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sabato 26 luglio 2014

MO: Kerry ottiene da Israele solo mini-tregua, collera palestinese

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 26/07/2014

Dopo la strage di donne e bambini nella scuola dell’Onu a Beit Hanoun, e quando ormai il conflitto contagia la CisGiordania, l’accelerazione diplomatica statunitense arriva a un passo dalla tregua nella striscia di Gaza, ma s’infrange, almeno per il momento, davanti al no di Israele, che, a sera, concede solo uno stop umanitario di 12 ore –dalle 07.00 di oggi, giorno della fine del Ramadan-.

Forte del mandato conferitogli dal presidente Obama, il segretario di Stato Usa John Kerry ottiene un consenso di massima da Hamas, seppure condizionato, ma non convince Israele: il premier Netanyahu sarebbe pronto ad accattare, anche perché gli obiettivi dell’offensiva sarebbero già stati in parte centrati, ma il consiglio di gabinetto mette paletti a una tregua più consistente.

Pure il leader di Hamas Khaled Meshaal fa richieste aggiuntive: ad esempio, il rilascio dei detenuti.

Tutto ciò avviene al 18° giorno di combattimenti tra israeliani e Hamas: le vittime palestinesi sono almeno 815, in gran parte civili; quelle israeliane 35, di cui 33 soldati -l'ultimo caduto ieri mattina-, più un bracciante thailandese.

Nelle ultime ore, Kerry ha avuto contatti con tutte le parti dell’area vicine ad Hamas, ha visto e rivisto gli egiziani e il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. Intanto, il ministro degli Esteri turco Davutoglu è in Qatar, dopo una telefonata con Kerry e colloqui con responsabili palestinesi che della Turchia si fidano più che dell’Egitto. Scopo della missione nel Qatar, la possibile tregua tra Israele e Hamas.

La bozza di accordo proposta dagli Stati Uniti prevede una settimana di stop ai combattimenti, durante la quale lavorare a un’intesa più duratura e comprensiva. Nella settimana di sospensione delle ostilità, l'Esercito israeliano rimarrebbe nella Striscia per continuare a localizzare e distruggere i tunnel –e ciò non piace ai palestinesi-. Una volta entrato in vigore il cessate-il-fuoco ampliato, Israele e Hamas dovrebbero trattare al Cairo un accordo più vasto, politico ed economico.

La mediazione sarebbe egiziana, ma Onu, Usa ed Ue si farebbero garanti con entrambe le parti che le trattative riguarderanno temi essenziali: per Israele, disarmo dei razzi di Gaza e smantellamento dei tunnel; per Hamas, fine del blocco, estensione dei diritti di pesca, riparazione dei danni subiti nei raid e nelle incursioni.

Se le cronache da Gaza sono da tregenda - l'Organizzazione mondiale della Sanità chiede di potere evacuare i feriti e far entrare beni di prima necessità-, la tensione è altissima pure in Cisgiordania. Almeno 5 palestinesi sono stati uccisi in 48 ore tra Hebron e Nablus, dove un ragazzo di 18 anni è stato vittima –pare- dei colpi di arma da fuoco sparati da una donna colono, la cui auto era stata presa a sassate.

Due persone avevano perso la vita e 200 erano rimaste ferite, alcuni gravemente, in scontri notturni tra giovedì e venerdì a Qalandiya, durante una marcia di protesta tra Ramallah e Gerusalemme Est. Il corteo, partito dal campo profughi di al-Amari, è stato il più grande dalla seconda Intifada Per la radio militare israeliana, i dimostranti, circa 10 mila, hanno attaccato i soldati con molotov e hanno anche sparato. I militari hanno risposto con proiettili di gomma e veri e granate assordanti.

L'attacco ai soldati è stato rivendicato dalle Brigate Al-Aqsa. Contemporaneamente, sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, dimostranti hanno appiccavano il fuoco a una stazione di polizia.

Le proteste sono coincise con il Laylat al-Qadr, la 'notte del Destino', l'ultimo venerdì del Ramadan. Le fazioni palestinesi hanno proclamato la 'Giornata della Collera' e la polizia ha vietato agli uomini sotto i 50 anni di avvicinarsi alla moschea di al-Aqsa.

giovedì 24 luglio 2014

Califfato e infibulazioni: guerre di religione, vittima la verità

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 24/07/2014 

Una vittima di tutte le guerre è la verità. E se la guerra è ideologica, o religiosa, la verità, lì, muore più volte. Complice, magari, l’approssimazione dei media, perché la notizia falsa, o gonfiata, è sempre più ‘bella’ di quella vera, e rigorosa. E, poi, il califfo Abu Bakr al Baghdadi e le sue milizie jihadiste si sono già visti attribuire tante di quelle infamie che una in più non fa neppure specie.

La notizia, falsa, ma battuta come se fosse vera, dice che tutte le donne del neo-costituito Stato islamico, che si estende da Aleppo in Siria a Mosul in Iraq e fin nella Valle dell’Eufrate, devono subire l'infibulazione: lo prevede un "decreto" promulgato dall'autoproclamato califfo “per impedire la diffusione del peccato”.

I dubbi sull’autenticità del documento sono subito numerosi (ed evidenti agli esperti): il decreto, ad esempio, è datato 21 luglio 2013, quando il califfato ancora non esisteva; e il testo  -come evidenzia sull’ANSA Lorenzo Trombetta, cronista esperto e affidabile- presenta numerosi errori tipografici e utilizza fonti inconsuete per sostenere i presunti riferimenti alla tradizione profetica.

Il califfo al Baghdadi, alfiere della contrapposizione tra sunniti e sciiti ed epigono di al Qaeda, suscita ostilità nel mondo islamico: la sua pretesa di rivitalizzare il califfato, morto con la fine dell’impero ottomano, non è avallata dalle maggiori autorità religiose islamiche. E i cristiani gli rimproverano la persecuzione delle chiese a Mosul e altrove nei territori da lui controllati.

L’avanzata delle milizie è stata costellata da episodi di crudeltà. E agli jihadisti è stata attribuita anche una ‘caccia alle spose’ nei territori man mano occupati: una versione moderna, non meno violenta, del ‘ratto delle Sabine’.

Il decreto dell’infibulazione è un abominio da sfruttare mediaticamente. L’Osservatore Romano titola in prima pagina "Il califfato della brutalità”, raccontando "l'ultimo farneticante ordine impartito dal sedicente leader dell'Isil, che ha chiesto l'infibulazione per tutte le donne, bambine comprese, adducendo alla brutale disposizione inesistenti motivazioni religiose". Il giornale cita "fonti indipendenti", secondo cui "circa trenta bambine sarebbero già state sottoposte alla pratica dell'infibulazione negli ultimi giorni, mentre due donne sarebbero state lapidate senza che venissero rese note le accuse mosse loro".

Fioccano le reazioni, politiche, governative. "Se l'Isil conferma l'infibulazione di massa –commenta su twitter, con formula prudenziale, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova- sarebbe una cosa raccapricciante", "un'intollerabile violenza, come la scristianizzazione forzata".

 Non è probabilmente vero. Ma si sceglie di fare come se lo sia. Ora, nessuno vuole difendere –sia ben chiaro- la pratica dell’infibulazione, del resto più volte denunciate dalle autorità religiose musulmane. E nessuno vuole neppure recitare la parte dell’avvocato del califfo. Ma attribuirgli infamie con documenti fabbricati non serve la causa della verità e neppure quella della giustizia.

mercoledì 23 luglio 2014

Nomine: Mogherini resta candidata, ma i giochi sono aperti

Scritto per EurActiv.it il 23/07/2014, su dispacci d'agenzia

La partita delle nomine nell’Ue continua a giocarsi sotto traccia, dopo il rinvio delle decisioni al 30 agosto deciso dal Consiglio europeo del 16 luglio. Nelle dichiarazioni pubbliche, le posizioni sono ancorate alla scorsa settimana. Ma i giochi sono ben avviati e chi era in pole position a metà giugno potrebbe ritrovarsi fuori dalla griglia a fine agosto.

Le indiscrezioni a mezzo stampa rientrano nella ‘partita a scacchi’ in atto. Per Federica Mogherini,  le possibilità di prendere il posto di Catherine Ashton come alto rappresentante della politica estera e di sicurezza dell'Ue ''sono notevolmente calate'', scrive Der Spiegel, mentre salgono le quotazioni della francese Elisabeth Guigou, 67 anni, socialista ex ministro a più riprese, molto conosciuta nell’Ue.

In visita a Roma, la scorsa settimana, la stessa Guigou non aveva escluso una collocazione europea. ''E' una candidata estremamente qualificata'', su cui ci sarebbe l’accordo di “molti Paesi”, commenta il presidente della commissione Esteri del Parlamento europeo, il popolare tedesco Elmar Brok, consigliere della cancelliera Angela Merkel.

Dietro il ‘soffietto’ di Der Spiegel per la Guigou, la sensazione di un’altra tentativo popolare d’influenzare le scelte socialiste: prima del Vertice delle Nomine del 16 luglio, c’era stata l’ipotesi Enrico Letta –un Pd molto gradito al Ppe- alla presidenza del Consiglio europeo, che escludeva l’ipotesi Mogherini agli Esteri; adesso, l’idea Guigou.

Insomma, pare che i popolari –specie tedeschi- cerchino alternative socialiste al ministro italiano, mentre circola la voce che lady Ashton, l’attuale alto rappresentante, una laburista britannica, continuerebbe ad occuparsi - anche dopo la fine del suo mandato - dei negoziati con l’Iran, dove non ha fatto male.

Per il momento, Il Governo Renzi tiene il punto: “La Mogherini resta la nostra candidata al posto d’alto rappresentante”, ha oggi ribadito a Bruxelles il sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei Sandro Gozi, che ha presieduto il primo Consiglio Affari Generali del semestre italiano.

Gozi non sapeva dell'incontro di stamane fra l'ex premier Massimo D'Alema e il presidente eletto della Commissione europea Jean-Claude Juncker -altro focolaio d'ipotesi e sospetti- e s’è detto non "a conoscenza di alcun piano B" rispetto alla candidatura del ministro degli Esteri.

Che, ha aggiunto, "ha tutte le qualità per essere un ottimo alto rappresentante. Sinceramente, non ho mai capito tutte le critiche attorno al suo nome per una presunta mancanza di esperienza: si occupa da 20 anni di politica internazionale, ha iniziato giovanissima ad occuparsene per il nostro partito".

Gozi ha pure detto: "Quando si parla di nuova partenza per l'Europa, trovo difficile che la si faccia solo con politici uomini di alta esperienza: dovremmo sostenere la parità di genere in Commissione. Tutti punti a favore della conferma della Mogherini come candidata".

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L’incontro tra D’Alema e Juncker è avvenuto nell'ufficio del presidente allo Charlemagne, di fronte
alla sede dell'Esecutivo europeo. Il colloquio, a quanto si apprende, è durato una ventina di minuti e s’è svolto nell'ambito delle consultazioni di Juncker per le nomine europee. Una portavoce di D’Alema, che è presidente della Feps (Fondazione europea per gli studi progressisti), ha definito l’incontro “un colloquio cordiale tra due personalità che si conoscono da molto tempo per esaminare la situazione e le prospettive delle istituzioni europee. Dell'incontro era stato informato il presidente del Consiglio Matteo Renzi". Che non per questo ne sarà stato particolarmente felice. 

Nei giorni scorsi, la Mogherini, col sottosegretario Benedetto Della Vedova e il segretario generale della Farnesina Michele Valenzise, hanno illustrato le priorità della presidenza di turno italiana al corpo diplomatico in tre riunioni per gruppi regionali. Il motto del semestre, "Europe: a fresh start", è stato il filo conduttore degli incontri, articolati sui tre pilastri: crescita e occupazione; cittadinanza e diritti; maggior ruolo dell'Unione europea sulla scena internazionale.

martedì 22 luglio 2014

MO: l'impotenza perfetta della diplomazia

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 22/07/2014 

Dall’ennesima cruenta crisi mediorientale, Super-Potenze e potenze regionali, vicini volenterosi e organizzazioni internazionali, girano tutti alla larga. Non perché chi tocca i fili muore, ché, a Gaza, a morire sono centinaia di palestinesi e decine di israeliani; e nessun aereo civile ne traversa il cielo, solcato da caccia israeliani e razzi palestinesi. In 14 giorni d’offensiva israeliana sulla Striscia, la conta delle vittime è di oltre 550 palestinesi uccisi, e oltre 3000 feriti, contro una ventina di militari israeliani caduti.

Girano alla larga perché, a occuparsene, non si cava un ragno dal buco e si rischia di collezionare magre diplomatiche. Salvo, poi, quando i buoi sono scappati –e gli israeliani hanno già raggiunto, almeno in parte, i loro obiettivi- precipitarsi sui luoghi. Dove, in queste ore, convergono Usa, Russia e Onu. E l’Ue? C’è, c’è stata, l’hanno vista da quelle parti. Ma il segno non l’ha lasciato.

Il presidente Obama spedisce al Cairo il segretario di Stato John Kerry per “una tregua immediata” a Gaza e in Israele: vuol dire stop alle operazioni di terra e ai raid e stop ai razzi. “La priorità nostra e della comunità internazionale –sostiene Obama, sempre bravo a parole- è un cessate-il-fuoco che salvi la vita a civili innocenti … Il compito non sarà semplice: c’è molta passione e ci sono grosse difficoltà strategiche, ma ho chiesto a Kerry di fare tutto il possibile”. E Obama rileva che Israele “ha già inflitto danni significativi alle infrastrutture terroristiche di Hamas a Gaza”. Cioè, “Netanyahu, hai già avuto quel che cercavi, ora basta”: il linguaggio più esplicito che gli Usa possono permettersi con Israele, che criticano solo ‘fuori onda’ –come fa Kerry, un infortunio che casca bene-.

Se Washington si muove, Mosca non può stare a guardare. Ecco dal Cremlino l’appello alla tregua e ad “un’azione concertata della comunità internazionale”. Il cui linguaggio è più schierato di quello della Casa Bianca: “La situazione a Gaza è letteralmente degenerata, dopo l’avvio dell’offensiva terrestre israeliana”. Mosca appoggia gli sforzi dell’Egitto, ma non c’è feeling tra Hamas e il regime del generale al Sisi, anche se fonti iraniane riferiscono di “significativi progressi” fatti nel Qatar, nei negoziati tra Fatah e Hamas sulla proposta di tregua egiziana.

All’Onu, il Consiglio di Sicurezza non va oltre “la grave preoccupazione” per il numero crescente delle vittime e il rinnovato appello “a cessare immediatamente le ostilità”, sulla base dell’accordo fra Israele e Hamas del novembre 2012. Il segretario generale Ban Ky-moon è in Medio Oriente, finora con scarso costrutto, anche sul fronte umanitario, nonostante “gli enormi bisogni” delle 83 mila persone rifugiatesi nelle strutture delle Nazioni Unite.

E l’Italia, che dal 1° luglio guida il Consiglio dell’Ue? La politica estera e di sicurezza europea è nelle mani di Lady Ashton, che non ha mai mostrato grande sintonia con le vicende mediorientali. Federica Mogherini, che aspira a succederle, è stata nella Regione e ieri ha ricevuto il collega turco Mevlüt Cavusoglu: c’è l’idea “d’un ripensamento generale del quadro mediorientale e mediterraneo e di un approccio globale” alle problematiche regionali –MO, ma anche Siria, Iraq, Libia- verso “soluzioni sistemiche” alle crisi di quello scacchiere.

La presidenza italiana progettava di lavorare sul contesto mediterraneo e, in particolare, sulla Libia, che resta una priorità della Farnesina e non solo. Il sussulto di guerra tra israeliani e palestinesi manda all’aria i piani. E l’equidistanza diplomatica fra israeliani e palestinesi suscita mal di pancia nel Pd, dove Gianni Cuperlo, in un post su Facebook, chiede spirito d’iniziativa alla segreteria, denuncia la ‘guerra asimmetrica’ e propone che se ne parli alle Feste dell’Unità. Non piovessero le bombe, a Gaza sorriderebbero.

sabato 19 luglio 2014

Ucraina: Boeing abbattuto, la diplomazia del terrorismo

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 19/07/2014

Quanta suggestione!, in un anniversario: se sono cent’anni poi, pochi vi sfuggono. E, così, i media si riempiono di paralleli tra l’abbattimento del Boeing malese nei cieli dell’Ucraina orientale e l’assassinio -28 giugno 1914, a Sarajevo- dell’arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sofia ad opera d’un irredentista bosniaco, pretesto scatenante della Grande Guerra.

Ma la storia non (sempre) si ripete. Che sia stato un errore –comunque, criminale-, oppure un vero e proprio atto di terrorismo deliberato, l’abbattimento del Boeing non sarà la miccia d’una guerra senza quartiere su larga scala. Certo, può innescare un’escalation della violenza nella Regione. Ma può anche dare una chance alla pace. Perché mette ucraini e russi, e la diplomazia internazionale, davanti all’orrore, ed ai rischi, d’un conflitto fuori controllo.

Il terrorismo è spesso utilizzato dagli architetti di catastrofi per esasperare le tensioni e innescare reazioni. Non di rado, però, i risultati sono stati di segno opposto rispetto a quelli perseguiti: la scia d’attentati anti-americani fatti da al Qaida negli ultimi anni del XX Secolo culminò, l’11 Settembre 2001, nell’attacco combinato su New York e Washington, complessivamente oltre 3000 vittime. Ne derivò una guerra, dichiarata e condotta dagli Stati Uniti contro il terrorismo integralista.

La Russia di Putin ha già dimostrato di sapere utilizzare con il disinvolto cinismo dei servizi segreti provocazioni terroristiche per legittimare, ad esempio, la repressione in Cecenia.

Ed episodi come quello di giovedì sull’Ucraina sono già avvenuti, pur tralasciando gli attentati più ‘classici’ contro aerei in volo: la strage di Lockerbie è l’episodio più famoso, ma vi fu anche tutta una mini-serie misteriosamente firmata Nord Corea, senza un’apparente logica politica dietro-. Nella carrellata, l’Italia entra con il ‘caso Mattei’ –il presidente dell’Eni Enrico Mattei morì in un incidente aereo mai chiarito, il 27 ottobre 1962-, oltre che con la strage di Ustica -27 giugno 1980, 81 le vittime-.

Negli archivi della Guerra Fredda, c’è il volo Kal007: un Boeing sudcoreano abbattuto da un Sukoi il 1° settembre 1983, mentre volava sulla penisola di Kamciatka. Tutte le 269 persone a bordo perirono. L’aereo era fuori rotta e aveva violato lo spazio aereo sovietico.

In tempi più recenti, un alone di sospetto, magari artificioso, continua a circondare l’incidente all’aereo del presidente polacco Lech Kaczynski: il Tupolev Tu-154 si schiantò il 10 aprile 2010, tentando di atterrare sull’aeroporto di Smolensk nonostante una fittissima nebbia. Nessun superstite fra i 96 a bordo. I polacchi andavano a una cerimonia di commemorazione delle vittime dell’eccidio di Katyn, perpetrato dai sovietici nella Seconda Guerra Mondiale, ma attribuito ai nazisti.

E c’è pure un caso Usa. Il 3 luglio 1988, il volo IranAir 655 venne abbattuto da un missile lanciato dall’incrociatore Vincennes, sullo stretto di Hormuz: l’Airbus A300, decollato da Bandar Abbas e diretto a Dubai, aveva a bordo 290 persone, 66 bambini, tutti morti. Un errore, per gli americani: l’A300 fu scambiato per un caccia F-14 Tomcat dell’aeronautica iraniana. Un crimine deliberato, per il governo iraniano. Ma il tragico episodio, in un’area delicatissima, fra due Paesi ostili, non portò a un conflitto: tutto si risolse in tribunale, davanti a una corte internazionale. Gli Stati Uniti pagarono 61,8 milioni di dollari a titolo di risarcimento alle famiglie delle vittime, senza ammettere responsabilità né esprimere scuse formali. Anche la pace ha un prezzo.

venerdì 18 luglio 2014

Ucraina: Boeing abbattuto; rischio di guerra, o chance di pace

Scritto per il blog de Il Fatto Quotidiano il 18/07/2014

Che sia stato un errore o un atto di terrorismo deliberato, l’abbattimento del Boeing malese nei cieli dell’Ucraina orientale può innescare un’escalation della violenza nella Regione. Oppure, può dare una chance alla pace. Perché mette ucraini e russi e la diplomazia internazionale di fronte all’orrore, ed ai rischi, d’un conflitto fuori controllo.

Lasciamo qui stare i discorsi sulla dinamica dell’incidente e sulle responsabilità. Registriamo che gli Usa hanno elementi per dire che il missile killer è stato lanciato dalla zona dei ribelli filo-russi e riconosciamo di non avere informazioni di prima mano per aggiungere qualcosa di significativo all'intreccio delle versioni e dei dati.

Parliamo, qui, dell’impatto che l’incidente avrà, o potrebbe avere. Aldo Ferrari, un esperto dell’Ispi, ipotizza un aumento della tensione e un peggioramento della crisi. Perché negli Stati Uniti, e anche nell’Unione europea, chi mira ad ‘azzoppare’ la Russia ed a frenarne il percorso di ritorno al rango di Super-Potenza, invece che cercare un accordo con essa, potrà utilizzare l’accaduto per portare avanti una politica d’inasprimento delle sanzioni e di radicalizzazione del confronto.

Ma c’è pure la possibilità, non remota e non solo teorica, che l’orrore universale di questa tragedia, che tocca l’Europa e l’Asia, l’America e l’Oceania, faccia capire alla diplomazia internazionale, oltre che a Kiev e a Mosca, che la questione ucraina va risolta per via negoziale, senza lasciare che il conflitto sul terreno s’incancrenisca in una guerra civile a bassa intensità. Che, in ogni momento, può produrre fiammate come l’abbattimento del Boeing.

Il Washington Post fa un’osservazione analoga: l’alto numero di vittime europee può innescare un’internazionalizzazione della crisi, ma può anche segnarne un punto di svolta. E, nell'immediato, la proclamazione di una tregua per chiarire le circostanze dell’abbattimento è un primo piccolo dato positivo.

Certo, l’ipotesi positiva ha debolezze ‘buoniste’: presuppone che tutte le parti in gioco, la Russia e l’Ucraina in primo luogo, ma anche gli Usa, l’Ue, l’Onu, riconoscano i loro errori e soprattutto rinuncino ai loro pregiudizi. Partendo dalla constatazione che il gioco della tensione è andato troppo oltre e può loro sfuggire di mano. Anzi, è già sfuggito loro di mano.

Ucraina: Boeing abbattuto, rovelli timing disastro e ineluttabilità Putin

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/07/2014

Il sussulto, tragico, arriva quando la crisi ucraina è fuori dai radar della diplomazia internazionale da prima pagina, il giorno dopo che Usa e Ue coordinano un inasprimento delle sanzioni contro russi e filo-russi. L’abbattimento di un Boeing 777 della Malaysian Airlines nei cieli dell’Ucraina riaccende i fari sulle tensioni mai sopite nel triangolo tra Kiev, Mosca e le regioni dell’Est del Paese, dove i separatisti tengono in piedi un santuario d’autonomia, la repubblica di Lugansk.

Sulla dinamica dell’abbattimento, c’è incertezza e confusione: Kiev accusa i filo-russi; questi replicano sostenendo che l’azione è opera d’un caccia ucraino; Mosca si chiama fuori, negando qualsiasi coinvolgimento; il Pentagono per il momento tace, certo in attesa di raccogliere tutti i dati dei satelliti spia.

Ci sono coincidenze da brivido: l’aereo in viaggio da Amsterdam a Kuala Lumpur con 295 persone a bordo –presumibilmente, tutte morte- era dello stesso modello e della stessa compagnia di quello misteriosamente scomparso l’8 marzo, tra Kuala Lumpur e Pechino. L’abbattimento è avvenuto dove il traffico aereo è interdetto, per ragioni di sicurezza, perché lì sono già stati abbattuti velivoli militari ucraini –l’ultimo, martedì-, fino alla quota di 7900 metri. Ma una quota di 10mila metri era ritenuta sicura.

Nessuno, chiaramente, ipotizza un’azione criminale freddamente voluta e pianificata, anche se, dagli archivi della Guerra Fredda, esce il ricordo del Boeing sudcoreano abbattuto da un caccia Sukoi sovietico il 1° settembre 1983, alle ore 03.26, mentre volava sulla penisola di Kamciatka: tutte le 269 persone a bordo perirono. Il volo 007 era fuori rotta di circa 300 miglia nautiche: aveva inavvertitamente violato lo spazio aereo sovietico.

I presidenti americano e russo Barack Obama e Vladimir Putin si sono parlati al telefono. E’ chiaro che, se la matrice filo-russa dell’abbattimento sarà confermata, la causa dei separatisti ne uscirà indebolita. Ma il messaggio forte è che la diplomazia internazionale non può distrarsi, o limitarsi, come fa a caldo il segretario generale dell’Onu Ban Ky-moon, a esprimere sgomento.

Bisogna continuare a dialogare con Putin, magari anche duramente, come fa la cancelliera tedesca Angela Merkel, e mantenere la pressione su di lui e sul presidente ucraino Petro Poroshenko perché cerchino una soluzione alla crisi.

E l’Ue deve uscire dalle logiche divisorie degli anti-russi per storia, i Baltici e i Paesi dell’ex blocco comunista, e dei filo-russi per convenienze economiche ed energetiche –ad esempio, Germania e Italia-. La contrapposizione è andata in scena mercoledì a Bruxelles, al Vertice delle Nomine, dove la candidatura della Mogherini alla guida della politica estera europea non è passata anche per il suo asserito ‘approccio morbido’ verso la Russia.

La telefonata tra Putin e Obama doveva servire a discutere l’inasprimento delle sanzioni, che colpiscono soprattutto il gigante degli idrocarburi russo Rosneft e la banca di Gazprom. Washington  stigmatizza il gioco della Russia nella crisi e vuole che Mosca non incoraggi, e soprattutto non assista militarmente, i separatisti.

L’iniziativa della chiamata è stata di Putin, “fortemente deluso” dalle decisioni americane ed europee: le sanzioni non sono “costruttive” e possono “danneggiare” le relazioni bilaterali e “compromettere” gli sforzi per superare la crisi.

Obama e Putin hanno pure parlato dell’abbattimento del Boeing, che cambia le carte in tavola. La notizia era appena arrivata: il russo ha informato l’americano di un rapporto che indicava che un aereo malaysiano s’era schiantato al suolo in Ucraina.