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domenica 24 gennaio 2016

Usa 2016: Bloomberg il terzo uomo che può 'castigare' i due litiganti

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 24/01/2016 e, in forma diversa, per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 24/01/2016

Febbraio, e i risultati delle prime primarie, porteranno consiglio a Mike Bloomberg, 73 anni, magnate dell’informazione ed ex sindaco di New York, che, entro i primi di marzo, cioè al più tardi dopo il Super-Martedì del 1° marzo, deciderà se scendere in lizza come indipendente. Lo scriveva, ieri, il New York Times, dando spessore a voci già circolate e già riprese da questo sito.

Come se 15 candidati non bastassero -12 repubblicani e tre democratici-, eccone dunque spuntare, anzi rispuntare un 16°: l’indipendente, l’uomo di mezzo, che potrebbe, però, risultare quello giusto. Bloomberg è una sorta di mostro di Lochness di questa campagna, perché periodicamente riaffiora. Inizialmente ipotizzato come contenente repubblicano, ora starebbe seriamente valutando se scendere in lizza per conto suo, cioè fuori dagli apparati dei partiti.

L’ex sindaco di New York per tre mandati dal 2002 al 2014 – come nessun altro mai -, è pronto – dicono fonti a lui vicine citate dal NYT - a metterci un miliardo di dollari del suo per arrivare alla Casa Bianca; e vorrebbe prendersi tempo per decidere fino a inizio marzo, giusto per capire come vanno le primarie (il 1° marzo ci sarà il Super-Martedì). Intanto, commissiona sondaggi, i cui dati sarebbero fin qui incoraggianti: un altro sarà fatto dopo le primarie in Iowa e New Hampshire. E una squadra di esperti traccia il programma e la stratergia. Dei soldi, non deve preoccuparsi: per Forbes, è il 14° uomo più ricco del pianeta –quel ‘poveraccio’ di Donald Trump è soltanto 72°-.

Repubblicano non ortodosso, con inclinazioni democratiche, e sindaco d’una città fortemente democratica, Bloomberg, dopo essere stato eletto successore di Rudolph Giuliani, s’è man mano allontanato dal partito e dal 2007 si colloca come indipendente. Ora, lo preoccupano – sempre secondo le fonti a lui vicine citate dal NYT – due preoccupazioni: lo strapotere di Trump fra i repubblicani e l’infittirsi fra i democratici delle difficoltà di Hillary Clinton.

Se la candidatura del magnate dell’editoria dovesse essere confermata, sarebbe una cattiva notizia per entrambi gli schieramenti. Con il suo profilo, infatti, Bloomberg, un ebreo che ama essere considerato “un filantropo”, attirerebbe molti voti dell’elettorato conservatore e farebbe concorrenza a Trump sul terreno del successo in affari e pure della competenza imprenditoriale.

Ma l’ex sindaco è anche capace di ottenere consensi tra ‘centristi’ e indipendenti, sottraendoli, così, al candidato democratico; e, inoltre, è popolare soprattutto a New York e nel New England, serbatoi di voti tradizionali di progressisti e ‘liberal’.

Le notizie del NYT ridanno corpo al fantasma del terzo uomo che aleggiava sulla campagna fino all’autunno scorso, quando sia Trump che l’ex neurochirurgo nero Ben Carson, due ‘corpi estranei’ al partito repubblicano, smentirono formalmente l’intenzione loro attribuita di correre da soli se non avessero ottenuto la nomination. Ipotesi di per sé improponibile per Carson, perché troppo costosa, ma percorribile per Trump, che soldi ne ha (anche se meno di Bloomberg).

A gettare un velo di dubbio, c’è la consapevolezza che il terzo uomo, negli Usa, non vince mai, ma piuttosto fa perdere. Nel 1992, il miliardario Ross Perot, che per molti versi ricorda Trump, non s’impose in nessuno Stato, ma sottrasse al presidente uscente George Bush i voti che gli servivano per battere Bill Clinton. Nel 2000, il verde Ralph Nader, con un seguito modesto a livello nazionale, causò la sconfitta di Al Gore –e il successo di Bush figlio- con migliaia di voti in Florida ‘sottratti’ proprio a Gore, cui ne sarebbero bastati 258 in più in quello Stato per conquistare la Casa Bianca. Quanto a John Anderson, ricco ‘liberal’ in corsa nel 1980, contribuì alla sconfitta di Jimmy Carter, ma la vittoria di Ronald Reagan fu più netta di ogni recriminazione.

Questa volta, però, le cose potrebbero essere diverse soprattutto se democratici e repubblicani dovessero presentare candidati fortemente polarizzati, come Sanders ‘il socialista’ e Trump ‘il populista’ o anche Cruz ‘il Tea Party’. In questo caso, si aprirebbe al centro una falla che il profilo di Bloomberg può agevolmente colmare. E se in corsa ci fosse una Hillary ‘debole’, Bloomberg potrebbe danneggiare più lei che Trump, i cui sostenitori sono irredimibili: l’ex sindaco è a favore del controllo delle armi e ha posizioni moderate e razionali in tema di immigrazione ed economia, tesi che piacciono a chi vota democratico. A New York, lo chiamavano il ‘sindaco badante’ perché attento alla salute dei suoi cittadini, con campagne contro il fumo, i cibi nocivi, le bevande gassate, e per l’ambiente. (fonti vv - gp)

sabato 23 gennaio 2016

Usa 2016: Hillary, gennaio nero; Donald, intellettuali contro

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 23/01/2016

Gennaio è un mese nero per i due battistrada nelle corse alla nomination democratica e repubblicana: Hillary Clinton, che aveva avuto un autunno d’oro, inciampa di continuo nei sondaggi, anche se è andata bene nell’ultimo dibattito; Donald Trump va sempre bene nei sondaggi, ma vede organizzarsi contro di lui l’establishment repubblicano.

Un sondaggio Cnn/Orc indica che Bernie Sanders, senatore del Vermont, è davanti all’ex first lady nello Iowa di otto punti, 51% a 43%. In settimana, un sondaggio Cnn/Wmur aveva già segnalato Sanders in vantaggio nel New Hampshire di ben 27 punti. Lo Iowa e il New Hampshire sono i due Stati che apriranno i voti per i delegati alle convention, rispettivamente il 1° e il 9 febbraio.

C’è chi evoca, per Hillary, l’incubo del 2008, quando, favorita, fu battuta da Barack Obama, che iniziò la sua ascesa proprio vincendo nello Iowa. Anche se Sanders, che si autodefinisce ‘socialista’, è un candidato apparentemente ‘di nicchia’ e difficilmente potrebbe imporsi nell’Election Day.

Nel campo conservatore, analisti, giornalisti e figure di spicco della destra intellettuale firmano una sorta di manifesto anti-Trump con un numero speciale della National Review che s’intitola esplicitamente ‘Against Trump’, contro Trump. La tesi è che la nomination del magnate dell’immobiliare “provocherebbe danni irreparabili al partito repubblicano”. In un duro editoriale e 22 interventi si afferma, in sostanza, che Trump “è una minaccia per il conservatorismo americano” cui sostituisce “un populismo disattento e grezzo”.

Anche diverse personalità di primo piano della cultura ‘liberal’ hanno firmato una petizione online che denuncia gli eccessi verbali del candidato showman. La campagna ‘Stop Hate, Dump Trump’ (Fermiamo l’odio, sbarazziamoci di Trump) è stata lanciata da Eve Ensler, l'autrice dei 'Monologhi della vagina', dalla produttrice di documentari Jodie Evans e da un'accademica afroamericana, Kimberle Crenshaw. Fra il migliaio di adesioni, ci sono quelle di Harry Belafonte, Jane Fonda, Kerry Washington, Rosanna Arquette, Jonathan Demme e Noam Chomsky. (fonti vv - gp)

venerdì 22 gennaio 2016

Italia/Ue: da Spinelli a Napolitano, verso l'Unione senza fare volare gli schiaffi

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano del 22/01/2015

C’è tutto il meglio dell’Italia europeista e federalista, nella sala Zuccari di palazzo Giustiniani, ad assistere alla consegna del riconoscimento Altiero Spinelli destinato ai costruttori dell’Europa federale ed assegnato al presidente emerito Giorgio Napolitano. E ci sono le Istituzioni: il presidente Mattarella ed il presidente del Senato Pietro Grasso, padrone di casa, che ricorda, in una stagione in cui volano schiaffi tra Roma e Bruxelles, come “fuori dall’Unione non v’è futuro per l’Europa” e “fuori dall’Europa non v’e futuro per l’Italia”.

Il presidente del Movimento federalista europeo Giorgio Anselmi, che consegna il premio a Napolitano, denuncia “il gioco stucchevole” dello scaricabarile sull’Europa  di ogni colpa, nell’intreccio “di conflitti e recriminazioni” tra singoli Stati e tra Stati ed Unione.

Napolitano parla mezz’ora: si commuove sul finire quando evoca Spinelli, di cui ricorrerà a maggio il 30° anniversario della morte; e ripercorre le tappe –e le crisi- del percorso d’integrazione. “Se la costruzione europea vacillasse, noi europei saremmo ai margini” della comunità internazionale, avverte; e sbotta “E’ tempo di reagire al vilipendio menzognero e continuato” dei risultati ottenuti, invitando a non avallare mai “il catastrofismo” anti-europeista.

Tra Roma e Bruxelles, in particolare, “non possono esserci” conflitti veri e propri, ma al più “confronti e chiarimenti”, nella reciproca consapevolezza che “intese ragionevoli” saranno sempre conseguite, specie con la Commissione europea. A livello di Stati, la consolidata solidarietà e la reciproca fiducia, accantonati gli stereotipi, tra i sei Paesi fondatori e in particolare fra i tre Grandi, Germania, Francia, Italia, sono ingredienti essenziali di ogni progetto di rilancio europeo: tra Italia e Germania, dove oggi affiorano tentazioni di contrapposizione, c’è una lunga convergenza e quasi una comunanza di visione e d’interessi.

La drammatica priorità –dice Napolitano-  va al problema dei flussi migratori, dove bisogna fare coesistere solidarietà e sicurezza senza rinnegare Schengen. Sul fronte migranti, Grasso aveva denunciato “le paure irresponsabilmente alimentate” e aveva prospettato per i rifugiati “una soluzione equa e solidale”.

Il presidente emerito chiude nel segno di Spinelli: il consenso per l’integrazione tornerà a manifestarsi se ci sarà, anche in Italia, una forte volontà politica per un’Europa unita “dotata di forti istituzioni” e “orientata al federalismo”. L’applauso è corale e convinto: ma questa mattina, nella sala Zuccari, l’europeismo giocava in casa.

Usa 2016: repubblicani; Dole boccia Cruz, Davos boccia Trump

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 22/01/2016

Meglio Trump di Cruz, anche se né l’uno né l’altro sono granché: la pensa così l’eroe di guerra Bob Dole, ex senatore e, soprattutto, candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 1996, sconfitto da Bill Clinton. Ai media Usa, Dole, che ha dato il proprio appoggio a Jeb Bush, ha detto che Ted Cruz, senatore del Texas, favorito dei Tea Party, condurrebbe i repubblicani a una clamorosa sconfitta e che solo Donald Trump, oggi, può batterlo. Quindi, dovendo scegliere fra uno dei due, meglio il magnate dell’immobiliare: "Penso che sarebbe in grado di lavorare con il Congresso, perché ha la giusta personalità e sa fare affari".

Secondo Dole, Trump avrebbe anche possibilità di successo contro la (probabile) candidata democratica Hillary Clinton, mentre l'ex first lady non faticherebbe a battere Cruz: "Vincerebbe in un giro di valzer".

Se non ha il voto di Dole, Trump non ha neppure quello dei grandi manager e degli uomini d’affari di tutto il Mondo, che, riuniti in questi giorni al Forum di Davos, si sarebbero mostrati preoccupati, in un incontro a porte chiuse organizzato dal Wall Street Journal, dall’ondata di populismo che attraversa l’Ue e gli Usa: temono Trump e temono pure il suo opposto Bernie Sanders, il senatore del Vermont che si definisce ‘socialista’, ma tirano un sospiro di sollievo pensando che sarà Hillary il prossimo presidente.

La stampa passa al setaccio la famiglia di Cruz - Sul conto di Cruz, dopo l’infelice vignetta del Washington Post sulle sue figlie di 4 e 7 anni, raffigurate come scimmiette, il New York Times tira fuori la storia di una depressione della moglie Heidi, che, nel 2005, avrebbe forse tentato il suicidio. La fonte è un rapporto di polizia del Texas del 2005, poco dopo il trasloco della coppia ad Austin, capitale del Texas, dove Ted era procuratore generale (Heidi lasciò un posto alla Casa Bianca). Proprio Cruz scrive nel suo libro ‘A Time for Truth’ che il trasferimento in Texas condusse Heidi “a un periodo di depressione”. Ora, la moglie del senatore lavora per Goldman Sachs, ma s’è messa in aspettativa per stare più vicina al marito in campagna.

Uno spot della figlia Ivanka per papà Donald – La campagna di Donald Trump diffonde in Iowa e New Hampshire un nuovo spot radiofonico di cui è protagonista la figlia Ivanka, che parla dell’influenza che il padre ha avuto su di lei. Solo nello Iowa, i candidati avrebbero già speso 6,5 milioni di dollari in annunci televisivi e radiofonici, secondo uno studio del Guardian, secondo i cui calcoli le quattro stazioni commerciali di Des Moines hanno già mandato in onda oltre 10 mila spot.

Una gaffe di Jeb (non la peggiore) – Jeb Bush sbaglia il nome della figlia del presidente Obama – la chiama Malala, come il Nobel per la Pace, invece di Malia - e l’anno di un Vertice con la Cina – dice 2009, è il 2013 -. Errori tutto sommato veniali, ma che non sfuggono ai media Usa. Bush parlava al Council on Foreign Relations di New York e stigmatizzava il fatto che la fist lady Michelle non accompagnò Barack a un incontro a Palm Spring con il leader cinese Xi Jinping accompagnato dalla moglie Peng Liyuan perché “preoccupata per il compito di scienze della figlia”. (fonti vv - gp)

giovedì 21 gennaio 2016

Usa 2016: repubblicani, contesto il voto di John Wayne

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 21/01/2016

Anche il voto di John Wayne conta –e viene conteso-: l’investitura dell’attore, scomparso nel 1979, è ambita dai candidati repubblicani, che più s’ispirano all’americano tipo – rude, giusto, deciso m- spesso portato sullo schermo dal protagonista di western come Ombre Rosse e Rio Bravo. Dopo che una dei sette figli di John Wayne, Aissa, ha dato il suo appoggio a Donald Trump, ricevendolo e facendone l’elogio al John Wayne Museum di Winterset, la città natale, guarda caso nello Iowa, dove si vota il 1° febbraio, e s’è scatenato un putiferio.

La famiglia derubrica il gesto di Aissa a "un'iniziativa personale". "Nessuno può parlare per conto di John Wayne e né la famiglia né la Fondazione sostengono candidati in suo nome", ha chiarito Ethan Wayne, anche lui figlio dell'attore e presidente dell'omonima Fondazione.

Invece, Aissa, incontrando al Museo martedì il battistrada nella corsa alla nomination repubblicana, aveva affermato che "l'America ha bisogno di aiuto e di un leader forte … di qualcuno come Trump, con qualità di leader, con il coraggio e la forza, come John Wayne": "Se John Wayne fosse ancora in giro, sarebbe proprio qui", aveva aggiunto. Estasiato il magnate dell’immobiliare, che strizzando l'occhio all'America più profonda, ha definito su Facebook "un vero onore ricevere l'appoggio della figlia di John Wayne".

L’endorsement del mito del cinema e del western non è l’unico che fa discutere i repubblicani. Quello di Sarah Palin, anche lei ‘pro Trump’, è stato incassato con qualche amarezza da Ted Cruz, senatore del Texas e alfiere del Tea Party, che evidentemente ci sperava. In un tweet, Cruz ha fatto buon viso a cattivo gioco: "Amo Sarah Palin. Senza il suo supporto non sarei arrivato in Senato. Resterò sempre un suo grande fan".

New Hampshire, sondaggi repubblicani, schermaglie democratiche - Trump guida i sondaggi per le primarie repubblicane nel New Hampshire, il 9 febbraio, con il 34%, secondo il rilevamento della Cnn. Trump ha un vantaggio di 20 punti su Cruz (14%), che è il candidato in più rapida ascesa da dicembre, quando era al 6%. Più indietro l'ex governatore della Florida Jeb Bush e il senatore della Floruida Marco Rubio, entrambi al 10%.

Fra i democratici, l’ex presidente Bill Clinton continua la campagna a favore della moglie Hillary, e attacca il suo rivale Bernie Sanders parlando nel New Hampshire, dove il senatore del Vermont guida, nel sondaggio della Cnn, con 27 punti  sull’ex first lady..

Bill critica, in particolare, la proposta di Sanders d’estendere a tutti l'assistenza sanitaria, andando oltre l’Obamacare. "E' una ricetta di stallo", ammonisce, prevedendo che a novembre il Congresso resterà in mano ai repubblicani, che hanno già ripetutamente cercato di ostacolare o revocare la pur limitata riforma sanitaria di Obama. L’ex presidente contesta a Sanders pure le critiche al Planned Parenthood, organizzazione no-profit che fornisce servizi sanitari nel campo riproduttivo. (fonti vv - gp)

mercoledì 20 gennaio 2016

Usa 2016: Trump si mette al fianco Sarah Palin

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu e Formiche.net il 20/01/2016

Un comandante in capo che prenda il sedicente Stato islamico “a calci nel culo”: così, Sarah Palin, rediviva, ma non troppo, ex governatrice dell’Alaska ed ex candidata alla vice-presidenza nel 2008 con John McCain, annuncia, nello Iowa, il suo sostegno a Donald Trump. Ad Ames, la Palin sale sul palco con un corpetto che non è certo sobrio e le spara subito grosse, com’è nel suo stile (e pure in quello di Trump, che la tiene d’occhio tra il compiaciuto e il preoccupato).

“Siete pronti – domanda la Palin - per un comandante in capo che ama il suo Paese e che non chiede scusa per il suo Paese?, che lascia fare ai suoi combattenti il loro lavoro?”. Di Trump, la Palin elogia l’essere contro l’establishment, a cominciare da quello repubblicano, e il non avere il culto del politicamente corretto: “E’ l’unico che ha il fegato di dire come stanno le cose”. E, inoltre, “non deve chiedere niente a nessuno per vincere”, nel senso che il soldi che spende sono suoi.

Donald ‘il rosso’ si mette al fianco la cacciatrice di caribou proprio nel giorno in cui  viene fuori che il maggiore dei figli di Sarah, Track, 26 anni, reduce dall’Iraq, è stato arrestato dopo avere picchiato e minacciato con un fucile d’assalto AR-15 la fidanzata di 22 anni, nella casa di famiglia, a Wallisa, in Alaska: “Credevo volesse spararmi”, ha detto la ragazza. Il giovane, che è sotto trattamento psicologico, come molti reduci, aveva bevuto parecchio e ora sarà processato.

A gioco lungo, la Palin potrebbe pure rivelarsi un handicap per la campagna di Trump – come lo fu per quella di McCain -. L’ex aspirante Miss Alaska può infatti contribuire ad accrescere dubbi e diffidenze sulla candidatura del magnate dell’immobiliare, accentuandone estremismi e singolarità e danneggiandone la credibilità.

Nel frattempo, Trump rispolvera, contro l’immigrazione, un’operazione degli Anni Cinquanta, già molto discussa, l’ ‘Operazione Wetback’: allotra, furono espulsi centinaia di migliaia di messicani; oggi, si tratterebbe di cacciare 11 milioni di immigrati irregolari – il dato è una stima -. A chi gli contesta quella vicenda come “un capitolo vergognoso della storia americana”, durante il quale furono compiuti rastrellamenti, abusi, vere e proprie deportazioni anche via mare su navi bananiere, Trump risponde: “Per me, fu un’operazione molto efficace”, che ebbe “un grande successo”; e aggiunge: “Senza confini forti, avremo un problema”.

Democratici: Hillary arranca nel New Hampshire - Sul fronte democratico, una notizia cattiva e una buona per la battistrada Hillary Clinton. Un sondaggio condotto dalla Cnn nel New Hampshire, prima del dibattito di domenica sera in diretta tv tra l’ex first lady e i suoi rivali, vede il senatore Bernie Sanders nettamente in testa nello Stato dove si voterà il 9 febbraio, con il 60% delle preferenze contro il 33% della Clinton.

L’ex segretario di Stato ha però ricevuto il sostegno di The Human Rights Campaign, la maggiore organizzazione Usa per i diritti civili di lesbiche, gay, bisessuali e transgender: il gruppo intende mobilitare a favore di Hillary il milione e mezzo di suoi iscritti. (fonti vv - gp)

martedì 19 gennaio 2016

Usa 2016: democratici; dibattito 4, via i guanti, sotto coi guantoni

Scritto per il blog de Il Fatto ieri e in altra versione per Il Fatto Quotidiano del 19/01/2016

Un po’ di paura, Hillary Clinton ce l’ha: l’autunno, le è andato alla grande; l’inverno, agita le ansie del 2008, quando il voto nello Iowa diede corpo alle spettro di quel rivale nero, giovane e un po’ sottovalutato, che l’avrebbe poi battuta, Barack Obama. Certo, l’avversario, questa volta, ha meno carisma: Bernie Sanders, senatore del Vermont, 75 anni – lei passa per una ragazzina coi suoi 69 -, ha dalla sua una certa genuinità e lo spirito pionieristico di un ‘socialista d’America’, ma gli manca l’esperienza e fors’anche la convinzione per fare il presidente degli Stati Uniti.

L’altra sera, sul palco di Charleston divenuto un ring e in diretta televisiva in prime time sulla Nbc, Hillary e Sanders si sono sfilati i guanti con cui s’erano finora trattati, hanno infilato i guantoni – quelli da dilettanti, che sono più imbottiti - e se le sono verbalmente date di santa ragione: un po’ nella sostanza e molto per la scena. Assistenza sanitaria, tasse, controlli sulle armi: è stato un gioco a sorpassarsi a sinistra, solo che così il senatore va a finire fuori strada, mentre la ex first lady è sempre in grado di prendersi i voti al centro, oltre che quelli ‘liberal’.

Poche ore prima del 4° e ultimo dibattito fra gli aspiranti alla nomination democratica –c’era pure l’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, ma non se lo filava nessuno: a un certo punto ha implorato “30 secondi” per dire qualcosa -, un sondaggio WSJ/Nbs indicava che l’ex segretario di Stato ha incrementato il suo vantaggio su Sanders: 59% a 34% a livello nazionale –a dicembre, lo stesso rilevamento dava un margine di 19 punti-, anche se Sanders insidia da vicino Hillary nello Iowa (dove si vota il 1° febbraio) e le è davanti nel New Hampshire (dove si vota il 9 febbraio). Invece, un altro sondaggio meno recente dà a Hillary un margine nazionale di soli 8 punti.

Sta succedendo qualcosa di analogo fra i repubblicani: Donald Trump, il battistrada, è messo sotto pressione e incalzato dai suoi rivali. Lì, però, è partita vera: 12 in lizza e almeno quattro potenziali vincitori (oltre a Trump, Ted Cruz, Marco Rubio, Jeb Bush). Fra i democratici, è solo un simulacro di match: che il dibattito sia più aspro dei precedenti all’insegna del fair play serve ad alzare un po’ la tensione e l’attenzione e fa pure gioco ad Hillary, che sfoggia il suo pragmatismo.

Così, la Clinton contesta a Sanders di avere ripetutamente votato in Senato seguendo le indicazioni della lobby delle armi, la National Rifle Association, e commenta con favore la svolta del rivale, che s’è appena schierato a favore dei controlli sulle vendite di armi introdotti da Obama. Sanders, che viene da uno Stato di cacciatori e di ‘libertari’, respinge come “per nulla sincere” le accuse e ricorda che la Nra lo ha sempre bocciato nelle sue pagelle. Dà un brivido che il dibattito si svolga poco lontano dalla chiesa metodista teatro l’estate scorsa d’una strage di neri ad opera d’un giovane razzista bianco armato fino ai denti.

Sull'assistenza sanitaria, il senatore illustra un piano nuovo di zecca per andare oltre l’Obamacare - la riforma di Obama - e darla a tutti gli americani. La Clinton boccia come irrealistico il disegno troppo costoso di Sanders, suggerendo, piuttosto, correttivi alla riforma di Obama. Fronte tasse, lui vuole aumentarle per finanziare il suo progetto; l’ex first lady si impegna a non toccarle per chi guadagna meno di 250 mila dollari l’anno, mentre farà pagare di più ai paperoni. Ma il senatore qui piazza un colpo: "Io non prendo soldi dalle grandi banche né onorari da Goldman Sachs", dice.


Strizzando l’occhio al voto nero della South Carolina, tutti e due citano Martin Luther King. Forte del suo passato, Hillary si dice più qualificata di Sanders per assumere la presidenza. E, quando si parla di politica estera, sfoggia la competenza dell’ex segretario di Stato -lì, Sanders gioca fuori casa e si vede-: l’Iran resta “sotto osservazione” per i suoi test sui missili balistici, anche dopo l’accordo sul nucleare e la revoca delle sanzioni; nella crisi siriana, ok alla via diplomatica, ma Putin fa troppo l’amico di Assad; e – stilettata a Trump - i musulmani americani sono “la migliore difesa” dell’Unione contro il terrorismo.