Zgraja, tedesca, da oltre quarant’anni la sua compagna.

Nato a Ferrara il 1° giugno 1915, quando la guerra era da poco scoppiata - da qui il nome di battesimo, Guerrino - ha vissuto a Gaibana con la mamma Vittorina e il papà Pietro, barelliere al fronte e poi commerciante di legnami, morto ancora giovane, a 44 anni, nel 1932, in seguito ai gas inalati fra le trincee del Carso. 

Secondo di tre figli, Daniele, il maggiore, scomparso a 82 anni, e Alfa, 94 anni, Adrio frequentò la Regia Accademia Filarmonica di Bologna. Diplomatosi, cominciò una carriera professionale che lo portò a esibirsi in locali e teatri, fra cui il Comunale di Ferrara, prima di imbarcarsi sui transatlantici, dove deliziò generazioni di crocieristi con ballabili e lenti tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta.

Andato in pensione, Adrio visse a Wiesbaden, in Germania, fino all’inizio degli anni Ottanta, quando tornò a Gaibana, nella casa di famiglia, ricostruita dopo essere stata bombardata nella seconda guerra mondiale. Negli Anni Novanta, si è trasferito a Ferrara, dove, fino a qualche anno fa, ha partecipato con Christa alle attività comunali per gli anziani, esibendosi ancora con il suo violino. 

Per i suoi cento anni lo festeggiano, insieme a Christa e alla sorella Alfa, arrivata da Saluzzo, in Piemonte, dove vive, nipoti, pronipoti e altri familiari.