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giovedì 17 dicembre 2015

Usa 2016: Hillary alla Buffett, più tasse ai ricchi, e contro Trump

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net

Mentre i repubblicani litigano fra di loro e, sul palco di Las Vegas, sciorinano in diretta televisiva sulla Cnn la loro cacofonia, tante parole e poche idee, sulla lotta al terrorismo e contro il sedicente Stato islamico, Hillary Rodham Clinton, battistrada nella corsa alla nomination democratica, cita Bush 2 per confutare Donald Trump e dichiara l’intenzione di alzare le tasse ai più ricchi mandando in sollucchero il miliardario filantropo Warren Buffet, in attesa di affrontare, nel prossimo dibattito fra i candidati democratici, il suo rivale Bernie Sanders, senatore ‘socialista’, che, su questo terreno, non la contrasterà di sicuro.

L’ ‘endorsement’, non sorprendente, ma comunque ‘pesante’, di Buffett alla Clinton è avvenuto martedì ad Omaha, nel Nebraska, città natale del miliardario democratico, cui si deve la cosiddetta Buffett Rule, la regola secondo cui non è giusto che un dipendente paghi meno tasse, in percentuale, del datore di lavoro. “Ecco il nuovo presidente degli Stati Uniti”: così Buffett ha introdotto Hillary, che, sul palco, ha dichiarato l’intenzione di alzare le aliquote fiscali sui redditi più alti.

E mentre a Las Vegas Trump ribadiva la sua proposta di vietare ai musulmani l’ingresso negli Usa e tutti gli aspiranti alla nomination repubblicana criticavano il presidente Obama per l’ “ossessione” di accogliere rifugiati siriani, compromettendo la sicurezza dell’Unione, la Clinton citava una frase del presidente George W. Bush dopo gli attacchi all’America dell’11 Settembre 2001: “Quelli che vogliono suscitare le nostre paure per tirare fuori la nostra rabbia non rappresentano il meglio dell’America, ma il peggio dell’umanità e dovrebbero vergognarsi”; e aggiungeva: “Dobbiamo alzare tutti la voce contro l’odiosa retorica anti-musulmana”.

Parallelamente, l’ex segretario d Stato riproponeva la sua “strategia a 360 gradi per mantenere l’America sicura”; ribadiva che “contenere il sedicente Stato islamico non è abbastanza, dobbiamo sconfiggerlo e lo faremo”; e affermava che i musulmani americani sono parte della soluzione, non del problema: “La prima, l’ultima e la migliore difesa contro il radicalismo interno e il terrorismo”.

In un discorso all’inizio della settimana all’Università del Minnesota di Minneapolis, Hillary aveva già condiviso la scelta di Obama di non inviare truppe di terra in Siria, insistendo sul potenziamento del contrasto alla radicalizzazione interna e alle campagne di reclutamento sul web: “Sono sicura che sceglieremo la determinazione invece della paura e che sconfiggeremo i nuovi nemici come abbiamo sconfitto chi ci ha minacciato in passato”. (fonti vv - gp)

mercoledì 16 dicembre 2015

Usa 2016, repubblicani: dibattito 5, divisi su lotta a terrore e Califfo

Scritto per LaPresse e, in versioni diverse, www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 16/12/2015

Sul palco di The Venetian a Las Vegas, questa volta è scontro senza quartiere tra i candidati repubblicani alla nomination alla Casa Bianca: a sei settimane dall’inizio delle primarie, tutti contro tutti sui temi caldi del momento, sicurezza e lotta al sedicente Stato islamico. Le ricette sono molto diverse, più o meno interventiste. E c’è Jeb Bush finalmente capace di fare perdere le staffe a Donald Trump senza perdere lui la bussola; e ci sono gli emergenti Ted Cruz e Marco Rubio impegnati ad azzannarsi l’un l’altro.

A ricordarsi che l’avversario da battere, l’8 novembre 2016, l’Election Day, sarà la candidata democratica Hillary Clinton è praticamente solo Carly Fiorina, l’ex ad di HP, l’unica donna, che la chiama in causa e la accusa di essere, con il presidente Barack Obama, responsabile della nascita dell’autoproclamato Califfato.

Le luci della diretta televisiva si accendono sul palco di Las Vegas mentre gli Stati Uniti sono appena usciti dall’incubo di un attentato a Los Angeles: tutte le scuole sono rimaste chiuse martedì. A conti fatti, è stato un falso allarme, ma è la conferma di quanto il livello di guardia sia alto nell’Unione. E, infatti, si discute soprattutto di paura e di sicurezza.

I senatori Cruz, del Texas, e Rubio, della Florida, entrambi ispanici, ed entrambi in crescita, si scontrano praticamente su tutto, intervento militare, sicurezza interna, immigrazione, mentre Trump, il battistrada della corsa, sostiene le più controverse delle sue posizioni, come mettere i musulmani al bando dagli Usa e chiudere internet: “Non stiamo parlando di isolamento, ma di sicurezza. Non stiamo parlando di religione, ma di sicurezza”.

Bush, fin qui molto in ombra nella campagna, è il più critico nei confronti dello showman: “Donald è bravissimo nelle frasi ad effetto, ma è un candidato del caos e sarebbe un presidente del caos”; e, ancora, “Io sarò un comandante in capo, non un agitatore in capo”. Trump se la prende con i moderatori, che istigherebbero Jeb contro di lui. “Stai correndo per la presidenza, Donald, ed è un lavoro molto duro”; “Perché, tu sei duro?”; “Lo sono, lo sono”. Per una volta, Bush non esce groggy dal corpo a corpo.

Invece, Cruz, che è l’alfiere del Tea Party, e Rubio, il più giovane, che punta sui moderati, si beccano l’un l’altro: Cruz, che sul palco è accanto a Trump, evita la zuffa con il magnate dell’immobiliare, che la vigilia l’aveva provocato. Anche il governatore del New Jersey Chris Christie si ritaglia uno spazio: lui vuole creare una ‘no fly zone’ sulla Siria e sarebbe pronto a fare abbattere un aereo russo, se la violasse. Il che conferma la confusione esistente nel gruppo tra amici e nemici in quella zona.
Contro il terrorismo, dice Cruz “ci serve un comandante in capo come lo fu Reagan contro il comunismo”, che garantisca “la sicurezza dei nostri figli”. Lui si propone per il ruolo, ma aggiunge: “Chiunque di noi qui sarebbe infinitamente migliore di Barack Obama o di Hillary Clinton”.

Su un punto, Trump ha un po’ tranquillizzato l’establishment repubblicano, che vede una sua candidatura come fumo negli occhi, ma che teme ancor più una sua candidatura come indipendente. ‘Donald il rosso’, per via del colore dei capelli, l’ha esclusa, smentendo le voci in tal senso: “Sono pienamente impegnato – ha detto - nel Partito repubblicano”. La stessa assicurazione è venuta da Ben Carson, l’ex neuro-chirurgo nero, anch’egli sospettato di tentazioni ‘indipendentiste’.

Carson, come al solito poco loquace e per nulla efficace, è stato pure danneggiato dal tema del dibattito: lui è poco ferrato su sicurezza e politica estera.

Questo è stato l’ultimo dibattito del 2015 fra i candidati repubblicani. A gennaio, ce ne sarà un sesto, l’ultimo prima dell’inizio della stagione delle primarie, con le assemblee di partito il 1° febbraio nello Iowa. Sul palco principale, a Las Vegas c’erano pure il governatore John Kasich (Ohio) e il senatore del Kentucky Rand Paul. Gli altri candidati più indietro nei sondaggi sono stati relegati a un palco minore, senza diretta tv nazionale.

Nei rilevamenti nazionali, prima del dibattito, Trump è largamente in testa, davanti a Cruz e Rubio. Carson, che a ottobre era testa a testa col magnate dell'immobiliare, è scivolato al quarto posto. Se si guarda però allo Iowa, Cruz è davanti a Trump o alla pari, a seconda delle fonti. Una raffica di sondaggi pubblicati ieri dava Trump in ulteriore ascesa, al 38% WP-Abc e addirittura al 41% la Monmouth University, davanti a Cruz intorno al 15%, Rubio intorno al 12%, Carson, Bush e gli altri.

martedì 15 dicembre 2015

Usa: tiro al bersaglio sul nero, l'ennesimo video-shock

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 15/12/2015

Questo pezzo l’abbiamo già scritto così tante volte, e sempre più spesso negli ultimi 16 mesi, dopo l’uccisione di Michael Brown, 18 anni, a Ferguson, Missouri, il 9 agosto 2014, che la storia non ci emoziona più, non ci rivolta dentro: una narcosi della coscienza indotta dalla consuetudine. Se ciò avviene qui da noi, figuriamoci in America, dove tutto succede: un cittadino statunitense nero, padre di tre figli, è stato ucciso da due agenti della polizia di Los Angeles davanti a un distributore di benzina: la centrale aveva ricevuto diverse chiamate, perché l’uomo brandiva una pistola.

I poliziotti hanno esploso 33 colpi: hanno sparato mentre Nicholas Robertson, 28 anni, già ferito, cercava d’allontanarsi, dando loro le spalle; lo hanno colpito quando era ormai a terra, forse morto. La sparatoria è avvenuta intorno alle 11 del mattino di sabato nella cittadina di Lynwood, circa 25 chilometri a sud di Los Angeles. Tutto è stato ripreso con un telefonino.

Nel video, di mediocre qualità, ma di un’allucinante efficacia, si vedono i due agenti della polizia della Contea mettersi in posizione di tiro a una decina di metri dal ‘bersaglio’; e si sentono i colpi che hanno una sonorità irreale: la scena sembra girata nel vuoto, stile ‘Professione Reporter’, proprio come quella del nero di 50 anni, Walt L. Scott, ucciso da un poliziotto mentre scappava, disarmato, a piedi in un parco, a North Charleston, in South Carolina, il 4 aprile.

Forse, è vero che l’elezione di Barack Obama, il primo nero alla Casa Bianca, ha in qualche modo destabilizzato l’America bianca e ha fatto emergere con forza rigurgiti di razzismo, anche là dove non dovrebbero proprio più sussistere, nell'apparato delle forze dell’ordine – ché poi il poliziotto è oggi un mestiere da nero, o da ispanico -. E’ un fatto che i casi di neri ammazzati da agenti spesso bianchi si sono moltiplicati, come si sono intensificate le stragi ad opera di razzisti bianchi, contro neri – la chiesa di Charleston, in giugno - o contro chi pratica il controllo delle nascite – nei pressi di Denver, in novembre -.

L’inchiesta sull’episodio di Lynwood è avviata: la polizia ha diffuso le registrazioni di tre telefonate al 911, il numero d’emergenza, in cui testimoni segnalavano un uomo che sparava in aria. Secondo una prima ricostruzione, gli agenti giunti sul posto hanno intimato a Robertson di gettare l’arma, ma il giovane padre non l’ha fatto, dirigendosi verso la stazione di servizio lì vicina e – lo proverebbe una telecamera di sicurezza – brandendo brevemente la pistola verso gli agenti. In quel momento, è partita la sparatoria.

Robertson, già stramazzato a terra, continuava a impugnare l’arma: lo si vede in un ingrandimento del video. Il che spiegherebbe l’accanimento dei colpi, molti alla schiena: 16 ne ha tirati un agente, 17 l’altro. Steve Kats, portavoce della squadra omicidi, ha sostenuto che l’individuo ucciso era “armato e pericoloso” e “rappresentava una minaccia per gli agenti e la comunità – lì vicino c’erano due donne e tre bambini -. Ma le polemiche suscitate dal caso rischiano d’innescare nuove proteste. La famiglia di Robertson considera “immotivata” l’uccisione: l’uomo sarebbe stato ubriaco.

La vicenda s’innesta, ovviamente, sulla campagna elettorale. Donald Trump, l’eclettico battistrada per la nomination repubblicana, sempre in cerca di facile consenso, aveva appena detto che, quando s’insedierà alla Casa Bianca, imporrà la pena di morte per chiunque uccida un poliziotto. 

Il numero degli agenti morti in servizio in un anno negli Stati Uniti oscilla, negli ultimi dieci anni, tra i 192 e i 107; quelli uccisi da armi da fuoco tra i 70 e i 43; l’andamento è irregolare e i numeri tendono piuttosto a decrescere. 

Sarebbe gratuito sostenere che le parole di Trump, pronunciate incontrando un sindacato di polizia nel New Hampshire, abbiano indotto nei poliziotti un sentimento d’impunità. Ma è certo che Trump parla alla ‘pancia’ di una fetta d’America e che alcuni candidati più ‘presentabili’, come Ted Cruz, si mimetizzano dietro le sue parole senza farle proprie.

Usa 2016: repubblicani; dibattito 5, Trump contro tutti, specie Cruz

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net e, in altra versione, per LaPresse il 15/12/2015

Ancora una volta, al centro del palco ci sarà Donald Trump. Ma i riflettori saranno puntati su Ted Cruz e Marco Rubio, i due astri crescenti, nei sondaggi, di questa campagna, mentre la stella di Ben Carson sta declinando e quella di Jeb Bush non s’è mai levata sull’orizzonte. Che Trump percepisca ormai Cruz come un pericolo lo si deduce anche dal fatto che la tregua fra i due, mai dichiarata, ma stabilitasi di fatto dall’inizio della campagna, s’è ormai rotta: il magnate dell’immobiliare attacca il senatore del Texas.

“Per me, sarà una notte in Paradiso –ha detto ai suoi sostenitori-: darò loro (ai suoi rivali, ndr) un’occasione per rendersi ridicoli di fronte a milioni di spettatori”.

Il dibattito repubblicano di questa sera a Las Vegas, il quinto della serie, è il primo da oltre un mese, dopo le carneficine di Parigi e la strage di San Bernardino. I sondaggi dicono che la sicurezza nazionale è la maggiore preoccupazione degli elettori americani: il 60% ritiene che la sicurezza dovrebbe essere in cima alle priorità del governo. Stando a un rilevamento Wall Street Journal - Nbc, il terrorismo sarà un tema della campagna: "Finora, c’era l’incertezza sull’economia , ora c'è la paura" affermano gli analisti.

Se si votasse oggi, conferma il sondaggio WSJ-Nbc, la candidata democratica Hillary Clinton batterebbe Donald Trump di dieci punti (50% a 40%), nonostante lo showman abbia rafforzato il suo vantaggio sui rivali repubblicani. Ma il senatore della Florida di origini cubane Marco Rubio sarebbe in leggero vantaggio (48% contro 45%) sulla ex first lady. Hillary, invece, batterebbe (48% a 45%)  il senatore del Texas ed esponente dei Tea Party Cruz. Rubio raccoglie molti consensi fra gli elettori indipendenti (40%) e l'elettorato ispanico (36%). Un campanello d'allarme che Hillary non può trascurare, a un mese e mezzo dal via alle primarie.

Intanto, le dichiarazioni di Trump sui musulmani, da tenere fuori dagli Stati Uniti, e su internet, da chiudere, continuano a fare discutere: se Sarah Palin, già candidata alla vice-presidenza nel 2008, è pericolosamente al fianco del magnate dell’immobiliare, principi sauditi e leader islamici, compreso il presidente turco Erdogan, lo attaccano e persino l’ex vice-presidente Dick Cheney lo critica. Il NYT lo giudica “un razzista che semina odio”, il WP lo definisce “un Mussolini d’America”.

Con Trump, Carson, Cruz, Rubio e Bush, sul palco principale, questa sera, ci saranno pure i governatori Chris Christie (New Jersey, in crescita) e John Kasich (Ohio), il senatore del Kentucky Rand Paul e l’ex ad della Hp Carly Fiorina, l’unica donna. Gli altri candidati più indietro nei sondaggi saranno relegati a un palco minore. (fonti vv - gp)

lunedì 14 dicembre 2015

Libia: Aliboni, ottimismo su accordo ingiustificato, prudenza su missione

Intervista a Roberto Aliboni raccolta per LaPresse il 14/12/2015

Prudenza sull'ipotesi d'un'intesa in Libia per un governo di unità nazionale e cautela sulle prospettive d'un'iniziativa d'assistenza internazionale -a chi?; e per cosa?-: le suggerisce il professore Roberto Aliboni, consigliere scientifico dello IAI ed uno dei massimi esperti italiani di Libia, in questa intervista a LaPresse.

"Non credo che l'ottimismo su un accordo per un governo di unità nazionale libico sia giustificato", dice Aliboni. E spiega: "I 15 esponenti libici presenti a Roma rappresentavano le parti che, come si sapeva, erano già propense a firmare e parlavano solo a nome di quelle".

D. Davvero la presenza delle milizie jihadiste in territorio libico può spingere all'accordo i governi di Tobruk e di Tripoli?

R. "C'è indubbiamente una convergenza fra le parti libiche sulla necessità di fermare" il sedicente Stato islamico, che, "a differenza di quanto accade nel Levante, in Libia non ha alcun insediamento politico preesistente (qui non esiste uno scontro tra sunniti e sciiti)". Ma "questo non mi sembra sufficiente a convincere le parti in presenza a unirsi per combattere l'Is".

D. Quali sono gli ostacoli che persistono?

R. "Gli ostacoli restano quelli già noti: il ruolo del generale Haftar -un controverso comandante militare di Tobruk, già ufficiale dell'esercito di Gheddafi, poi a lungo esule negli Stati Uniti, quindi di ritorno in Libia dopo l'insurrezione, ndr-, per quelli di Tripoli; le condizioni politiche della transizione prevista dall'accordo dell'Onu, che non soddisfano gli islamisti e le milizie armate di Tripoli; la diffidenza di fondo di molti a Tobruk verso la galassia islamista libica. Inoltre, in Libia, importanti milizie sono ormai al di là di ogni schieramento e in sostanza hanno bisogno della scontro perché sopravviva il loro potere e la loro identità".

D. Che cosa dovrebbe fare l'Onu?

R. "L'inviato dell'Onu, il diplomatico tedesco Armin Kobler dovrebbe rinegoziare alcuni punti dell'accordo prodotto dal suo predecessore Bernardino Léon, se vuole che poggi su un consenso significativo e che valga qualcosa di più del'inchiostro con cui è scritto".

D. Quale ruolo dovrebbe assumere la comunità internazionale e l'Italia per garantire la stabilità della Libia, una volta fatta l'intesa per il governo di unità nazionale?

R. "Molte delle dichiarazioni fatte a Roma riguardano più la volontà comune di colpire che non il fondamento dell'accordo che l'Onu propone. Il segretario di Stato Usa John Kerry ha detto che è già pronto un piano di assistenza al governo di unità nazionale libico, se questo uscirà, come si spera, dalla riunione del 16 dicembre in Marocco. Ma la mia opinione è che, se mai un governo uscirà da quella riunione, sarà poco rappresentativo. Per cui, mi chiedo quale assistenza stiano preparando le potenze internazionali e a chi".

"Sento dire che l'Italia, se ci sarà un'azione comune, cui penso vorrà che partecipi pure la Russia, sia disponibile financo a inviare truppe. Se le condizioni saranno quelle di una dubbia rappresentatività dell'accordo eventualmente siglato in Marocco, la prudenza a intervenire sarà d'obbligo".

Usa 2016: democratici; Hillary resta al riparo, Huma le tira la corsa

Scritto per www-GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 14/12/2015

Hillary corre nell’ombra di Trump, senza corrergli in scia: la battistrada democratica ‘produce’ molti meno titoli di quello repubblicano, sulla stampa americana e su quella mondiale, e rimane al coperto della massa di polemiche suscitate dallo showman populista, ma è saldamente in testa ai sondaggi nel suo campo – dov’è quasi senza avversari - e pure ai pronostici di match contro i potenziali rivali conservatori; e non deve sprecare né soldi né energie in questa fase.

Hillary, però, tiene la rotta delle sue posizioni e delle sue priorità, guardandosi bene dall’inseguire Trump ed anzi giocando di rimessa sulle sortite del magnate dell’imprenditoria: “L’odio non è un valore americano”, ha detto, quando ‘Donald il rosso’ ha proposto di chiudere le frontiere dell’Unione ai musulmani; e ha pure aggiunto che “Trump ha superato il limite” ed “è pericoloso”. L’ex first lady, inoltre, gioca spesso di sponda con le posizioni della Casa Bianca, che non ne lascia passare una allo showman.

La Clinton, che ha avuto un “pranzo informale” con Barack Obama la scorsa settimana, avalla le posizioni del presidente sulla lotta al terrorismo, anche se dà l’impressione di essere meno ostile a un intervento, e sostiene, forte della sua esperienza di segretario di Stato, d’essere l’unica fra i candidati alla presidenza ad avere un proprio piano contro il sedicente Stato islamico. E Hillary appoggia l’Amministrazione nell’impegno contro il cambiamento climatico, definendo l’accordo di Parigi “un passo storico” e negando l’alternativa tra “crescita dell’economia e salvezza del Pianeta”.

E quando Trump, scherzando, dice in tv che potrebbe scegliere sua figlia come vice-presidente, lei replica, scherzando, ma non troppo, che Bill, suo marito, presidente per otto anni, “sarebbe utile alla Casa Bianca”. Le giova pure la coraggiosa sortita di una sua collaboratrice, che, nel clima d’ansia e di paura dopo la strage di San Bernardino, si dice “orgogliosa di essere musulmana”: Huma Abedin, vice-presidente della campagna dell’ex first lady, ha scritto una mail a finanziatori, donatori e sostenitori di Hillary chiedendo sostegno contro Trump. Un punto su cui converge pure l’unico serio rivale democratico, Bernie Sanders, che chiede ai suoi supporters “tre dollari subito per condannare l’odio e il razzismo di Donald Trump”.


Nel messaggio, di cui la battistrada democratica non era certo all’oscuro, Huma scrive: "Trump vuole introdurre il razzismo nei nostri codici giuridici. La sua islamofobia non riflette i valori della nostra Nazione, danneggia la reputazione del nostro Paese e potrebbe anche minacciare la nostra sicurezza nazionale". Quindi l'appello a donare alla campagna per l'elezione della Clinton: "Dobbiamo essere pronti a fermarlo". Nata in Michigan e cresciuta in Arabia Saudita, Huma Abedin è l'ombra di Hillary, la consigliera più fidata, inseparabile dai tempi in cui fu stagista alla Casa Bianca durante la presidenza Clinton. (fonti varie – gp)

domenica 13 dicembre 2015

Usa 2016: sondaggi, Trupm sale, Cruz è secondo; Hillary senza rivali

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net 

Più le spara grosse, specie contro i musulmani, più sale nei sondaggi, almeno finora: Donald Trump continua a guidare, nelle intenzioni di voto, la corsa tra i candidati repubblicani per la nomination alla Casa Bianca. Secondo l'ultimo rilevamento New York Times/Cbs, il magnate dell’immobiliare ha addirittura il 35% delle preferenze e doppia il secondo, il senatore del Texas Ted Cruz al 16% (Cruz ha comunque quadruplicato il sostegno rispetto a ottobre). 

Seguono l'ex neurochirurgo Ben Carson, sceso però al 13%, e il senatore della Florida Marco Rubio al 9%. Tutti gli altri candidati, compreso Jeb Bush, sono sotto il 4%. Il sondaggio è stato effettuato tra il 4 e l'8 dicembre, prima quindi delle contestatissime proposte di Trump di chiudere Internet e impedire l'accesso negli Usa ai musulmani, che hanno innescato vive reazioni in patria e all'estero.

Nello Iowa, lo Stato che il 1° febbraio aprirà con le assemblee di partito la stagione delle primarie, un sondaggio fatto in settimana dà per la prima volta Cruz in testa davanti allo showman populista.

Un quarto degli elettori repubblicani si dice eccitato e oltre il 41% ottimista per il possibile approdo di Trump alla Casa Bianca. Un terzo dei simpatizzanti repubblicani esprime invece preoccupazione o paura per questa eventualità. Una percentuale che supera i due terzi sull’insieme dell’elettorato.

Secondo un sondaggio MsNbc, Telemundo e Marist, in un match per la presidenza, la probabile candidata democratica Hillary Clinton batterebbe qualunque rivale in campo repubblicano: oggi, le terrebbe testa solo Ben Carson, l’unico nero del lotto repubblicano, che la segue di un punto appena  (47% a 48%); Rubio perderebbe 45% a 48%; Bush di 4 punti, Cruz di 7 e Trump addirittura di 11, 41% a 52%. Più l’avversario repubblicano è su posizioni populiste e qualunquiste, più agevole sarebbe il successo di Hillary. (fonti vv - gp)