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lunedì 6 aprile 2015

Usa 2016: repubblicani, Carly Fiorina pronta a sfidare Hillary Clinton

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 06/04/2015

2015/04/06 - Una donna ci vuole, se non altro per sottrarsi al titolo da musical western ‘Sette uomini contro una donna’. Anche se poi, a conti fatti, le donne in casa repubblicana spesso non brillano: nel 2008, John McCain si scelse come candidata vice-presidente Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska, per compiacere la destra fondamentalista, ma non fu un successo: e nel 2012 Michele Marie Bachmann, alfiere del Tea Party, deputata dell’Arizona, partì lancia in resta, ma non andò oltre i caucuses dello Iowa, le assemblee di partito che segnano l’inizio della stagione delle primarie. Questa volta, si dice pronta a sfidare Hillary Clinton l'ex amministratore delegato della Hewlett-Packard Carly Fiorina. Le probabilità che possa candidarsi per la nomination repubblicana "sono molto alte, oltre il 90%", ha dichiarato a fine marzo in un'intervista alla Fox News, lei che Fortune nel 1998 definì "la più potente donna nel mondo degli affari". L'annuncio ufficiale ci sarà a fine aprile o inizio maggio, quando la Fiorina sarà certa di avere "la squadra giusta e il supporto adeguato", il che vuol dire sufficiente sostegno finanziario oltre che popolare. Nell'attesa, Carly non perde occasione per attaccare l’avversaria: “Ci ha chiesto di fidarci di lei ma nulla di quel che fa ci induce a farlo", ha twittato, paragonando l'emailgate dell’ex segretario di Stato al Watergate. "A Hillary Clinton mancano i risultati - ha aggiunto -: non è una persona trasparente, è una personalità problematica". C’è chi pensa che la candidatura della Fiorina alla nomination sia una finta: lei, in realtà, punterebbe alla vice-presidenza nel ticket repubblicano, una Palin 2016. Ma Carly smentisce piccata. "Corro per diventare presidente perché penso di potercela fare e di poter assolvere al compito". Figlia di un professore di legge, 60 anni, nata a Austin in Texas, la Fiorina ha fatto la centralinista, la segretaria e perfino l'insegnante di inglese in Italia, prima di fare carriera come donna d’affari e manager. Fiorina è il cognome del suo secondo marito, Frank Fiorina, sposato nel 1985. Da quando non è più nel business, la politica è al centro della sua attività: è stata consigliere economico per la campagna di McCain nel 2008 ed è stata battuta da Barbara Boxer per un seggio di senatore della California nel 2010."Avendo cominciato come segretaria prima di diventare l'amministratore delegato della più importante società tecnologica al mondo, ho una profonda conoscenza di come l'economia funziona", afferma, spiegando perché la gente dovrebbe votarla. “So come gira il mondo - ha aggiunto -, conosco la tecnologia, conosco la burocrazia, come vanno e come vanno cambiati". Gli almeno sette uomini repubblicani pretendenti alla nomination sono avvertiti; oltre che Hillary, ben inteso. (dispacci d’agenzia – gp)

domenica 5 aprile 2015

Crisi: tra Grecia e Italia, l'Ue si prende una settimana di vacanza in più

Scritto per EurActiv.it lo 05/04/2015

Dopo Pasqua, l’Europa si prende una settimana di vacanza in più.Tanto del problema greco non s’intravvede la soluzione e drammatizzare non serve, anche se prima o poi al dunque con Atene bisognerà arrivarci. E L’Italia attende il Documento di economia e finanza, su cui, come sempre, s’accavallano anticipazioni contrastanti. Il ministro Padoan assicura che il Def sarà “espansivo”, ma –aggiunge- “in modo selettivo a sostegno dell’occupazione e degli investimenti”.

La vacanza dell’Unione stride di meno, se pure la cancelliera Merkel si concede una pausa a Ischia, senza farsi scuotere dal terremoto d’inchieste che ha l’epicentro sull'isola, con visita a sorpresa alle ville di Castellamare di Stabia e, a seguire, spaghettata alle vongole.

Grecia, segnali contraddittori, proposte vaghe

Da Atene giungono, come al solito, segnali contraddittori. Il Governo Tsipras assicura che i soldi per rispettare le scadenze della settimana, con il rimborso all’Fmi dovuto entro giovedì 9 aprile, ci sono. Ma, intanto, martedì il premier greco andrà a Mosca –a farseli dare?-, mentre circolano voci di un piano per nazionalizzare le banche.

Non che la Grecia sia rimasta inattiva, nei giorni scorsi: ha trasmesso le sue proposte di riforme e aggiustamenti al Gruppo di Lavoro che s’è riunito il 1° aprile e non le ha giudicate  sufficienti a convocare un Eurogruppo. Fonti di stampa ne hanno espresso giudizi negativi (“proposte vaghe”, secondo il Financial Times).

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk aveva comunque escluso, anche per non creare fibrillazioni, che ci potesse essere una svolta prima di Pasqua.

Italia, persiste l’alternanza tra previsioni e consuntivi

In Italia, le valutazioni economiche continuano a viaggiare su un doppio binario: le previsioni sono incoraggianti, i dati a consuntivo preoccupanti. L’Istat vede segnali di miglioramento del Pil, anche se giudica “eterogeneo” l’andamento del mercato del lavoro. E constata un balzo nell'indice di fiducia delle imprese, che non è mai stato così alto dal marzo del 2008, sette anni or sono.

Ma sempre l’Istat constata che la disoccupazione è tornata a salire a febbraio - 44 mila in meno – ed è tornata al 12,7% (con quella giovanile al 42,6%). Mentre gli Usa provano disagio per un aumento dei posti di lavoro inferiore al previsto con una disoccupazione al 5,5%.

La ConfCommercio indica che i consumi a febbraio sono di nuovo scesi dello 0,1%, ma assicura che la tendenza su base annua è positiva, +0,4%. Il mercato delle case continua a essere debole – prezzi in calo del 4,2% nel 2014 -, quello dell’auto conosce quasi un boom.

Sui fronti del deficit e del debito, il rapporto deficit/pil nel 2014 s’è attestato al 3%, con un aumento dello 0,1% rispetto al 2013, con crescita della pressione fiscale al 50,3%, reddito delle famiglie quasi fermo (+0,2%), potere d’acquisto fermo. Ma, nel primo trimestre 2015, il combinato disposto di minori interessi debitori e maggiori introiti fiscali ha un effetto positivo sul fabbisogno statale.

Iran: nucleare; Obama commesso viaggiatore nel Congresso repubblicano

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/04/2015

Barack Obama non farà la fine di Willy Loman, il commesso viaggiatore del dramma più popolare di Arthur Miller, portato in teatro, al cinema e in tv in decine di prove d’attore: sulla scena, alla fine Willy, 63 anni, si suicida, perché la famiglia incassi il premio dell’assicurazione sulla vita che sottoscritta. Era tutto quel che valeva.

Obama non farà una fine così tragica, neppure traslando alla metafora politica: arriverà senza colpo ferire a fine mandato. Ma dopo il voto di mid-term del novembre scorso, perso dai democratici, sapeva che avrebbe vissuto da commesso viaggiatore i suoi ultimi due anni alla Casa Bianca: deve mediare e barattare su ogni dossier con il Congresso controllato all'opposizione repubblicana, se vuole ottenere qualche risultato e passare le consegne nel gennaio 2017 a un altro democratico.

Per Politico, il prossimo compito di Obama Loman è “vendere” l’intesa di Losanna sui programmi nucleari iraniani: al Congresso, ma anche all'opinione pubblica americana. Il presidente deve convincerla che l’alternativa all'accordo è la guerra e che limitarsi a chiedere all'Iran di capitolare, come gli suggerivano i repubblicani, è una battuta da talk show ma non è un’opzione negoziale.

Ieri, nel fervorino del sabato, Obama ha detto che l’intesa, quando sarà perfezionata, sarà storica; che fin quando non c’è accordo su tutto non c’è accordo su nulla (e, dunque, fino al 30 giugno nulla è definitivo); che i controlli previsti sono “senza precedenti”; e che, se l’Iran non stesse ai patti, “lo sapremo”. Ma David Kay, che fu l’ispettore in Iraq per l’Onu dopo la Guerra del Golfo nel 1991 e per gli Usa dopo l’invasione del 2003, lo smentisce su questo punto: “Se l’Iran imbroglierà, non abbiamo i mezzi per scoprirlo”.

E a Teheran la musica è ben diversa: primo, le sanzioni vanno tolte subito, non dopo le verifiche; secondo, la produzione petrolifera sarà riportata presto ai livelli pre-sanzioni, il che potrebbe significare un ulteriore ribasso dei costi energetici sui mercati mondiali. L’operazione ‘prezzi giù’ pilotata dai sauditi in funzione anti-russa, ma anche anti-americana, per rendere economicamente non competitivo lo shale gas, potrebbe diventare un boomerang.

Il presidente persuasore ha dovuto chiamare i sovrani delle monarchie sunnite del Golfo, tutti alleati degli Stati Uniti e tutti poco persuasi dell’intesa che rilancia, dopo oltre 30 anni, l’Iran sciita come interlocutore e partner dell’America fin qui “satana”. Più che di convincerli, si tratta di rabbonirli e rassicurarli. Proprio come con Israele.

Sul fronte militare, l’Amministrazione democratica non abbassa la guardia: lo scudo antimissile Nato resta; e il Pentagono porta avanti i test per una nuova super-bomba. Bracci di ferro che non intaccano i benefici di prestigio ricavati dalla trattativa di Losanna dai ministri degli esteri, l’iraniano Zarif e l’americano Kerry, divento un’ “arma di seduzione di massa”. Kerry potrebbe trarne la spinta per puntare alla nomination democratica a Usa 2016, lui contro Hillary Clinton, che fu al dipartimento di Stato prima di lui.

Nel dibattito politico, Obama può intrecciare gli argomenti: ha bisogno del sì del Senato per togliere le sanzioni all’Iran, come per confermare la fine dell’embargo verso Cuba –e la prossima settimana, al Vertice delle Americhe a Panama, ci sarà una “interazione” tra Obama e Raul Castro, ammettono fonti del Dipartimento di Stato. Ma, per l’Iran, deve pure ‘lavorarsi’ quei molti senatori democratici per cui il voto ebraico è essenziale: il senatore Schumer, di New York, ad esempio, ha annunciato che valuterà l’intesa con molta attenzione.

I temi su cui mediare non sono solo di politica estera. Sul fronte interno, Obama e l’opposizione duellano sulle riforme della sanità, che i repubblicani vogliono intaccare, e dell’immigrazione, temporaneamente bloccata da un giudice federale texano, che ha congelato i decreti presidenziali per regolarizzare circa 5 milioni di clandestini; e pure sull'energia –il presidente ha posto il veto all'autorizzazione del Congresso a un rafforzato oleodotto dal Canada al MidWest, il Keystone- e sulla spesa pubblica. Nella sua borsa, Obama Loman ha molte spazzole da piazzare.

sabato 4 aprile 2015

Iran: nucleare; né per la pace né per la guerra, ma per gli affari

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/04/2015

 Né per la fare la pace con l’Iran, né per fare –meglio- la guerra insieme al Califfato. Ma, una volta di più, per gli affari. Così la racconta The Guardian, secondo cui “l’intesa preliminare” di Losanna sul programma nucleare iraniano “sarà il segnale dello starter per una calca di aziende occidentali che si precipiteranno su un mercato potenzialmente vasto e da anni inesplorato”, causa sanzioni.

La levata delle quali dovrebbe dare un colpo di frustra all’economia iraniana e rilanciare consumi finora soffocati. Magari non proprio quelli degli strati più poveri della società iraniana, a giudicare almeno dalla gente scesa in piazza giovedì notte a Teheran per festeggiare l’accordo sbozzato.

La pressione esercitata dalle grandi multinazionali per riaprire il mercato iraniano e dare uno sfogo al business mondiale avrebbe dunque pesato di più della preoccupazioni per la sicurezza di Israele,  il cui premier Netanyahu non nasconde delusione e preoccupazione. Trovando eco negli Stati Uniti, dove il tema fa già campagna elettorale per Usa 2016. Jeb Bush, figlio e fratello di presidente, aspirante alla nomination repubblicana, un moderato fra Tea Party e fondamentalisti cristiani, giudica l’intesa “imperfetto”. E neppure la candidata democratica Hillary Clinton lo difende l’accordo a spada tratta, per non giocarsi il voto ebraico: “Bene, ma c’è ancora molto da fare”.

Nel racconto di The Guardian, Teheran, in questi giorni, è già invasa da lobbisti e uomini d’affari, arrivati in anticipo scommettendo sul successo dei negoziati di Losanna. Se le aziende petrolifere ed energetiche sono in prima fila (BP, ma pure Shell, Total, Lukoil), molti altri settori puntano sull’enorme potenziale di un Paese colpito da anni dalle sanzioni e costretto a vivere e ad arrangiarsi al di sotto dei propri mezzi.

Un esempio è la necessità di ammodernare le flotte dell’aviazione civile, fra le più vecchie: Airbus e Boeing sono già in aperta competizione. Un altro esempio è il mercato dell’auto, il 10° al Mondo un tempo: la Peugeot, che ne aveva una grossa fetta, vuole riprendersela, ma Renault e GM gliela contendono. E i produttori d’acciaio e d’alluminio sono attratti dal combinato disposto di energia a basso costo e porti attrezzati.

La lettura ‘affaristica’ di The Guardian non è unanimemente condivisa. Il New York Times dà dell’intesa un giudizio globalmente positivo: un passo “promettente”, che allenta tensioni vecchie d’oltre trent'anni. Il giornale guarda, in particolare, al mercato dell’energia: l’accordo di Losanna può potenzialmente cambiarlo nel lungo termine, ma non avrà un grosso impatto nel breve termine perché la domanda di petrolio è già satura e i prezzi sono estremamente bassi.

Gli esperti citati dal NYT stimano che ci vorranno almeno sei mesi, forse un anno, per percepire l’effetto dell’intesa sull’energia: ''L'accordo con l’Iran apre la strada a un significativo aumento delle esportazioni iraniane di petrolio nel medio periodo'', afferma Michael Levi, esperto d’energia al Council on Foreign Relations; ma per ora nessun barile uscirà dall'Iran.

Nell'immediato, dunque, la Repubblica degli Ayatollah non avvertirà tutti i vantaggi economici dell’intesa di Losanna. Invece, il bailamme politico internazionale s’è subito scatenato, nella scia del giudizio drastico di Israele: quell'accordo è “un errore storico” che avvicina l’Iran all’atomica e mina la sopravvivenza stessa dello Stato ebraico. A Washington, Obama assicura che Teheran non avrà la bomba e ribadisce l’impegno degli Usa per la sicurezza di Israele. A Gerusalemme, Netanyahu convoca il Consiglio di Difesa e chiede che l’Iran riconosca lo Stato ebraico.


La soddisfazione è palpabile a Mosca, mentre Parigi s’erge a portavoce nel 5+1 delle riserve d’Israele e nega che il ritiro delle sanzioni contro l’Iran sia scontato, automatico. L’intesa ha detrattori sia in Iran che negli Usa, nei campi conservatori dei due Paesi, anche se il presidente Rohani la avalla in funzione dell’economia (“le centrifughe devono girare e l’economia andare avanti”) e ringrazia il negoziatore, il ministro degli esteri Zarif, “a nome di Khamenei”, la guida suprema. E nelle moschee nel venerdì di preghiera, i sermoni ufficiali benedicono l’accordo.

venerdì 3 aprile 2015

Iran: nucleare, la maratona negoziale partorisce un accordo topolino

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/04/2015
Dodici anni di confronto sul nucleare iraniano, 18 mesi di trattative con vari rinvii e 8 giorni serrati di negoziati quasi ‘non stop’ non bastano per perfezionare l’intesa a Losanna. Ma i progressi sono sufficientemente dettagliati perché la trattativa possa continuare, nell’ambito di un accordo quadro, con l’obiettivo di chiuderla entro il 30 giugno, nuova –e ovviamente definitiva- scadenza finale.
Federica Mogherini, ‘ministro degli esteri’ europeo, e Moham Jawad Zarif, ministro iraniano, leggono, in inglese e in farsi, una dichiarazione congiunta, nell’auditorium del Politecnico di Losanna. Il presidente Obama segue la conferenza stampa in diretta tv, poi assicura: "L'Iran non avrà l'atomica"; il segretario di Stato Usa Kerry parla di “un grande giorno”, il ministro russo Lavrov se ne va prima dello show mediatico.
La Mogherini, che si trova addosso i riflettori di un risultato importante, ma monco, esalta la portata dell’intesa e tweetta “Buone Notizie”. Una serie di protocolli tecnici dovrebbe rimanere segreta, ma le centrifughe operative iraniane saranno ridotte dalle attuali 19.000 a 6.000 per i prossimi 10 anni.
Il grosso delle scorte iraniane di uranio arricchito sarà diluito o trasferito all'estero e alcuni siti nucleari iraniani saranno depotenziati, in cambio, fra l’altro, della cancellazione delle sanzioni contro Teheran di Usa, Ue e Onu.
L’'impianto di Natanz resterà attivo per arricchire l'uranio. L'impianto di Fordow, sotto un monte, sarà convertito in un sito per la ricerca, senza materiale fissile. Il reattore ad acqua pesante d’Arak sarà modificato. Saranno pure definite modalità d’ispezione.
Le ultime battute dei negoziati di Losanna sono stati segnati da una polemica tra Iran e Usa, dopo che il capo del Pentagono Carter aveva detto che "l'opzione militare resterà di sicuro sul tappeto" senza un compromesso tra Teheran e i '5+1'. Il ministro della Difesa iraniano, generale Dehghan, replicava che Carter “soffre di Alzheimer”: le sue parole provano che degli Usa non ci si può fidare.
La trattativa a Losanna sarebbe stata la più lunga da quella del 1919, dopo la Grande Guerra. Ma non è bastata per suggellare il negoziato. Perché lo sanno tutti che l’unico modo per riuscirci è chiudere dentro gli emissari e gettare la chiave. Come fecero nel 1270 gli abitanti di Viterbo, stanchi delle lungaggini dei cardinali nello scegliere il Papa: li chiusero a chiave nella Sala Grande del palazzo papale e scoperchiarono parte del tetto, per indurli a sbrigarsi. Ne uscì papa Gregorio X, che non fu però il primo eletto in conclave, cioè ‘cum clave’, come oggi avviene nella Cappella Sistina –senza bisogno di scoperchiarla-. Il primo era stato Gelasio II, eletto nel 1118 all'unanimità dai cardinali riuniti in un monastero sul Palatino, luogo segreto e chiuso al pubblico per evitare interferenze esterne.
Le maratone negoziali sono a volte un rito, specie nelle liturgie europee, ma spesso una necessità. La prova ultima è stata l’accordo di Minsk tra Ucraina e Russia mediato da Germania e Francia. Se l’11 notte la Merkel e Hollande avessero lasciato che Poroshenko e Putin andassero a dormire, il 12 mattina, invece di giungere a un’intesa, la trattativa sarebbe ripartita non dalle posizioni raggiunte, ma dalle posizioni di partenza. Perché alla ripresa è prassi rimangiarsi le concessioni già fatte.
La storia dell’integrazione europea è segnata da maratone negoziali: negli Anni Ottanta, le trattative sul bilancio dell’allora Comunità, sulla riduzione del contributo britannico, sui prezzi agricoli non si chiudevano mai prima dell’alba: un giorno di preliminari, un giorno per scaldare i motori e poi la notte in cui chi aveva più resistenza spuntava le condizioni migliori.
Ma anche molti negoziati storici furono maratone si protrassero fino a tarda notte: era quasi l’alba quando Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri e presidente di turno del Consiglio dei 10, annunciò l’accordo sull'adesione di Spagna e Portogallo –Bruxelles, 29 marzo 1985-; ed era l’una di notte, quando i leader dei 12 decisero la nascita dell’Unione europea e la creazione dell’euro - Maastricht, tra il 10 e l’11 dicembre 1991 -.

Un vezzo europeo? Chiedetelo agli arabi, che sono negoziatori immutabili nelle loro posizioni; o anche ai russi o ai cinesi, sfingi negoziali quando fa loro comodo. Gli americani, loro, tendono invece a essere spicci: Ronald Reagan si annoiava a morte, quando, gli europei cercavano d’esportare nei G7 i riti della loro Comunità, che, invece, si confacevano molto bene ai giapponesi.

giovedì 2 aprile 2015

Usa 2016: sondaggi; Hillary sempre super, Obama peggio di Putin

Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 02/04/2015

2015/04/02 – I sondaggi si succedono, i risultati sono analoghi: Hillary Clinton batte tutti, almeno sulla carta e per ora. Nella corsa alla Casa Bianca - pur non essendo ancora scesa in campo - rimane la favorita, secondo l'ultimo rilevamento di Washington Post e Abc News. Reuters e Ipsos, invece, nei giorni scorsi hanno sondato i cittadini americani su che opinione abbiano del presidente Obama: e qui le sorprese non sono mancate, perché un repubblicano su tre lo ritiene una minaccia peggiore di Vladimir Putin e addirittura di Bashar al-Assad. Per WP e Abc, l'ex First Lady, l’unica seriamente accreditata alla nomination democratica, ha un buon margine sul repubblicano Jeb Bush, che resta il candidato favorito per il suo partito. Se si votasse oggi, il 54% degli elettori sceglierebbe Hillary, nonostante le polemiche che la lambiscono, solo il 40% l'ex governatore della Florida. Il 49% del campione ha un'opinione favorevole della Clinton, solo il 33% di Bush. Mentre Hillary è nota a tutti, i potenziali candidati repubblicani hanno un problema d'immagine: molti di loro sono poco conosciuti e vengono quindi bocciati. Solo il 12% voterebbe per Ted Cruz, l’unico a essere formalmente sceso in lizza, l'8% per Scott Walker, il 5% per Rand Paul, il 4% per Chris Christie e Marco Rubio, mentre la sola donna repubblicana ‘papabile’, Carly Fiorina, non riceve preferenze. L'inchiesta online Reuters Ipsos ha invece coinvolto un campione eccezionalmente ampio, chiedendo agli intervistati di valutare su una scala da 1 a 5 la minaccia per gli Usa di in una lista d’organizzazioni, Paesi o individui: ebbene, il 34% dei repubblicani giudica Obama una "minaccia imminente", davanti a Putin (25%) e al-Assad (24%). Vista la polarizzazione della politica americana, il risultato non è sorprendente, secondo il sociologo Barry Glassner. "C'è una tendenza – spiega -alla demonizzazione della persona che è al comando". (dispacci d’agenzia – gp).

mercoledì 1 aprile 2015

Iran: nucleare; si negozia ad oltranza, al tavolo tutti vogliono l'intesa

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/04/2015. Altre versioni su Metro

Ore convulse e forse decisive a Losanna nel negoziato sul nucleare tra i Grandi e l’Iran: le plenarie si succedono ai bilaterali e ai ‘confessionali’. C’è l’ipotesi che la trattativa vada ai supplementari e prosegua ancora mercoledì, bloccando l’orologio allo scoccare della mezzanotte, termine sulla carta ultimo. Ma c’è la certezza che nessuno vuole ‘rompere’.

I 5+1 e l'Iran cercano un’intesa che sdogani il programma iraniano per l’energia nucleare e ne disinneschi l’incubo dell’atomica. La presenza a Losanna dei ministri degli Esteri delle 5 potenze nucleari storiche e legittime, con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più il tedesco (il +1) e, naturalmente, l’iraniano, autorizza un certo ottimismo. Per l’Ue, c’è Federica Mogherini.

Di che si parla – I negoziati vanno avanti da anni: l’Iran mira a sviluppare un programma d’energia nucleare civile; i 5+1 vogliono evitare che il regime degli ayatollah si doti di un arsenale atomico. Ironia della sorte, negli Anni Cinquanta, furono gli americani a indirizzare l’Iran verso il nucleare, in funzione anti-sovietica –allora, c’era lo Scià-.

Poi, tra il 1985 e il 2002, la Repubblica islamica sviluppò attività atomiche in maniera clandestina, finché nel 2003 accettò le ispezioni dell'Agenzia dell’Onu per l'Energia atomica. L’arrivo al potere di Ahmadinejad nel 2005 apre, però, una fase di contrapposizione: scattano le sanzioni, prima dell’Aiea, poi di Usa e Ue. Nel 2013, l’elezione di Rouhani migliora il clima del confronto: quello stesso novembre, un’intesa a interim fa ripartire la trattativa.

Bisognava però definire la portata del programma di arricchimento dell'uranio iraniano, che gli Usa vogliono limitare in modo significativo, le modalità dei controlli dell’Aiea e il ritmo d’alleviamento delle sanzioni.

La posta in gioco - La formula cui si lavora è un accordo di massima da confermare e perfezionare entro il 30 giugno. Una dichiarazione congiunta sarà integrata da documenti che dettagliano i punti fermi già raggiunti. I mercati fiutano l’accordo e il petrolio, i cui prezzi si gonfiano con le tensioni, va giù.

Tra le questioni principali aperte, la ricerca sul nucleare e le procedure di revoca delle sanzioni. Teheran chiede di potere riprendere senza restrizioni ricerca e sviluppo di centrifughe avanzate, dopo dieci anni dall'accordo, mentre i suoi interlocutori vorrebbero una periodo d’attesa più lungo.

Quanto alle sanzioni, ci sono contrasti su quando e come revocarle: gli Stati Uniti e gli europei vorrebbero meccanismi di re-imposizione automatica, se Teheran dovesse violare l'intesa; Mosca e Pechino vogliono un passaggio al Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

Chi sta con chi – Se a Losanna nessuno cerca di mandare all’aria la trattativa, i nemici dell’accordo non siedono al tavolo, sono altrove. Qui, l’Iran vuole sdoganare la sua credibilità internazionale e sottrarre l’economia al giogo delle sanzioni; Russia e Cina, più vicini a Teheran degli Occidentali, sono i mallevadori dell’intesa; Usa ed europei indulgono all’ottimismo d’un Iran più aperto e moderato e, soprattutto, alleato nella guerra al terrorismo e al Califfato.

Chi rema contro - Contro rema Israele, specie il premier Netanyahu, che non si fida dell’Iran e che giudica l’accordo una minaccia per la sicurezza del suo Paese. Ma il partito del no all’intesa è forte pure a Washington, dove i repubblicani in maggioranza al Congresso sfidano il presidente Obama e si preparano a farne un tema della campagna elettorale Usa 2016. E a Teheran i ‘falchi’ considerano qualsiasi cedimento una sconfitta.

Arabi divisi – La distensione tra Iran e Usa non piace neppure all’Arabia Saudita e alle monarchie del Golfo, tutte sunnite. Riad teme che la ritrovata credibilità internazionale dell’Iran comprometta il suo rapporto con gli Stati Uniti; e i sunniti paventano il rafforzamento degli sciiti nella Regione – la lotta all’integralismo potrebbe uscirne indebolita -. C’è chi teme che l’accordo scateni una corsa al nucleare nella Regione e chi ripropone l’idea difficilmente attuabile d’un Medio Oriente denuclearizzato.