Il premier designato fa la lista dei sostenitori, che s’allunga di ora in ora. Il premier uscente perde la pietra angolare del suo potere, l’appoggio dell’Iran. La partita tra Haidar al-Abadi e Nouri al-Maliki pare ormai decisa. La comunità internazionale vuole un cambio al vertice del governo a Baghdad: un esecutivo d’unità nazionale, capace di coalizzare sciiti, sunniti e curdi, pare l’unico strumento per fermare l’offensiva jihadista, che i raid Usa –ammette il Pentagono, al quarto giorno d’attacchi aerei- rallentano, ma non arrestano.
Dopo la ‘benedizione’
ad al-Abadi impartita dal presidente Usa Obama, il Vaticano chiede ai leader
musulmani di condannare “senza ambiguità” la barbarie integralista che colpisce
cristiani e altre minoranze religiose, che “nessuna causa, e certamente nessuna
religione, potrebbe giustificare”.
Per il
Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, la
situazione "richiede una presa di posizione chiara e coraggiosa dei responsabili
religiosi, specie musulmani".
Il
Vaticano cerca una sponda nell’Islam moderato e la trova. Il Gran Mufti
d’Egitto, Shawki Allam, accusa le milizie jihadiste di "violare tutti i
principi dell’Islam" e dice che esse “rappresentano un pericolo per
l’Islam e per i musulmani nel mondo".
Come l’Iran
sciita, l’Arabia sunnita e la Lega araba appoggiano al-Abadi. Al-Maliki resta,
però, comandante in capo delle forze armate, fino a che il successore non s’installi.
Nonostante si senta vittima d’un colpo di stato attuato su istigazione americana,
il premier fa un passo indietro: dopo avere mandato l’esercito nelle vie di
Baghdad, ordina ai militari di tenersi fuori dalla crisi politica.
Le forze
speciali restano schierate intorno alla zona verde, l’area dei palazzi del
potere. E il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon intima loro: “Nessuna interferenza”.
All-Abadi ha
tempo fino al 10 settembre per ottenere la fiducia del Parlamento. Ma Washington
e tutti gli interlocutori internazionali lo sollecitano a formare “il più
presto possibile” un governo di unità nazionale”.
Per iniziativa
congiunta d’Italia e Francia, l’Ue prepara un Consiglio dei Ministri degli
Esteri straordinario, per decidere se fornire materiale ed armi ai peshmerga, i
combattenti curdi. Ieri, gli ambasciatori dei 28 si sono riuniti per coordinare
gli aiuti umanitari: l’Ue stanzia 5 milioni d’interventi supplementari, ma
l’Onu li giudica ancora insufficienti.
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