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lunedì 4 aprile 2016

Usa 2016: economia, Trump mette i brividi, meglio Kasich (o Hillary)

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 04/04/2016

Alla vigilia del voto in Wisconsin, domani, dove i sondaggi danno le partite aperte, con Ted Cruz in testa fra i repubblicani, un’intervista di Donald Trump al Washington Post preoccupa Wall Street: il magnate dell’immobiliare agita lo spettro di una “recessione molto profonda” e parla di “tempi terribili per investire nel mercato azionario”. Ma al giornalista che s’allarma per l’impatto in Borsa delle sue parole, Trump replica che non ve ne sarà: “Conosco la gente di Wall Street molto meglio di chiunque altro”.

Nell’intervista, lo showman sintetizza il suo programma economico (e non solo): taglio delle tasse consistente fin dai primi cento giorni della sua presidenza; rinegoziato degli accordi commerciali, a partire da quelli con la Cina; revisione di tutte le intese militari, compresa la Nato, e degli impegni economici che esse comportano. Risultato, un abbattimento del debito pubblico statunitense di oltre 19mila miliardi di dollari nell’arco di otto anni –conta di stare alla casa Bianca per due mandati-. Un obiettivo che molti economisti giudicano irrealistico.

L’intervista, in sostanza, conferma la percezione già emersa da un sondaggio del Wall Street Journal fra esperi e specialisti economici e finanziari: l’80% di loro ritengono che una vittoria nelle elezioni di Trump o del candidato democratico Bernie Sanders aumenterebbe i rischi di un peggioramento della situazione, rispetto alle previsioni attuali (crescita del 2,4% nel 2017 e disoccupazione stabile intorno al 4,6%). Qualche rischio lo comporterebbe pure Ted Cruz, un Tea Party anti-tasse, mentre Hillary Clinton e John Kasich sono i due candidati che lasciano più tranquille l’economia e la finanza.

Un altro rilevamento, per conto della Cnbc, fra analisti e manager di Wall Street, indicava proprio nel governatore dell’Ohio la scelta migliore per l’economia e la finanza, nettamente davanti all’ex first lady. Dalle risposte emergeva la generica convinzione che un repubblicano sia meglio di un democratico, un sentimento di sfiducia nella politica in genere e la percezione che la campagna elettorale abbia un effetto negativo sulle prospettive economiche.

Kasich poggia anche su queste indicazioni la sua decisione di restare in corsa, pur sapendo che non può più ottenere la maggioranza dei delegati per aggiudicarsi la nomination: punta a una convention aperta, dove presentarsi come l’unificatore del partito - si svolgerà a Cleveland, nel suo Stato -: ritiene di essere l’opzione migliore contro Trump e pensa che Cruz non possa vincere sulla Costa Est, al voto il 19 aprile a New York e il 26 in diversi altri Stati.

Per il voto in Wisconsin, Kasich ha ottenuto l’appoggio di un importante giornale locale, il Milwaukee Journal Sentinel, che lo giudica “l’unico candidato assennato e con una fondamentale convinzione nei principi democratici che resta in campo repubblicano”. Il voto nel Wisconsin appare incerto in entrambi i campi e l’endorsement del quotidiano potrebbe avere un peso.

Intanto, per un contrattempo amministrativo, Sanders rischia di essere escluso dalle primarie democratiche a Washington D.C., perché il suo nome è stato registrato in ritardo. Ma l’intoppo sembra superabile (senza contare che quelle primarie, il 14 giugno, rischiano di arrivare a giochi fatti). (fonti vv – gp)

domenica 3 aprile 2016

Usa 2016: NY scalda scontro Hillary/Sanders, Obama contro Trump

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 03/04/2016

Nelle corse alla nomination democratica e repubblicana, è ‘febbre di New York’, pur se le primarie nello Stato della Grande Mela si svolgeranno solo il 19 aprile, E sale la temperatura dello scontro tra Hillary Clinton, che vuole e deve assolutamente vincere là dove fu eletta senatore nel 2000, se non vuole perdere credibilità, e il suo rivale Bernie Sanders, mentre il presidente Barack Obama dimostra crescente insofferenza per Donald Trump, che incappa in una ‘gaffe / lapsus’ sull’aborto, quando parla di punire chi lo pratica (“i medici, non le donne”, chiarisce, ex post, quando tutti avevano invece capito il contrario).

Obama giudica “irresponsabili” le sortite sul nucleare fatte da Trump in coincidenza del Vertice sulla non proliferazione, con il rischio incombente d’una ‘bomba sporca’ nelle mani dei terroristi. “Trump sa poco di politica estera e si sicurezza nucleare”, dice il presidente, dopo che lo showman non aveva escluso l’uso del nucleare “se necessario”: un’eventualità che è nella dottrina militare Usa, ma che viene sempre evocata con molta prudenza. Il commento di Obama giustifica quello, analogo, del candidato repubblicano John Kasich, “Trump non è preparato per la presidenza”.

La Casa Bianca mette pure sotto accusa i media per lo spazio indiscriminato dato alle affermazioni del magnate dell’immobiliare, accusandoli di farsi megafono acritico delle sue affermazioni solo perché fanno audience. Trump è però più impegnato a fare marcia indietro sull’aborto, dicendo che le leggi ci sono già e non vanno cambiate, che a rintuzzare Obama sul nucleare. Lo showman è anche nel mirino del fisco, che sta facendo controlli sui suoi redditi dal 2009 al 2014.

Sanders, che a febbraio ha di nuovo raccolto più soldi di Hillary (43,5 milioni contro 30,1), ma ha anche speso di più (40,9 milioni contro 34,3 milioni), è all'offensiva. A fine febbraio, secondo i dati della commissione elettorale federale, il senatore del Vermont aveva complessivamente raccolto 140 milioni di dollari circa da quasi due milioni di donatori singoli, mentre Hillary raggiungeva quota 161 milioni da un milione di donatori singoli.

Il candidato ‘socialista’ ha detto al regista nero Spike Lee che, se vincerà a New York, dove sarebbe in svantaggio, otterrà pure la nomination e la Casa Bianca, Ma Hillary lo accusa di “giochi politici e attacchi negativi”. Tra l’altro, Sanders ha rifiutato tutte le date finora proposte per un dibattito in tv, pur sollecitandolo. “Sono stufa, sono veramente stufa delle bugie di Sanders su di me”, ha risposto, piccata, l’ex first lady a un attivista di Greenpeace che la accusava di accettare donazioni dall’industria dei combustibili fossili, citando come fonte la campagna del senatore. Il cui portavoce Michael Briggs ribadisce: “La verità è che la Clinton ha fatto affidamento sui fondi dei lobbisti che lavorano per l’industria petrolifera e del gas”.

Anche a New York, la Clinton punta sulla diversità, lanciando la sua campagna da Harlem, storicamente il quartiere dei neri. (fonti vv – gp)

Libia: così, per ora, va bene a tutti, Italia, Francia, Usa

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/04/2016

Questa volta, Maurizio Crozza ha proprio esagerato: il colloquio tra Obama e Renzi non è stato affatto come lui se l’è immaginato, nel ‘Paese delle Meraviglie’, in presunta contemporanea, venerdì sera. Anzi, quasi non c’è stato; e, comunque, di Libia quasi non s’è parlato, almeno stando alle cronache da Washington: rispetto alle attese della vigilia, un incontro decisamente in sordina.

Ma un motivo c’è. Anzi, i motivi sono più d’uno. Primo, all'America di Obama la Libia preoccupa solo in quanto fronte di contenimento dell’espansione nel Nord Africa del sedicente Stato islamico: gli Usa non intendono occuparsene, raid e droni a parte, e si aspettano che lo facciano gli europei, come è emerso nei colloqui di Obama, a margine del Vertice sulla sicurezza nucleare, con il francese Hollande e con Renzi.

Secondo, le cose in Libia si sono messe meglio, nelle ultime 72 ore, per l’Italia e pure per la Francia e, dunque, Parigi e Roma possono stare a vedere senza fregole d’intervento. "Il passettino in avanti fatto in Libia é tanta roba. Per mesi, ci hanno fatto credere che dovessimo bombardare – in realtà, ce lo avevano fatto credere pure lui e i suoi ministri, ndr -, ma noi abbiamo tenuto dritta la barra, e oggi il tentativo dell'Onu, fortemente sostenuto da Usa e Italia, di creare un governo ha fatto" progressiu, ha infatti detto ieri Renzi, parlando alla scuola politica di formazione Pd. E, poco prima, al rientro da Washington, sulla sua e-news aveva scritto: “Speriamo che i segnali positivi che arrivano dalla Libia siano confermati nelle prossime settimane: l'Italia lavora in questa direzione silenziosamente, tutti i giorni".

Che cosa sta succedendo, in Libia, che ci piace tanto? Il governo di unità nazionale del premier designato al Serraj, sostenuto dall'Onu e dalla comunità internazionale, o almeno occidentale, s’è ormai insediato a Tripoli, ancora senza legittimazioni parlamentari, e s’è rapidamente rinforzato  dopo la fuga a Misurata del premier ‘alternativo’ islamista Ghwell e l’adesione di numerose città della costa da Tripoli al confine con la Tunisia – la lista ieri s’è allungata -. Al Serraj si sente così d’affermare che “la transizione sarà pacifica”, anche se il quadro resta fragile e colpi di scena o anche solo incidenti di percorso restano possibili.

Di fatto, la Tripolitania, che, come ha recentemente detto con chiarezza in un’intervista l’ex ad dell’Eni Scaroni, è dove l’Italia e l’Eni hanno i loro interessi, si sta schierando con al Serraj, mentre la Cirenaica, dove la Francia ha interessi ed è pure presente con forze speciali in una base nei pressi di Bengasi, resta sotto la flebile autorità del Parlamento eletto di Tobruk e sotto l’egida dell’Egitto, che agisce tramite il generale Haftar.

Se le cose restano così, e il contagio delle milizie jihadiste rimane circoscritto alla Sirte, spegnendosi i focolai accesisi a Sabrata e a Derna, all’Italia – e alla Francia - può anche stare bene. E gli Usa non si dannano perché la Libia abbia un assetto istituzionale stabile e definito, se l’infiltrazione terroristica è contenuta – questa è la priorità -.

Nella sua e-news, Renzi rende un omaggio a Obama: "Una delle sue grandi eredità – scrive - è questa iniziativa sulla lotta alla proliferazione e sulla sicurezza nucleare … Ci sarà tempo per una riflessione più approfondita sul lascito politico della presidenza Obama in politica estera, a cominciare da Cuba e dall’Iran. Intanto possiamo dire che questo vertice è stato un passaggio utile nella giusta direzione".

sabato 2 aprile 2016

Mediterraneo: la pace, i giovani, il dialogo. Una Rondine a Trento

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano lo 01/04/2016 e pubblicato lo 02/04/2016

Una giornata con i giovani della Sponda Sud del Mediterraneo: a Trento, Italia, Europa, Mediterraneo. Sono i protagonisti di un progetto triennale dell’Associazione Rondine Cittadella della Pace per formare una classe dirigente nuova nei loro Paesi, passata attraverso un’esperienza di vicinanza e di condivisione, futuri leader e fin d’ora costruttori di dialogo, tolleranza, democrazia, pace, libertà. Materie studiate tra Toscana, Sardegna, Trentino.

Un Forum chiude il progetto: s’intitola ‘Sponda Sud: nuove prospettive per il Mediterraneo’ e si svolge nella Sala Rosa del Palazzo della Regione. Invitati dall'Associazione Rondine, in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento, ci sono politici e amministratori, diplomatici e giornalisti; e ci sono soprattutto loro, i giovani.

Una generazione che ha vissuto la speranza delle Primavere arabe e ne ha visto recidere i fiori, ma che dice: “potete toglierci tutti i fiori, ma non ci toglierete le primavere”. Ne esce l’immagine e la consapevolezza d’un Mediterraneo non ‘terra di mezzo’ tra due Mondi, ma è elemento centrale e nodale di un unico Mondo, che è già Europa e vuole esserne parte attiva e riconosciuta senza perdere la propria identità.

I ragazzi, dopo l’esperienza a Rondine, sono pronti ad abbandonare i pregiudizi – anzi, già l’hanno fatto -, a condividere i valori, a costruire ponti – un’immagine che torna di continuo; e non è solo un’eco di Papa Francesco -: basterebbe questo a dare sostanza al rilancio della candidatura di Rondine al Nobel per la Pace.

Il clima positivo contagia politici e diplomatici. I primi riconoscono che l’Europa non ha mai scommesso davvero sul Mediterraneo, nonostante abbia sfornato nel tempo iniziative e formule capaci magari di concepire speranze, e di abortirle subito dopo (si cita un dato significativo, ma non verificabile perché non circonstanziato: un anno di aiuti alla Polonia equivaleva a dieci anni di aiuti a tutti i Paesi della Sponda Sud). I secondi auspicano che l’Unione europea, nel suo nuovo ‘documento strategico’, in fase di elaborazione, recepisca il ruolo del Mediterraneo, che non è e non è mai stata una regione del Mondo qualsiasi.

Si parla di “shared ownership” e di “mutual partnership”, di priorità ai giovani e alle donne. E tutti riconoscono che le molle del fenomeno delle migrazioni sono molteplici: le guerre, ma anche l’economia e i cambiamenti climatici. E tutti sono consapevoli che la demografia, a medio termine, impone all’Europa che invecchia e si spopolerebbe di cooptare i migranti e non di respingerli.

Lo sanno tutti, nella Sala Rosa. Ma fuori? Fuori c’è un’Italia che non sempre è Europa. E un’Europa che quasi mai è Mediterraneo.

Libia: risiko libico, al Serraj a Tripoli, Ghwell a Misurata, Renzi da Obama

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/04/2016

Mentre Renzi a Washington inganna il tempo, negli a margine del Vertice sulla sicurezza nucleare e contro il terrorismo, e in attesa dell’incontro con Obama, affrontando le due priorità del momento, le gemelle della trivella Guidi e Boschi, Alaeddin Tantush, un giovane libico formatosi in Italia all’ ‘Università della Pace’, e che lavora a Tripoli per una Ong, OneLybia, dice via Skype a una platea di coetanei: “Non sono affatto sicuro che una missione internazionale in Libia migliorerebbe qui la situazione, anzi forse la peggiorerebbe”. Fra il pubblico che l’ascolta, c’è il presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini, che subito dopo si dichiara “assolutamente contrario a una spedizione militare tradizionale in Libia, che servirebbe solo a coagularci contro tutti i libici”.

Il cooperante e il politico, dunque, la pensano allo stesso modo. E come la pensa Obama, Renzi già lo sa, prima di mettere piede nello Studio Ovale: giovedì sera, dopo avere incontrato il francese Hollande, in una pausa del Vertice da lui convocato, il presidente Usa ha prospettato il tentativo di “solidificare una struttura – il nuovo governo di unità nazionale, ndr – che impedisca al sedicente Stato islamico di utilizzare quel territorio come una propria roccaforte”. Cioè, gli Usa guardano alla Libia solo in funzione anti-Califfo. Del resto, petrolio e gas compresi, che non sono roba loro, a loro importa poco. Al massimo, per compiacere gli alleati, tengono conto della questione dei migranti.

Hollande gli ha fatto eco con accenti più bellici, chiedendo alla comunità internazionale, che poi sarebbero gli europei, visto che gli americani ci mettono al massimo aerei e droni, oltre alle bombe, e che gli arabi proteggono ciascuno la sua fazione, di essere pronta ad aiutare “anche militarmente” il nuovo governo, se ne dovesse giungere richiesta. E Renzi, più prudentemente, esorta a “sostenere tutti insieme lo sforzo del Governo di al-Serraj, finalmente a Tripoli" – specificando che ciò non vuol dire bombardare -.

A Tripoli, non c’è più invece un nemico di al Serraj, il premier 'ribelle' Khalifa Ghwell, che, appena saputo che il Consiglio dei Ministri dell’Ue aveva messo il suo nome nella lista delle sanzioni, ha prudentemente deciso di lasciare la captale e spostarsi a Misurata, sua città natale, la cui milizia è particolarmente agguerrita.

Con Ghwell, determinatosi a partire dopo un incontro con i capi tribù di Misurata, giovedì sera, avrebbero lasciato Tripoli anche diversi ministri. Gli anziani di Misurata hanno inoltre disposto che i manifestanti anti – al Serraj di piazza dei Martiri si ritirassero. E il presidente del Parlamento vicino ai miliziani filo-islamici di Alba Libica, Nouri Abu Sahimin, sarebbe tornato nella sua città, la berbera Zuwara, a ovest di Tripoli (smorzando i toni anti - al Serraj).

Cresce il sostegno al governo di unità nazionale e al premier al Serraj. Renzi sottolinea che “ l'Italia gli sta dando tutto il supporto necessario" per centrare l’obiettivo, cioè “la stabilizzazione del Paese e potenzialmente della Regione". Le richieste che arrivano, di primo acchito, sono ragionevoli: “Dateci soldi, non assistenza militare”.

Il premier designato, però, non deve sentirsi sicurissimo neppure lui, se rimane nella sede in cui s’è provvisoriamente installato, nella base navale d’Abusetta, dove ha avuto una fitta serie d’incontri: coi sindaci di 13 municipi della capitale, i responsabili dei pozzi di petrolio nell’area, il governatore della Banca centrale libica Saddek Elkaber. Lo sceicco Sadeq al-Ghariani, l'ex Gran Muftì, non l’ha invece voluto vedere, insistendo che o se ne va o "ci sono armi in ogni casa". La Lega degli Ulema ha però criticato le parole di al-Ghariani.

Anche i rappresentanti di dieci città situate a ovest di Tripoli, tra la capitale e la frontiera tunisina, hanno deciso di sostenere il nuovo governo. Fra queste c’è Sabrata, che ha gli jihadisti alle porte, quando non vi entrano, e che ha già dato prova della sua relativa affidabilità nella vicenda dei quattro ostaggi italiani, due uccisi e due liberati.

venerdì 1 aprile 2016

Libia: missione?, se Obama vuole vedere il bluff di Renzi

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/04/2016

Per ora, l’Italia manda in Libia 860 tonnellate di aiuti alimentari d’urgenza e kit medici generici capaci di consentire la cura di 30mila pazienti – leggasi, soprattutto, feriti -. Lo concorda il ministro degli Esteri Gentiloni, parlando al telefono con il premier libico designato al Sarraj, che – chiarisce puntigliosamente una nota della Farnesina – gli risponde “dal proprio ufficio”, a Tripoli: non è dunque chiuso in una base militare; cioè, sì, ma ha lì un ufficio.

Al Sarraj riferisce a Gentiloni che nella capitale non vi sono scontri, anche se “il quadro resta caratterizzato da tensioni”. L’aeroporto, dove ieri il premier non è potuto scendere, resta chiuso – lui è arrivato via mare -. Suoi oppositori hanno incendiato un tendone, prima d’essere dispersi dalle milizie, che, comunque, non lo appoggiano. L’impegno di al Sarraj di lavorare per l’unità del Paese sembra avere sortito finora un risultato non positivo, cioè una sorta di coalizione tra il governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli, autoproclamato, contro il governo di unità nazionale a patrocinio Onu, che nessun parlamento libico ha finora avallato.

L’eco delle tensioni libiche giunge evidentemente smorzata negli Stati Uniti, dove Obama riunisce un Vertice anti-terrorismo, cui il premier Renzi si presenta dopo alcuni siparietti dal Nevada all’Illinois al Massachusetts che non trasudano drammaticità; anzi. A Boston, s’esibisce in una reverenza preventiva a Hillary Clinton, che lo ha già gratificato di una citazione in campagna elettorale: parlando “da segretario del Pd”, la definisce “la persona più capace in grado di seguire strategie per il futuro”, fra i candidati di Usa 2016. E aggiunge: “Mi sento più sicuro se alla Casa Bianca ci sarà una donna che possa condurre il mondo libero nella direzione attuale”, cioè in linea di continuità con Obama, tanto per non mancare di rispetto al presidente in carica che s’appresta a incontrare.

E con cui proprio di Libia dovrà parlare: gli Usa leggono la situazione soprattutto in chiave anti – terrorismo, per evitare il consolidamento sul territorio delle milizie jihadiste. E vogliono magari vedere il bluff italiano, dopo gli annunci all’Onu e in tutte le sedi di essere pronti a guidare una missione internazionale. Anche se ora, sulla soglia dello Studio Ovale,  Renzi ripete che la risposta agli attentati non sono i raid.

In attesa di ordini, i militari fanno i loro preparativi; e mettono le mani avanti. Lo riferisce, con molti dettagli, l’AdnKronos, citando “fonti qualificate”: in un contesto “tutt’altro che tranquillo” e “ancora molto confuso”, gli scontri in atto in territorio libico in queste ore fanno pensare che “i tempi non siano ancora maturi” per un intervento militare, pur nell’ambito d’una coalizione internazionale.

In ogni caso, la missione, se ci sarà, non coinvolgerà truppe sul terreno, almeno inizialmente. Più probabile, a breve, l’impiego di velivoli italiani in missioni multinazionali per contrastare l’espansione del sedicente Stato islamico nel Nord Africa e consolidare – con le bombe? - le istituzioni libiche.

Il comando aereo potrebbe avere stanza a Trapani, senza escludere l’installazione d’una base in territorio libico. Le missioni aeree italiane saranno assicurate da caccia Tornado e Amx, già schierati in Sicilia con comiti di sorveglianza dell’area. La ricognizione dall’alto potrebbe essere pure garantita dai droni, gli aerei senza pilota Predator.

L’appoggio navale potrà venire dalle unità già impegnate da mesi in operazioni nel Canale di Sicilia, Non si esclude l’impiego della Cavour, l’ammiraglia della flotta italiana, anche se l’utilità tattica appare relativa.

Solo se un governo libico riconosciuto dovesse poi chiedere un intervento internazionale, si potrebbe ipotizzare l’invio di un contingente di terra. Ma è un eventualità che non piace a nessuno.

Si progetta un comando terrestre a livello di divisione, con una task force di forze speciali e uomini del genio e delle trasmissioni, per un totale di circa 4/5mila militari – torna la cifra di 5mila uomini, più volte fatta a livello governativo e poi smentita-. Sul terreno dovrebbero operare un comando mobile di proiezione all’estero e paracadutisti della Folgore, marò del San Marco, gli incursori del Consubin e il reggimento d’assalto Col Moschin. Il meglio che abbiamo, per fare la guerra.

Usa 2016: la Clinton e Trump i candidati meno popolari dal 1984

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net lo 01/04/2016

Era dal 1984, cioè quasi da un terzo di secolo, che i battistrada alla nomination non erano così poco amati dagli americani e suscitavano reazioni negative così forti: un sondaggio per conto di Cbs e NYT conferma l’impressione che Hillary Clinton e Donald Trump non “scaldano i cuori” degli elettori – o, almeno, ne scaldano solo una parte - e sono molto divisivi, polarizzando l’opinione pubblica.

Trump più della Clinton: il 24% degli intervistati lo giudicano positivamente, il 57% negativamente, con un saldo di -33%. Mentre la Clinton ha un saldo di – 21%: 31% pro e 52% contro.

La differenza fra i due a favore della ex fist lady è ribadita da un altro sondaggio, Cnn/Orc, che conferma la vittoria di Hillary in un testa a testa presidenziale con Trump: per quanto susciti diffidenze e antipatie, la Clinton spaventa meno dello showman ed è considerata più qualificata a fare il comandante in capo, più vicina alla classe media e alla sensibilità degli americani sull’economia, la sicurezza, l’immigrazione.

Per trovare valori di popolarità peggiori di oggi dei candidati presidenziali, bisogna risalire al 1984, quando i candidati erano il presidente uscente, l’amatissimo, ma polarizzante Ronald Regan, e un pallidissimo sfidante, Walter Mondale.

Una curiosità: tra il 1984 e oggi il candidato presidenziale con il rating più negativo è stato Bill Clinton, il marito di Hillary, che nel 1992 fu eletto nonostante avesse un -17. Nel 2008, invece, entrambi i candidati, il futuro presidente Barack Obama e il suo rivale John McCain, avevano un rating positivo; nel 2012, quando lo sfidante di Obama era Mitt Romney, lo avevano entrambi negativo, ma a – 7 appena. (fonti vv - gp)