Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 06/04/2015
2015/04/06
- Una
donna ci vuole, se non altro per sottrarsi al titolo da musical western ‘Sette
uomini contro una donna’. Anche se poi, a conti fatti, le donne in casa
repubblicana spesso non brillano: nel 2008, John McCain si scelse come candidata
vice-presidente Sarah Palin, ex governatrice dell’Alaska, per compiacere la
destra fondamentalista, ma non fu un successo: e nel 2012 Michele Marie
Bachmann, alfiere del Tea Party, deputata dell’Arizona, partì lancia in resta,
ma non andò oltre i caucuses dello Iowa, le assemblee di partito che segnano l’inizio
della stagione delle primarie. Questa volta, si dice pronta a sfidare Hillary
Clinton l'ex amministratore delegato della Hewlett-Packard Carly Fiorina. Le
probabilità che possa candidarsi per la nomination repubblicana "sono
molto alte, oltre il 90%", ha dichiarato a fine marzo in un'intervista
alla Fox News, lei che Fortune nel 1998 definì "la più potente donna nel
mondo degli affari". L'annuncio ufficiale ci sarà a fine aprile o inizio maggio,
quando la Fiorina sarà certa di avere "la squadra giusta e il supporto
adeguato", il che vuol dire sufficiente sostegno finanziario oltre che
popolare. Nell'attesa, Carly non perde occasione per attaccare l’avversaria: “Ci
ha chiesto di fidarci di lei ma nulla di quel che fa ci induce a farlo",
ha twittato, paragonando l'emailgate dell’ex segretario di Stato al Watergate.
"A Hillary Clinton mancano i risultati - ha aggiunto -: non è una persona
trasparente, è una personalità problematica". C’è chi pensa che la
candidatura della Fiorina alla nomination sia una finta: lei, in realtà,
punterebbe alla vice-presidenza nel ticket repubblicano, una Palin 2016. Ma
Carly smentisce piccata. "Corro per diventare presidente perché penso di
potercela fare e di poter assolvere al compito". Figlia di un professore
di legge, 60 anni, nata a Austin in Texas, la Fiorina ha fatto la
centralinista, la segretaria e perfino l'insegnante di inglese in Italia, prima
di fare carriera come donna d’affari e manager. Fiorina è il cognome del suo secondo
marito, Frank Fiorina, sposato nel 1985. Da quando non è più nel business, la
politica è al centro della sua attività: è stata consigliere economico per la
campagna di McCain nel 2008 ed è stata battuta da Barbara Boxer per un seggio
di senatore della California nel 2010."Avendo cominciato come segretaria
prima di diventare l'amministratore delegato della più importante società
tecnologica al mondo, ho una profonda conoscenza di come l'economia
funziona", afferma, spiegando perché la gente dovrebbe votarla. “So come
gira il mondo - ha aggiunto -, conosco la tecnologia, conosco la burocrazia,
come vanno e come vanno cambiati". Gli almeno sette uomini repubblicani
pretendenti alla nomination sono avvertiti; oltre che Hillary, ben inteso. (dispacci d’agenzia – gp)
lunedì 6 aprile 2015
domenica 5 aprile 2015
Crisi: tra Grecia e Italia, l'Ue si prende una settimana di vacanza in più
Scritto per EurActiv.it lo 05/04/2015
Dopo Pasqua, l’Europa si prende una settimana di
vacanza in più.Tanto del problema greco non s’intravvede la soluzione e
drammatizzare non serve, anche se prima o poi al dunque con Atene bisognerà
arrivarci. E L’Italia attende il Documento di economia e finanza, su cui, come
sempre, s’accavallano anticipazioni contrastanti. Il ministro Padoan assicura
che il Def sarà “espansivo”, ma –aggiunge- “in modo selettivo a sostegno dell’occupazione
e degli investimenti”.
La vacanza dell’Unione stride di meno, se pure la
cancelliera Merkel si concede una pausa a Ischia, senza farsi scuotere dal
terremoto d’inchieste che ha l’epicentro sull'isola, con visita a sorpresa alle
ville di Castellamare di Stabia e, a seguire, spaghettata alle vongole.
Grecia,
segnali contraddittori, proposte vaghe
Da Atene giungono, come al solito, segnali contraddittori.
Il Governo Tsipras assicura che i soldi per rispettare le scadenze della
settimana, con il rimborso all’Fmi dovuto entro giovedì 9 aprile, ci sono. Ma,
intanto, martedì il premier greco andrà a Mosca –a farseli dare?-, mentre
circolano voci di un piano per nazionalizzare le banche.
Non che la Grecia sia rimasta inattiva, nei giorni
scorsi: ha trasmesso le sue proposte di riforme e aggiustamenti al Gruppo di Lavoro
che s’è riunito il 1° aprile e non le ha giudicate sufficienti a convocare un Eurogruppo. Fonti
di stampa ne hanno espresso giudizi negativi (“proposte vaghe”, secondo il
Financial Times).
Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk aveva comunque
escluso, anche per non creare fibrillazioni, che ci potesse essere una svolta
prima di Pasqua.
Italia,
persiste l’alternanza tra previsioni e consuntivi
In Italia, le valutazioni economiche continuano a
viaggiare su un doppio binario: le previsioni sono incoraggianti, i dati a
consuntivo preoccupanti. L’Istat vede segnali di miglioramento del Pil, anche
se giudica “eterogeneo” l’andamento del mercato del lavoro. E constata un balzo
nell'indice di fiducia delle imprese, che non è mai stato così alto dal marzo
del 2008, sette anni or sono.
Ma sempre l’Istat constata che la disoccupazione è
tornata a salire a febbraio - 44 mila in meno – ed è tornata al 12,7% (con
quella giovanile al 42,6%). Mentre gli Usa provano disagio per un aumento dei
posti di lavoro inferiore al previsto con una disoccupazione al 5,5%.
La ConfCommercio indica che i consumi a febbraio sono
di nuovo scesi dello 0,1%, ma assicura che la tendenza su base annua è
positiva, +0,4%. Il mercato delle case continua a essere debole – prezzi in
calo del 4,2% nel 2014 -, quello dell’auto conosce quasi un boom.
Sui fronti del deficit e
del debito, il rapporto deficit/pil nel 2014 s’è attestato al 3%, con un
aumento dello 0,1% rispetto al 2013, con crescita della pressione fiscale al
50,3%, reddito delle famiglie quasi fermo (+0,2%), potere d’acquisto fermo. Ma,
nel primo trimestre 2015, il combinato disposto di minori interessi debitori e
maggiori introiti fiscali ha un effetto positivo sul fabbisogno statale.
Iran: nucleare; Obama commesso viaggiatore nel Congresso repubblicano
Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 05/04/2015
Barack Obama non
farà la fine di Willy Loman, il commesso viaggiatore del dramma più popolare di
Arthur Miller, portato in teatro, al cinema e in tv in decine di prove d’attore:
sulla scena, alla fine Willy, 63 anni, si suicida, perché la famiglia incassi il
premio dell’assicurazione sulla vita che sottoscritta. Era tutto quel che
valeva.
Obama non farà
una fine così tragica, neppure traslando alla metafora politica: arriverà senza
colpo ferire a fine mandato. Ma dopo il voto di mid-term del novembre scorso, perso
dai democratici, sapeva che avrebbe vissuto da commesso viaggiatore i suoi
ultimi due anni alla Casa Bianca: deve mediare e barattare su ogni dossier con
il Congresso controllato all'opposizione repubblicana, se vuole ottenere
qualche risultato e passare le consegne nel gennaio 2017 a un altro democratico.
Per Politico, il
prossimo compito di Obama Loman è “vendere” l’intesa di Losanna sui programmi
nucleari iraniani: al Congresso, ma anche all'opinione pubblica americana. Il
presidente deve convincerla che l’alternativa all'accordo è la guerra e che
limitarsi a chiedere all'Iran di capitolare, come gli suggerivano i
repubblicani, è una battuta da talk show ma non è un’opzione negoziale.
Ieri, nel
fervorino del sabato, Obama ha detto che l’intesa, quando sarà perfezionata,
sarà storica; che fin quando non c’è accordo su tutto non c’è accordo su nulla
(e, dunque, fino al 30 giugno nulla è definitivo); che i controlli previsti
sono “senza precedenti”; e che, se l’Iran non stesse ai patti, “lo sapremo”. Ma
David Kay, che fu l’ispettore in Iraq per l’Onu dopo la Guerra del Golfo nel
1991 e per gli Usa dopo l’invasione del 2003, lo smentisce su questo punto: “Se
l’Iran imbroglierà, non abbiamo i mezzi per scoprirlo”.
E a Teheran la
musica è ben diversa: primo, le sanzioni vanno tolte subito, non dopo le
verifiche; secondo, la produzione petrolifera sarà riportata presto ai livelli
pre-sanzioni, il che potrebbe significare un ulteriore ribasso dei costi
energetici sui mercati mondiali. L’operazione ‘prezzi giù’ pilotata dai sauditi
in funzione anti-russa, ma anche anti-americana, per rendere economicamente non
competitivo lo shale gas, potrebbe diventare un boomerang.
Il presidente persuasore
ha dovuto chiamare i sovrani delle monarchie sunnite del Golfo, tutti alleati
degli Stati Uniti e tutti poco persuasi dell’intesa che rilancia, dopo oltre 30
anni, l’Iran sciita come interlocutore e partner dell’America fin qui “satana”.
Più che di convincerli, si tratta di rabbonirli e rassicurarli. Proprio come
con Israele.
Sul fronte
militare, l’Amministrazione democratica non abbassa la guardia: lo scudo
antimissile Nato resta; e il Pentagono porta avanti i test per una nuova super-bomba.
Bracci di ferro che non intaccano i benefici di prestigio ricavati dalla
trattativa di Losanna dai ministri degli esteri, l’iraniano Zarif e
l’americano Kerry, divento un’ “arma di seduzione di massa”. Kerry potrebbe
trarne la spinta per puntare alla nomination democratica a Usa 2016, lui contro
Hillary Clinton, che fu al dipartimento di Stato prima di lui.
Nel dibattito
politico, Obama può intrecciare gli argomenti: ha bisogno del sì del Senato per
togliere le sanzioni all’Iran, come per confermare la fine dell’embargo verso
Cuba –e la prossima settimana, al Vertice delle Americhe a Panama, ci sarà una
“interazione” tra Obama e Raul Castro, ammettono fonti del Dipartimento di
Stato. Ma, per l’Iran, deve pure ‘lavorarsi’ quei molti senatori democratici
per cui il voto ebraico è essenziale: il senatore Schumer, di New York, ad
esempio, ha annunciato che valuterà l’intesa con molta attenzione.
I temi su cui
mediare non sono solo di politica estera. Sul fronte interno, Obama e l’opposizione
duellano sulle riforme della sanità, che i repubblicani vogliono intaccare, e
dell’immigrazione, temporaneamente bloccata da un giudice federale texano, che
ha congelato i decreti presidenziali per regolarizzare circa 5 milioni di
clandestini; e pure sull'energia –il presidente ha posto il veto
all'autorizzazione del Congresso a un rafforzato oleodotto dal Canada al
MidWest, il Keystone- e sulla spesa pubblica. Nella sua borsa, Obama Loman ha
molte spazzole da piazzare.
sabato 4 aprile 2015
Iran: nucleare; né per la pace né per la guerra, ma per gli affari
Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/04/2015
Né per la fare la pace con
l’Iran, né per fare –meglio- la guerra insieme al Califfato. Ma, una volta di
più, per gli affari. Così la racconta The Guardian, secondo cui “l’intesa
preliminare” di Losanna sul programma nucleare iraniano “sarà il segnale dello
starter per una calca di aziende occidentali che si precipiteranno su un mercato
potenzialmente vasto e da anni inesplorato”, causa sanzioni.
La levata delle quali
dovrebbe dare un colpo di frustra all’economia iraniana e rilanciare consumi
finora soffocati. Magari non proprio quelli degli strati più poveri della
società iraniana, a giudicare almeno dalla gente scesa in piazza giovedì notte
a Teheran per festeggiare l’accordo sbozzato.
La pressione esercitata
dalle grandi multinazionali per riaprire il mercato iraniano e dare uno sfogo al
business mondiale avrebbe dunque pesato di più della preoccupazioni per la
sicurezza di Israele, il cui premier Netanyahu
non nasconde delusione e preoccupazione. Trovando eco negli Stati Uniti, dove
il tema fa già campagna elettorale per Usa 2016. Jeb Bush, figlio e fratello di
presidente, aspirante alla nomination repubblicana, un moderato fra Tea Party e
fondamentalisti cristiani, giudica l’intesa “imperfetto”. E neppure la
candidata democratica Hillary Clinton lo difende l’accordo a spada tratta, per
non giocarsi il voto ebraico: “Bene, ma c’è ancora molto da fare”.
Nel racconto di The
Guardian, Teheran, in questi giorni, è già invasa da lobbisti e uomini
d’affari, arrivati in anticipo scommettendo sul successo dei negoziati di
Losanna. Se le aziende petrolifere ed energetiche sono in prima fila (BP, ma
pure Shell, Total, Lukoil), molti altri settori puntano sull’enorme potenziale
di un Paese colpito da anni dalle sanzioni e costretto a vivere e ad arrangiarsi
al di sotto dei propri mezzi.
Un esempio è la
necessità di ammodernare le flotte dell’aviazione civile, fra le più vecchie:
Airbus e Boeing sono già in aperta competizione. Un altro esempio è il mercato
dell’auto, il 10° al Mondo un tempo: la Peugeot, che ne aveva una grossa fetta,
vuole riprendersela, ma Renault e GM gliela contendono. E i produttori
d’acciaio e d’alluminio sono attratti dal combinato disposto di energia a basso
costo e porti attrezzati.
La lettura
‘affaristica’ di The Guardian non è unanimemente condivisa. Il New York Times dà
dell’intesa un giudizio globalmente positivo: un passo “promettente”, che
allenta tensioni vecchie d’oltre trent'anni. Il giornale guarda, in
particolare, al mercato dell’energia: l’accordo di Losanna può potenzialmente
cambiarlo nel lungo termine, ma non avrà un grosso impatto nel breve termine perché
la domanda di petrolio è già satura e i prezzi sono estremamente bassi.
Gli esperti citati dal
NYT stimano che ci vorranno almeno sei mesi, forse un anno, per percepire l’effetto
dell’intesa sull’energia: ''L'accordo con l’Iran apre la strada a un significativo
aumento delle esportazioni iraniane di petrolio nel medio periodo'', afferma
Michael Levi, esperto d’energia al Council on Foreign Relations; ma per ora nessun
barile uscirà dall'Iran.
Nell'immediato, dunque, la Repubblica degli Ayatollah non avvertirà tutti i
vantaggi economici dell’intesa di Losanna. Invece, il bailamme politico internazionale s’è subito scatenato, nella
scia del giudizio drastico di Israele: quell'accordo è “un errore storico” che
avvicina l’Iran all’atomica e mina la sopravvivenza stessa dello Stato ebraico.
A Washington, Obama assicura che Teheran non avrà la bomba e ribadisce
l’impegno degli Usa per la sicurezza di Israele. A Gerusalemme, Netanyahu convoca
il Consiglio di Difesa e chiede che l’Iran riconosca lo Stato ebraico.
La soddisfazione è
palpabile a Mosca, mentre Parigi s’erge a portavoce nel 5+1 delle riserve
d’Israele e nega che il ritiro delle sanzioni contro l’Iran sia scontato,
automatico. L’intesa ha detrattori sia in Iran che negli Usa, nei campi
conservatori dei due Paesi, anche se il presidente Rohani la avalla in funzione
dell’economia (“le centrifughe devono girare e l’economia andare avanti”) e ringrazia
il negoziatore, il ministro degli esteri Zarif, “a nome di Khamenei”, la guida
suprema. E nelle moschee nel venerdì di preghiera, i sermoni ufficiali benedicono
l’accordo.
venerdì 3 aprile 2015
Iran: nucleare, la maratona negoziale partorisce un accordo topolino
Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 03/04/2015
Dodici anni
di confronto sul nucleare iraniano, 18 mesi di trattative con vari rinvii e 8
giorni serrati di negoziati quasi ‘non stop’ non bastano per perfezionare l’intesa
a Losanna. Ma i progressi sono sufficientemente dettagliati perché la
trattativa possa continuare, nell’ambito di un accordo quadro, con l’obiettivo
di chiuderla entro il 30 giugno, nuova –e ovviamente definitiva- scadenza
finale.
Federica
Mogherini, ‘ministro degli esteri’ europeo, e Moham Jawad Zarif, ministro iraniano,
leggono, in inglese e in farsi, una dichiarazione congiunta, nell’auditorium
del Politecnico di Losanna. Il presidente Obama segue la conferenza stampa in
diretta tv, poi assicura: "L'Iran non avrà l'atomica"; il segretario di Stato Usa Kerry parla di “un grande giorno”, il
ministro russo Lavrov se ne va prima dello show mediatico.
La
Mogherini, che si trova addosso i riflettori di un risultato importante, ma monco,
esalta la portata dell’intesa e tweetta “Buone Notizie”. Una serie di
protocolli tecnici dovrebbe rimanere segreta, ma le centrifughe operative iraniane
saranno ridotte dalle attuali 19.000 a 6.000 per i prossimi 10 anni.
Il grosso
delle scorte iraniane di uranio arricchito sarà diluito o trasferito all'estero
e alcuni siti nucleari iraniani saranno depotenziati, in cambio, fra l’altro,
della cancellazione delle sanzioni contro Teheran di Usa, Ue e Onu.
L’'impianto
di Natanz resterà attivo per arricchire l'uranio. L'impianto di Fordow, sotto
un monte, sarà convertito in un sito per la ricerca, senza materiale fissile. Il
reattore ad acqua pesante d’Arak sarà modificato. Saranno pure definite
modalità d’ispezione.
Le ultime
battute dei negoziati di Losanna sono stati segnati da una polemica tra Iran e
Usa, dopo che il capo del Pentagono Carter aveva detto che "l'opzione
militare resterà di sicuro sul tappeto" senza un compromesso tra Teheran e
i '5+1'. Il ministro della Difesa iraniano, generale Dehghan, replicava che Carter
“soffre di Alzheimer”: le sue parole provano che degli Usa non ci si può fidare.
La
trattativa a Losanna sarebbe stata la più lunga da quella del 1919, dopo la
Grande Guerra. Ma non è bastata per suggellare il negoziato. Perché lo
sanno tutti che l’unico modo per riuscirci è chiudere dentro gli emissari e
gettare la chiave. Come fecero nel 1270 gli abitanti di Viterbo, stanchi delle
lungaggini dei cardinali nello scegliere il Papa: li chiusero a chiave nella
Sala Grande del palazzo papale e scoperchiarono parte del tetto, per indurli a
sbrigarsi. Ne uscì papa Gregorio X, che non fu però il primo eletto in
conclave, cioè ‘cum clave’, come oggi avviene nella Cappella Sistina –senza bisogno
di scoperchiarla-. Il primo era stato Gelasio II, eletto nel 1118 all'unanimità
dai cardinali riuniti in un monastero sul Palatino, luogo
segreto e chiuso al pubblico per evitare interferenze esterne.
Le
maratone negoziali sono a volte un rito, specie nelle liturgie europee, ma spesso
una necessità. La prova ultima è stata l’accordo di Minsk tra Ucraina e Russia
mediato da Germania e Francia. Se l’11 notte la Merkel e Hollande avessero lasciato
che Poroshenko e Putin andassero a dormire, il 12 mattina, invece di giungere a
un’intesa, la trattativa sarebbe ripartita non dalle posizioni raggiunte, ma
dalle posizioni di partenza. Perché alla ripresa è prassi rimangiarsi le
concessioni già fatte.
La storia
dell’integrazione europea è segnata da maratone negoziali: negli Anni Ottanta,
le trattative sul bilancio dell’allora Comunità, sulla riduzione del contributo
britannico, sui prezzi agricoli non si chiudevano mai prima dell’alba: un
giorno di preliminari, un giorno per scaldare i motori e poi la notte in cui
chi aveva più resistenza spuntava le condizioni migliori.
Ma anche
molti negoziati storici furono maratone si protrassero fino a tarda notte: era
quasi l’alba quando Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri e presidente
di turno del Consiglio dei 10, annunciò l’accordo sull'adesione di Spagna e
Portogallo –Bruxelles, 29 marzo 1985-; ed era l’una di notte, quando i leader
dei 12 decisero la nascita dell’Unione europea e la creazione dell’euro -
Maastricht, tra il 10 e l’11 dicembre 1991 -.
Un vezzo
europeo? Chiedetelo agli arabi, che sono negoziatori immutabili nelle loro
posizioni; o anche ai russi o ai cinesi, sfingi negoziali quando fa loro
comodo. Gli americani, loro, tendono invece a essere spicci: Ronald Reagan si
annoiava a morte, quando, gli europei cercavano d’esportare nei G7 i riti della
loro Comunità, che, invece, si confacevano molto bene ai giapponesi.
giovedì 2 aprile 2015
Usa 2016: sondaggi; Hillary sempre super, Obama peggio di Putin
Scritto per www.GpNewsUsa2016.eu lo 02/04/2015
mercoledì 1 aprile 2015
Iran: nucleare; si negozia ad oltranza, al tavolo tutti vogliono l'intesa
Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 01/04/2015. Altre versioni su Metro
Ore convulse e forse
decisive a Losanna nel negoziato sul nucleare tra i Grandi e l’Iran: le
plenarie si succedono ai bilaterali e ai ‘confessionali’. C’è l’ipotesi che la
trattativa vada ai supplementari e prosegua ancora mercoledì, bloccando
l’orologio allo scoccare della mezzanotte, termine sulla carta ultimo. Ma c’è
la certezza che nessuno vuole ‘rompere’.
I 5+1 e l'Iran cercano un’intesa che sdogani il programma iraniano
per l’energia nucleare e ne disinneschi l’incubo dell’atomica. La presenza a
Losanna dei ministri degli Esteri delle 5 potenze nucleari storiche e
legittime, con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più il tedesco
(il +1) e, naturalmente, l’iraniano, autorizza un certo ottimismo. Per l’Ue,
c’è Federica Mogherini.
Di che si parla – I
negoziati vanno avanti da anni: l’Iran mira a sviluppare un programma d’energia
nucleare civile; i 5+1 vogliono evitare che il regime degli ayatollah si doti
di un arsenale atomico. Ironia della sorte, negli Anni Cinquanta, furono gli
americani a indirizzare l’Iran verso il nucleare, in funzione anti-sovietica
–allora, c’era lo Scià-.
Poi, tra il 1985 e il 2002, la Repubblica
islamica sviluppò attività atomiche in maniera clandestina, finché nel 2003
accettò le ispezioni dell'Agenzia dell’Onu per l'Energia atomica. L’arrivo al
potere di Ahmadinejad nel 2005 apre, però, una fase di contrapposizione:
scattano le sanzioni, prima dell’Aiea, poi di Usa e Ue. Nel 2013, l’elezione di
Rouhani migliora il clima del confronto: quello stesso novembre, un’intesa a
interim fa ripartire la trattativa.
Bisognava però definire la portata del
programma di arricchimento dell'uranio iraniano, che gli Usa vogliono limitare
in modo significativo, le modalità dei controlli dell’Aiea e il ritmo d’alleviamento
delle sanzioni.
La posta in gioco - La formula
cui si lavora è un accordo di massima da confermare e perfezionare entro il 30
giugno. Una dichiarazione congiunta sarà integrata da documenti che dettagliano
i punti fermi già raggiunti. I mercati fiutano l’accordo e il petrolio, i cui
prezzi si gonfiano con le tensioni, va giù.
Tra le questioni principali aperte, la
ricerca sul nucleare e le procedure di revoca delle sanzioni. Teheran chiede di
potere riprendere senza restrizioni ricerca e sviluppo di centrifughe avanzate,
dopo dieci anni dall'accordo, mentre i suoi interlocutori vorrebbero una
periodo d’attesa più lungo.
Quanto alle sanzioni, ci sono contrasti su
quando e come revocarle: gli Stati Uniti e gli europei vorrebbero meccanismi di
re-imposizione automatica, se Teheran dovesse violare l'intesa; Mosca e Pechino
vogliono un passaggio al Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
Chi sta con chi – Se a
Losanna nessuno cerca di mandare all’aria la trattativa, i nemici dell’accordo
non siedono al tavolo, sono altrove. Qui, l’Iran vuole sdoganare la sua
credibilità internazionale e sottrarre l’economia al giogo delle sanzioni;
Russia e Cina, più vicini a Teheran degli Occidentali, sono i mallevadori
dell’intesa; Usa ed europei indulgono all’ottimismo d’un Iran più aperto e
moderato e, soprattutto, alleato nella guerra al terrorismo e al Califfato.
Chi rema contro - Contro
rema Israele, specie il premier Netanyahu, che non si fida dell’Iran e che
giudica l’accordo una minaccia per la sicurezza del suo Paese. Ma il partito
del no all’intesa è forte pure a Washington, dove i repubblicani in maggioranza
al Congresso sfidano il presidente Obama e si preparano a farne un tema della
campagna elettorale Usa 2016. E a Teheran i ‘falchi’ considerano qualsiasi
cedimento una sconfitta.
Arabi divisi – La distensione tra
Iran e Usa non piace neppure all’Arabia Saudita e alle monarchie del Golfo, tutte
sunnite. Riad teme che la ritrovata credibilità internazionale dell’Iran
comprometta il suo rapporto con gli Stati Uniti; e i sunniti paventano il
rafforzamento degli sciiti nella Regione – la lotta all’integralismo potrebbe
uscirne indebolita -. C’è chi teme che l’accordo scateni una corsa al nucleare
nella Regione e chi ripropone l’idea difficilmente attuabile d’un Medio Oriente
denuclearizzato.
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