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venerdì 4 luglio 2014

L’Irlanda è il paradiso terrestre, l’Italia un purgatorio

Pubblicato sul blog degli Appunti di Media Duemila

Dov'è il paradiso terrestre?, ammesso che ci sia e, soprattutto, ci sia mai stato… No!, non guardate al Medio Oriente, dove magari lo pensate per reminiscenze bibliche: sta in Irlanda, il Paese “migliore al mondo”. Oh bella!, e chi lo dice? Il Good Country Index, un indice creato dall'esperto britannico Simon Anholt per misurare il contributo di ogni Stato al bene collettivo dell’umanità.

Un giochino. E basta poco a capire che è pure un giochino discutibile, a partire dal concetto, poco misurabile, di contributo al bene dell’umanità. Prendiamo, ad esempio, un Paese che conosciamo bene, l’Italia, che sta al 20° posto, davanti agli Stati Uniti, al 21° su 125 Paesi censiti. Altro che paradiso: il nostro è un purgatorio; e va già bene che scampiamo all'inferno.

L’indice di Arnholt piazza l’Italia all’11° posto per ‘ordine globale’, al 19° per 'salute e benessere', al 22° per 'cultura' –ma come?, se siamo il principale giacimento al mondo di beni storici e artistici-, al 38° per 'scienza e tecnologia', al 44° per l’ambiente e il clima, al 65° per la salvaguardia della prosperità e dell’eguaglianza dei propri cittadini, solo al 102° per il contributo alla pace e alla sicurezza internazionale –ma come?, anche qui, se siamo sul podio fra i Paesi che contribuiscono alle missioni di pace e umanitarie dell’Onu e dell’Ue-.

Molti giudizi non tornano. Anholt stesso dev'essere conscio della soggettività e della impalpabilità di molte valutazioni, che, del resto, fanno notizia solo perché fanno discutere. E prova a spiegare che il suo indice non misura quello che i singoli stati fanno per i loro cittadini (?, singolare), ma come e quanto contribuiscono al benessere planetario. I ‘dati’, se di dati si tratta, vengono raccolti presso Onu, Banca Mondiale e alcune altre grandi organizzazioni internazionali e sono poi filtrati sulla base di diversi indicatori: ordine globale, pace internazionale e sicurezza, , prosperità ed eguaglianza, salute e benessere, ambiente e clima, scienza e tecnologia, cultura.

L'Irlanda primeggia su tutti, in particolare per quanto riguarda prosperità ed eguaglianza, seguita da Finlandia, Svizzera, Olanda, Nuova Zelanda, Svezia, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Belgio. Ad eccezione della Gran Bretagna, al cui posto avremmo magari aspettato Australia o Canada, il resto della top ten l’avremmo indovinata senza problemi e senza dati.

Al fondo della classifica generale ci sono Iraq, Vietnam e Libia: Iraq e Libia ci stanno di diritto, specie di questi tempi, magari con la Siria, ma il Vietnam che ci azzecca? ‘Sto indice mi sa che va messo all'indice…

giovedì 3 luglio 2014

Mercato unico: Barnier, 80 miliardi da digitalizzazione

Scritto per EurActiv.it lo 03/07/2014
Nell'Unione europea, “si potrebbero risparmiare ogni anno 80 miliardi solo digitalizzando le commesse e gli appalti pubblici”. La cifra è stata fornita dal commissario europeo al Mercato unico Michel Barnier, in un incontro con i giornalisti, oggi, a Roma. E’ uno dei tesoretti non utilizzati che l’Ue ricaverebbe dal completamento e dall'ammodernamento del mercato unico, insieme, ad esempio, ai 120 miliardi che si recupererebbero armonizzando e razionalizzano le spese militari dei 28 Paesi dell’Unione. Una volta e mezzo quasi il bilancio dell'Ue.
Con il collega della sanità Tonio Borg, Barnier ha fatto da apripista alla Commissione europea, che, dopo una cena al Quirinale, ospite del presidente Napolitano, avrà domani un incontro collegiale con il Governo italiano a Villa Madama, seguito da una conferenza stampa. All'inizio di ogni presidenza di turno semestrale del Consiglio dell’Ue, è tradizionale un incontro di questo genere tra Commissione e governo.
Questa mattina, Barnier ha fatto un'audizione alla Camera sui fondi pensione, poi ha incontrato il presidente Napolitano e l'ex premier Mario Monti, che fu con lui alla Commissione europea dal 1999 al 2004 e che ha prodotto uno studio sul completamento del mercato unico che è servito da traccia a Barnier nel suo mandato.
Interrogato dai giornalisti sull'opportunità di introdurre elementi di flessibilità nelle politiche europee, per favorire la crescita e l’occupazione, Barnier ha giudicato “fondamentale” la stabilità economica e finanziaria: “Ci siamo quasi”, ha detto, aggiungendo che il momento della presidenza di turno italiana sarà “l’ora della verità per rilanciare la crescita e l’occupazione”.
Per Barnier, il Patto di Stabilità, che è “il regolamento di condominio dell'eurozona”, presenta “margini di flessibilità da utilizzare”: “lo abbiamo già fatto”, fermo restando che il rispetto del tetto del 3% del deficit “non è utile all'Unione, ma serve alle giovani generazioni”.
Espressa fiducia nella presidenza italiana, e sottolineato "il dinamismo” del premier Renzi, Barnier ha giudicato “una necessità” la collaborazione tra tutte le forze europeiste nel Parlamento europeo e nelle Istituzioni comunitarie: “Usciamo dalla crisi più violenta che l’Europa abbia mai conosciuto, che ha avuto conseguenze gravi e ha provocato molta sofferenza… Un calo di fiducia da parte dei cittadini è inevitabile: l’Unione europea è così divenuta, un po’ più del solito, un capro espiatorio, fra spinte al protezionismo e al populismo”.

Ma il bilancio non è negativo: “La Commissione europea, con il concorso della Banca centrale europea e di tutte le altre Istituzioni, ha sventato il peggio, l’implosione dell’euro. Abbiamo evitato che il treno deragli e adesso il treno sta ripartendo e deve solo riprendere velocità”.

MO: la legge del taglione comanda tra Israele e Territori

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/07/2014

Primitiva, barbara, disumana, scatta a Gerusalemme la legge del taglione. Un giovane palestinese è stato sequestrato ed ucciso, ieri, all’alba, con un atto di apparente rappresaglia, dopo il rapimento e l’assassinio nei giorni scorsi di tre giovani israeliani, studenti di una scuola rabbinica.

Il governo israeliano è impegnato a individuare e punire i colpevoli del triplice omicidio, di cui attribuisce la responsabilità ad Hamas. E il presidente palestinese Abu Mazen intima a Israele d’identificare e perseguire gli autori del crimine di Gerusalemme.

Mohammad Abu Khdeir, 16 anni, è stato sequestrato di prima mattina nel quartiere di Beit Hanina, nella zona est. Qualche ora dopo, il suo corpo, su cui erano evidenti “tracce di violenza”, è stato ritrovato nella zona ovest. Il ragazzo era uscito di casa per andare a bere e recarsi poi alla moschea, per la prima preghiera. Testimoni riferiscono di averlo visto spinto a forza su un’auto nera, la stessa –pare- che era stata segnalata lunedì sera, quando il suo autista aveva cercato di rapire un bimbo palestinese di 7 anni.

Mentre c’è chi pensa a farsi giustizia da solo, l’esercito israeliano continua a cercare i sequestratori e assassini dei tre adolescenti israeliani, rapiti il 12 giugno nei pressi di Hebron e ritrovati cadaveri, nella stessa zona, lunedì scorso. Nella notte tra martedì e mercoledì, i militari hanno arrestato oltre 40 palestinesi e hanno distrutto la casa d’un elemento di Hamas accusato d’essere implicato nell’omicidio di un poliziotto israeliano il 14 aprile in Cisgiordania.

E’ stata la seconda notte consecutiva che l’esercito israeliano ha demolito case di palestinesi, come non accadeva più dal 2007. Invece, non si ha più notizia di raid aerei e bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
Per i media israeliani e palestinesi, non c’è dubbio che il sequestro e l’assassinio di Gerusalemme sia stato un atto di rappresaglia. E c’è il rischio di una catena di violenze e ritorsioni, nel clima già tesissimo di questi giorni, mentre nei Territori è forte l’eco della Guerra Santa delle milizie jihadiste tra Siria e Iraq.

Violenti scontri ci sono stati nel quartiere di Beit Hanina: giovani palestinesi hanno tirato pietre e molotov, poliziotti israeliani hanno risposto con pallottole di gomma. Fonti mediche citate dall’Afp indicano che quasi 70 palestinesi sono stati feriti, tre dei quali da veri proiettili.

Martedì, invece, erano stati circa 200 integralisti ebrei a creare una sommossa, bloccando vie d’accesso a Gerusalemme. La polizia alza ovunque il livello d’allerta, dopo avere già rafforzato gli effettivi su tutto il territorio, per prevenire attentati o rappresaglie.

Abu Mazen chiede al governo israeliano “di punire gli assassini, se vuole la pace fra i due popoli palestinese e israeliano”. E sollecita  “misure concrete” per “fermare gli attacchi dei coloni e il caos che ne deriva”. Hamas, invece, assicura che i leader israeliani pagheranno il fio di crimini commessi da “orde di coloni”, di cui sono –dice- “direttamente responsabili”.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu condanna “questo crimine abominevole”, che la polizia non mette in esplicita relazione con il triplice omicidio nei Territori; invita gli inquirenti a scoprirne gli autori; e chiede che “nessuno pensi di farsi giustizia da solo” -Israele è “uno Stato di diritto”-.

Pure i partiti israeliani pro-coloni denunciano “l’atto di odio sconvolgente”.  E familiari degli studenti rabbinici uccisi ammoniscono: “il sangue ha un solo colore. Un omicidio è un omicidio, quale che sia la nazionalità o l’età della vittima, e non può essere giustificato”.

Robert Serry, coordinatore dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente –un processo che, oggi, appare ineluttabilmente fermo-, invita le autorità israeliane e palestinesi “a fare di tutto per evitare di esacerbare un’atmosfera già tesa”.

mercoledì 2 luglio 2014

Italia/Ue: Renzi a Pe, ma quale Telemaco!, viva Ulisse

Scritto per il blog de Il Fatto lo 02/07/2014
Ma quale Telemaco!, per piacere. Ulisse, il padre, fece la storia e l’epica di un’intera civiltà, non certo quel figlio bamboccione che stava a guardare la madre tessere e disfare e solo quando il padre tornò si dette una mossa. Matteo Renzi infligge al Parlamento europeo un discorsetto – breve, almeno quello - denso di citazioni culturali da Liceo Classico, ma senza un solo riferimento concreto, preciso, dettagliato alle cose che intende fare nei prossimi sei mesi, adesso che l’Italia è alla presidenza del Consiglio dell’Ue.
Parlando a braccio, dopo avere consegnato un testo scritto che –speriamo- risponde alle molte domande lasciate in sospeso, il premier snocciola nomi e circostanze che, probabilmente, buona parte dei deputati europei di differente tradizione culturale non sono in grado di apprezzare; e punta su parole come “coraggio” e “orgoglio”, “fiducia” e “speranza” che suonano più telecronaca dei Mondiali che discorso programmatico del semestre italiano.
E, poi, subito il gradino generazionale che tanto piace a Renzi: dell’Europa, non vuole scattare un’istantanea, ma fare un selfie. E ne viene fuori –dice- un volto stanco, rassegnato, noioso. Invece il suo è un discorso ad effetto, scoppiettante, che vuole ”ritrovare l’anima dell’Europa” –obiettivo ambizioso, se ve n’è uno- ed essere all’altezza “della grandezza dei Padri”, che il premier ritrova nella tradizione classica greca e latina.
Persino Manuel Barroso, il presidente della Commissione europea, un portoghese prudentissimo, sente stridere qualcosa, se, prendendo la parola, ricorda a Renzi che Italia e Grecia sono state spesso al centro dei discorsi europei negli ultimi anni, ma non nel segno della tradizione oratoria di Demostene e Cicerone, bensì per problemi di conti in disordine e palpitazioni sull’euro.
Crescita, occupazione, immigrazione sono le parole più concrete del discorso di Renzi. E flessibilità forse la più ricorrente, sempre accompagnata dalla precisazione, che l’Italia, Paese fondatore e contribuente netto, “non viene in Europa a chiedere, ma a dare”, “non chiede scorciatoie, ma offre la sua disponibilità a fare la propria parte”.
Tra frasi ad effetto (“Non ci interessa giudicare il passato, ci interessa costruire il futuro”; o “l’Europa dfeve tornare a essere una frontiera” –ma perché, non lo è?-) e proposte magari buone, ma buttate lì (un servizio civile europeo), la ciliegina sulla torta è la mano tesa alla Gran Bretagna: se è vero che “l’Unione senza la Gran Bretagna non sarebbe se stessa”, è però altrettanto vero che “ricondurre all’unità tutte le posizioni” significa procedere al minimo comune denominatore. Facendo a pugni con “il coraggio” e l’orgoglio” e la riscoperta della frontiera.
Ma, parlando a braccio, logica e consequenzialità non sono sempre rispettate. Magari il testo scritto sarà più concreto e preciso: ché, se la bussola del semestre è quello pronunciato, Ulisse non troverà Itaca nei prossimi sei mesi. E Telemaco continuerà a tenersi i Proci in casa.

MO: falchi di guerra sui funerali dei tre adolescenti uccisi

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 02/07/2014

“Riposa in pace, Naftali, figlio mio. Sentiremo sempre la tua voce nei nostri cuori”. E’ il saluto che Rachel Fraenkel, una madre ebrea, ha ieri dato al suo ragazzo di 16 anni, uno dei tre adolescenti rapiti e uccisi in Cisgiordania. Eyal aveva 19 anni, Gilad 16: è sua la voce che sussurra “Mi hanno rapito” in una telefonata alla polizia diffusa sul web, ma la cui autenticità non è confermata.

In Israele, è stata una giornata di dolore e rabbia: tutto il Paese ha idealmente partecipato ai funerali dei tre studenti, con il presidente Peres, ministri, politici, generali, tanta gente comune. Il premier Netanyahu ha trovato parole intense: “Un baratro morale ci separa dai nostri nemici. Loro celebrano la morte, noi la vita. Loro inneggiano alla crudeltà, noi alla pietà”.

Eyal, Gilad e Naftali frequentavano la scuola rabbinica: sono stati sepolti, l'uno accanto all'altro, nel cimitero di Modiin, una colonia ultra-ortodossa in CisGiordania, tra Tel Aviv e Gerusalemme, dove la tensione è altissima e centinaia di manifestanti hanno bloccato una via d’accesso. Un nuovo insediamento ebraico in Cisgiordania sarà intitolato alla memoria dei tre adolescenti uccisi.

Ci fu un tempo, peggiore di questo, che Israele viveva con frequenza drammi del genere e ne era quasi assuefatta. Adesso, l’eccezionalità dell’episodio ne acuisce il trauma. E le preghiere dei giusti, come la condanna unanime della diplomazia internazionale, non attenuano la frustrazione e non leniscono l’ansia di rivalsa.

I tre ragazzi erano scomparsi il 12 giugno. I loro cadaveri sono stati ritrovati lunedì, in un campo vicino a Hebron, non lontano dalla strada dove erano stati visti l’ultima volta mentre facevano l’autostop. Né il sequestro né l’uccisione sono stati finora rivendicati in modo convincente, ma Israele attribuisce la responsabilità della tragedia ad Hamas.

A caldo, il governo Netnayhau s’è però diviso sulla risposta militare e s’è per ora "limitato" a raid aerei notturni sulla Striscia di Gaza, colpendo tra lunedì e martedì 34 obiettivi, facendo alcuni feriti.

Due palestinesi sono rimasti uccisi in altrettante operazioni dell'esercito in Cisgiordania, uno a Jenin e l'altro a Hebron, ma non è chiaro se questi episodi vadano riferiti all’uccisione dei giovani. E sono già state rase al suolo le abitazioni di due presunti assassini, entrambi attivisti di Hamas: nella notte, tra rombi e sibili dei raid aerei, l'esercito è entrato a Hebron e ha demolito le loro case. Sono state queste le prime demolizioni 'punitive' attuate da Israele dal 2005.

I falchi della coalizione al governo chiedono azioni più dure. Il partito filo-coloni giudica troppo blandi i bombardamenti compiuto e prospettati e propone otto possibili azioni, alcune delle quali "estreme": operazioni su larga scala, la confisca dei beni di Hamas nelle banche della CisGiordania, l'introduzione della pena di morte.

Il governo deve ora decidere come procedere: modulare l’ampiezza della rappresaglia sulle pulsioni dell’opinione pubblica e gli inviti internazionali alla moderazione. Il rischio è quello di infiammare ulteriormente una Regione in fermento per l’avanzata degli jihadisti in Siria e in Iraq e di perdere l’ondata di simpatia e di solidarietà procurata a Israele dal triplice assassinio.

Hamas nega ogni responsabilità diretta, ma non ha misconosciuto sequestri e omicidi. E avverte Netanyahu che, “se lanciasse in una escalation militare, aprirebbe le porte dell’inferno”. Ma l’accordo di conciliazione recente tra Fatah e Hamas vacilla, mentre Gaza e i Territori avvertono l’eco degli appelli qaedisti alla Guerra Santa.

L’integralismo palestinese si ritrova più isolato e impotente che mai e, proprio per questo, i suoi colpi di coda possono essere tragici: la riconciliazione con Fatah doveva servire a sormontare difficoltà economiche e problemi sociali. Ma ora Gaza si sente abbandonata dal suo governo ed esposta alla ritorsione israeliana.

martedì 1 luglio 2014

Italia/Ue: presidenza, Renzi fa piani per 1000 giorni, ma ne ha 180

Scritto per AffarInternazionali lo 01/07/2014
All'indirizzo italia2014.eu, il sito ufficiale della presidenza di turno italiana del Consiglio dell'Ue è online: il 1° luglio, proprio all’inizio del semestre. Nel rispetto di italiche tradizioni, tutto si realizza in extremis, ma si realizza. Il portale doveva essere solo in italiano e in inglese, ma è stato allestito anche in francese, dopo che Palazzo Chigi aveva registrato qualche malumore transalpino: di qui, l’uscita pubblica all’ultimo momento.
Il sito, che vuole essere la fonte principale d’informazioni sul semestre italiano, non è l’unica novità del 1.o luglio: ci sono pure la moneta e il francobollo dedicati alla presidenza. Ad aprire la sezione News, il messaggio di saluto del premier Matteo Renzi, che s’iscrive con disinvoltura alla 'generazione Erasmus'.
Online, c’è pure il programma del Trio di Presidenze – Italia, Lettonia, Lussemburgo -, approvato dal Consiglio dei Ministri degli Affari Generali il 24 giugno. I ministri degli Esteri dei tre Paesi Federica Mogherini, Edgars Rinkevics e Jean Asselborn, hanno discusso la staffetta in un incontro alla Farnesina il 30 giugno, esprimendo “la volontà comune" di aprire una nuova stagione. Il piano - si legge in una nota della Farnesina - ha al centro iniziative per la crescita e l'occupazione e vuole rafforzare il ruolo dell'Ue nel mondo attrezzandola ad affrontare le sfide della globalizzazione.
Fin qui, nulla da dire. Eppure, le conclusioni del Vertice europeo del 26 e 27 giugno, che ha chiuso la presidenza greca e fatto da viatico a quella italiana, sono subito diventate terreno di polemica tra il governo, che le presenta come un successo che apre margini di flessibilità all'Italia, e l’opposizione, che le legge come una disfatta che condanna l’Italia, di qui a pochi mesi, a un’ulteriore ennesima manovra.
In realtà, il Vertice europeo è stata la solita manfrina del tutti insieme al minimo comune denominatore, mascherando le differenze dietro la genericità delle formule – con un’eccezione, tutta da verificare, per l’energia -. Senza volere dimenticare il balletto delle bozze, con l’arretramento – ed è solo un esempio - tra “il pieno uso” ed “il buon uso” dei margini di flessibilità previsti da Trattati e impegni esistenti.
Leggetevi, anzi leggiamoci, il comunicato ufficiale del Vertice sull’ “agenda strategica dell’Unione in una fase di cambiamento”: “Il Consiglio europeo ha concordato cinque priorità a lungo termine che guideranno il lavoro dell’Ue nei prossimi cinque anni: economie più forti e più posti di lavoro; società capaci di consentire ai cittadini di realizzarsi e di proteggerli; un futuro sicuro per l’energia e per il clima; un’area affidabile di libertà fondamentali; un’azione congiunta efficace nel Mondo”. Ora, qual è il governo o l’Istituzione che non sottoscrive obiettivi del genere?, e in che modo averli accettati e condivisi può costituire una vittoria o una sconfitta?
Sulle priorità italiane alla presidenza europea, indicazioni più concrete verranno dal discorso che il premier Renzi farà domani all'Assemblea di Strasburgo, che oggi inaugura la sua VIII legislatura. Ma la sostanza del programma Renzi l’ha già presentata al Parlamento italiano, spostando l’obiettivo ben al di là del semestre e pure del trio: mille giorni per fare le riforme in Italia e per cambiare l’Unione -ma lui ne ha solo 180-. Tempi più brevi, invece, per dare una dimensione più europea all'emergenza immigrazione / accoglienza.
L’Italia avvierà un robusto programma triennale di riforme nazionali. E, in cambio, chiederà all’Ue di abbandonare l’immobilismo e l’atteggiamento ipertecnocratico che l’ha segnata negli ultimi anni.
Partendo dal voto di maggio, il premier rivendica all'Italia maggior peso europeo: “Non accettiamo da nessuno lezioni di democrazia e democraticità, qui e fuori dai confini nazionali … Se milioni d’italiani hanno votato perché l'Europa cambiasse rotta, abbiamo la responsabilità di farlo, non una medaglia da appuntarci al petto”.
Sul Patto di Stabilità, l’Italia non chiede di sforare il tetto del 3%, “come fece la Germania”, ma “vogliamo smettere di ricevere un elenco di raccomandazioni che siano come una lista spesa che capita fra capo e collo”. Per Renzi, con l’eccesso di burocrazia non è possibile guidare un processo di sviluppo: “Abbiamo sempre detto che rispettiamo le regole. Non è in discussione: le abbiamo sempre rispettate e continueremo a farlo, ma c'è modo e modo di affrontare le regole”. L’Italia si presenta alla presidenza con 117 procedure d’infrazione aperte: un record, nell’Ue, nessun Paese, neppure la Grecia, fa peggio.
“La stabilità senza crescita – dice ancora il premier - diventa immobilismo … O l’Unione  cambia direzione di marcia o non esiste più una possibilità di sviluppo e crescita”. Per avviare il processo, l’Italia intende “presentarsi al semestre con un pacchetto di riforme unitario”, da sviluppare –e qui la scelta delle date pare rispecchiare più scadenze italiane che europee- dal 1.o settembre 2014 al 28 maggio 2017.
Le riforme nazionali sono la moneta di scambio con cui ‘acquistare’ l’utilizzo dei margini di flessibilità europei: è questa, per Renzi, la chiave per uscire dalla “logica kafkiana di un'Europa che apre una procedura di infrazione perché non paghiamo i debiti alle imprese, ma contemporaneamente ti impedisce con il Patto di Stabilità di saldare quel debito … è un film dell'orrore”. Il formalismo eccessivo va abbandonato, perché l’Ue “non può diventare terra di mezzo di cavilli e norme dove si perde il senso del reale”.
Infine, c’è il capitolo delle nomine e del rinnovo delle Istituzioni europee, in parte alleggerito dopo le decisioni del Vertice europeo di fine giugno: il popolare lussemburghese Jean-Claude Juncker va alla presidenza della Commissione europea, il socialista tedesco Martin Schulz resta alla presidenza del Parlamento europeo.
Le scelte da fare restano numerose: la presidenza del Consiglio europeo ed eventualmente dell’Eurogruppo, la designazione dei commissari e, fra di essi, dell’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, dove c’è un’ipotesi Mogherini. Al Parlamento italiano, Renzi dice “siamo a un bivio” e propone “un metodo”: “Prima di decidere chi guida decidiamo dove andare”, cioè prima l’agenda strategica e poi Juncker. E, fin qui, tutto bene.

Ma il premier prospetta “un’intesa complessiva” con dentro “tutte le nomine e metodo di governo”: “Non basta sapere chi sarà il presidente della Commissione se non si decide anche chi guiderà l'Eurogruppo o il Consiglio europeo”. Però, è andata proprio così: Juncker c’è; il dopo van Rompuy e il dopo Dijsselbloem no.

MO: il califfato jihadista apre il fronte palestinese

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/07/2014

Il ritrovamento, nei pressi di Hebron, dei cadaveri dei giovani coloni scomparsi il 12 giugno uccide le speranze di un esito non cruento del loro sequestro, esaspera le tensioni fra israeliani e palestinesi, crea spaccature nei Territori. La vicenda dei tre, rapiti mentre facevano autostop nel sud della Cisgiordania, aveva già suscitato emozione ed apprensione in tutto il Mondo.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu convoca d'urgenza una seduta di emergenza del gabinetto per la sicurezza, proprio per discutere dei "drammatici sviluppi". C’è chi ipotizza, dietro il crimine, un disegno delle milizie jihadiste che hanno insediato, tra l’Iraq e la Siria, un nuovo califfato.

La nascita del califfato può incendiare tutta la Regione, investire la Giordania e attizzare le frizioni nei Territori, dove i qaedisti starebbero reclutando combattenti per le loro milizie, alimentando così i contrasti tra Hamas, il cui premier Ismail Haniyeh ha annunciato il 23 giugno la terza Intifada, ed al Fatha.

Con il rapimento dei tre giovani coloni e, ora, la loro ‘esecuzione’, i jihadisti -se sono davvero loro dietro tutto ciò- fanno leva sulla frustrazione e sul risentimento di parte dei palestinesi verso leader quasi rassegnati al ristagno delle trattative con Israele e poco inclini a riprendere la lotta contro l’occupazione.

Non a caso, tutto ciò avviene all’inizio del Ramadan, il mese del digiuno sacro ai musulmani, quando i proclami esaltati della Guerra Santa trovano terreno più fertile. Per proclamare la nascita del loro califfato e l’insediamento del primo califfo, Abu Bakr al Baghdadi, le milizie jihadiste dell’Isis, lo Stato islamico d’Iraq e Siria, hanno proprio atteso l’avvio del Ramadan.

E se l’annuncio viene a coincidere con una controffensiva dell’esercito regolare iracheno, che tenta di riprendere Tikrit, la città di Saddam Hussein, e altri centri a nord di Baghdad, presi dagli insorti nell’avanzata acceleratasi dopo il 9 giugno, altrove le milizie restano all’offensiva: nelle ultime 48 ore, decine di lealisti sarebbero caduti in scontri alle porte della capitale.

Il califfato islamico si estende sulle regioni conquistate dai combattenti qaedisti, a cavallo tra Iraq e Siria, dove gli integralisti continuano a ricorrere agli strumenti del terrorismo: loro, probabilmente, l’autobomba esplosa domenica a Duma, un sobborgo di Damasco, facendo decine di vittime.

In un messaggio radio diffuso su Internet, l’Isis, che adotta ora il nome di Stati islamico, per evitare ogni riferimento alle frontiere acquisite, indica il proprio capo al-Baghdadi come califfo e, quindi, leader della umma dei musulmani, la comunità dell’Islam in tutto il mondo. Abu Bakr era il nome del primo califfo, insediato al potere nel 632 d.C., alla morte di Maometto.

Nel messaggio, Abu Mohammas al-Adnani, portavoce dell’Isis, spiega che il califfato sunnita copre da Aleppo, nel nord della Siria, a Diyala, nell’Est dell’Iraq, regioni già occupate dalle milizie, forti di decine di migliaia di combattenti contro i regimi di Damasco e di Baghdad. “Musulmani, respingete la democrazia, la laicità, il nazionalismo e tutta l’altra immondizia occidentale. Tornate alla vostra religione”, è il proclama di al-Adnani.

In questo scenario, si muovono potenze regionali, come, in primo luogo, l’Iran, a fianco degli sciiti d’Iraq, e Israele, preoccupato di subire una sorta d’accerchiamento jihadista, e le Grandi Potenze, come la Russia, che ha fornito a Baghdad 12 aerei militari Sukoi Su-25 (cinque già consegnati), mentre gli Stati Uniti si sono finora limitati a inviare circa 300 esperti militari e dei droni, aerei senza pilota.

L’unico dato positivo pare essere l’imminente arrivo nel porto di Gioia Tauro della nave danese che ha lasciato nei giorni scorsi il porto siriano di Latakia con un carico di componenti chimici letali, se assemblati. Domani, il materiale sarà trasbordato su unità attrezzate per distruggerlo. Un’operazione che apre scenari di disarmo, in un contesto di guerra.