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domenica 17 febbraio 2013

Italia 2013: endorsement, dal Potomac al Reno un argine contro Mr B

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 17/02/2013

Ingerenze? Ma quando mai! Anche il giorno dopo l’incontro alla Casa Bianca, i presidenti Obama e Napolitano sono sulla stessa lunghezza d’onda. Mentre in Italia si scatena il putiferio, per quello che i due si sono -o sarebbero- detti,  a Washington la portavoce Caitlin Hayden respinge le accuse, specie pidielline, di interferenze americane nella campagna italiana: "Gli Usa non parteggiano o appoggiano alcun partito politico nelle elezioni altrui. Nel voto italiano tocca al popolo italiano decidere".

Una sortita, si direbbe, concertata con il Quirinale, che poco prima se n’era uscito con una sua nota: “infondato” e “gratuito” parlare di ‘ingerenza’ a proposito della visita a Washington di Napolitano. La nota ricostruisce l’incontro: “Rispetto alle forze in campo nella competizione elettorale in Italia, il presidente Obama si è astenuto da qualsiasi apprezzamento nei confronti di chiunque. Non solo in pubblico, ma anche nel colloquio a porte chiuse, si sono tenuti comportamenti assolutamente impeccabili”.

In realtà, per le elezioni italiane, il gioco degli ‘endorsements’ internazionali non è mai stato così smaccato. Ma, tecnicamente, le prese di posizione di Casa Bianca e Quirinale sono corrette, perché, più che di appoggio all’uno o all’altro candidato, qui si tratta di una ‘conventio ad escludendum’: dal  Manzanarre al reno, dal potomac al tevere, nessuno vuole, anzi tutti temono, il ritorno di Mr B. Magari sul Volga, ma è un altro discorso.

Che vinca Monti o che vinca Bersani, che sarà pure un ex comunista, ma –che diamine!- lo è pure zio Giorgio, a Obama, in fondo, non cambia molto. Purché le politiche siano quelle (di Monti): rispetto degli impegni, cioè rigore nei conti pubblici e riforme, ma anche rilancio della crescita e dell’occupazione, perché l’America vuole un’Europa che stia bene e che sostenga la domanda. Ma chi preoccupa è il Cavaliere, che, se ti manda a scatafascio l’Italia e l’Eurozona, sono guai per tutti, anche in America.

In Europa, Hollande è in linea con Obama: fa complimenti all’azione del Monti premier e manda videomessaggi d’appoggio al Bersani candidato. Il Ppe e la Merkel stanno con Monti, soprattutto per tenere Berlusconi alla larga –e la cancelliera non obietta all’incontro con Bersani del ministro delle finanze Schaeuble-. Il presidente socialista del Parlamento europeo Schulz fa campagna pro Bersani, ma non demonizza Monti (Mr B sì, ed è una lunga storia). Chi esce un po’ dal seminato è Rehn, responsabile dell’economia dell’Ue, liberale finlandese, che fa un peana a Monti al giorno.

Un peana, ma a Napolitano, “leader straordinario e visionario”, lo fa pure Obama. Insieme a un atto di fiducia nell’Italia e a un grazie “per l’enorme contributo” alle missioni di pace internazionali. Prima dei colloqui, l'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne, aveva diplomaticamente gettato acqua sul fuoco: l'Amministrazione Obama non ha “alcuna preoccupazione" per il voto italiano. Ma la rimonta del Cavaliere, come pure le vicende Finmeccanica, Eni, Mps, fanno sì che “sottotraccia resta la sottile tradizionale perplessità sull'Italia, incapace - scrivono i giornali americani - di uscire dal proprio stereotipo negativo”. Tranne che con zio Giorgio e ‘Super-Mario’ –ma Obama cita Draghi, non Monti-. 

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