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giovedì 17 luglio 2014

Italia/Ue: Vertice delle Nomine, Renzi fa flop con la Mogherini

Scritto per AffarInternazionali e per EurActiv.it il 17/07/2014

Sei settimane d’estate: non c’è neppure una suggestione cinematografica, a stemperare la delusione per il rinvio delle nomine dei vertici dell’Ue deciso, alla mezzanotte del 16 luglio, dai leader dei 28. La nuova data cerchiata sull'agenda europea è il 30 agosto, un sabato, alle 16.00.

In sé, nulla di grave, perché gli incarichi da rinnovare scadono al 1° novembre: tempo per scegliere ce n’è. Ma la candidatura italiana di Federica Mogherini ad alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea esce ammaccata dal Vertice. E i metodi guasconi del ‘negoziato all’italiana’ non è detto che giovino a tenerla a galla.

Lasciando il Vertice - il primo, nel semestre di presidenza di turno italiana del Consiglio dell’Ue -, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lamentato che l’incontro "avrebbe potuto essere un po' più incisivo se fosse stato organizzato meglio". "Siamo venuti tutti a Bruxelles per sentirci dire che l'accordo non c'era: la prossima volta Van Rompuy può mandare un sms e farci risparmiare il volo di stato".

E, la vigilia del Vertice, il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi, constatata l’opposizione alla Mogherini di “10/11 Paesi” –la conta l’aveva fatta il neo-presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker-, aveva lanciato la sfida: “Decideremo a maggioranza”. Forse, un’altra volta.

E c’è chi, esperto delle dinamiche europee –ex premier, ex commissari, eurodeputati, diplomatici-, pensa che il flop del Vertice delle Nomine offra al Governo Renzi l’occasione per ripensarci: l’Italia, infatti, avrebbe più interesse a una presenza solida e costante nell’Esecutivo comunitario, dove transitano molti dossier per lei cruciali, invece del prestigio di facciata dell’alto rappresentante –spesso assente dalle riunioni del collegio-.

Doroteo per tradizione democristiana, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy l’ha presa larga e tonda, per spiegare il rinvio: “Non abbiamo voluto concentrarci su un nome solo, quello dell’alto commissario… Vogliamo arrivare a un pacchetto di nomine, anche sul presidente del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo” e, magari, sulla ripartizione degli incarichi più pesanti nella Commissione europea.

"O l'accordo sarà globale o non ci sarà –aggiunge Van Rompuy-. Sono sicuro che il 30 agosto avremo la decisione finale". Nel frattempo, andranno avanti le consultazioni fra i 28, mentre Juncker lavorerà alla composizione dell’Esecutivo: fra i nodi da sciogliere, l’ipotesi di creare agglomerati di competenze intorno a commissari ‘seniores’, magari con il ruolo di vice-presidenti, come rimedio alla ‘parcellizzazione’ degli incarichi; e l’assegnazione di posti chiave, come quello di responsabile per gli affari economici e monetari, dove potrebbe andare l’ex ministro francese Pierre Moscovici.

Il 16, Juncker è stato invitato a uno scambio di vedute coi leader sulle priorità della legislatura e pure sulla composizione della Commissione. Nel discorso programmatico al Parlamento europeo, prima dl’investitura dell’Assemblea il 15, Juncker aveva sollecitato i Paesi a proporre molti nomi femminili per il prossimo Esecutivo e aveva auspicato per la politica estera “una figura d’esperienza” –la Mogherini è ministro degli Esteri da meno di 6 mesi-. L’alto rappresentante ha più ruoli: è vice-presidente della Commissione e presiede il Consiglio dei Ministri degli Esteri.

Il Vertice delle Nomine, che doveva proprio designare il successore di Catherine Ashton alla guida della politica estera europea per i prossimi 5 anni, ha registrato molte opposizioni alla candidatura italiana sostenuta dai leader socialisti, che, come ha confermato il presidente Francois Hollande, puntano a quel posto, dopo che il popolare Juncker ha avuto la presidenza della Commissione.

L'opposizione d’un gruppo di paesi baltici –Lituania in testa- e dell'Europa centro-orientale, diffidenti per un’asserita posizione ‘filo-russa’ dell’Italia nella vicenda ucraina, e, inoltre, l'inesperienza hanno costituito ostacoli insormontabili in questa fase.

La stampa britannica, meno reticente di quella italiana, scrive che “l’Italia spinge un ministro senza esperienza – Daily Telegraph - a succedere alla Ashton”, che, dal canto suo, quando venne scelta, non ne aveva –e gli effetti si sono poi visti-. Per The Guardian, la vicenda porta “un serio smacco al fresco prestigio” del premier Renzi.

Una candidata alternativa è quella della bulgara Kristalina Georgieva, attualmente commissaria Ue agli aiuti umanitari e d’emergenza. In realtà, sia la Mogherini che la Georgieva rispondono a priori a un profilo di alto rappresentante simile a quello dello Ashton: una personalità non di statura tale da fare ombra ai ministri degli Esteri nazionali dei Grandi Paesi. Per preoccupare gli interlocutori, Renzi agita il drappo rosso di una scelta autorevole: “l’uomo con i baffi”, cioè Massimo D’Alema; e, in Francia, c’è chi pensa a Elisabeth Guigou.

A fine riunione, il premier racconta un altro film. Al Consiglio europeo, "non c'e' stata nessun veto sulla candidatura italiana", dice: "Non ho visto opposizioni a Federica Mogherini, non c'è stato nessun tipo di messaggio negativo sull'ipotesi della sua candidatura". “L'obiettivo dell'Italia – prosegue Renzi - non è avere una poltrona: l'abbiamo detto fin dall'inizio".

Ecco perchè, aggiunge ancora il premier, "noi siamo aperti a tutte le soluzioni, pure su temi italiani. Se c'è un nome italiano, e oggi ho sentito quelli di Letta e Monti, noi siamo disponibilissimi da tutti i punti di vista a qualsiasi soluzione". Battute che provano che il negoziato è in alto mare e che l’incertezza resta elevata: Angela Merkel, del resto, aveva prospettato un possibile rinvio, prima che il Vertice iniziasse.

Il confronto fra i leader è stato preceduto da incontri preparatori delle principali famiglie politiche europee, i socialisti, i popolari, i liberali. I socialisti –annuncia a fine consulto Gianni Pittella, capogruppo S&D al Parlamento europeo- puntano ufficialmente sulla Mogherini e sulla premier danese Helle Thorning Schmidt come presidente del Consiglio europeo. Ma la Thorning Schmidt si schermisce per l’ennesima volta: “Non sono candidata”.

E, secondo fonti vicine al Partito popolare europeo, Van Rompuy non avrebbe abbandonato l’idea d’esplorare una soluzione che riceverebbe molti consensi: l’ex premier italiano Enrico Letta presidente del Consiglio europeo –è un Pd, ma è molto gradito ai popolari- e la bulgara Georgieva Alto Rappresentante. Altre fonti, però, lo escludono: “Ritorni di fiamma di voci vecchie e superate”.

Il flop riporta tutti alla casella di partenza. E le sei settimane d’estate di Van Rompuy saranno calde.

A Bruxelles, i leader dei 28 non hanno parlato solo di nomine. Con un occhio alle crisi in atto, hanno ribadito la necessità di rilanciare il processo diplomatico per la pace in Medio Oriente e hanno deciso d’inasprire le sanzioni a responsabili (pure russi) della crisi ucraina. “Su questo punto, la linea dell'Italia è la stessa degli altri paesi europei”, sottolinea Renzi. Noi filo-russi? Quando mai!

mercoledì 16 luglio 2014

Italia/Ue: Vertice delle Nomine, spunta Letta, c'è Mogherini

Scritto per EurActiv.it il 16/07/2014, redatto su dispacci d'agenzia

Fra divisioni ed incertezze, i capi di Stato e/o di governo dei 28 dell'Ue hanno aperto, a Bruxelles, in serata, il Vertice delle Nomine per decidere l'attribuzione di alcuni fra i più importanti incarichi alla guida delle istituzioni comunitarie, in particolare quelli di presidente del Consiglio europeo e d’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza. Per quest’ultimo incarico è in corsa il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.

La "riunione speciale", scrive nella lettera d’invito il presidente del Vertice Herman Van Rompuy, prevede pure consultazioni sull’Ucraina e sul Medio Oriente.

Il confronto fra i leader è stato preceduto da incontri preparatori delle principali famiglie politiche europee, i socialisti, i popolari, i liberali. La famiglia socialista punta ufficialmente sulla Mogherini e sulla premier danese Helle Thorning Schmidt come presidente del Consiglio europeo.

Ma secondo fonti vicine al Partito popolare europeo, il presidente Van Rompuy starebbe esplorando una possibile alternativa che riceverebbe molti consensi: l’ex premier italiano Enrico Letta andrebbe alla presidenza del Consiglio europeo e la commissaria bulgara Kristalina Georgieva diventerebbe Alto Rappresentante.

Per il presidente del Parlamento europeo, il socialista Martin Schulz, la Mogherini è “competente” ed ha “molte chances”, anche se una decina di Paesi –Baltici e dell’Europa centro-orientale- ne osteggiano la nomina, contestando a lei e all’Italia una posizione eccessivamente filo-russa.

Sull’agenda dei leader dei 28, c’è pure la scelta del presidente dell'Eurogruppo. Jean-Claude Juncker, neo-eletto presidente della Commissione europea, è stato invitato a uno scambio di vedute coi leader sulle priorità della legislatura e pure sulla composizione dell’Esecutivo comunitario.

Nel discorso programmatico al Parlamento europeo, Juncker ha sollecitato i Paesi a proporre molti nomi femminili per la prossima Commissione e, nel contempo, ha auspicato una figura d’esperienza per il posto di Alto Rappresentante –la Mogherini è ministro degli esteri da meno di 6 mesi-, che, secondo i Trattati, è anche vice-presidente dell’Esecutivo e presidente del Consiglio dei Ministri degli Esteri dei 28.

MO: i razzi di Hamas spazzano via la mini-tregua egiziana

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 16/07/2014

In Medio Oriente, il no di Hamas alla tregua mette fuori gioco la diplomazia internazionale e suona via libera a Israele perché rilanci intensifichi l’azione militare. Hamas respinge il ‘cessate-il-fuoco’ d’ispirazione egiziana; e il conflitto, rimasto sospeso per sei ore, riprende. Il bilancio delle vittime supera le 200 fra i palestinesi ed ha già maggiore di quello dell’ultima vampata tra Israele e Hamas nel 2012.

Il governo israeliano aveva accettato di sospendere, alle 0600 gmt, le 0800 del mattino in Italia, raid e bombardamenti. Hamas non ha però cessato i suoi attacchi, sparando 47 razzi, dice Peter Lerner, un portavoce militare -840 quelli tirati complessivamente, 200 quelli intercettati-. Intorno alle 1400, Israele ha così ripreso le operazioni nella Striscia di Gaza.

Il premier Netanyahu aveva avvertito che, se Hamas non avesse osservato la tregua, Israele, forte d’un’ulteriore legittimazione internazionale,  oltre al diritto all’autodifesa che tutti le riconoscono, avrebbe amplificato i suoi attacchi, “per riportare la calma” nella Strascia di Gaza –una calma che s’annuncia spettrale-.

Difficile decifrare in modo univoco le ragioni del rifiuto di Hamas di accettare la tregua egiziana, quando l’alternativa è il protrarsi di un confronto impari, in cui il divario dei danni inflitti all’avversario può solo ampliarsi a vantaggio degli israeliani.

Diversi i fattori che hanno contribuito alla risposta negativa: il rapporto di diffidenza, se non proprio di sfiducia, tra Hamas e l’Egitto del generale al Sisi, persecutore della Fratellanza musulmana; l’eco del vento dell’oltranzismo che la nascita del califfato tra Siria e Iraq fa arrivare fin sui Territori e nella Striscia; il tentativo di riguadagnare, fra la popolazione palestinese, credibilità e influenza, dopo i recenti segnali d’intesa tra Fatah e Hamas.

Che il fronte interno palestinese sia diviso e incerto sul da farsi si deduce anche dalla discrezione, nella crisi, del presidente Abu Mazen, che, però, aveva invitato le due parti a rispettare la tregua. Abu Mazen deve recarsi nelle prossime ore in Egitto e in Turchia, alleata di Hamas, il cui premier Erdogan accusa Israele di “terrorismo di Stato” e di perpetrare “massacri” della popolazione civile.

"L'iniziativa egiziana rappresenta un tentativo di sconfiggerci", spiega uno dei portavoce di Hamas, Fawzi Barhum, citato daYnet, sito web di Yedioth Ahronoth. Le condizioni della tregua proposta sono equiparate a quelle di una resa: “Siamo in guerra e, in guerra, non si cessa di combattere prima di negoziare le condizioni”.

Sami Abu Zuhri, altro portavoce di Hamas, osserva che il movimento "non è stato informato” prima della proposta egiziana: "Abbiamo saputo tutto dai mezzi di informazione - ha detto, citato dall’agenzia di stampa palestinese Maan -. Nessuno ci ha consultato su questa iniziativa… E’ ovvio che non la consideriamo vincolante".

Hamas scarta ogni ipotesi di ‘cessate-il-fuoco’ che non preveda una soluzione globale del conflitto israeliano-palestinese. Il movimento integralista chiede lo stop ai bombardamenti, la fine del blocco di Gaza in atto dal 2006, l’apertura del posto di frontiera di Rafah chiuso dall’Egitto e la liberazione dei militanti di nuovo arrestati dopo essere stati scambiati con un soldato israeliano preso nel 2011.

L’ala militare di Hamas, le brigate Ezzedin al-Qassam, ha subito bollato la proposta egiziana come “una resa” e ha poi rivendicato  il lancio contro Israele dei razzi.

La diplomazie cercano ancora di stemperare il conflitto. E,prima della ripresa dei raid, il segretario di Stato Usa Kerry s’era inquietato al Cairo dei “rischi di escalation della violenza”, dicendo che l’America è pronta “a fare di tutto” perché le due parti si avvicinino e si parlino.

La missione di Kerry s’intreccia con quelle dei ministri degli esteri italiano Mogherini – una visita programmata, all’inizio della presidenza italiana del Consiglio Ue, e tedesco Steinmeier. Arrivando in Israele, la Mogherini dice: “La cosa più importante è la tenuta della tregua”. Manco un’ora dopo, il no di Hamas e le bombe israeliane l’avevano seppellita.

martedì 15 luglio 2014

Italia/Ue: Vertice delle Nomine, il nodo della Mogherini

Scritto per EurActiv.it il 15/07/2014

Il ‘nodo Mogherini’ nel Vertice delle Nomine, domani, a Bruxelles. Ma a discutere di chi saranno, dal 1° novembre, i nuovi presidente del Consiglio europeo e alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, i capi di Stato e di governo dei 28 arriveranno solo a fine giornata.

La lettera d’invito loro mandata dall’attuale presidente del Consiglio europeo, l’ex premier belga Herman van Rompuy, prevede che, dopo l’incontro di rito con il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, la prima sessione del loro meeting sia dedicata alle crisi ucraina e in Medio Oriente.

A cena, i leader dei 28 saranno raggiunti dal presidente della Commissione europea oggi designato dall’Assemblea di Strasburgo, Jean-Claude Juncker. Con lui, discuteranno le priorità dell’agenda del nuovo Esecutivo e, magari, anche della composizione dello stesso, specie con riferimento a ruoli chiave –come il responsabile per gli affari economici e monetari, che potrebbe essere il francese Pierre Moscovici-, o l’ipotesi di un commissario all’immigrazione –avanzata dallo stesso Juncker- o l’idea della creazione di agglomerati di competenze intorno a commissari ‘seniores’, magari con il ruolo di vice-presidenti.

Ai colleghi, poi, Van Rompuy riferirà sulle consultazioni che ha condotto sulle nomine da decidere. La candidatura del ministro degli esteri italiano Federica Mogherini a succedere a Catherine Ashton gode del sostegno dei governi socialisti, ma è osteggiata –dice Juncker- da 10/11 Paesi, e fortemente dalla Lituania. Una candidata alternativa sarebbe la bulgara Kristalina Georgieva, commissaria uscente agli aiuti umanitari e d’emergenza.

Il sottosegretario italiano agli Affari Europei Sandro Gozi ha oggi espresso l'intenzione di andare a una decisione anche a maggioranza. Ma non si può neppure escludere un rinvio delle decisioni a una fase di consenso più matura. In ogni caso, sia la Mogherini che la Georgieva rispondono a priori a un profilo di alto rappresentante simile a quello dello Ashton: una personalità non di spicco tale da fare ombra ai ministri degli Esteri nazionali dei Grandi Paesi.

lunedì 14 luglio 2014

Mondiali: l’Europa del rigore batte i campioni del default

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano e per EurActiv.it il 14/07/2014

Alla fine, vince l’Europa –per la prima volta in America-: la Germania del rigore (e, nell'antologia dei luoghi comuni, dell’organizzazione) batte l’Argentina, campione di default (e, a priori, di estro). E fanno 11 Mondiali all’Unione –quattro ciascuno Italia e Germania, uno ciascuno Gran Bretagna, Francia e Spagna- contro 9 al Resto del Mondo –cinque al Brasile, due ciascuno a Uruguay e Argentina-.

Certo, la svelta –e piccola- Olanda faceva più simpatia della massiccia –e grande- Germania. Però, gli olandesi, fuori contro l’Argentina ai rigori, sono politicamente portatori dello stesso messaggio: prima i conti in ordine, poi la flessibilità. I cui alfieri, al Mondiale in Brasile, non sono stati brillanti: Italia e Spagna fuori subito, come l’Inghilterra –che non rientra in nessuna categoria Ue-, Grecia agli ottavi, Francia ai quarti.

La metafora calcistica vale quel che vale, cioè poco. Ma l’Italia, presidente di turno del Consiglio dell’Ue, farà bene a non sottovalutare, nel dibattito sulla flessibilità, dove per ora si una melina persino stucchevole, la determinazione dei suoi interlocutori: quelli del rigore sono tosti, sanno trasformare le stagioni di difficoltà in momenti di crescita di rinnovamento.

Così, dopo la delusione casalinga inflittale dall'Italia 2006, la Germania calcistica campione 2014 ha fatto il percorso dell’integrazione riuscito per prima all'Olanda degli Anni ’70, con molucchesi e surinamesi, e poi alla Francia del ’98, con la sua nazionale multi-etnica. E senza nulla perdere nell'organizzazione ha acquisito diversità e pizzichi di fantasia.

Il calcio è un’altra cosa? Certo. Ma dalla Germania che chiedeva –e otteneva- flessibilità agli albori dell’euro sono uscite le riforme e un’economia ora solida. Mentre dai nostri anni di riforme sempre promesse e mai fatte è uscita quest’Italia che non cresce, afflitta dalla sindrome del Gattopardo e che rischia di confondere il cambiamento con la rottamazione della competenza.

domenica 13 luglio 2014

Italia/Ue: presidenza, nomine scacciano flessibilità

Scritto per EurActiv.it il 13/07/2014

Nomine in corso nell’Unione europea: quelle relative alla Commissione europea s’intrecciano con le designazioni del presidente del Consiglio europeo – dopo Herman van Rompuy - ed eventualmente del presidente dell’Eurogruppo, oltre che dell’alto responsabile per la politica estera e di sicurezza comune, che, come vice-presidente, è pure membro dell’Esecutivo.

La prossima settimana, è fitta di scadenze: lunedì, il Parlamento europeo farà l’esame ai quattro neo-commissari europei che sono succeduti ai colleghi eletti a Strasburgo.

Alcuni Paesi, come la Finlandia, hanno già scelto quello che sarà il commissario del prossimo mandato, mandando a Bruxelles, al posto di Olli Rehn, l’ex premier Jyrki Katainen. Altri Paesi, come l’Italia, hanno fatto una scelta ponte, mandando a Bruxelles non un politico, ma una personalità competente, come l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci.

La scelta dell’Italia per la prossima Commissione è subordinata alla possibilità di ottenere per Federica Mogherini il posto attualmente tenuto da Lady Ashton.

Martedì, l’Assemblea di Strasburgo voterà l’investitura al presidente designato della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che non pare compromessa dall’intreccio di dichiarazioni –contraddittorie- fatte dallo stesso Juncker, incontrando la scorsa settimana i gruppi politici.

L’ex premier lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo è stato soprattutto sollecitato sulle sue intenzioni per la responsabilità degli affari economici e monetari che i socialisti rivendicano all’ex ministro francese Pierre Moscovici, ma che pareva destinato al popolare Katainen.

Mercoledì, il Vertice potrebbe mettere qualche punto fermo. In questi giorni, viene preparato da consulti ‘di partito’, come quello fra i leader socialisti promosso sabato dal presidente francese François Hollande, o ‘di ruolo’, come quelli fatti venerdì dal premier Renzi, avendo l’Italia la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue, chiamando, in particolare, la cancelliera Angela Merkel e il cancelliere austriaco Werner Faymann, oltre a Hollande e van Rompuy.

La composizione della Commissione –esercizio che impegnerà Juncker tra estate ed autunno- sarà un puzzle, nel quale tenere conto di vari fattori: facile quello di base nazionale –un commissario per Paese-; più complicati quelli ‘di genere’ e ancora di più ‘partitici’. E l’assegnazione dei portafogli dovrà tenere conto dei desideri nazionali.

A Juncker si presta l’intenzione di creare qualche ‘portafoglio’ nuovo, come l’immigrazione, o il Mediterraneo; ma c’è pure chi gli suggerisce, piuttosto che ‘disintegrare’ ulteriormente le competenze esistenti, di ‘aggregare’ commissari sui temi forti.

Di recente, su ‘l’Unità’, Pier Virgilio Dastoli evidenziava possibili clusters: energia, ambiente e clima; industria, innovazione e ricerca; dimensione sociale, cultura e formazione; cittadinanza, affari interni, giustizia e libertà; affari economici e monetari, bilancio e fiscalità; coesione territoriale e agricoltura e pesca; tutto l’insieme delle relazioni esterne. Una difficoltà starebbe nell’avere poi commissari ‘senior’ e altri ‘junior’, come ministri e sotto-segretari.

La settimana delle nomine potrebbe allontanare per qualche giorno l’attenzione dal dibattito, fin stucchevole, nella sua prevedibilità, sulla flessibilità, i cui termini stanno nelle dichiarazioni di Juncker: il Patto di Stabilità sarà applicato con buon senso, ferma restando la sua “allergia” a deficit e debito.

venerdì 11 luglio 2014

Germania-Usa: la 'ubris' dei Mondiali e la 'sfida delle spie'

Scritto per Il Fatto Quotidiano dell'11/07/2014

C’entra un po’ anche l’ ‘ubris’ da Mondiali dopo la vittoria per 7 a 1 sul Brasile, nell’impennata d’orgoglio della Germania, sfociata nell’espulsione del capo della stazione della Cia a Berlino: senza quella vertigine d’onnipotenza che un successo così clamoroso dà, i tedeschi avrebbero magari scelto di aspettare ancora; o avrebbero optato per un trasferimento concordato, lui altrove, noi contenti.

Invece, si sono comportati da Grande Potenza, da pari a pari con gli Stati Uniti, in quest’ultima propaggine giuridico-diplomatica del Datagate. Angela Merkel, la cancelliera, il suo telefonino intercettato non l’aveva mai digerito: lo aveva detto chiaro e tondo al presidente Barack Obama. E lo ha di nuovo ripetuto: “Spiare gli alleati è uno spreco di energia”.

E, se proprio lo fai, almeno fallo bene. Invece, no: recluti gente “tonta da far piangere” –la frase è del ministro dell’economia Wolfgang Schaeuble- e pretendi di infinocchiare i tedeschi. Che anche per questo, se non soprattutto per questo, si offendono. Gli Usa non collaborano? E loro, come ti annichiliscono Hulk, ti mettono alla porta l’uomo della Cia.

Ché i tedeschi, in fatto di spionaggio, non sono dei dilettanti. Dopo la stagione di Vienna, nel primo dopo guerra, quella del Terzo Uomo di Orson Welles, Berlino nella Guerra Fredda è stata la capitale dell’intrigo internazionale. Il ponte di Glienicke, sul fiume Havel, che collega Postdam alla capitale, veniva usato da Usa e Urss per scambiarsi le rispettive spie prigioniere. Sui media, e al cinema, divenne il ‘ponte delle Spie’ -Funerale a Berlino, con Michael Caine-.

Il primo scambio il 10/2/'62: fra i protagonisti, il colonnello Abel, spia russa, e il pilota americano Powers, catturato dopo essere stato abbattuto nel 1960  con il proprio U-2 in missione di spionaggio sui cieli russi. L’ultimo scambio l’11/2/'86, ripreso dalle tv occidentali: Anatoly Sharansky, prigioniero politico, e 3 agenti occidentali sono barattati con Karl Koecher ed altre 4 spie Kgb.

I tedeschi non digeriscono di essere trattati da alleati di serie B, da “repubblica delle banane”, come dice l’Spd, alleato di governo della Cdu della Merkel. E sono gli americani, che stanno dalla parte del torto, se non altro perché si sono fatti prendere con le mani nella marmellata, che si preoccupano di trasformare lo sgarbo in strappo.

La Casa Bianca evita commenti che potrebbero compromettere la sicurezza nazionale. L’ambasciata degli Usa a Berlino sottolinea che la partnership con la Germania è indispensabile e non può quindi essere compromessa da questo episodio (“La cooperazione va avanti”). La Merkel, invece, denuncia “una grande diversità di principio tra Usa e Germania sull’intelligence” e il ministro della difesa Ursula von der Leyen parla di “fiducia profondamente scossa” –e, incalza la Merkel, più fiducia significa migliore sicurezza-.

Per la cancelliera, Obama ha sempre avuto un rispetto che confina con il timore: economicamente, agli Usa serve un’Ue che cresca. Incapace di convincere la Merkel ad allentare la morsa del rigore sull’Unione, il presidente è ricorso a vari emissari, tra cui il presidente Napolitano e i premier Monti e Letta.

Certo, non si tornerà, tra Usa e Germania, al clima dei mesi precedenti l’invasione dell’Iraq. Il 23 gennaio 2003, Donald Rumsfeld, il capo del Pentagono, bollò Francia e Germania, contrarie all’attacco, come la Vecchia Europa. Il cancelliere Schroeder non riusciva a nascondere una sorta d’imbarazzo fisico, quando faceva visita al presidente Bush, nello Studio Ovale. Ed alle buvettes del Campidoglio di Washington le patatine fritte –patatine francesi, in inglese- erano state sostituite dalle ‘patatine della libertà’.