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giovedì 28 gennaio 2016

Usa: Oregon, la milizia dei cowboys contro il governo di Washington

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 28/01/2016

Altro che i cowboys romantici di Brokeback Mountain, gente fragile, che alla prima difficoltà magari lasciava perdere. Questi sono cowboys tosti, alla John Wayne, tutti speroni e pistole; soprattutto pistole. E siccome la polizia d’America non ci va tanto per il sottile, alla fine c’è scappato il morto ammazzato, l’altra notte, a Burns, località ai piedi delle Montagne Rocciose, tremila anime, prati e fiumi, nel Sud-Est d’uno Stato – l’Oregon - grande tre quarti dell’Italia e con meno di quattro milioni di abitanti.

Lo scontro tra agenti e la milizia ‘fa-da-te’ che da tre settimane occupava un edificio del governo, dentro un parco naturale, è avvenuto in circostanze ancora oscure: un morto, un ferito, altre sei persone arrestate. Fra di esse, il leader del gruppo, Ammon Bundy, 40 anni, originario dell'Idaho, appena al di là della catena di monti –il ferito sarebbe suo fratello Ryan-.

Contro la banda, l’accusa è di cospirazione per ostacolare il lavoro di agenti federali. Il 2 gennaio, gli otto avevano occupato uno stabile nella riserva naturale di Malheur, nella contea di Harney: si considerano patrioti, sventolano la bandiera a stelle e strisce e dicono di volere sostenere due piccoli proprietari terrieri locali, accusati di aver appiccato il fuoco in terreni federali e per questo, a dire dei cowboys, perseguitati dal governo.

L'operazione è stata condotta dall'Fbi, la polizia federale, e dalla polizia di Stato. La sparatoria sarebbe cominciata quando alcuni agenti hanno fermato, per un controllo, un veicolo con a bordo alcuni della banda: non è chiaro chi abbia aperto il fuoco per primo. Intanto, l’edificio occupato non è stato evacuato: c’è chi resiste dentro.

Le autorità temono che ora la protesta possa diffondersi: dall'Oregon al Nevada, ranchers accusano l’Amministrazione di Washington di vietare agli allevatori di pascolare bestiame nelle terre federali e di cacciare nelle riserve naturali. I fratelli Bundy sono figli d’arte: loro padre, Cliven Bundy, noto militante anti-governativo, nel 2014 organizzò una manifestazione del genere nel Nevada e la ebbe pure vinta, divenendo una sorta di eroe.

L’ideologia è molto semplice: è gente che ce l’ha con il ‘governo’, quale che sia (se di Washington, che sta lontano, peggio ancora); gente che, se votasse – spesso non vota -, voterebbe Donald Trump, che gliele canta chiare, oppure Ted Cruz, che viene dal Texas (ma forse li trova entrambi troppo ‘fighetti’); gente che sopra di sé ha solo dio e il presidente e lo sceriffo gli fanno un baffo.

L’Oregon è terra fertile a posizioni così radicali: non è uno Stato iper-conservatore e, anzi, spesso vi vincono i democratici, ma vi alligna pure il culto delle armi e quell’individualismo esasperato che fa tanto Far West (anche se qui siamo sulla costa del Pacifico). All’inizio di ottobre, ci fu una strage – non la prima - in un college; la marijuana per uso ricreativo è stata da poco legalizzata – nell’Unione è stato il terzo Stato a farlo-; ed è stato il primo Stato ad avere un sindaco transgender e ora un governatore bisessuale; sta qui la Springfield dei Simpson; ha legalizzato l’eutanasia, ma non i matrimoni omosessuali; è terra di ecoterroristi e tempo fa vi fu pure scoperta una cellula jihadista; ed è già capitato che sette o milizie s’installino in ranch e ne facciano sorte di terre franche. Fin quando non arriva la polizia federale.

Com’è successo a Burn la scorsa notte. "Resteremo qui per tutto il tempo che ci vorrà: siamo qui per ridare la terra al popolo", diceva Ryan Payne, un veterano dell'esercito schierato coi miliziani. E Bundy rincarava: "Siamo qui perché c’è gente che ha subito abusi e ha perso le proprie terre”. Ma l’Fbi e lo sceriffo David Ward ci vedevano un complotto “per tentare di rovesciare il governo e creare un movimento negli Stati Uniti". Un morto, un ferito, sei arresti; e l’assedio continua.

Usa 2016: Trump alza la voce; Sanders alza le mani

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 28/01/2016

Donald Trump alza la voce, e non è una novità; ma stasera non dirà la sua, nell’ultimo dibattito tv prima dell’inizio delle primarie. Bernie Sanders alza le mani, ed è quasi una resa, nonostante sondaggi incoraggianti: dopo essere stato accolto alla Casa Bianca dal presidente Obama, ammette che non pensa di farcela a battere Hillary Clinton.

La polemica tra Trump e la Fox – Il forfait televisivo del battistrada repubblicano è l’epilogo della lunga polemica che lo contrappone alla Fox, la rete che trasmetterà il dibattito da Des Moines. Trump ce l’ha - ancora una volta - con l'anchorwoman Megyn Kelly, che sarà uno dei moderatori e con cui lo showman s’era già accapigliato lo scorso agosto, nel primo dibattito, quando l’aveva accusata di mancare d'imparzialità chiamandone in causa il "ciclo mestruale".

Dopo avere mostrato qualche incertezza sulla sua partecipazione al confronto, prima ha pubblicato un video su Instagram in cui, parlando della Kelly, chiedeva: "Pensate davvero che riesca a essere imparziale in un dibattito?"; quindi, s’è rivolto ai suoi fan su Twitter, ponendo il quesito: "Dovrei andare al dibattito?".

La Fox, piccata, ha replicato con un comunicato sfottente: "Abbiamo appreso da canali riservati che l'Ayatollah e Putin intendono trattare Donald Trump in modo ingiusto, quando lo incontreranno se diventerà presidente. Una fonte malevole ci ha rivelato che Trump ha un piano segreto per sostituire il governo con i suoi follower su Twitter e chiedere a loro se andare o no a questi incontri".

Irritato, Trump ha convocato una conferenza stampa per annunciare che avrebbe saltato il dibattito e s’è ancora scagliato contro la Kelly, definita "un peso piuma". Poco dopo è arrivato un comunicato nello stile del personaggio: "Mr Trump sa riconoscere un cattivo affare quando ne vede uno … Roger Ailes (il presidente di Fox News, ndr) e Fox News pensano di potersi fare gioco di lui, ma Trump non si presta ai giochi".

Il magnate dell’immobiliare, che sostiene di avere dominato i precedenti sei dibattiti, certamente segnati dalla sua presenza, organizzerà una raccolta di fondi per "i combattenti feriti", durante lo show in tv.

Sanders alla Casa Bianca (ma è solo una visita) - Visita ‘di compensazione’ di Bernie Sanders alla Casa Bianca, dopo che un’intervista a Politico del presidente Obama era stata letta da molti come una sorta di ‘endorsement’ di Hillary Clinton. Il senatore del Vermont, che era accompagnato dalla moglie Jane e dal portavoce Michael Briggs, è rimasto con il presidente nello Studio Ovale circa un’ora.

Uscendo, Sanders ha riconosciuto che Obama "sta cercando di rimanere il più neutrale possibile": “Non penso affatto” che favorisca Hillary. Sanders ha ricordato d’avere appoggiato il presidente nelle sue campagne nel 2008 e nel 2012, “anche se è noto che abbiamo opinioni differenti", su temi come l'aumento delle tasse o gli accordi commerciali internazionali.

A chi paragona la sua corsa a quella di Obama del 2008 – l’avversaria è sempre Hillary -, Sanders risponde: “Non credo, ma mi piacerebbe”, pur esprimendo fiducia nei voti imminenti in Iowa e New Hempshire.

Obama ha incontrato la Clinton alla Casa Bianca diverse volte, da quando non è più segretario di Stato. L'invito ufficiale di Sanders nello Studio Ovale bilancia un po’ la situazione, anche se Hillary si presenta come l’erede di Obama e “la guardiana del suo lascito” e si dichiara incline a nominarlo tra i giudici della Corte Suprema. Obama vanta tra i democratici dello Iowa un gradimento al 91%.

Sanders non ha "ovviamente" chiesto ad Obama un ‘endorsement’, ma ha giudicato “costruttivo e positivo” l’incontro centrato sulla politica estera: dalla lotta al sedicente Stato islamico alle relazioni con l'Iran. "Negli ultimi anni – ha osservato il senatore -, non sono più andato a funerali” di giovani del Vermont caduti in guerra. “Penso che ciò che il presidente sta cercando di fare sia giusto", cioè "tenere i nostri giovani lontani dal pantano della perenne guerra in Medio Oriente". Ricordando d’avere votato nel 2002 contro la guerra in Iraq, Sanders ha rilevato come questa sia una differenza "sostanziale tra lui e il segretario Clinton". (fonti vv – gp)

mercoledì 27 gennaio 2016

Usa 2016: Iowa, dai fienili alla Casa Bianca, la via dei 'caucuses'

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/01/2016 e ripreso da .www.UsaGpNews.eu

Quella dello Iowa è gente solida, quadrata, con le idee chiare, che sa distinguere nei campi il grano dal loglio. Gente come Pamela Saturnia, pastore metodista, che domenica ha fatto una bella predica a Donald Trump, venuto ad assistere in un banco di quinta fila alla funzione festiva nella sua chiesa di Muscataine. Che fosse lì per calcolo o per fede, Trump s’è dovuto sorbire un sermone, che suonava rampogna, sui valori cristiani dell'accoglienza verso il prossimo tuo, rifugiati o immigrati clandestini messicani che siano.

Il magnate dell’immobiliare, presbiteriano, era alla First Presbyterian Church. Il pastore, una donna bianca, tarchiata, i capelli ricci, ha fatto la sua omelia sul tema dell'immigrazione, uno dei preferiti del candidato alla nomination repubblicana. E ha citato i rifugiati siriani, cui Trump vuole vietare l'ingresso perché tutti potenziali terroristi, e i migranti messicani, che Trump vuole rispedire a casa, se sono negli Usa irregolarmente.

D’inverno, nello Iowa la terra è dura, compatta, gelata, coperta a perdita d’occhio dalla neve: ora, dopo la tempesta dello scorso fine settimana, ce n’è un sacco. Lunedì 1° febbraio, qui s’inaugura, come avviene dal 1972, la stagione delle primarie, per designare i delegati che alle convention di luglio daranno la formale investitura ai candidati democratico e repubblicano alla Casa Bianca: si vota, come altrove, con il sistema dei caucuses, assemblee di partito organizzate spesso nei fienili, che spiccano tozzi nella campagna piatta accanto alle case degli agricoltori, ma anche nelle scuole, nelle librerie, nelle chiese o nelle palestre.

Grande quasi come mezza Italia (145mila kmq), una pianura uniforme con poco più di tre milioni d’abitanti, inizialmente francese –Des Moines, la capitale, 200 mila abitanti, sarebbe ‘dei monaci’-, poi venduto nel 1803 da Napoleone con tutta la Louisiana agli Stati Uniti, lo Iowa prende il nome da una tribù di Sioux che vi abitarono fino al 1836, quando, fatto un accordo con i ‘lunghi coltelli’, si trasferirono in Oklahoma. Qui, a Winterset, nacque John Wayne; qui, ci sono i ponti di Madison County; e qui c’è una forte comunità d’origine tedesca o scandinava, caratteri un po’ rudi e chiusi.
Bianchi e protestanti in grande maggioranza: neri ce ne sono relativamente pochi, musulmani meno.

I caucuses si svolgono con riti diversi, a seconda del partito e degli Stati. Nello Iowa, se ne tiene uno per partito in tutte le 1681 circoscrizioni elettorali, designando i delegati alle convention di ciascuna delle 99 contee. Che, a loro volta, scelgono i delegati alla convention statale, che nomina quelli alla convention nazionale: circa l’1 per cento del totale appena.

Solo gli elettori registrati per l’uno o l’altro partito possono votare. Ma come osservatori sono pure ammessi indipendenti e giornalisti. Fra i repubblicani, il voto è segreto: spesso si mette un foglietto con il nome del prescelto in un cappello che gira per l’assemblea-, I democratici, invece, votano ‘pedibus calcantibus’, come facevano i senatori romani: nell’area dell’assemblea, si creano crocchi, per l’uno o per l’altro candidato; poi, c’è tempo mezz’ora per convincere gli indecisi o indurre qualcuno a cambiare scelta; e, alla fine, si contano i crocchi.

Dalle assemblee, escono sovente scelte a sorpresa. Chi vince nello Iowa, specie fra i repubblicani, spesso poi non ottiene la nomination: se nel 2000 vinse George W. Bush, nel 2008 fu primo l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee (e John McCain, che poi ebbe la nomination, fu solo quarto); e nel 2012 vinse l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum (e Mitt Romney arrivò secondo per decimi di punto). Huckabee e Santorum sono in corsa pure quest’anno, ma quasi fuori dai radar dei sondaggi. Fra i democratici, la gente dello Iowa ci azzecca di più: qui vinsero Al Gore nel 2000 e John Kerry nel 2004 e, a sorpresa, Barack Obama nel 2008, iniziando così a costruire l’inattesa vittoria su Hillary Clinton.

Quest’anno, l’incertezza è grande in entrambi i campi. La media dei sondaggi fatta dalla Cnn dà Trump è in leggero vantaggio fra i repubblicani, avendo riscavalcato Ted Cruz anche grazie all’ ‘effetto Palin’ (31% a 26%), che lo starebbe spingendo forte nelle ultime ore; Hillary Clinton e Bernie Sanders sono testa a testa fra i democratici (45% a 46%, un dato statisticamente irrilevante).

Usa 2016: Iowa; Trump diserta ultimo dibattito, testa a testa con Cruz

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 27/01/2016

In polemica con la Fox, che conferma in conduzione Megyn Kelly, la giornalista sua arci-nemica, dopo la lite e gli insulti sessisti dello scorso agosto, Donald Trump annuncia che intende disertare l’ultimo dibattito in diretta televisiva fra gli aspiranti alla nomination repubblicana prima dell’avvio delle primarie – in onda domani sera, giovedì 28 gennaio -. “Voglio vedere quanti soldi faranno senza di me sul palco”, ha detto, definendo la sua decisione “irrevocabile”.

Trump aveva già lasciato intuire le sue intenzioni: “Non mi tratta in modo equo, vedremo che cosa succede”, aveva detto, parlando della Kelly e del dibattito. La Fox aveva replicato: “Prima o poi Trump, anche se diventerà presidente, dovrà imparare che non può scegliere i giornalisti. Siamo molto sorpresi che sia disposto a dimostrare di avere paura delle domande di Megyn Kelly”.

Trump e Ted Cruz sono statisticamente appaiati, in vista delle assemblee di lunedì nello Iowa, che segnano l’inizio delle primarie per le nomination repubblicana e democratica. Secondo l'ultimo sondaggio condotto dalla Quinnipiac University, il magnate dell’immobiliare è al 31% e il senatore del Texas al 29%: tenuto conto del margine di errore del rilevamento di 3,8 punti, il dato vale pari. Lontano terzo è il senatore della Florida Marco Rubio, al 13%; tutti sotto il 10% gli altri.

La situazione è ancora più fluida, se si considera che quasi il 40% di quanti affermano di avere già fatto la propria scelta sostengono di potere ancora cambiare idea. Appare, comunque, scontato che nello Iowa prevarrà un alfiere dell’ala più populista e conservatrice dell’elettorato repubblicano.

A livello nazionale, e nella media dei sondaggi, Trump mantiene invece un buon vantaggio su Cruz, che varia, a seconda di chi fa le medie, tra i 17 e i 22 punti. In un rilevamento Cnn/Orc, lo showman raggiunge per la prima volta il 41% a livello nazionale, più che doppiando Cruz al 19%. Rubio è all'8%, l’ex neuro-chirurgo Ben Carson al 6, l'ex governatore della Florida Jeb Bush al  5. Il 63% pensa che Trump sarà il candidato repubblicano, solo il 16% pensa che sarà Cruz e il 10% Rubio.

Ma i risultati dei primi voti possono rapidamente influenzare l’elettorato. E peserà pure il gioco delle desistenze e degli ‘endorsement’: George Pataki, l’ex governatore dello Stato di New York, già ritiratosi dalla corsa, ha dato il proprio appoggio a Rubio, mentre l’ex governatore del Texas Rick Perry, pure ritiratosi, l’ha dato a Cruz.

L’incertezza nello Iowa tra Trump e Cruz corrisponde all’inasprirsi dei toni fra i due. Sulla MsNbc, lo showman dice che il senatore “si presenta come un cretino” e aggiunge: “E’ un bugiardo e per questo non piace a nessuno, per questo i senatori non l’appoggiano e per questo non chiude accordi con nessuno”.

Dal canto suo, in un video trasmesso da un network cristiano e ripreso dalla Cnn, Cruz avverte che, se Trump vincerà in Iowa e New Hampshire, “potrebbe diventare inarrestabile”: l’unico antidoto è che i conservatori votino compatti per lui, il solo che lo può arrestare. Rubio, invece, sostiene d’essere l’unico candidato che può unire il partito repubblicano.

Di routine, invece, gli attacchi dei democratici: per Hillary Clinton, i toni e le sortite di Trump sono la parte peggiore di questa campagna. (fonti vv - gp)

martedì 26 gennaio 2016

Migranti: Schengen, sopravvivenza condizionata. Ue gestisca frontiere esterne

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 26/01/2016

Lungo il canale su cui si affaccia il Museo marittimo di Amsterdam, dove i responsabili dell’Interno dei 28 sono riuniti, scivola un barcone che issa le bandiere di Amnesty: è stracarico di manichini di profughi, perché i ministri abbiano davanti agli occhi un simulacro del dramma di cui discutono. L’incontro ‘salva’, almeno per il momento, l’accordo di Schengen, che, però, secondo l’Austria, “sta per saltare”, e la libertà di circolazione nell’Ue; ma non salva le vite che si perdono nel Mediterraneo o lungo i cammini dei Balcani.

E’ una sopravvivenza a termine, condizionata. Come ammette pure il ministro Alfano: “Abbiamo poche settimane per evitare che Schengen si dissolva fra gli egoismi e le preoccupazioni nazionali, davanti a un’Europa che si dimostra incapace non tanto di decidere quanto di attuare le decisioni”.

In realtà, l’attuazione delle decisioni spetta più ai governi che all’Unione. E, anzi, una soluzione, che consentirebbe di guadagnare in efficienza risparmiando denaro, ci sarebbe: affidare all’Ue,
dandogliene le risorse, le frontiere esterne dell’Europa dei 28. In tal modo, la diffidenza reciproca verso i controlli effettuati da altri verrebbe meno e sicurezza, accoglienza, hotspots, respingimenti e redistribuzione sarebbero competenza comunitaria.

Come spesso capita, la risposta giusta, e pure vantaggiosa, dal punto di vista economico, sarebbe più Europa, non meno Europa. Ma i governi sono gelosi di prerogative e sovranità. Ad Amsterdam, ieri, i ministri hanno cominciato a lavorare alla proposta della Commissione di Bruxelles di creare un corpo di guardie di frontiera europeo che contribuisca a fronteggiare il flusso dei migranti, così come l’operazione Triton dell’agenzia Frontex contribuisce a ridurre le vittime in mare. Ma sono solo tasselli di un disegno che deve essere più ampio per risultare efficace.

Suonano, quindi, corrette, ma demagogiche, le parole del premier Renzi sulla sua e-news: "Mettere in discussione l'idea di Schengen significa uccidere l'idea di Europa. Abbiamo lottato per decenni per abbattere i muri: pensare oggi di ricostruirli significa tradire noi stessi". Per non farlo, bisogna che i Governi prendano le decisioni giuste e le mettano in pratica.

Invece, le decisioni dello scorso autunno vengono attuate con il contagocce. Come la ridistribuzione dei richiedenti asilo: solo 331 sono stati già trasferiti da Italia e Grecia verso altri Paesi dei 160 mila che i 28 si sono impegnati a trasferire in due anni. Al ritmo di cento al mese, ci vorranno cent’anni. Quanto a chi non ha diritto all’asilo, i dati sono parziali, ma i rimpatriati sono poche centinaia.

E ci sono pure decisioni di anni or sono che non sono state attuate, come i controlli su chi arriva: quelle che sono valse a dicembre all’Italia e ad altri Paesi procedure d’infrazione assurdamente contestate. E l’Italia mette in discussione gli aiuti alla Turchia, ‘invasa’ da milioni di siriani in fuga, per tre miliardi di euro, nonostante ne abbia condiviso a novembre l’assegnazione.

La riunione di ieri, la prima sul tema del semestre di presidenza di turno olandese del Consiglio dell’Ue, era informale e non poteva quindi portare a decisioni: quelle sono attese “al più tardi entro giugno”. Alcuni dei Paesi che hanno già reintrodotto controlli alle frontiere – Germania, Austria, Francia, Danimarca, Svezia, fra gli altri - chiedono alla Commissione di avviare la procedura che ne consente il prolungamento: si tratta di attivare l'articolo 26 dell’accordo di Schengen, che prevede proroghe di sei mesi ciascuna fino a un massimo di due anni. In Austria e Germania, i controlli in atto dovrebbero scadere a maggio.

Il ministro Alfano ha ricordato la posizione italiana, per maggiori controlli alle frontiere esterne, lasciando aperte quelle interne. Il tedesco de Maiziere ha insistito perché la Grecia registri, come previsto, i migranti. La Slovenia chiede un sostegno alla Macedonia perché filtri i profughi dalla Grecia.

Ad Amsterdam, s’è pure parlato del contrasto alla minaccia terroristica, partendo dalla condivisione di informazioni e banche dati.

Usa 2016: Iowa; Hillary e Bernie sortite tv parallele, Trump rampogna in chiesa

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 26/01/2016

A una settimana dalle assemblee di partito nello Iowa, che apriranno la stagione delle primarie, l’incertezza è grande sia fra i democratici che fra i repubblicani, a giudicare dal 'poll of polls' della Cnn, che fa la media dei sondaggi. Donald Trump è in leggero vantaggio sul fronte repubblicano, avendo riscavalcato Ted Cruz anche grazie all’ ‘effetto Palin’ (31% a 26%); Hillary Clinton e Bernie Sanders sono testa a testa sul fronte democratico (45% a 46%, un dato statisticamente irrilevante).

Fondamentale - concordano gli analisti - sarà il dato sull'affluenza. I dati sono più stabili a livello nazionale: Trump al 35% quasi doppia Cruz al 19%; e Hillary al 53% tiene a distanza Sanders al 38%, anche se il vantaggio s’erode un po’. L’ex first lady ha appena ricevuto l’appoggio del Boston Globe, il maggiore media tradizionale del democraticissimo Massachusetts.

I dati non tengono ancora conto della possibilità che Mike Bloomberg corra come ‘terzo uomo’. Pare intanto confermato che il magnate dell’editoria deciderà dopo il ‘Super-Martedì’, il 1° marzo.

Ieri sera, c’è stato nello Iowa una sorta di conferenza stampa televisiva parallela di Hillary e Sanders, che non si sono affrontati in un dibattito, ma si sono esibiti separatamente: Sanders, che punta sulla promessa di cambiamento, mentre Hillary rappresenta la continuità, è stato ‘ispirato’, ma l’ex segretario di Stato ha sprigionato grande energia, attaccando più Trump che il rivale, esprimendo riconoscenza per il presidente Obama e citando, come modello, Abramo Lincoln ("Mi spiace presidente Obama, mi spiace Bill").

Sanders, invece, ha denunciato il voto di Hillary in Senato nel 2002 a favore dell’invasione dell’Iraq e i suoi legami con Wall Street, ha difeso il suo essere ‘socialista’ –“Vuol dire ‘basta all’egemonia di pochi’”- e ha sostenuto che la sua esperienza lo qualifica come presidente. Hillary l’ha contrato: “Ci si può esprimere in poesia, ma si governa in prosa”.

Obama resta neutrale, ma dichiara “affetto” per Hillary – Il presidente Obama avverte Hillary che l’essere favorita nella corsa verso la Casa Bianca comporta "vantaggi, ma anche oneri". Lo dice in un'intervista a Politico: Obama si mantie neutrale fra i candidati democratici, pur dichiarando “affetto” per l’ex segretario di Stato, la cui esperienza non ha paragoni "tra i candidati che non sono mai stati vice presidenti" –un gesto di riguardo per il suo vice, e candidato mancato, Joe Biden-.

Per il presidente, Bernie Sanders "ha la virtù di dire esattamente quel che pensa, è molto autentico, ha grande passione e non ha paura", anche grazie "al lusso" di essere considerato "senza speranza". Obama rifiuta però il parallelo con l 2008, quando partendo sfavorito riuscì ad avere la meglio proprio sulla Clinton. Il presidente sottolinea come la campagna sia oggi molto diversa dal 2008, con la visione repubblicana "spostata sempre più a destra" e "irriconoscibile".

Per Trump a messa, un sermone rampogna – Per calcolo o per fede, domenica Donald Trump è andato alla funzione in una chiesa dello Iowa e e s’è dovuto sorbire un sermone - che suonava rampogna - sui valori cristiani, in primo luogo quello dell'accoglienza verso gli altri, rifugiati e immigrati clandestini messicani compresi.

Il magnate dell’immobiliare, presbiteriano, è andato alla First Presbyterian Church di Muscataine e s’è seduto in quinta fila. Il pastore, una donna, Pamela Saturnia, ha fatto il suo sermone sul tema dell'immigrazione, uno dei cavalli di battaglia di Trump nella corsa per la nomination repubblicana. "Oggi Gesù ci insegna che è venuto per coloro che sono fuori dalla Chiesa", ha detto il pastore, insistendo sul messaggio di accettazione per "coloro che sono i meno amati, i più discriminati, i più dimenticati". E ha proprio citato i rifugiati siriani, cui Trump vuole vietare l'ingresso perché li ritiene tutti potenziali terroristi, e i migranti messicani, che Trump vorrebbe rispedire tutti a casa, se sono in Usa irregolarmente.

Più tardi, in conferenza stampa, Trump ha detto di aver ascoltato la signora Saturnia, ma ha ribadito le sue posizioni: no agli immigrati clandestini e ai rifugiati siriani, che devono rimanere a casa loro, dove va loro garantita una 'safe zone'. In un comizio, lo showman ha sfoggiato una certa sicumera sul consenso popolare di cui gode: "Potrei stare in mezzo alla Quinta Strada di New York –ha detto- e sparare a qualcuno e non perderei neanche un voto". (ANSA – AGI – gp)

lunedì 25 gennaio 2016

Usa 2016: il 'terzo uomo', da Wallace a Nader storia d'insuccessi letali

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 25/01/2016

Mike Bloomberg, un ‘terzo uomo’ con licenza di vincere: quest’anno, l’ipotesi del terzo incomodo tra democratici e repubblicani pareva tramontata, dopo che erano rientrate le tentazioni solitarie sia di Donald Trump, deluso dalla freddezza nei suoi confronti del Comitato nazionale repubblicano, sia di Ben Carson. Entrambi avevano manifestato intenzioni ‘secessioniste’.

Ad agosto, in un'intervista al quotidiano The Hill, Trump accusava il partito di essergli stato "poco di sostegno", diversamente da quanto accadeva quando era "un donatore" dei repubblicani. Sull’ipotesi di correre da outsider, Trump diceva: "Dovrò vedere come mi trattato i repubblicani. Se non sono corretti, la prenderò in considerazione". A dicembre, Carson, allora in ascesa, minacciava, in un’intervista al Washington Post, d’andarsene “se il partito non rispetta la volontà degli elettori”.

Poi, entrambi hanno fatto marcia indietro: Trump, probabilmente, perché la corsa alla nomination gli s’è messa bene; e Carson, probabilmente, per la ragione opposta –il suo consenso sta evaporando e correre da solo sarebbe uno sfizio costosissimo-.

Ora, l’ex sindaco di New York e magnate dell’editoria, un ebreo di 73 anni, ridà corpo all’ipotesi. Conscio che il ‘terzo uomo’, nella tradizione elettorale degli Stati Uniti, non vince, ma può fare perdere. Lui, però, potrebbe essere l’eccezione, specie se i due maggiori partiti dovessero presentare candidati fortemente polarizzati, come Trump appunto e Bernie Sanders, il senatore ‘socialista’, lasciando un vuoto al centro.

Alle voci di candidatura di Bloomberg, i repubblicani reagiscono facendo spallucce: “Un problema per i democratici”. E Hillary si dice sicura di ottenere la nomination – nel qual caso, la candidatura di Bloomberg è meno probabile -, nonostante i sondaggi continuino a esserle sfavorevoli in Iowa e New Hampshire, i due Stati che aprono l’assegnazione dei delegati alla convention rispettivamente il 1° e il 9 febbraio. Sanders afferma che Bloomberg in campo gli garantirebbe la nomination, mentre Jeb Bush, di cui ci si ricorda sempre meno, non crede che l’ex sindaco si candidi. La Clinton ha intanto incassato nello Iowa l’endorsement del Des Moines Register, il maggiore media statale, che, fra i repubblicani, appoggia il senatore della Florida Marco Rubio – una doppia scelta molto ‘establishment’-.

A parte il fatto che il ‘terzo uomo’ è una dizione imprecisa, perché sulla scheda elettorale vi sono sempre candidati di contorno, a partire da quello del Partito libertario, che però non vanno (quasi) mai oltre l’1% dei suffragi, la storia del terzo incomodo è intessuta di speranze e successi. Vediamo i dati salienti nel dopoguerra.

Nel 1968, George Wallace, governatore dell’Alabama, democratico e razzista, si presentò come candidato del nuovo Partito Indipendente Americano: sperava d’impedire al candidato d’uno dei due maggiori partiti di avere la maggioranza assoluta dei Grandi Elettori. Se la decisione fosse così toccata alla Camera, si poteva rimettere in discussione la politica federale anti-egregazione. Wallace vinse in cinque Stati del Sud – è l’ultimo ‘terzo uomo’ ad avere conquistato almeno uno Stato-, ma il repubblicano Richard Nixon ottenne la maggioranza dei Grandi Elettori. Il candidato democratico Hubert Humphrey non ce l’avrebbe fatta neppure con i voti di Wallace.

Nel 1980, John Bayard Anderson, deputato repubblicano per vent’anni, si presentò al voto come indipendente: non vinse in nessuno Stato e non ottenne la maggioranza in nessuna circoscrizione, ma il suo 6,6% del voto popolare è la 6a prestazione per un ‘terzo uomo’ dall’inizio del XX Secolo, dietro il 27% di Theodore Roosevelt nel 1912, il 17% di Robert LaFollette nel 1924, il 19% di Wallace nel 1968 e di Ross Perot nel 1992 e l’8% ancora di Perot nel 1996. Nonostante Anderson, Ronald Reagan batté il presidente democratico Jimmy Carter, ‘azzoppato’ dalla crisi iraniana.

Nel 1992, e poi nel ’96, Ross Perot, un imprenditore del Texas miliardario, fondatore del Partito della Riforma, si candidò per scardinare il bipartitismo americano. Ottenne, soprattutto nel ’92, buon seguito – quasi un quinto del voto popolare -, ma non conquistò nessuno Stato. Fu però una delle cause della sconfitta di George Bush ad opera di Bill Clinton, perché gli sottrasse suffragi tendenzialmente repubblicani.

Nel 2000, Ralph Nader, avvocato, saggista, attivista ambientalista e predicatore dei consumatori, interprete della sinistra radicale, fu candidato alla presidenza dal 1996 al 2008, per i Verdi o come indipendente. Nel 2000, con il 2,7% dei voti popolari, fu determinante per la vittoria di George W. Bush e la sconfitta di Al Gore, che avrebbe conquistato la Florida e anche il New Hampshire con i suffragi di Nader. (gp)