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giovedì 11 luglio 2013

Benelux: i ‘re’ se ne vanno e Juncker cade sul Datagate

Scritto per il blog de Il Fatto l'11/07/2013

Uno dopo l’altro, i ‘re’ del Benelux saranno tutti usciti di scena del giro di poche settimane: il 30 aprile, Beatrice d’Olanda ha lasciato il trono al figlio Guglielmo-Alessandro, primo maschio degli Orange-Nassau a regnare dopo 123 anni (prima di lui la madre, la nonna Giuliana e la bisnonna Guglielmina); il 3 luglio, Alberto II del Belgio ha annunciato che il 21 luglio, festa nazionale, lascerà il trono, dopo quasi vent'anni di regno, al figlio Filippo; e, infine, ieri, Jean-Claude Juncker, che del Lussemburgo è stato premier ininterrottamente per 18 anni, il più longevo premier democratico al mondo in carica, ha deciso le proprie dimissioni.

Sì, lo so che il capo dello Stato del Granducato del Lussemburgo è, appunto, il Granduca Henri e che, quindi, il giochino dei re che se ne vanno è zoppo. Ma è singolare che tre figure di riferimento della politica e della società del Benelux, nocciolo duro dell’integrazione europea e laboratorio dell’Unione, si facciano da parte quasi contemporaneamente.

Per scelta, e con la scusa dell’età, i due monarchi, che mica sono vegliardi -75 anni Beatrice, 80 Alberto-. Perché costretto, invece, Juncker, che, a conti fatti, sarà così stato l’unico leader politico su scala mondiale ad avere pagato per il Datagate. Chissà se la notizia ha allietato, o intristito, Edward Snowden, la talpa dello scandalo, tuttora confinato nell'ultima tule dell’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca.

Juncker ha gettato la spugna dopo avere constatato che non solo l’opposizione, ma pure i socialisti, suoi alleati nella coalizione governativa, volevano lo scioglimento del Parlamento e l’indizione d’elezioni anticipate.

La decisione formale in queste ore: un Consiglio dei Ministri in mattinata, poi la formalizzazione delle dimissioni al Granduca Henri. C’è la prospettiva di andare al voto il 20 ottobre.

Quello di Juncker potrebbe, però, essere un arrivederci e non un addio: il premier cristiano-sociale, che, prima come ministro, poi come capo dell’esecutivo, è da trent'anni filati al governo -meglio, o peggio, degli andreotti nostrani-, è infatti abbastanza giovane –58 anni- per riprovarci in autunno. Eppure, quando divenne premier, c’erano ancora al potere François Mitterrand ed Helmut Kohl –ma in Italia c’era già Silvio Berlusconi-, l’ex Jugoslavia era un focolaio di conflitti, l’euro non era ancora nato e l’Unione era a 15 (lui sarebbe poi stato il primo e unico presidente permanente dell’Eurogruppo dal gennaio 2005 al gennaio 2013).

Europeista convinto, definito “il leader cristiano-democratico più socialista che ci sia”, capace d’ironia e pure di auto-ironia, Juncker ama dire di se stesso: “Quando voglio parlare in francese, penso in tedesco; e quando voglio parlare in tedesco, penso in francese. Così, non mi capiscono mai”. I lussemburghesi, la cui lingua nazionale è un impasto di francese e tedesco, però l’hanno sempre capito bene e gli hanno ripetutamente dato fiducia, anche se, negli ultimi anni, gli hanno spesso rimproverato di badare più all'Europa che al Granducato. Il suo nome, del resto, era circolato sia per la presidenza della Commissione europea che per quella del Consiglio europeo.

Gli sono stati fatali non la crisi, né i cedimenti sul segreto bancario, ma la mancata vigilanza sull’intelligence lussemburghese, che lo avrebbe persino intercettato –per conto terzi?-. Se Snowden mirava ad abbattere l’aquila Obama, deve accontentarsi di Juncker. Un piccione. O un tordo.

mercoledì 10 luglio 2013

La trasparenza del web non sgretola (ancora?) il muro della corruzione

Scritto per Media Duemila online il 10/07/2013

Con internet e, poi, il 2.0, pareva cosa fatta, o almeno a portata di clic: più trasparenza e, quindi, meno corruzione; anzi, basta con la corruzione. Invece, una decina di anni dopo, tra il Datagate e l’ultima indagine globale di Transparency International, eccoci qui a commentare il rischio che la trasparenza funzioni a senso unico: i fatti nostri sono effettivamente trasparenti a tutti, nel senso che tutti li possono sapere, magari spiando, intercettando o ‘hackerando’; mentre la trasparenza virtuosa resta, se non un miraggio, una oasi lontana.

E l’Italia non se la passa bene, né in assoluto né al confronto con gli altri Paesi: se la Corte dei Conti stima a 60 miliardi il peso annuo della corruzione nostrana, la classifica di Transparency ci colloca al 72.o posto sui 107 Paesi presi in esame. Siamo più vicini al fondo della classifica, Afghanistan, Corea del Nord e Somalia, che alla vetta, dove stanno i soliti noti, Australia e Nuova Zelanda, Danimarca e i Nordici, Giappone.

Se c’è una prassi che accomuna democrazie e dittature, questa è la tangente. Nel 2012, circa una persona su quattro al Mondo avrebbe imposto, o subito, questo ‘mezzuccio’ per ottenere il dovuto, o magari un favore.  In Italia, il 5% degli intervistati dalla Doxa dichiara di avere sborsato,  nell'ultimo anno, almeno una bustarella. Lo stesso risultato nel Regno Unito. E la mazzetta risulta prassi per il 75% della popolazione in Liberia e in Sierra Leone, mentre lo è solo per l’1% nei Paesi più virtuosi.

La corruzione nel settore pubblico può assumere le forme più disparate e più fantasiose. E, spesso, corrotti e corruttori, esattori e pagatori, si tengono bordone: il 64%, della popolazione mondiale, quasi i due terzi, ritiene che i contatti personali siano utili per ottenere servizi e ‘servizietti’ nella pubblica amministrazione; e la percentuale sale all'80% in Italia, Israele, Libano, Malawi, Russia e Ucraina.

Corruzione, bustarelle, mazzette sono pratiche e termini universalmente diffusi. E le istituzioni ritenute più corrotte sono, nell'ordine, su una scala da 1 a 5: i partiti politici (3,8), la polizia (3,7), la pubblica amministrazione (3,6). L'Italia è fra i Paesi dove i partiti politici sono considerati più corrotti.

Molto variabile, invece, la percezione dei cittadini rispetto all’azione anti-corruzione dei governi. Solo il 5% dei norvegesi, ad esempio, ritiene che il proprio esecutivo sia condizionato da pochi, ma forti interessi, mentre in Italia e in Belgio lo pensa il 70% della popolazione locale e in Grecia l'83%. Percentuali minori, ma sempre alte, in Francia (57%) e nel Regno Unito (60%). In 88 dei 107 Paesi in esame, le politiche del governo per contrastare la corruzione nel settore pubblico sono ritenute inefficaci.

martedì 9 luglio 2013

Imu/Iva: l’Italia tra l’incudine dell’Ue e il martello dell’Fmi

Scritto per EurActiv lo 09/07/2013

Se fosse solo per l’incudine dell’Ue e il martello dell’Fmi, il ministro dell’Economia italiano Fabrizio Saccomanni potrebbe anche farcela. Ma quelle che gli danno soprattutto fastidio sono le punture di spillo dei tafani di casa, le voci del Pdl che non cessano di chiedere l’abolizione dell’Imu, con il mano il libretto rosso del programma elettorale di Silvio Berlusconi. E poco importa se le organizzazioni internazionali all’unisono, Ue, Bce, Ocse, Fmi, chiedono il contrario.

Da Bruxelles, dove ha partecipato ieri all’Eurogruppo e oggi all’Ecofin, gli ultimi appuntamenti prima di settembre, il ministro Saccomanni torna fiducioso a parole sul raggiungimento d’un’intesa nel governo sull'Imu. "Come no! – risponde ai giornalisti a fine Ecofin -, abbiamo una riunione domani per questo".

Poi, pentito d’essersi spinto così in là, twitta: "Nella cabina di regia domani e la prossima settimana troveremo su Iva e Imu le soluzioni migliori per il Paese, d'intesa con la maggioranza": la riunione sulla carta decisiva fra governo e partiti di maggioranza per discutere dell'Imu è prevista giovedì 18 luglio. La finanza pare ora indifferente ai dilemmi della politica: borsa piatta, ieri, a Milano, e spread a 277, con chiusure positive in tutta Europa.

Certo, sventolare la bandiera dell’ottimismo, senza ammainare quella del buon senso, non è facile, in giorni come questi. A Bruxelles, la Commissione europea dice d’aspettarsi che l'Italia "presti la debita attenzione alle raccomandazioni” dell’Esecutivo comunitario, avallate dal Consiglio europeo e, oggi, dall’Ecofin, e che “le prenda seriamente in considerazione".

Parole non innocenti, quelle di Olli Rehn, che rispondeva a una domanda sulle modifiche all’Imu, perché le raccomandazioni raccomandano –appunto- di mantenere una tassazione sulla casa, pur senza pronunciarsi sulle modalità. "Le raccomandazioni –incalza Rehn- sono state adottate all'unanimità, anche con l’appoggio del governo italiano. Perciò, sapendo che l'Italia e gli italiani sono fondamentalmente europeisti, ho fiducia che il governo Letta presti loro la debita attenzione".

Come dire: attenti a non predicare bene a Bruxelles e a razzolare male a Roma, che vi tengo d’occhio. Ed i margini di manovra concessi al governo italiano su investimenti e co-finanziamenti di programmi comunitari restano condizionati al rispetto del deficit di bilancio del 3%, mentre l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, riducendo le entrate, avvicinerebbe lo sfondamento del tetto. E così pure i mancati introiti legati all’aumento dell’aliquota dell’Iva, se questa fosse cancellata.

Se Bruxelles mantiene la pressione su Roma, il barometro di Washington manda avvisi di tempesta: la recessione in Italia peggiora –altro che luce in fondo al tunnel- e il Fondo monetario internazionale sforbicia dello 0,3% le stime del Pil pubblicate l'aprile scorso. E, come se non bastasse, l'agenzia di rating Standard & Poor taglia il rating sovrano dell'Italia da BBB+ a BBB con prospettive negative, solo un gradino sopra la spazzatura.

Aggiornando il loro World economic outlook, gli analisti dell’Fmi calcolano che il Pil italiano si contrarrà quest'anno dell'1,8% contro l’1,5% previsto in primavera. Le cose dovrebbero però andare un po' meglio del previsto nel 2014, quando l’economia italiana potrebbe crescere dello 0,7% (+0,2% rispetto ad aprile).

Nella serie ‘mal comune mezzo gaudio’, il Fondo monetario internazionale rivede al ribasso, a dire il vero, le stime della crescita globale 2013, ora prevista al 3,1%, sugli stessi livelli 2012 (-0,2% rispetto alla primavera). L'economia mondiale 2014 è invece vista in espansione del 3,8% (pure -0,2%). La correzione è legata "all'emergere di nuovi rischi al ribasso", tra cui "la possibilità di un rallentamento della crescita più esteso nei mercati emergenti".

Il fattore di criticità più recente rilevato dal Fondo è infatti la "crescita più lenta in diversi mercati emergenti chiave", cui si aggiungono "un notevole indebolimento della domanda interna" e "il protrarsi della recessione nell'Eurozona". Per rafforzare l'economia globale, "le principali economie avanzate dovrebbero mantenere un mix di politiche macro-economiche a sostegno della crescita”, nonché "programmi credibili per una sostenibilità del debito a medio termine" e "riforme che risanino i bilanci e i canali del credito".

L'Eurozona pare destinata a restare in recessione nel 2013, con un calo del Pil dello 0,5%, cui farà seguito una crescita inferiore all'1% nel 2014, più bassa di quanto stimato ad aprile. La governance dell’Ue dovrebbe superare l'impasse riducendo la frammentazione dei mercati finanziari, procedendo rapidamente verso l'unione bancaria e varando riforme del mercato del lavoro che stimolino l'occupazione.

lunedì 8 luglio 2013

Italia/Ue: W l’Imu, W l’Iva e W Saccomanni

Scritto per il blog de Il Fatto lo 08/07/2013

Di Fabrizio Saccomanni, io ho, come persona, come dirigente di BankItalia e come ministro, un’ottima considerazione: preparato, competente, stimato; magari, a volergli trovare una pecca 2.0, non molto mediatico. Sapere che lui rappresenta l’Italia nell’Ecofin e nell’Eurogruppo non  mi crea né ansia né disagio; anzi, mi lascia piuttosto sereno, che lì non facciamo figure barbine e neppure ci lasciamo menare per il naso.

Però, quando è nato il governo delle larghe intese, mai mi sarei immaginato che Saccomanni finisse sotto tiro del Pdl e difeso dal Pd, quasi che fosse, lui che proprio non lo è, un’icona della sinistra. Che ingenuità!, la mia: qui, destra o sinistra non c’entra nulla; qui, c’entra solo fare, o meno, l’interesse elettorale d’una parte politica.

E’ vero che ci vuole poco, in questa Italia, e pure in questo governo, per figurare di sinistra, perché tutti paiono preoccupati di esserlo e soprattutto di sembrarlo. E una delle genialate di Berlusconi è di dipingere tutti gli avversari come comunisti mangia-bambini, anzi anti-imprenditori.

Qual è la colpa di Saccomanni?, contro cui il Pdl spara ad alzo zero, reclamando in quel dicastero un ministro ‘politico’ al posto di uno ‘tecnico’, che magari non fa calcoli elettorali, ma economici e finanziari –il che, per un ministro delle Finanze, non è poi di per sé un male-.

Saccomanni resiste a ridurre le entrate senza avere già deciso come ridurre le spese, o come evitare lo sforamento del 3% del deficit di bilancio e l’aumento del debito. Resiste, cioè, a sopprimere l’Imu sulla prima casa e a cancellare l’aumento dell’Iva.

Nella sua resistenza, il ministro è spalleggiato –in misura variabile e, soprattutto, fino a quando?- dal Pd e da Palazzo Chigi; e trova sponde in tutte le organizzazioni internazionali, l’Ue, l’Ocse, l’Fmi.

Ora, non è che Ue, Ocse ed Fmi abbiano sempre ragione. Anzi, capita che abbiano torto marcio. E, in questa lunga crisi, abbiamo misurato l’impatto economico negativo della loro visione rigorista. Ma questa cosa ce la dicono all’unisono da tempo: riflettiamoci, prima di bollarla come una balla.

In un Paese come l’Italia, che non riesce a fare pagare le tasse a tutti i suoi cittadini contribuenti e dove l’evasione costringe quelli che le pagano a pagarne molto di più di quanto dovrebbero se tutti pagassero il giusto, colpire fiscalmente i consumi è più perequativo ed efficace che colpire i redditi.

Perché chi sottrae i redditi al fisco ha più difficoltà a sottrarre i consumi. E così pure chi ha una casa bella e grande e ben situata in centro paga giustamente di più di chi ne ha una modesta e piccola e in periferia – anzi, magari quest’ultimo può pure non pagare nulla, se il primo paga il suo, magari grazie a un catasto affidabile e aggiornato -. Altrove in Europa funziona così e funziona bene. Perché da noi no?

Ministro Saccomanni, tenga duro: lasci pure l’Imu, rendendola più equa; aumenti l’Iva sui consumi non essenziali; e riduca, appena e dove possibile, le tasse sul reddito e il costo del lavoro. Se a darle addosso sono Brunetta, la Santanchè e la compagnia di giro della Voce del Padrone, vuol dire che lei è sulla strada giusta.

domenica 7 luglio 2013

Ue 2014: Italia perno dell'ingorgo, rischio elezioni politiche anticipate

Scritto per EurActiv lo 07/07/2013

C’è tutto un fervore di preparativi, intorno all’ingorgo istituzionale europeo 2014, in cui l’Italia avrà  un ruolo da protagonista, dovendo gestire la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue nel secondo semestre. Il lavoro preparatorio, che ha fin qui impegnato il Movimento europeo, organizzazioni europeiste e ‘think tanks’ di relazioni internazionali, è ormai iniziato anche a livello politico e governativo. Ma c’è il rischio che il percorso italiano si complichi, se dovessero esserci, com’è possibile, in primavera elezioni politiche anticipate.

Nella primavera 2014, si faranno, a fine maggio, in anticipo rispetto alla consueta scadenza d’inizio giugno, le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, dove la preoccupazione su scala europea è quello di una partecipazione bassa e disillusa.

Alle elezioni, i principali partiti europei dovrebbero presentarsi avendo scelto un proprio candidato alla presidenza della Commissione europea, il cui mandato scade a fine 2014. E’ solo un’ipotesi, che ha però acquisito forza nelle ultime settimane.

Il nuovo presidente dell’Esecutivo comunitario dovrebbe essere designato dal Consiglio europeo e ottenere l’investitura del Parlamento europeo tra giugno e luglio. Il semestre di presidenza italiana coinciderà con la scelta dei membri della Commissione e con il rinnovo degli incarichi di presidente del Consiglio europeo e di ‘ministro degli esteri’ dell’Ue.

La presidenza italiana dovrebbe inoltre dare una spinta e lasciare un’impronta sulle prospettive dell’Unione, decidendo come impostare il dibattito sull’approfondimento dell’integrazione

Il Cime sta conducendo un progetto ‘Officina 2014: l’Italia in Europa’, che di volta in volta esamina i dossier relativi alle varie formazioni del Consiglio dei Ministri dell’Ue, e ha recentemente organizzato un dibattito su ‘quale legge elettorale per un Parlamento europeo più vicino ai cittadini’. Giovedì 4 luglio c’è poi stato un seminario a porte chiuse con la partecipazione di Fabrizio Barca per raccogliere stimoli e riflessioni sulle prospettive istituzionali dell’integrazione europea ed anche sul coinvolgimento dell’Italia in esse.

giovedì 4 luglio 2013

Datagate: 'fermate quel volo!'; prona a Usa, Europa chiude spazio aereo

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/07/2013

Fermate quel volo!, chiede l’America. E lo spazio aereo di mezza Europa, Francia, Italia, Portogallo si chiude d’incanto. Efficienza della cooperazione internazionale! Sull’aereo che atterra a Vienna, c’è un pericoloso terrorista?, un signore della droga?, il gestore di un traffico d’esseri umani,?, o di una rete di pedofili? Nulla di tutto ciò: sul velivolo, c’è Evo Morales, presidente boliviano. L’intelligence statunitense sospettava che l’aereo di Stato, decollato da Mosca la sera di martedì, avesse a bordo la talpa del Datagate, Edward Snowden, un ex analista della Nsa su cui gli Usa vogliono mettere le mani per processarlo come traditore e, soprattutto, per ‘zittirlo’.

Intorno a mezzanotte, l’aereo di Morales è sulla pista di Vienna, bloccato: gli spazi aerei adiacenti verso sud-ovest, la sua rotta, gli sono chiusi, Lisbona nega il previsto scalo tecnico. Per scendere a Vienna, senza dovere ritornare indietro, il pilota ricorre a uno stratagemma: denuncia un problema a una spia del cruscotto: “Dobbiamo atterrare –dice alla torre di controllo-, perché non abbiamo un’indicazione del livello del carburante affidabile”.

Poliziotti austriaci salgono a bordo, con l’accordo del pilota e del presidente, dopo che passeggeri ed equipaggio sono scesi. L’aereo non viene però perquisito, perché – spiegano al ministero dell’Interno di Vienna – “non c’era ragione legale per farlo”.

Le fonti della ricostruzione dei fatti sono di parte: il ministro degli esteri boliviano Choquehuanca e il ministro della difesa Saavedra, che, prima delle 12.00, dice che Francia, Italia, Spagna e  Portogallo hanno dato le autorizzazioni necessarie, appurato che Snowden non è a bordo. Il velivolo di Morales decolla da Vienna a mezzogiorno; cinque ore dopo, fa scalo all’aeroporto di Gando alla Gran Canaria.

Lo stop al volo di Morales è una Waterloo dell’intelligence e della diplomazia. Lì, Snowden non c’è: la talpa del Datagate è sempre nell’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo, da dove, privato del passaporto, non sa più come venire via. A Mosca, dov’era in visita, Morales s’era mostrato possibilista sull’ipotesi di asilo a Snowden, mentre il venezuelano Maduro era stato più cauto e l’ecuadoriano Corea, che non c’era, s’era già smarcato.

L’episodio va al di là dei limiti dell’incidente diplomatico e dimostra quanto siano ipocrite le reazioni sdegnate dei governi europei alle ‘rivelazioni’ dell’ex analista che Prism serviva a spiare anche l’Ue e le ambasciate di molti dei 28. Per bloccare la fuga di Snowden, gli europei, che vanno esprimendo irritazione e indignazione, si mettono subito a disposizione: Washington chiama, Parigi risponde. E, contestualmente, quasi per mettersi una foglia di fico addosso, la Francia chiede la sospensione temporanea dei negoziati per una zona di libero scambio transatlantica.

Tutti pronti a esigere spiegazioni e a minacciare rimostranze. Ma sempre tutti proni alle esigenze statunitensi, a costo di mettersi in urto con mezza America latina. Alleati spiati, ma fedeli: tanto più che questo Snowden non va giù a nessuno, perché ogni Paese sa di essere esposto alle rivelazioni della talpa di turno, da cui vuole potersi difendere.

L’America latina ‘bolivarista’ dei giorni nostri, cui l’opinione pubblica europea guarda con simpatia (e quella americana come minimo con diffidenza), si mobilita, mentre La Paz è teatro di manifestazioni contro ambasciate europee.: sassi e bandiere bruciate. La Bolivia sporge denuncia all’Onu, sostiene che la vita del presidente è stata messa in pericolo; Morales stesso si sente trattato “come un criminale” e lamento di essere stato “quasi rapito”; Correa parla di “brutale aggressione”, Maduro giudica l’episodio “estremamente grave”. Pure Cristina Kirchner, presidente argentina, è drastica: “Sono tutti pazzi”. Il Perù, presidente di turno dell'Unione sudamericane, indice per oggi un vertice straordinario.

L’Ue, invece, se ne lava le mani: “L’autorizzazione di sorvolo è decisione sovrana degli stati membri”. Le cancellerie tacciono, salvo per rifiutare l’asilo a Snowden. Come fa l’Italia. Su Le Monde, Assange, il fondatore di Wikileaks, scrive: "Gli Stati dell'Ue, specie Francia e Germania, devono dare a Snowden la migliore accoglienza". Ma Assange li legge i giornali?

mercoledì 3 luglio 2013

Datagate: Morales bloccato; spiati ma fedeli, europei al servizio degli americani

Scritto per il blog de Il Fatto lo 03/07/2013

 C’è andato di mezzo Evo Morales, presidente boliviano, una delle cosiddette figure ‘bolivariste’ dell’America latina dei giorni nostri –lui, il presidente dell’Ecuador Correa, quello del Venezuela Maduro- cui l’opinione pubblica europea guarda con simpatia (e quella americana come minimo con diffidenza).

Proveniente da Mosca, l’aereo di Morales deve scendere a Vienna e vi resta bloccato per una decina di ore, perché vari Paesi europei, fra cui Francia e Portogallo, rifiutano l’accesso allo spazio aereo e uno scalo tecnico. E questo perché c’era il sospetto che a bordo ci fosse la talpa del Datagate, quell’Edward Snowden che, da domenica 23 giugno, non sa più come uscire dall’area transiti dell’aeroporto Sheremetyevo di Mosca.

A conti fatti, non era vero; ma, ormai, il pasticcio era fatto. L’episodio, ben al di là dei limiti dell’incidente diplomatico, dimostra quanto siano ipocrite le reazioni sdegnate dei governi europei alle ‘rivelazioni’ di Snowden che Prism serviva a spiare anche l’Ue e le ambasciate di molti dei 28. Perché, per bloccare la fuga di Snowden, gli europei, che vanno esprimendo irritazione e indignazione, sono subito scattati sull’attenti. Washington chiama, Parigi risponde.

Tutti pronti a esigere spiegazioni e a minacciare rimostranze, persino l’autolesionistico blocco dell’area di libero scambio transatlantica. Ma, quando gli Usa chiedono di bloccare la fuga del ‘traditore’,  tutti proni alle esigenze statunitensi, a costo di mettersi in urto con mezza America latina –ma chi se n’importa?-.

Il fatto è che Morales, a Mosca, s’era mostrato possibilista sull’ipotesi che la Bolivia sia asilo a Snowden, mentre il venezuelano Maduro era stato più cauto e l’ecuadoriano Corea, che non era a Mosca, s’era già smarcato. La ricostruzione dei fatti è di parte: viene dal ministro degli esteri boliviano Choquehuanca, mentre il ministro della difesa Saavedra dice che Francia, Italia, Spagna e  Portogallo hanno poi dato le autorizzazioni necessarie, una volta accertato che Snowden non era sull’aereo.

Morales s’è sentito trattare come “un criminale”, La Paz denuncia “l’aggressione”. Venezuela ed Ecuador testimoniano solidarietà alla Bolivia. Le altre cancellerie tacciono, salvo per rifiutare l’asilo a Snowden. Che resta a Mosca e si rende sempre più conto di quanto sarà difficile venirne via.