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giovedì 4 febbraio 2016

Usa 2016: democratici; NH, duello tv esalta differenze Clinton/Sanders

Scritto per www.GpNewsUsa2016eu e Formiche.net lo 04/02/2016

Sottolineano le distanze l’una dall’altro, Hillary Clinton e Bernie Sanders, in un dibattito televisivo nel New Hampshire, in vista delle primarie di martedì 9 febbraio nello Stato del New England, dove il senatore del Vermont è ben avanti nei sondaggi. E, infatti, l’ex first lady guarda già oltre: Bill, l’ex presidente, suo marito, le sta già facendo campagna in South Carolina, dove i democratici voteranno il 27 febbraio e dove il voto dei neri conta molto.

Ancor prima di rispondere alle domande degli elettori – il confronto è stato diffuso dalla Cnn -, Sanders ha molto insistito sulle differenze con Hillary. Una per tutte, “La nostra campagna - ha detto – ha raccolto più contributi individuali di tutte": "Noi non siamo finanziati dai super Pacs o da Wall Street" e “non abbiamo la potente organizzazione della famiglia Clinton”.

Il dibattito è stato vivace, ma corretto. Sanders dichiara rispetto per la rivale, ma sostiene che non è progressista; Hillary replica che il senatore non è depositario del progressismo. Sanders evoca il voto dei giovani – massiccio a suo favore nello Iowa, quattro su cinque- e afferma di portare “nuova energia” nel partito democratico, Hillary replica “Io sono con i giovani”.

Sulla politica estera, il senatore risponde a chi gli contesta scarsa esperienza rivendicando il suo no – allora era deputato del Vermont - all’invasione dell’Iraq (Hillary, allora senatrice dello Stato di New York, votò sì), mentre l’ex segretario di Stato non esclude, quando sarà presidente, interventi militari americani all’estero.

Sanders, che s’è detto pronto a correre per un secondo mandato nel 2020, quando avrà 79 anni, spera che la nomination repubblicana vada a Donald Trump, l’avversario repubblicano forse più facile da battere.

Hillary racconta un aneddoto: negli otto anni trascorsi da first lady alla Casa Bianca, tra il ’93 e il 2001, talora usciva in incognito cercando di non farsi riconoscere. E dei turisti la fermavano perché scattasse loro una foto davanti alla residenza del presidente. (fonti vv - gp)

mercoledì 3 febbraio 2016

Usa 2016: ritratti; Cruz, il figlio dell'esule che predica fede, speranza, libertà

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/02/2016 e ripreso da www. GpNewsUsa2016.eu

Ted Cruz li batté tutti nel marzo 2015: il senatore del Texas fu il primo ad annunciare ufficialmente la sua candidatura alla nomination repubblicana alla Casa Bianca per il 2016. Fin ad allora, nessuno aveva scoperto le proprie carte. E li ha di nuovo battuti tutti lunedì nello Iowa, vincendo a sorpresa, ma non troppo, le assemblee di partito che hanno lanciato la stagione delle primarie americane. Cruz scese in campo alla Liberty University di Lynchburg, in Virginia, la più grande università cristiana degli Stati Uniti, un lunedì, il 23 marzo 2015, a poco meno di 600 giorni dall’Election Day dell’8 novembre 2016.

Una carriera politica, la sua, non molto densa: procuratore generale del Texas dal 2003 al 2008, tornò, dopo, a fare l’avvocato, la professione per cui ha studiato a Princeton e ad Harvard, due Università della Ivy League. Prima del 2003 e dopo il 2008, è stato consulente legale di politici come George W. Bush, governatore del Texas e poi presidente degli Stati Uniti, e John Boehner, deputato dell’Ohio, dal 2007 leader della minoranza repubblicana alla Camera e dal 2011 al 2015 presidente della Camera.

Quando, nel 2011, Kay Bailey Hutchinson, senatrice repubblicana del Texas per vent’anni, lasciò l’incarico, Cruz si candidò e vinse. In due anni al Senato di Washington, s’è fatto più conoscere che apprezzare: non è simpatico e non suscita solidarietà fra i colleghi, che, per ora, non l’appoggiano nella corsa alla nomination.

Sulla candidabilità di Cruz, pesa un punto interrogativo, che Donald Trump di tanto in tanto rigetta nello stagno delle polemiche: il senatore è nato nel 1970 a Calgary in Canada, dove il padre, Rafael Bienvenido, un esule cubano arrivato negli Usa “con un centinaio di dollari in tasca” – racconta lui stesso -, lavorava per un’industria petrolifera. Ted visse in Canada per quattro anni, poi la famiglia si trasferì a Houston.

La Costituzione statunitense prevede che i candidati presidenti (oltre ad avere almeno 35 anni ed essere residenti negli Usa da almeno 14 anni) siano "cittadini (americani) naturali dalla nascita" ("natural born citizen"). I sostenitori di Cruz, e molti degli esperti,  ritengono che il requisito sia rispettato, perché la madre del senatore, Eleanor Elizabeth Wilson, di origini italiane e irlandesi,  era del Delaware: grazie a lei, Cruz era cittadino americano fin dalla sua nascita e rispetterebbe, quindi, il dettato costituzionale. La Corte Suprema non s’è mai espressa su questo tema: ci fosse una contestazioni, l’ultima parola sarà sua.

Del resto, proprio gli ultra-conservatori del Tea Party sono ben familiari con questa tematica e non possono certo lamentarsi se qualcuno ora la usa contro di loro, vista l’insistenza con cui sollevarono dubbi sulla eleggibilità di Barack Obama, padre keniota e madre americana, fin quando il presidente non mostrò l'originale del certificato di nascita: venne al mondo alle Hawaii, 50° Stato Usa. Anche il rivale di Obama nel 2008, il senatore John McCain, dovette provare d’essere nato nella base Usa di Coco Solo, nell’area del Canale di Panama (dove il padre, ufficiale di marina, era di stanza). Alcuni suoi rivali repubblicani sostenevano che fosse nato in un ospedale di Colon, a Panama, e non avesse quindi le carte in regola.

"Mi candido alla presidenza" perché "voglio riaccendere la promessa americana": con queste parole, Cruz, 45 anni, di appena cinque mesi più anziano di Marco Rubio, lanciò la sua campagna. Vicino al Tea Party, scese in lizza parlando della sua fede religiosa e delle sue radici cubane e volle farlo proprio nel quinto anniversario dell’Obamacare, la riforma sanitaria contro cui s’è battuto e ancora si batte –celebre un suo discorso maratona di 21 ore in Senato-: a ogni dibattito televisivo, promette di cancellarla.

"Per troppi americani la promessa dell'America sembra sempre più distante", dice nei suoi comizi. E continua: "Immaginate un presidente che renda sicure le frontiere; immaginate un'aliquota unica per il fisco; immaginate un presidente che non boicotti Netanyahu”, snocciolando implicite critiche al presidente Obama. E’ duro con gli immigrati illegali, tende a confondere come fa Donald Trump rifugiati e terroristi, è confusamente fautore di un nuovo isolazionismo pur atteggiandosi a falco.

La scelta per l’esordio di un’università evangelica serviva a fare leva sull'elettorato cristiano tradizionalista e fondamentalista: “Oggi, circa la metà dei cristiani non votano: immaginate invece milioni di fedeli in tutta l'America che vanno ai seggi per votare i nostri valori". Quel che avvenne nel 2000 e ancora nel 2004, con la doppia elezione di George W. Bush. Il neo-candidato, oltre che per l’abolizione della Obamacare, non crede all’influenza umana nel cambiamento climatico e si batte contro i matrimoni omosessuali.

Nell’iconografia molto americana della sua campagna, c’è la foto sul palco della Liberty University con la moglie Heidi in rosa e le figlie Carolina e Catherine, entrambe in fucsia. Heidi, una ex legale del Consiglio per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca, fece una crisi di depressione quando, dopo il matrimonio, dovette trasferirsi a Austin, capitale del Texas, e alcuni media le attribuiscono un tentativo di suicidio, sulla scorta di un rapporto di polizia. Ma le figlie rimisero le cose a posto: ora, Heidi lavora per Goldman Sachs, ma in aspettativa per stare vicino al marito nella campagna. E quando il WP se la prese, in una vignetta, con le due bimbe, disegnate come scimmiette, l’indignazione costrinse il giornale a ritirare il disegno.

Cruz è progressivamente emerso, specie a partire dall'autunno, come il maggiore rivale di Trump, che – ha recentemente detto – considera “troppo progressista”: le parole chiave della sua campagna sono speranze, libertà e fede in dio; e, nonostante sia figlio d’un immigrato, non fa dell’accoglienza un suo credo. Il passo falso più grosso in questa campagna l’ha fatto quando criticò i newyorchesi: gli furono tutti addosso, Trump e Hillary per una volta insieme.

Usa 2016: primarie, i conti dello Iowa, i calcoli sul New Hampshire

Comparso, in versioni diverse, lo 03/02/2016 su AffarInternazionali.it, Il Fatto Quotidiano, Metro, www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

Cambio di scena: dallo Iowa rurale, nel MidWest, al New Hampshire liberal, lo Stato del Granito, nel Nord-Est del New England, Sono già tutti lì, almeno quelli che contano e che ancora ci credono: Donald Trump ha catechizzato nelle ultime ore i suoi volontari (e se l’è al solito presa con i media); Jeb Bush è stato raggiunto da Mamma Barbara; Bernie Sanders ha raccolto in poche ore tre milioni di dollari, segno che i suoi sostenitori sono galvanizzati.

Dopo avere speso in Iowa più tempo di quanto non avrebbero mai desiderato – per fare due esempi, 140 visite Sanders, 104 Hillary Clinton -, gli aspiranti alla nomination per la Casa Bianca, democratici e repubblicani, hanno lasciato lo Iowa, in questi giorni un’unica distesa di neve e gelo: due di essi ci torneranno per fare campagna fra otto mesi, dopo le convention; gli altri, forse, non ci torneranno mai più, lo hanno ormai visto in lungo e in largo.

Nello Iowa, fra i democratici, c’è stato un equilibrio non aritmetico, ma sostanziale: la Clinton (49,8%) e Sanders sono risultati alla fine divisi da uno scarto dello 0,3%, il che consente all’ex first lady di cantare vittoria e al senatore del Vermont di dichiarare “un pareggio virtuale”. In qualche assemblea, è stata la monetina del sorteggio a dare il successo all’una o all’altro. C’è chi evoca una verifica, di fatto impossibile perché il voto avviene per crocchi – il più numeroso vince – e non per schede. I dati confermano che i giovani hanno peferito Sanders –ben quattro su cinque- e le donne di misura Hillary.

Fra i repubblicani, vincono Ted Cruz, che è primo, e pure Marco Rubio, che è terzo. Perde di sicuro Trump: l’Iowa per lui è una campagna di Russia dove il magnate dell’immobiliare lascia, tra la neve e il gelo, l’aura di sicumera e di imbattibilità che s’era costruito con il suo stile aggressivo e urticante. Il Daily News già lo liquida come “dead clown walking”, bruciando i tempi. E lui ammette che l’avere saltato l’ultimo dibattito in diretta televisiva con i suoi rivali, per uno screzio con la Fox, può essergli costato caro.

La gente dello Iowa ce l’ha, da sempre, con i battistrada, quelli troppo sicuri di sé o troppo forti; e, spesso, li castiga. Talora, sono lezioni che lasciano il segno: nel 2008, Hillary Rodham Clinton perse e non si risollevò più. Talora, sono batoste d’un giorno: nel 2012, Mitt Romney fu battuto, ma poi ottenne la nomination.

Che cosa comporti il risultato di lunedì per Trump è difficile dirlo: lo showman ne esce con la coda fra le gambe, anche se non lo ammette, ma non ha ancora esaurito il suo repertorio. Cruz e Rubio emergono come candidati possibili dei Tea Party e degli evangelici – il senatore del Texas - e dell’establishment repubblicano moderato – il senatore della Florida -. Rubio in particolare è ormai destinato ad assumere a pieno il ruolo che i pronostici attribuivano a Jeb Bush, l’ex governatore della Florida, ancora una volta deludente (ma non rassegnato: afferma che “la vera corsa comincia ora”).

Il quarto uomo repubblicano è per ora un ‘Mister X’, che potrebbe farsi largo fra la mezza dozzina di comprimari più o meno folkloristici, dal guru nero Ben Carson, ex neurochirurgo, che dà però l’impressione di non crederci –parte per la Florida invece che per il New Hampshire, spiegando “lì fa più caldo”- allo stesso Jeb, passando per i governatori del New Jersey Chris Christie e dell’Ohio John Kasich, senza dimenticare, per cavalleria, l’unica donna, Carly Fiorina.

Le assemblee dello Iowa, i caucuses, che aprono la stagione delle primarie per designare i candidati dei due maggiori partiti alla Casa Bianca, in vista delle convention di luglio e dell’Election Day dell’8 novembre, creano sorprese – la sconfitta di Trump è inattesa - e fanno vittime: si ritirano così il democratico Martin O’Malley, ex governatore del Maryland, sempre irrilevante nei sondaggi – e ora pure nei voti -; e l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, che nello Iowa vinse nel 2008 (questa volta, ha preso il 2% dei voti e nessun delegato).

I risultati dello Iowa ricevono un’attenzione persino sproporzionata al loro peso effettivo: assegnano infatti solo 44 delegati democratici (su un totale di 4.763) e 30 delegati repubblicani (su 2.472). Salvo variazioni in sede di verifiche, quelli democratici sono andati 23 a Hillary e 21 a Sanders; quelli repubblicani sono andati 9 a Cruz (28% dei voti), 7 a Trump (24%), 7 a Rubio (23%); e poi 3 a Ben Carson (9%) e uno ciascuno a Rand Paul (5%), Jeb Bush (3%), John Kasich (3%) e Carly Fiorina (3%). Christie, Huckabee, Rick Santorum e Jim Gilmore sono rimasti a secco.

Nel New Hampshire, la partita repubblicana è apertissima: Trump è davanti nei sondaggi, Rubio spera di fare meglio di Cruz (e vorrebbe poi vincere in South Carolina). Quella democratica è apparentemente già decisa: Sanders, che gioca quasi in casa, dovrebbe vincere; Hillary dovrebbe poi rifarsi in Nevada e South Carolina, prima del Super-Martedì, il 1° marzo, con 14 Stati in lizza.

martedì 2 febbraio 2016

Siria: 'small group' a Roma, li bombardiamo di chiacchiere

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/02/2016

Il nome stesso è una testimonianza d’impotenza: si chiama ‘small group’, cioè ‘piccolo gruppo’, ma è composto di ben 23 Paesi, che sarebbero i maggiormente impegnati della “ben più ampia coalizione globale” – recita un comunicato della Farnesina – contro il sedicente Stato islamico. Ci sono dentro gli Usa e l’Arabia saudita e altre monarchie sunnite del Golfo sospettate di foraggiare gli jihadisti; gli occidentali ‘volenterosi’ e pure la Turchia, che con il Califfo fa traffici a gogò; ma non ci sono i russi, gli iraniani, i curdi che non hanno uno Stato, cioè gli unici che alle milizie fanno vedere i sorci verdi, dal cielo o sul terreno.

La riunione ministeriale si tiene oggi alla Farnesina, co-presieduta dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni e dal segretario di Stato Usa John Kerry – i due si sono parlati al telefono domenica-. Ci sarà pure l'Alto rappresentante Ue Federica Mogherini.

Quello di Roma è il terzo vertice ministeriale dello 'Small Group', dopo quelli di Londra (gennaio 2015) e Parigi (giugno 2015), e cade a un anno dalla creazione di questo formato, cui sulla carta spetta un ruolo di guida politica e strategica dello sforzo anti-Califfo. Peccato che l’incontro coincida con lo stallo dei negoziati di Ginevra per la transizione verso il dopo-Assad in Siria, al cui sblocco non basterà di sicuro il pieno sostegno che sarà liturgicamente espresso dai ministri. E siamo pure in una fase di forti tensioni fra i ‘nemici’ del Califfo, che siano o meno parte di questa coalizione - Russia contro Turchia, Arabia saudita contro Iran -. Lo ‘Small Group’ reitererà, inoltre, il proprio sostegno al premier iracheno al-Abadi, nonostante il suo governo deve ancora dare prova di efficienza e integrità.

La riunione farà un bilancio dell’azione condotta nell’ultimo anno - il territorio sotto il controllo delle milizie è stato in qualche misura delimitato, ma non significativamente ridotto - e vorrebbe servire a rafforzare e accelerare lo sforzo collettivo, anche se nessuno ha l’intenzione d’impegnarsi in azioni sul terreno. E certo, a margine della riunione, si parlerà pure di Libia, dove il Califfo non c’era e ora è una minaccia-.

L'Italia, che non partecipa ai raid né in Iraq né in Siria, ma compie voli di ricognizione sull’Iraq, e che ha di recente ricevuto sollecitazioni a fare di più dalla Nato e dagli Usa, si auto-presenta come “uno dei Paesi più impegnati della coalizione”: contribuisce a formare le forze di polizia irachene, contrasta il finanziamento degli integralisti, prova a intercettarne i foreign fighters e la propaganda.

A Ginevra, intanto, la delegazione dell’opposizione ha messo in tavola le sue richieste umanitarie, accettando di mettere piede nel palazzo dell’Onu per la prima volta: la fine dei bombardamenti e degli assedi, il rilascio dei detenuti. E l'Alto Commissariato Onu per i diritti umani ammonisce che comunque vadano i negoziati non dovrà esserci amnistia per i responsabili di crimini di guerra o contro l'umanità.

Nel week-end, una delegazione americana ha visitato la regione di al-Jazira, una delle principali enclave curde della Siria, dove ha avuto contatti a Kobane con membri dell'alleanza curdo-araba che combattono contro gli jihadisti: hanno studiato piani militari. Eppure, i turchi non vogliono i curdi a Ginevra perché sono terroristi.

Usa 2016: primarie; Iowa, Cruz batte Trump; Hillary e Sanders alla pari

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net  e, in versione diversa, per il blog de Il Fatto lo 02/02/2016

Vince Cruz davanti a Trump con Rubio buon terzo; pareggiano Hillary Clinton e Bernie Sanders. Le assemblee dello Iowa, i caucuses, ancora una volta riservano delle sorprese.

E fanno vittime: si ritirano il democratico Martin O’Malley, ex governatore del Maryland, sempre irrilevante nei sondaggi – e ora pure nei voti -; e l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee, che nello Iowa aveva vinto nel 2008 (e questa volta ha preso il 2% dei voti e nessun delegato).

In campo democratico, la corsa resta incerta fino all’ultimo conteggio: l’ex first lady e il senatore del Vermont partono per il New Hampshire, dove si vota martedì 9 febbraio, prima che i risultati siano definitivi.

In campo repubblicano, più che il successo, non del tutto inatteso, del senatore del Texas, e alfiere del Tea Party, fa notizia il relativo ‘flop’ di Donald Trump, che s’atteggiava a imbattibile, mentre è buono il risultato del senatore della Florida Marco Rubio, l’uomo di riserva dell’establishment, terzo e molto vicino a Trump. Su di lui sembrano per ora convergere i voti dei moderati di destra.

I delegati dello Iowa, 30 fra i repubblicani e 44 fra i democratici, sono assegnati proporzionalmente. Quelli repubblicani già assegnati sono andati 8 a Cruz (28% dei voti), 7 a Trump (24%) e 7 a Rubio (23%); e poi 3 a Ben Carson (9%)  e uno ciascuno a Rand Paul (5%) e Jeb Bush (3%). Gli altri sei aspiranti alla nomination sono finiti sotto, senza delegati: anche Carly Fiorina, l’unica donna, John Kasich, il favorito del NYT, e Rick Santorum, che qui vinse nel 2012.

Quelli democratici sono andati 22 a Hillary e 21 a Sanders, con percentuali intorno al 50% dei voti per entrambi: Hillary tira un sospiro di sollievo, perché non è finita come otto anni or sono, quando qui la battè Barack Obama; Sanders esulta perché il suo risultato è stato molto buono.

Adesso, tutti nel Neh Hampshire. Tranne Carson, il guro nero, ex neuro-chirurgo, il cui distacco è noto: leui se ne va in Florida, dove fa più caldo. (fonti vv - gp)

lunedì 1 febbraio 2016

Siria: negoziati & attentati, tutti per sè, nessuno davvero contro il Califfo

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/02/2016

I diplomatici sono ottimisti di professione, anche quando la cronaca gronda sangue: "Ottimista e determinato" si definisce, parlando con i giornalisti, l'inviato speciale dell'Onu Staffan de Mistura, un italo/svedese con esperienze di governo qui da noi, che gestisce a Ginevra i colloqui di pace indiretti tra il regime siriano del presidente al-Assad e l'opposizione ‘moderata’. Colloqui indiretti nel senso che, almeno per ora, le due parti non si parlano tra di loro, ma parlano all’Onu, ciascuna separatamente dall’altra.

L’esercizio mira a stabilire un percorso di transizione dall’attuale regime a un nuovo assetto politico siriano condiviso: sarebbe la fine della guerra civile che, in cinque anni, fa fatto oltre 250 mila morti. A Ginevra, de Mistura ha già incontrato la delegazione governativa e quella dell'opposizione siriana, che però schiera – si direbbe in termini calcistici – la ‘primavera’, ponendo numerose precondizioni per mandare in campo i titolari. Il che consente al regime di dire re che l’opposizione non affronta seriamente le trattative e cerca di farle deragliare.

In realtà, l’avvio e l’esito dei negoziati sono condizionati dalle contraddittorie priorità dei partner nella coalizione contro il sedicente Stato islamico: gli Stati Uniti e i loro alleati conducono raid contro le postazioni del Califfo, ma hanno pure fretta di sbarazzarsi di al-Assad; la Russia bombarda gli jihadisti, ma appoggia il regime di al-Assad –ed è in pessimi rapporti con la Turchia-; la Turchia afferma d’operare contro le milizie, ma in realtà fa affari con esse e bada soprattutto a contenere i curdi –ed è in pessimi rapporti con la Russia-; i curdi sono i combattenti più efficaci contro il Califfo sul terreno, ma aspirano a uno Stato curdo tra Iraq, Turchia e Siria; le monarchie del Golfo sunnite sono contro gli jihadisti, ma vogliono frenare l’Iran e sbarazzarsi di al-Assad; l’Iran è nemico delle milizie, ma protegge il regime alauita, e quindi sciita, di al-Assad. Tutti sono contro i terroristi, ma non c’è accordo su chi siano i terroristi.

Questo contesto fa il gioco del Califfo e delle sue bande, che, con due kamikaze e un’autobomba, hanno ieri fatto strage nel cuore sciita della capitale siriana, quando pareva che russi e lealisti li stessero costringendo a ripiegare sul terreno. Mentre gli ‘alleati’ s’impastoiano nelle loro divisioni, il dramma d’un popolo e d’un Paese è ogni giorno più tragico: i rifugiati in Turchia, Giordania, Libano, o in Europa, sono circa 6 milioni e il segretario di Stato Usa Kerry avverte che ''13,5 milioni di siriani, fra cui 6 milioni di minori, hanno bisogno di aiuti umanitari; centinaia di migliaia di persone sono intrappolate dove il cibo non c’è o c’è solo saltuariamente”, moltissimi sono già morti d’inedia, altri stanno per farlo. Le milizie del Califfo mietono stragi; le indecisioni e le divisioni dei loro nemici sono altrettanto letali.

Usa 2016: primarie; Iowa, il giorno delle assemblee

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 02/01/2016

Testa a testa Hillary Clinton – Bernie Sanders, fra i democratici; Donald Trump davanti a Ted Cruz fra i repubblicani: così si presenta il voto nello Iowa, nel giorno delle assemblee di partito – caucuses - che assegneranno i delegati dello Stato del Midwest alle convention di luglio. Gli elettori dello Iowa non sono decisivi nella corsa alla nomination, ma possono scremare il lotto dei candidati (ancora molto folto tra i repubblicani: sono 12).

Secondo un sondaggio Des Moines Register / Bloomberg, Hillary e Sanders sono statisticamente pressoché pari (45% a 42%), mentre Trump (28%) ha un margine non blindato su Cruz (23%). Marco Rubio e Ben Carson seguono con il 15% e il 10%; Jeb Bush ha appena il 2%.

Nelle ultime 48 ore della campagna elettorale, i candidati si sono scambiati stilettate: Cruz ha detto che Trump gli piace, ma è “troppo liberal”, proprio mentre lo showman attaccava la Corte Suprema sui matrimoni omosessuali –e insisteva sull’ineleggibilità del rivale perché nato in Canada -. Trump sostiene “con umiltà” che nessuno dei suoi rivali vincerà questa corsa e ha definito una presidenza Hillary un rischio per la sicurezza nazionale.

Hillary è tornata sulla controversa vicenda delle e-mail inviate dal suo account privato, invece che da quello ufficiale, quando era segretario di Stato, definendolo una “bega fra amministrazioni” e dicendosi decisa a risolverlo. Sanders l’ha invitata a un dibattito pubblico a Brooklyn, dove lei tiene il quartier generale della sua campagna: il senatore sostiene di avere la possibilità di vincere, se l’affluenza sarà alta.

Il confronto tra Hillary e Sanders è aperto pure sul fronte della raccolta fondi: a gennaio, il senatore del Vermont ha ricevuto a gennaio 20 milioni, mentre in tutto il trimestre precedente ne aveva messi insieme 33 milioni (contro i 37 di Hillary). "Siamo ben piazzati per battere l'obiettivo della Clinton, cioè 50 milioni di dollari nel primo trimestre 2016", dice Jeff Weaver, direttore della campagna di Sanders, precisando che i donatori a gennaio sono stati 770mila.

Intanto, i repubblicani hanno dichiarato i fondi raccolti nel 2015: 105,6 milioni di dollari, contro 76,5 milioni ai democratici. (fonti vv - gp)